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Braini Vilma

Campi di deportazione:
  
 
 
Regione di cattura: Friuli-Venezia Giulia
Foto Vilma Braini

Vilma Braini

Nata a Gorizia il 14.06.1928

Intervista del: 02.04.2008 a Gorizia

TDL:n. 214 – durata: 80’ circa

Arresto:a Gorizia il 02.04.1944

Carcerazione:a Gorizia

Deportazione:Ravensbrück, Bergen Belsen

Liberazione:a Bergen Belsen

 

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

 
loghi comuni

La testimonianza è stata realizzata con il contributo delle Amministrazioni Comunali di Cassago Brianza, Cremella, Monticello Brianza e Sirtori.

 

 

Sono Vilma Braini, nata il 14.06.1928. Sono Vilma Braini ma Brainic, i miei nonni e anche genitori, poi trasformati in Braini perché sotto il fascismo era così. Sono di origine slovena, cittadinanza italiana, nata qui a Gorizia, residente sempre a Gorizia Sant’Andrea. Ho già detto che sono di origine slovena, ho iniziato a collaborare con i partigiani già nel luglio 1943 alla caduta del fascismo e poi ho iniziato a capire qualche cosa.

Sono stata arrestata due volte, una prima volta nell’aprile del 1944 quando è stata fatta una spiata e sono venuti ad arrestarci in casa alle quattro e mezza del mattino, hanno arrestato me a casa mia e anche mio zio, ci hanno portato in carcere ...

D: Scusa, Vilma, chi ti ha arrestato?

R: La prima volta sono venuti le SS con un interprete sloveno, qui a Gorizia.

Sono entrati in camera, dormivo con mia madre e un’altra sorellina più piccola nello stesso letto perché mio padre è stato portato via ai battaglioni speciali come sloveno, nel gennaio 1943. Sono entrati in camera senza bussare, hanno chiesto “Chi è Braini Vilma?”, ho risposto “Io”, “Vestiti e vieni con noi”.

D: Quanti anni avevi allora?

R: Avevo quindici anni!

D: Quando dici che eri nelle formazioni partigiane, intendi italo slovene o solo slovene?

R: Italo slovene e slovene perché qui il paese era sloveno ma si lavorava anche con gli italiani oltre l’Isonzo.

D: Ricordi le tue azioni, portavi ordini, facevi la staffetta?

R: Portavo ordini, biglietti e bigliettini, nel paese facevo la raccolta di viveri e medicinali, tutte queste cose che erano necessarie per i partigiani. Discutevamo anche delle questioni, imparavamo a parlare lo sloveno. Le scuole slovene non le abbiamo fatte, c’era qualcuno che ci insegnava le canzoni partigiane e per noi era un rinascere perché fino ad allora non si è capito perché si parlava solo l’italiano e i genitori a casa dicevano: “Qualsiasi cosa ti domandano, se ti dicono cosa parli a casa devi rispondere l’italiano”. Mia nonna non sapeva parlare l’italiano, mia mamma poco o niente, mio padre sapeva poco di più perché aveva fatto dei corsi di meccanica.

D: Ricordi se davanti ai negozi c’era la scritta famosa “Qui si parla ...”

R: Non davanti ai negozi, nei locali pubblici, dappertutto “Qui si parla solo l’italiano”. Qualcuno ha ancora quelle scritte ma sono negli archivi, nei musei; in Slovenia credo che vi siano ancora certi manifesti che dicevano “Qui si parla solo l’italiano”. Non dovevi esprimerti in sloveno ma fra noi quando si giocava succedeva, fra ragazzi alle elementari nel momento della ricreazione avevamo un parroco che chiamavano “Spinacia” perché era brutto e cattivo, se ci sentiva parlare ce le dava per le mani.

D: Se vi sentiva parlare sloveno?

R: Sì!

D: Quando dicevi raccoglievamo viveri, medicinali, servivano per quell’ospedale partigiano?

R: Dappertutto servivano, non sapevamo dove andavano, non si sapeva nulla né dell’uno né dell’altro, anche nelle varie riunioni dove si andava non ci si chiamava mai per nome.

D: Il tuo quale era?

R: Il mio era “Belzostrelka”

D: Tradotto vuol dire?

R: Vuol dire “Mitragliatrice”. E’ stata fatta una mostra a Villa Manin con dei ritratti enormi, ve la farò vedere dopo!

D: Sono venuti quella notte, quella mattina prestissimo, le SS che erano stanziate qui a Gorizia e ti hanno detto di seguirle e ti hanno portato dove?

R: Mi hanno portato dietro la Chiesa, lì vi è una piazza e ci hanno messo uno distante dagli altri in modo di non poter parlare, vi erano dei soldati, delle SS che ci guardavano. Nel frattempo sono andati a prendere altra gente e quando hanno preso tutti quelli che erano nella lista, è stata fatta una spiata, hanno preso me, mio zio e altri di Sant’Andrea. Ci hanno portato in via Barzellini, in carcere.

D: In quell’arresto vi era anche Elvira?

R: No!

D: Ti hanno portato in carcere?

R: Lì sono stata per due mesi.

D: Ti hanno interrogata?

R: Mi hanno interrogata, ho sempre negato tutto perché alla mia amica hanno trovato un tappo con il simbolo della stella rossa che serviva da timbro, alla sera invece di portarlo via dove doveva portarlo lo ha messo nel cassetto del comò e lì è stata la sua condanna. Poi sono stati portati in Germania gli altri che erano arrestati con me. Sono stata l’unica ad uscire, in carcere ho conosciuto anche un signore che era amico di mio padre, erano della Pro Gorizia e quando mi ha visto ha chiesto: “Che cosa fai qui?”, ho risposto: “Non so”. Anche a lui non ho detto la verità perché non sapevo e questo signore ha fatto tanto, tramite un avvocato, e sono uscita dopo due mesi di carcere. Il 13 giugno il trasporto è partito per la Germania portando mio zio, questa mia amica e altri. I miei sedici anni li ho compiuti in carcere e poi sono uscita, sono stata ferma poco tempo perché mi hanno detto: “E’ meglio se stai ferma, non venire agli appuntamenti”. Si sapeva dove, anche se hanno cambiato tutti i posti di incontro, ci incontravamo anche lungo l’Isonzo dove vi erano boschi, caverne.

Il periodo dal giugno del 1944 fino a settembre 1944 avevano bisogno di me per portare certe cose nei paesi vicini, a Ranziano… quando arrivavo a Biglie vi era la staffetta che aspettava, se dovevo attraversare il Vipacco me lo facevano attraversare con una barca, per non andare sul ponte perché era pericoloso. Capitava qualche volta che bisognava correre sempre in bicicletta ma devo premettere che andavo molto fuori anche perché mio padre faceva il commerciante di frutta e verdura e abbiamo continuato questa attività, poi si è formato un gruppo ma mia sorella e mia zia lavoravano ancora e io anche ho continuato a fare queste cose.

Avevo un lasciapassare tedesco, avevo due lasciapassare, i partigiani sapevano che avevo quello tedesco e quello partigiano. Sapevo la parola d’ordine e ci portavano oltre il Vipacco per andare a Ranziano dove si dovevano portare queste cose ma solo biglietti, per la merce vi erano dei posti di riferimento dove portavano tutte queste cose. Un giorno mi vengono a dire che dovevo andare ad un appuntamento per ritirare dei medicinali e questo alla fine del 1944, sarà stato fine novembre, ho detto: “Va bene, dove devo andare?”, mi hanno risposto: “Devi andare ai giardini, lì ti avvicinerà un signore e ti darà dei medicinali, lui sa chi sei”. Troppe domande non si potevano fare, qualche volta meno si sapeva meglio era. Vado ai giardini ma non trovo nessuno, torno a casa e contatto questo signore avvisando che non c’era nessuno, “Ci sarà stato qualche disguido, vedremo”. Dopo pochi giorni viene questa persona e mi dice “Ora puoi andare”. Era dicembre, verso la fine. Vado per prendere questi medicinali e di nuovo non trovo nessuno e poi viene di nuovo questa persona per dirmi che sarebbe stato meglio che io fossi andata via perché lì non ero più sicura perché questa cosa era un po’ strana, “Fammi passare il Natale a casa poi vengo”. “D’accordo passa Natale e Capodanno ma dovresti andare...” “Va bene, vado”, dovevo prendere dei medicinali anche per mia nonna che aveva settanta anni. Vado e aspetto e cammino e arriva l’allarme, prendo subito l’autobus per andare verso casa senza aver trovato niente. Quando arrivo alla Stazione Centrale di Gorizia scendo dall’autobus perché non arrivava a Sant’Andrea e vado verso casa.

C’è un ponte dove passa la ferrovia, vengo giù per la scaletta, oltrepasso il ponte, guardo verso la città e vedo un gruppo di giovani che quasi conoscevo. Nel frattempo l’allarme era cessato, vado verso Sant’Andrea, vedo da via Fatebenefratelli, Sant’Andrea e la via Barca altri gruppi di ragazzi. Vado verso Sant’Andrea: questi vengono verso di me tutti in borghese, e mi chiedono se sono Vilma Braini, “Sì” ho risposto e mi hanno detto di seguirli.

Io in mezzo e loro una quindicina tutti intorno attraverso tutto il corso di Gorizia fino a via Barzellini e chi passava mi ha visto. Non salutavo nessuno, nel momento in cui ti trovavi in difficoltà era meglio non conoscere nessuno perché non si sapeva quello che poteva succedere.

Mi portano in via Panzeriti di nuovo e lì aspetto dopo Capodanno e mi vengono a chiamare per l’interrogatorio. Mi hanno detto che collaboravo con i partigiani e che ero andata in cerca di medicinali; ho detto che li cercavo per mia nonna, il tedesco ha cominciato ad urlare, gli interrogatori li facevano tutti in tedesco con l’interprete, qualche tedesco sapeva anche l’italiano, ho detto di no che non era vero. Mi hanno portato in carcere …

D: L’interrogatorio dove lo facevano?

R: La prima volta in via Bagni, erano le SS in via Bagni nella Villa Marpurgo, la seconda volta in via Crispi dove c’era la SD, un altro gruppo di SS. Vi era un ufficio collocamento e c’erano lì le SD, l’interrogatorio lo facevano sempre i tedeschi.

Ho detto di no, questo tedesco ha incominciato ad urlare e a dire di tutto, non le ho prese, era solo infuriato e cattivo. Mi hanno mandato di nuovo in carcere ma mi hanno portato in cantina dove c’era una cameretta con una tavolata e un bussolotto in un angolo e sono stata lì per tre giorni e tre notti.

D: Sola?

R: Sì, sola!

D: A sedici anni?

R: Sì, a sedici anni. Ogni giorni veniva la Madre Superiora perché nelle carceri femminili c’erano le suore. Veniva a trovarmi la Madre Superiora, entrava … c’era la guardia che apriva la porta ... lei entrava. Le suore una volta avevano le maniche larghe; sfilava una mano e me la porgeva, solo con gli occhi mi faceva cenno di prendere quello che aveva in mano, una caramella o uno zucchero, senza carta, senza niente, io lo prelevavo e lo mettevo in bocca.

D: Ti ricordi il nome? Era Suor Pierina?

R: No, quella per me era la suora più in gamba di tutte e poi vi era un’altra suora buona, Anna, una cuoca.

D: A volte ti dava uno zuccherino senza dire niente?

R: A volte una caramella, solo mi chiedeva come stavo e mi diceva di pregare. Il secondo giorno che ero lì verso l’imbrunire, saranno state le quattro o le cinque, sento chiamare il mio nome, mi guardo in giro, in quella cantina vi erano quelle finestrelle che davano sul cortile dei condannati a morte, non so dirti chi era ma vedo che stava facendo qualche cosa e vedo delle ombre, alza la rete di questa finestrella e mi getta qualche cosa e dice: “Metti subito in bocca e vai sotto il tavolaccio, tocca, vedrai che si sposta il mattone, leva quel mattone e metti quella cartina lì”, così ho fatto. Ti aiutava a vivere, la solidarietà che c’è in quei momenti non si può descrivere.

D: C’erano cose da mangiare?

R: Sì, zuccherini, caramelle, qualche cosa c’era, questo per tre giorni e tre notti. Il terzo giorno sono venuti a prendermi ma avevo la bocca tutta arsa, non riuscivo più a parlare, mi si è gonfiata anche la lingua.

Mi hanno portato alla SD, ho atteso. Nel frattempo che aspettavo in corridoio è venuto un gruppo di donne, c’erano una mamma e una figlia con una borsa, ero seduta e questa mamma mi guardava, apre la borsa, prende un pezzettino di pane, chiede se può andare in bagno e torna con il pane tutto bagnato e mi dice: “Metti questo pane in bocca e non inghiottirlo”. Queste donne erano di Aidussina, era gente che avrà provato chissà quante cose brutte nella loro vita e mi ha alleviato l’arsura della bocca, della lingua, non riuscivo nemmeno a parlare.

Quando mi hanno portato dalle SS per interrogarmi hanno visto che non potevo parlare e hanno cominciato ad urlare e il cane ad abbaiare, avevano sempre il cane vicino, ad imprecare. Mi hanno tenuto ancora un po’ poi mi hanno riportato in carcere.

Quando arrivo in carcere trovo delle ragazze di Sant’Andrea. Anche se avevo i nomi illegali di tutte le ragazze ho solo guardato, ho fatto finta di non conoscere nessuno e sono andata nel mio angolo e lì sono rimasta senza dire niente.

Passa un giorno, passano due, ero sempre appartata, non volevo parlare con nessuno. Viene vicino a me una signora di Sant’Andrea e mi dice “Vilma, perché sei così?” “Ti prego non venirmi vicina”. “Non ti preoccupare, hanno ucciso un tedesco a Sant’Andrea e c’è stato un rastrellamento”. E’ stata come una libertà perché pensi sempre al peggio. Sentire queste cose anche se erano brutte, hanno rastrellato tanta gente, tanti giovani, poi mi ha raccontato la faccenda e ho detto “Sapete che non sono così ma purtroppo devo fare così” e poi ho raccontato qualche cosa e basta. C’era anche l’Elvira ...

D: Avevano portato in piazza anche loro?

R: No, questo è il secondo arresto, questo era il rastrellamento, non so come sono state arrestate perché chi è andato a lavorare quel giorno, verso la fine di gennaio, li hanno lasciati ma chi non è andato a lavorare li hanno portati tutti via.

D: E lì hai incontrato l’Elvira!

R: Elvira la conoscevo già prima, ho incontrato in carcere l’Elvira che era amica di mia sorella, ci conoscevamo bene. Nella cella, quando sono tornata, ho trovato anche mamma e figlia e mi è rimasto in mente, non so se era il suo vero nome, si chiamava Diana Varallo. Nel frattempo hanno organizzato un trasporto per la Germania ma non ero inclusa io né Elvira ma quelle che era là prima di noi, ecco perché le celle erano piene. Giornalmente arrivavano donne, ragazzi, uomini ma loro erano sotto, noi eravamo all’ultimo piano.

Il tempo si è poi normalizzato, non venivano a cercarmi, tutti erano d’accordo che andava a lavorare in Germania. Venivano delle notizie in carcere, chi andava a fare le pulizie nei comandi delle SS sentiva qualche cosa poi ci raccontava, la guerra andava verso la fine, ma il 24 febbraio non mi hanno più interrogato, e ho saputo poi che è stato mandato via quel comandante, qualche cosa è successo per cui non sono stata più interrogata.

Il 24 febbraio era l’ultimo trasporto da Gorizia, Trieste, Pola, ma non più in treno da Gorizia bensì con i camion e le corriere e ci hanno portato fino a Pontebba.

D: Durante il trasferimento chi faceva la guardia? Erano germanici o anche italiani?

R: Anche italiani, gente che si conosceva. Uno mi guardava perché lo conoscevo bene, lo guardavo non di buon occhio ed era quasi triste. E’ venuto vicino perché durante il viaggio da Gorizia a Pontebba ci si doveva fermare perché vi erano i bombardamenti. In uno di questi posti, nei boschi, ci hanno fatto fermare per andare dove si doveva andare, questo ragazzo è venuto vicino a me e mi ha detto “Se scappi ti cercherò”. Io l’ho guardato così, è stato un attimo, “Se scappo mi spara” ho pensato, invece, forse lo avrà fatto veramente per aiutarmi, non ho mai saputo niente di lui.

D: Prima di ritornare al trasporto ci racconti di Suor Pierina?

R: Suor Pierina era tutto fare nel carcere, anche se c’era la superiora che non ricordo come si chiama. Suor Pierina mi chiamava quando c’era da portare il caffè ai minorenni, l’aiutavo; facevamo il giro del carcere delle donne. Mi trattava con autorità ma il suo cuore era buono, era autoritaria, imponente ma era buona d’animo, generosa. Facevo il giro con lei, in carcere ha avuto anche qualche amore.

D: Ti coccolava un po’?

R: Sì, ma anche lei aveva una simpatia per un uomo.

D: Ti ha fatto anche un po’ da mamma!

R: Sì, era una cosa inverosimile perché lei c’era e non c’era, vi era un corridoio enorme, con le celle di quelle che non dovevano parlare con nessuno e quando si portava a questa persona il pranzo, la portella si apriva e davi ...

D: Nei confronti dei germanici come era Suor Pierina?

R: Per lei non c’era differenza, non si sottometteva, non so poi che fine ha fatto perché tornando dalla Germania non so se c’era ancora, non saprei dire!

D: Era lei che comunicava la lista dei Transport?

R: Sì!

D: Quando siete partiti il 24 quanti eravate?

R: Duecento, duecentocinquanta, non saprei dire esattamente. Io ero sulla corriera di allora, ma la maggior parte degli uomini erano sui camion.

D: Arrivati a Pontebba che cosa è successo?

R: E’ successo che nelle stazioni vi erano questi vagoni merci aperti e lì dentro, dentro, dentro. Se ci fosse stato un fiammifero o uno stuzzicadenti non ci stava.

D: Poi hanno chiuso il Transport ... Vi avevano dato delle cose da mangiare o da bere?

R: Quello che avevamo portato da casa perché tutti i genitori hanno cercato di portare il massimo, lo zaino con pane, burro fuso nei vasetti, tutte quelle cose.

D: Perché tutti eravate convinti di andare in Germania!

R: In Germania a lavorare!

D: Quanto è durato il viaggio?

R: Tanto, non c’era mai fine, siamo arrivati fino a Monaco, poi gli uomini li hanno distaccati e poi hanno agganciato un treno di cose per militari, ricordo dei vagoni, c’erano anche dei camion sui treni. Andavamo verso Berlino verso il fronte, non sapevamo esattamente ma era così.

D: Non vi hanno mai fatto scendere dal treno?

R: Nei boschi, ci hanno fatto scendere, andavamo a fare i bisogni poi si mangiava la neve bella fresca.

D: Avevi diciassette anni, c’erano persone più anziane?

R: Tante persone anziane.

D: Sia italiane che slovene?

R: Poche italiane, la maggior parte slovene; escluse l’Elvira tutte le altre erano dei paesi vicini.

D: Finalmente arrivate ad una stazione dove vi fanno scendere.

R: Ci fanno scendere e ci fanno avviare verso questo Lager. C’era un lago da una parte, cammini, guardi e non capisci che cosa è, si spalancano queste porte con tante urla e ci mandano nelle baracche con tutta la nostra roba e lì siamo stati due giorni e una notte.

D: Il Lager era quello di...

R: Ravensbrück . Quando passavamo oltre la rete vi erano delle deportate vestite così, noi le guardavamo e ci chiedevano di dove eravamo, noi rispondevamo  che eravamo italiane, slovene, dicevamo sempre di essere italiane ancora quella volta. “Ma di dove siete, Gorizia, Trieste, Postumia? Se avete da mangiare vi preghiamo, dateci qualche cosa perché vi toglieranno tutto!”

Noi ci guardavamo e dicevamo: “Come ci toglieranno tutto, perché?”

Qualche piccola cosa l’avevamo. Poi ci dicevano: “Non vi avvicinate alla rete perché la rete è tutta elettricizzata”. Qualche cosa abbiamo dato ma poco perché diventi cattiva, egoista, e siamo state lì per due giorni. Il secondo giorno ci hanno di nuovo messe in colonna e fatte ripartire.

D: Quando siete arrivate a Ravensbrück non vi hanno fatto la spoliazione?

R: Niente, noi avevamo tutto, siamo partite da Ravensbrück di nuovo e siamo andate verso Bergen Belsen.

D: A Ravensbrück non vi hanno fatto nulla?

R: Nulla!

D: Vi hanno lasciate in una baracca?

R: Sì!

D: Tutte del vostro trasporto?

R: Sì! Tutte donne perché Ravensbr ü ck è un campo di concentramento di donne.

D: Lì non vi hanno fatto niente?

R: Niente!

D: Dopo due giorni vi hanno rimesso in colonna ancora in treno?

R: Ancora in treno sui vagoni e ci hanno portate a Bergen Belsen!

D: Come ti ricordi l’ingresso a Bergen Belsen?

R: Non so come descrivere. Tu camminavi per entrare in questo Lager e vi era come una polvere, qualche cosa che si muoveva, non capivi che terreno era, non c’era nemmeno la neve, ma non capivi che cosa erano… Ci hanno portati fino in fondo al Lager dove c’erano queste baracche, ci hanno portati in una baracca dove ci hanno detto di lasciare le nostre cose bene ordinate, piegate su delle panche, le scarpe con i lacci allacciati e ci hanno detto: “Andrete a fare la doccia e all’uscita troverete tutte le vostre cose che avete lasciato”. Questo è stato detto in tedesco, polacco, la maggior pare erano polacche quelle che ci bastonavano e imprecavano, le Kapò.

D: Arrivate a Bergen Belsen vi fanno lasciare lì tutto, la doccia, e la Veronesi era con te?

R: La Veronesi era con me, sempre con me.

Lì ci hanno fatto le procedure di ingresso, la spoliazione, le docce, uscite fuori dalla doccia all’aperto, era fine febbraio, primi di marzo, entrate in un’altra baracca dove come entravi ti consegnavano e non capivi che cosa era, vestiti sporchi, laceri, non erano i tuoi vestiti e ti sei vestita come potevi. Io avevo un vestito celeste di lana, tutto liso, un cappuccio arancione e un cappotto che non era verde, grigio… Non avevamo le casacche zebrate ma i vestiti che hanno trovato, sulla schiena la stoffa zebrata e il triangolo rosso scritto in italiano. Ci siamo vestite ma siamo rimaste scalze perché le scarpe non c’erano. Uscite da questa baracca c’era il nostro mucchio di scarpe, pazzesco, come poter trovare un paio di scarpe che ti andassero bene. Vedo i miei scarponi e più giudizio che fortuna vedo questi scarponi e me li metto, li ho avuti per tutto il tempo ...

D: Senza calze!

R: Stracci, come si poteva, poi ci hanno dato una Miska con un cucchiaio e hanno detto che quello era per il cibo. Se lo perdevi ... ci hanno mandati poi nelle baracche. Cercavamo di stare più unite, eravamo tutte di queste parti, ci conoscevamo, tutte slovene, e siamo state più insieme possibile, siamo entrate in questa baracca dove c’era altra gente, ucraine, francesi ...

D: Accennavi prima al triangolo, ma oltre al triangolo ti hanno dato anche un numero?

R: Quella era una tragedia nel senso che quando ci hanno dato il numero ti hanno fatto capire che si doveva impararlo a memoria ma non in sloveno o in italiano ma dovevi impararlo a memoria in tedesco. Quelle che c’erano già ci hanno aiutato a impararlo a memoria, non lo puoi dimenticare né in sloveno, né in italiano né in tedesco. Il mio numero è 36.848, dove vado lo dico in tutte e tre le lingue ... è bello così!

D: Perché è giusto ... anche voi avete subito la depilazione?

R: No, noi non abbiamo subito né depilazione né altro perché non c’era tempo, non c’erano i mezzi, c’era tanta gente... a Bergen Belsen c’erano tante donne.

D: Nel blocco più o meno in quante eravate?

R: Tanti, tanti, era enorme ... per terra non più sulla paglia ma sulla polvere, ormai era quello che era e si dormiva per terra.

D: Siete entrate in una baracca dove c’erano già altre deportate? Vi hanno accolte bene?

R: Non c’era un saluto, ognuno faceva quello che poteva fare. Il grande lavoro era pulirsi i pidocchi, cercare di eliminarli. Ci si aiutava l’una con l’altra sulla testa perché non potevi farlo da sola, ma i vestiti, era indescrivibile come da un giorno all’altro ci si trovava addosso tutti questi pidocchi che ti succhiavano il sangue.

D: Con le russe come è andata?

R: Con le ucraine non avevamo problemi, con le polacche sì. C’erano tante ucraine ma non tante nel blocco. La maggior parte erano polacche e quelle caso mai se potevano te le davano, se non stavi in riga, se volevi uscire, ti guardavano ore e ore ad aspettare le SS che ti controllavano e ti dicevano: “Queste sono tante, 10 morte e 10 vive”. Erano davanti alle baracche perché doveva passare prima la SS, poi il carro per portare via le morte.

D: Quante volte al giorno all’Appelplatz?

R: Una sempre e durava ore e ore. Se c’era qualche cosa che non andava anche alla sera, o perché era successo qualche cosa nel Lager o per punizione ci mettevano all’appello e lì stavi ore e ore al freddo a calpestare questa terra che non capivi che cosa era. Dopo pochi giorni ci hanno detto: “Questa è la nostra cenere” perché dalla baracca dove eravamo noi poco più lontano vi erano i crematori che fumavano giorno e notte. Poi abbiamo capito, vi era questa brutta terra nera, cenere, e si calpestava, non c’era altro da fare.

D: Che cosa è la “cumba”?

R: “… e noi cantiamo la bella cumba, cumba, cumba”; tutte noi slovene ci mettevamo tutte vicine e si cercava di cantare le canzoni partigiane.

D: La cumba che canzone è?

R: Non è una canzone slovena ...

D: Non te la ricordi adesso?

R: No!

D: E’ un canto partigiano?

R: Sì, era serbo ...

D: Vi mettevate nel blocco ...

R: Sì e cantavamo le nostre canzoni partigiane, cantavamo anche “Mamma” in italiano perché fino a Lubiana tutti si cantava in italiano e le polacche un giorno hanno sentito che cantavamo “Mamma” e ci hanno detto “Italiano ... mamma”. Le abbiamo guardate e non sapevamo cosa fare, poi Elvira (che aveva una voce bellissima) ha detto “Ragazze cantiamo, fa bene anche a noi”. Abbiamo cantato “Mamma” e poi ci hanno dato un pezzetto di pane per ciascuna, le polacche, le Blockowe ...

D: Le Blockowe italiane non le avete viste?

R: No, non posso dirlo …

D: La maggior parte erano polacche ...

R: Anche ucraine ma poche, la maggior parte polacche.

D: Al mattino appello lunghissimo ...

R: Lunghissimo, ore e ore sull’appello, se avevi bisogno di andare in qualche posto dovevi chiedere il permesso e correre, correre, per arrivare prima che arrivasse la tedesca perché c’era la SS tedesca che veniva a guardare. Una volta non sono riuscita ad andare fino a dove dovevo andare, mi sono fermata dietro a una baracca e c’era la SS lontano che mi vedeva. Sono scappata di nuovo ... lei mi ha visto con il cappuccio arancione e non potevo dire che non ero io ... non mi hanno bastonato né castigato ... solo una volta le ho prese da una Blockowa polacca perché le polacche avevano all’entrata della baracca il loro angolo ed era con dei fusti… Dormivano più in alto di noi, io e l’Elvira abbiamo chiesto se si potesse andare sotto lì, ce ne hanno date tante che metà basta, “Italiani, traditori!” Ci dicevano di tutto, fascisti no ma traditori si. Quelle Blockowe ... I politici avevano un rispetto in più perché vi erano tanti altri criminali, c’era di tutto, non nel nostro blocco, nella nostra baracca ma negli altri posti c’era gente, ucraini, tanti rom, ungheresi, quelli erano di una dignità enorme, avevano la loro regina…

D: Cosa ti ricordi dell’alimentazione?

R: Prima non ho finito nel dire che la SS mi ha individuata e sono stata castigata nel senso che quel giorno il pane non mi è stato dato, ma ci davano la pagnotta e doveva essere tagliata in dodici pezzi e quel giorno solo in undici. Chi doveva tagliarla ha fatto lo stesso dodici pezzi così il pezzettino di pane l’ho ricevuto anch’io e le altre una briciola in meno. Qualcuna il pane non se lo mangiava tutto subito e qualche volta qualche briciola scappava ma c’erano tragedie per un pezzettino di pane. Quello che mi davano lo mangiavo subito, non dicevo “Dopo”, tutto subito. Quando c’era la fila per andare a prendere questa minestra ti dovevi mettere subito in fila. Le ucraine, quelle che erano già più anziane andavano sempre per ultime e chi dava la minestra ... qualcuno dava l’acqua e le altre avevano la parte più densa, cosa c’era? C’era una brodaglia con bucce di patate con la rapa nella Miska e guai se la perdevi e quando finivi di mangiarla la pulivi e mangiavi con le dita; qualche volta la lavavi e qualche volta no, non c’era il tempo ...

D: Al mattino vi davano Caffé Ole?

R: Ci davano un pezzettino di pane… non so se cosa era, qualche cosa ci davano.

D: Poi la zuppa.

R: A mezzogiorno.

D: Alla sera?

R: Basta! Non era proprio mezzogiorno ...

D: Anche tra voi donne c’era qualcuno che faceva la conta per dividere la fetta di pane?

R: Si faceva il giro.

D: Questo a chi ... questo a chi ...

R: No, non c’era più quell’entusiasmo perché eravamo sfinite.

D: Al lavoro non vi hanno mai mandate?

R: Mai mandate! Chi ha lavorato in quel campo ha lavorato per il campo dentro ma per due o tre giorni. Verso la fine il campo si stava evacuando e i magazzini erano pieni di roba nostra e i tedeschi ci hanno fatto fare la colonna da Belsen, dal campo di concentramento fino a Bergen, alla stazione ferroviaria. C’era tutto un giro di prigionieri che portavano la merce alla stazione e lì ne sono morti tanti perché qualcuno non ce l’ha fatta.

D: Quando siete arrivati a Bergen Belsen c’era già il tifo petecchiale?

R: C’era già il tifo petecchiale, c’erano gli ospedali ... e chi era dentro raccomandava: “Se vi sentite male, se vi sentite qualche cosa non andate mai, non chiedete, cercate di aiutarvi come potete ma non chiedete di andare in infermeria”.

D: Nessuna di voi ci è andata?

R: No, per fortuna. Se andavi là non ti davano nemmeno quello che ti dovevano dare, restavi lì e basta.

D: Come ti ricordi la liberazione?

R: La liberazione è stata cosa ... eri talmente sfinita che non riuscivi nemmeno a pensare e a credere, non c’erano più tedeschi, non c’era più l’appello, ti davano da mangiare qualche cosa, chi c’era, chi non c’era, però ricordo che vi erano degli uomini in civile con la fascia bianca. Ci hanno fatti sgomberare le baracche, hanno fatto delle immense tende e ci hanno portato lì, ero già ammalata e l’Elvira mi curava, se non c’era lei non so se sarei stata qui, questo lei lo sa. Quando mi portava fuori dalla tenda guardavamo in giro e le dicevo “Elvira per cosa serve tutta quella legna, perché non fanno fuoco?” avevo freddo. “Vilma, mi diceva, non è legna, sono cadaveri”. Un giorno si sentono dei camion, dei rumori e c’erano i soldati inglesi ma questi uomini li hanno fermati, non li hanno lasciati entrare perché vi era l’epidemia e non so dopo quanto tempo è arrivata la Croce Rossa, in tuta, maschere antigas, ci spogliavano del tutto, ci mettevano delle coperte da dove veniva fuori la polvere, e ci hanno portati negli ospedali militari di Bergen e lì sono stata tanto tempo, non ricordo nemmeno quanto tempo. Ci hanno curato bene perché tanti sono morti quando è arrivata la Croce Rossa e hanno dato da mangiare le scatolette, il pane. Devo dire che le slovene erano provate e hanno detto: “Non dovete prendere niente”. Le addette di quella baracca andavano a ritirare il mangiare, prendevano le scatolette di carne, una volta vi erano dei limoni di celluloide, il succo di limone. Quelle hanno portato a ceste quelle cose, scatolette di carne, hanno trovato delle pentole, hanno messo questa carne dentro e poi andavano a raccogliere lontano dal Lager delle erbe, le lavavano e cucinavano questa carne con quelle erbe da mangiare liquido, erano delle donne meravigliose, sapevano il fatto loro.

D: Sei rimasta in ospedale fino a quando?

R: Fine maggio perché la prima volta che mi sono alzata, non ricordo quando, sono andata alla toilette da sola, mi sono guardata nei vetri e non mi sono conosciuta perché ero trasformata, magra, avevo la bocca così, le orecchie ... guardavo le altre e non erano così ... Piano piano siamo rinsavite ma quando ero ancora all’ospedale è venuta una delegazione di partigiani jugoslavi, della Croce Rissa, ed è stato un bene anche per noi, hanno chiesto se c’erano delle slovene croate, ci hanno detto che il 1° maggio i partigiani erano arrivati a Trieste e questo per noi era una cosa meravigliosa, abbiamo lottato per questo, abbiamo vissuto per questo, nel male era bello sentire parlare di queste cose e poi ci hanno detto che chi era guarito dall’epidemia sarebbe stato portato nei paesi vicini. Noi ci hanno portato vicino ad Hannover, in una cittadina nelle scuole, in infermerie dove c’erano quelle che stavano poco peggio e lì siamo stati fino a che non ci hanno fatto partire, sono venuta a casa con le jugoslave. E’ la Croce Rossa jugoslava che ha organizzato tutto ...

D: Che percorso hai fatto al ritorno?

R: Tutta la Germania, l’Austria, Lubiana, Postumia e a casa.

D: Quando sei arrivata a casa, mamma …!

R: Vorrei dirti una cosa prima del trasporto. Nel trasporto partito da Gorizia vi erano anche due donne incinta di cui nessuno sapeva, nemmeno nel Lager. Finita la guerra hanno partorito, a Bergen, una bambina e un bambino. Erano in una scatolina, una cosa inverosimile e sono ancora vivi, la ragazza si chiama Mira e il ragazzo Boris.

D: Erano slovene?

R: Sì, uno di Ranziano e uno di San Basso. Una cosa indescrivibile.

D: Quando sei arrivata a casa?

R: Sono arrivata a San Pietro in treno, mia madre era di San Pietro. Sono andata da mio zio, ho lasciato le cose che avevo con me e gli ho chiesto la bicicletta e sono venuta a casa da San Pietro. Qualcuno mi ha visto ed è andato più forte di me e quando sono arrivata vicino alla caserma degli Alpini, una volta vi era la Campagnuzza ora vi è il Villaggio degli Esuli, lì c’era la Campagnuzza dove una volta andavamo a pascolare le capre. Ho incontrato mia nonna con la mia sorellina piccola che aveva due anni, mi sembrava di vedere qualche cosa di bellissimo, mia sorellina bionda bionda e la nonna, poi mi è venuto incontro mio papà, la mamma mi ha aspettato a casa, era una donna riservata .... sono momenti che non si possono descrivere, passano gli anni e non puoi dimenticare.

D: Il Lager è brutto per tutti, gli uomini ma anche per le femminucce, ad esempio, il ciclo mestruale ...

R: Niente, cessato completamente dall’oggi domani, ma anche a casa non c’era più niente. Il corpo era tutto una vescica, ci hanno curato, io camminavo così, sulla spina dorsale avevo una crosta.

D: Per una donna soprattutto il ritorno, l’umiliazione del corpo, la violenza ma anche non fisica, ad esempio la spoliazione, non è uno scherzo.

R: Io ero giovane, tante erano giovani, ma quelle madri e quelle nonne che avevano il petto che gli veniva giù, non sapevano come celare… Anche noi, non si sapeva dove mettere le mani, come coprirti, attorno a te vi erano solo uomini, nelle baracche le donne.

D: Questo oltraggio della persona ...

R: Il non parlare più per tanti anni, il non accettare questa cosa anche nel senso che tu sei tornata, la mia amica non è tornata. Era quasi una colpa perché anche se non ero con questa mia amica, andavo a trovare la mamma, e non era piacevole.

D: A tua mamma non hai mai raccontato che cosa è stato Bergen Belsen?

R: Ho iniziato a parlare di qualche cosa con mio figlio....

D: Vent’anni dopo? Quindici?

R: Mi sono aperta con i nipoti che sono stati il mio toccasana, sono nipoti meravigliosi, raccontavo a loro queste cose come una storiella, la bambina mi diceva quando aveva cinque o sei anni: “Nonna, ancora, ancora, la tua guerra voglio”. Raccontavo un poco di questo, un poco di quello, un poco di quell’altro, qualche cosa dico anche adesso, ti dirò che con i miei nipoti ero ad Auschwitz, io ero Kiascia e lei era Vilma perché lei mi portava, sono delle esperienze meravigliose. Con il nipote ero a Mauthausen e a Ravensbr ü ck, ho chiesto a mio figlio e alla nuora se potevo chiedere a loro di venire. Mio figlio dice “Che cosa chiedi a me, chiedi a loro”, “Se siete d’accordo, c’è la scuola”, “Chiedi a loro, se vogliono venire”.

D: Quanti anni avevano quando li hai portati?

R: La ragazza quattordici, anche David aveva quindici anni ma la seconda volta ne aveva diciotto.

D: Quando sei ritornata dopo tanti anni a Ravensbr ü ck ...

R: Era nel 1985, ero dappertutto con la delegazione jugoslava. La prima volta nel 1985 ero con loro, ci siamo guardate perché vi erano i russi, a Ravensbr ü ck si poteva vedere il lago, i Bunker, i crematori, il grande muro ma nel Lager non potevi entrare perché vi erano i russi e allora ci guardavamo e dicevamo “Dobbiamo entrare”.

Con un gruppo siamo andate davanti a questo protone e ci hanno aperto. Quando ci hanno aperto ci hanno fatto un effetto ... non avevamo il coraggio di oltrepassare questo portone, poi ci siamo fermate, abbiamo ringraziato, salutato e siamo andate via, questa la prima volta che ero a Ravensbr ü ck. C’era un incontro internazionale, ci hanno fatto un’accoglienza inverosimile, hanno parlato tutte le delegazioni, la musica. Alla fine di tutto questo sono partiti dei palloncini di tutti i colori, tanti, tanti e una scia di bambini con la camicetta bianca e blu e un fiorellino in mano è venuta verso di noi. Erano tedeschi, non sapevamo cosa fare, eravamo esterrefatte, li abbiamo abbracciati, erano bambini, non avevano colpa ma era dura, tremendo. Con questi gesti ti liberi di qualche cosa ...

D: Sempre al ritorno, il sospetto che una donna sia sopravvissuta all’altra, hai avvertito qualche cosa?

R:Il sospetto in che senso?

D: Nel senso soprattutto legato al corpo femminile.

R: Il sospetto no, il corpo femminile no perché non ho subito violenze ...

D: La gente di qua quando sei arrivata ...

R: Non parlavo, “Sei tornata, stai bene?”mi dicevano nel paese, ma quando andavo in città mi sputavano in faccia. Andavo tutti i giorni in città perché facevamo i commercianti, mio padre era un commerciante, andavo ogni giorno al mercato e i fascisti mi sputavano, mi dicevano “Titina e sciava”, questo per anni.

D: E’ importante che i giovani conoscano queste cose?

R: Sì, io parlo tanto con i giovani, ero con il Treno della Memoria ad Auschwitz. Quest’anno eravamo in treno, l’anno scorso con le corriere e si è parlato tutta la notte, avevi a disposizione tanto tempo, hanno fatto anche un DVD, tutti hanno elaborato queste cose. Era un treno di 700 giovani, da Torino a Bari… poter parlare, poter dire le tue opinioni, rispettare quelle degli altri e anche gli altri rispettano le tue.

Ho parlato con tanta gente, vi era gente che non capiva, io sono sempre stata comunista, da quando ho iniziato, non ho fatto scuole slovene, il pensiero di potermi esprimere liberamente! Abbiamo lottato per questo, per me è un ideale, anche se qualcuno mi dice che è un’utopia spero di mantenere sempre questo mio ideale.