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Komel Maria

Campi di deportazione:
  
 
 
Regione di cattura: Friuli-Venezia Giulia
foto Komel Maria

Maria Komel

Nata il 01.06.1927 a Gorizia

Intervista del: 22.06.2000 a Trieste

TDL: n. 102 – durata: 63’+ 14’ circa

Arresto: 25.06.1944

Carcerazione: in carcere a Gorizia, caserma dei fascisti sloveni, Domobranzi Belagarda

Deportazione: Auschwitz, Ravensbrück, Neustadt-Glewe

Liberazione: a Neustadt-Glewe, ad aprile-maggio 1945

 

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io sono Komel Maria, nata a Loca, Gorizia…

D: Quando Maria?

R: 01.06.1927

D: Prima della deportazione quando sei stata arrestata, perché e da chi sei stata arrestata?

R: Sono stata arrestata dai tedeschi insieme con i fascisti, il 25 giugno 1944

D: Dove ti hanno portata?

R: A Loca, dove sono nata, ma ci hanno portato a Moncorona, un paese vicino a Gorizia, ci hanno portati in una casa, in uno spazio grande, presso una casa e là hanno scelto gente per Germania, gente per torturare, hanno preso anche i partigiani, li hanno torturati … pazzesco!

D: Tu, Maria, perché sei stata arrestata?

R: Sono stata arrestata perché tutto il paese Loca, compresa Moncorona, hanno fatto un rastrellamento, hanno portato via tutta la gioventù, non solo, anche persone anziane che non sono più tornate, sono andate a finire, come noi, in campo di sterminio e non sono più tornate.

D: Un paese di quanti abitanti?

R: Moncorona è abbastanza grande, non saprei dire quanti perché è molto larga, non sono fitte le case, sono sparse di qua e di là, ma il mio paese, proprio dove sono nata, allora erano trentatre case, Moncorona non so dire quante.

D: Lì hanno arrestato tutti?

R: Tutti, anche i genitori, solamente i genitori li hanno mandati a casa ma a me hanno portato in campo di sterminio.

D: A Moncorona ti hanno interrogato?

R: No, ci hanno portato insieme con altri del mio paese, la mamma di un bambino di tre anni, nelle prigioni a Gorizia dove sono stati solo una notte perché si sono accorti che era uno sbaglio, il mio nome corrispondeva con il nome della signora che era con me. Mi hanno trasferito con le altre ragazze nella caserma dei fascisti sloveni, Domobranzi Belagarda, una notte. Il giorno 28 giugno con trasporto siamo andate a finire ad Auschwitz, il 1 luglio siamo arrivate.

D: Tu sei partita da Gorizia.

R: Da Gorizia!

D: In quante eravate sul tuo Transport?

R: Un Transport pieno perché non era solo la gente di Moncorona ma anche di altri posti, era pieno.

D: Vi erano anche uomini?

R: Sì, uomini e ci hanno divisi dopo, in Germania, noi donne siamo andate a finire ad Auschwitz mentre gli uomini in un altro posto, vi era anche un ragazzo della mia età, del mio paese, vicini di casa, non ricordo in che posto ci hanno divisi.

D: Nel vagone con te eravate tutte donne?

R: Sì, tutte ragazze!

D: Vi erano anche ragazze giovani, dei bambini?

R: No, vi era una ragazza incinta e non lo voleva dire perché suo marito era austriaco militare tedesco. Quando ha saputo cosa fanno in Germania è scappato ed è andato con i partigiani e i tedeschi lo sapevano, per quello questa ragazza non voleva dire con chi era sposata ed è andata a finire in campo di sterminio con me, ha partorito il bambino nel mese di gennaio con la neve alta, il bambino aveva dieci giorni ed è morto.

D: Avevate cibo e acqua a mangiare durante il trasporto?

R: Niente! Ci hanno portato solo acqua.

D: Quando dici che sei arrivata ad Auschwitz con il treno, intendi direttamente nel campo?

R: Sì, direttamente in campo, siamo arrivati ad Auschwitz, questo camino grande si pensava fossero fabbriche, ci siamo dette qua ci sarà da mangiare e faranno il pane, invece, proprio questa che era incinta incominciava a piangere, le abbiamo chiesto perché e ha risposto “Ragazze mie non sapete dove siamo arrivate”, infatti, sotto vi erano i militari SS che ci aspettavano per accompagnarci (siamo arrivate di notte), Auschwitz era suddivisa in tanti posti e uno di queste SS sapeva il serbo-croato e ci ha domandato a che religione appartenevamo e abbiamo risposto che appartenevamo alla religione cattolica. Ci ha risposto “Siete fortunate perché vedete quel fuoco? Se foste state ebree questa notte sareste andate dritte lì “.

Ci hanno portate dritte in una baracca, per terra era piena di acqua e ci hanno detto di distenderci per terra. “Come si fa?” .. “O così o resti in piedi”, questa gente che era nella camera che dormiva ci camminava di sopra di notte perché doveva anche andare alla toilette così abbiamo passato la prima notte.

Il giorno dopo ci hanno portato in un’altra baracca e lì ci facevano i numeri ……. Scusate, devo tornare indietro, quando siamo arrivati ci hanno fatti andare in questa baracca, in un grande salone, ci hanno spogliati nudi, tagliati i capelli, ci hanno tagliati dappertutto, ci hanno fatto andare su un lungo corridoio e alla fine ci hanno tagliato i capelli e là si doveva entrare in una vasca ma non si sapeva quanto era profonda per cui si aveva paura di entrare.

Dietro vi era un ufficiale tedesco che ci scortava, era una specie di disinfettante e di lì si passava dentro in un bagno grandioso con le docce e là ho visto delle ragazze senza i capelli, a me li hanno lasciati corti, senza capelli, e abbiamo preso paura perché si pensava che ci avrebbero messo insieme con gli uomini, invece, erano le ragazze con i capelli tagliati a zero e lì ci hanno aperto l’acqua un po’ calda e un po’ fredda e appena insaponate hanno chiuso l’acqua e si doveva passare avanti.

Nello spazio da dove siamo venuti vi era un mucchio di abiti sporchi di sangue e di tutto e ci si doveva vestire, più avanti un mucchio di scarpe, il paio nemmeno a parlarne, ti dovevi scegliere subito, di lì ci hanno portato in questo reparto e ci hanno fermati per dormire di notte.

Il giorno dopo ci hanno messi in fila e ci hanno tatuati i numeri e certe hanno stretto per cancellare ma se cancellavi erano botte perché loro ti chiamavano per numero, il nome non esisteva, tu eri un numero come le bestie per il macello perché là si aspettava la morte.

Ci hanno disinfettato sotto le braccia e sotto, un disinfettante che era una tortura, tanto male e non avevi niente per pulirti e lacrime che venivano giù, era veramente una tortura.

D: Ti hanno tolto tutto?

R: Tutto, tutto, non mi hanno lasciato nemmeno uno spillo, nemmeno un fazzoletto, hanno tolto tutto dicendo di mettere nelle nostre valigie tutte le cose che poi verranno restituite, chi le ha mai viste?

D: Maria, ti ricordi il tuo numero?

R: 82453

D: Ti chiamavano sempre con quel numero?

R: Sì, in appello, dappertutto quel numero, se non lo sapevi potevi anche finire male.

D: Lo chiamavano in tedesco?

R: Sì, in tedesco, anche in polacco perché le polacche erano tremende, erano veramente cattive forse più dei tedeschi.

D: A te che vestito hanno dato?

R: Mi hanno dato una specie di vestaglia tutta sporca ma disinfettata, dietro era una striscia, gli ebrei mettevano la striscia con la croce e a noi la striscia lunga.

Volevo precisare che insieme a noi c’erano anche gli ebrei per cui il trattamento era preciso, la differenza era che loro più facilmente andavano in crematorio.

D: Ti hanno dato anche un numero da mettere sul vestito?

R: Sì, sempre questo, il triangolo rosso “IT” Italia, erano diversi triangoli, triangolo rosso significava politica, triangolo nero criminali, triangolo verde prostitute, se non sbaglio.

D: Poi ti hanno mandato nel blocco?

R: Sì, nel blocco n. 8, nel reparto A vi erano i bambini, nel reparto B eravamo noi ecc., ogni giorno si doveva fare il bagno. Si doveva stare sempre nudi in file fuori e dall’altra parte del reticolato c’erano uomini nudi, ormai ci eravamo abituati altrimenti si prendevano botte, appena davanti al bagno ci facevano spogliare nudi e là si aspettava la fila dove si andava a fare i bagni, acqua calda bollente e non si arriva mai a sciacquarsi, si era sempre insaponati, se si aveva il sapone, altrimenti niente perché distribuivano le saponette ma non si portavano in baracca, si dovevano lasciare lì per gli altri e là vi erano altri vestiti, sempre sporchi ma disinfettati, per quello erano bravi perché se vi era sporco arrivavano le malattie.

D: Come ti ricordi il blocco, era grande, eravate dentro in tante donne?

R: Era grande, con le camere da letto, erano al piano, era uno spazio di pochi metri, 1,5 x 1,5 e si dormiva in dieci come sardelle, quando si alzavano le coperte si doveva mettere a posto perché poi passava il controllo, se una coperta era malmessa si prendevano legnate.

D: Maria, non sei mai stata punita?

R: Non solo io, con il gruppo. Dove si lavorava si andava fuori, un giorno ci distribuivano i coltelli per tagliare gli alberi grossi, era vicino al fiume e si tagliavano questi alberi; un giorno a queste SS mancano le sigarette e non si sapeva chi era stato ma ci hanno fatto inginocchiare su una sabbia fine per due ore, quando ci siamo alzati il sangue veniva fuori dalle ginocchia. Fino a che non è venuto fuori chi ha preso le sigarette, notte e giorno si doveva stare lì o andare tutti a finire in crematorio, è venuto fuori che le sigarette le ha prese una signora che non so se era ebrea o cattolica, quella è andata  finire in crematorio. Dove si lavorava distribuivano la mensa …. Quelle pignatte grandiose che ci facevano portare a noi, facendoci ogni tot metri cambiare per non stancarsi troppo, solo che quella persona tutto quel tratto di strada doveva portare la pignatta da sola senza cambiare e non appena siamo arrivati al portone ci hanno fatti andare avanti e l’hanno portata via di là immediatamente in crematorio. Ora non importava se era cattolica, per venire nel campo la banda suonava e ci accompagnava, erano tutte le donne che suonavano…

D: Lasciavate il campo per andare a lavorare, a tagliare questi alberi lungo un fiume ?

R: Vi erano anche altri posti perché ogni tanto ci cambiavano posto, era bruttissimo, erano 27° sotto zero d’inverno senza mutande, senza calze, senza cappotti, come siamo rimasti vivi non lo so!

Il lavoro era di scaricare nella stazione i treni, portavano queste grandiose pietre, si doveva scaricare questi sassi, sono scivolata e mi sono tagliata qua, il tendine, infatti non posso piegare il dito. Lì c’era una baracca dove vi erano anche operai civili, il comandante degli operai mi ha fatto andare in baracca, mi hanno disinfettato e accompagnato e a questo comandante gli sono venute le lacrime agli occhi.

D: Quanto tempo sei rimasta in questo comando di pietre che dicevi a meno 20°?

R: 27° sotto zero, tutto il giorno, per andare a mangiare si andava in un grande spazio, una baracca e là si veniva da tutte le parti, deportati da tutte le parti, uomini e donne e là ci davano da mangiare. Un giorno abbiamo visto da lontano una fila di uomini e uno era messo in parte, non era insieme agli altri. Appena siamo arrivati là ci hanno fermati, non hanno distribuito da mangiare, quel giorno da mangiare è tornato tutto dentro il campo. Questo giovane già era pieno di sangue, come esempio per tutti hanno incominciato a picchiarlo, questo SS era ufficiale, prima ha spaccato le sedie, pezzi di legno, poi schiaffi, calci, è caduto per terra ….. mi viene da piangere …. Faccio uno sforzo per dirvi questo, è caduto per terra tutto insanguinato, non aveva più forza per muoversi ma lui ha spaccato le sedie, i tavoli, era tutto un sangue, poi sono venuti con una barella e l’hanno portato direttamente nella camera del forno e l’hanno finito solo perché ha preso due patate. Quel gruppo ha lavorato Kartofell bunker che era da fare con patate, perché loro mettevano le patate sotto terra e questo poveretto ha preso due patate per mangiarle e questo ufficiale ha detto “Che questo vi sia da esempio a tutti”.

D: Una volta hai preso il Gummi? Perché?

R: Quando non serviva portarci fuori a lavorare si restava dentro in campo e si andava in cerca di qualche cosa da mangiare. Ho visto in un fosso non profondo, ogni tanto vi erano dei fossi per buttare le immondizie, ho visto questo biscotto … avevo una fame! … sono andata dentro e ho preso questo biscotto. Come sono uscita la capa SS del campo di sterminio, aveva un manganello sempre qua legato, era di gomma e con quello bastonava ed è corsa dietro a un’ebrea che non so che cosa ha fatto.

Disgraziatamente sono arrivata davanti ai suoi piedi, mi ha dato uno di questo sulla schiena e sono caduta per terra con un dolore pazzesco, le mie compaesane mi hanno tirata su e mi hanno fatto sedere e mi hanno calmato. E’ stato terribile!

Quando non si andava a lavorare si andava a veder che portavano i morti, era una baracca solo per questo, per portare questi morti e noi curiose siamo andate a vedere dentro, vi era un mucchio di morti e questa ragazza era giovane, una bella ragazza e ha messo giù questo braccio, era ancora viva, loro sono andati via, se non eri morta morivii lì perché ti portavano altri cadaveri di sopra.

Vi dico le torture più impressionanti: quando finivano di distribuire il mangiare che non bastava mai perché era pochissimo, si andava in giro quando mettevano fuori questi bidoni grandi, si andava a cercare di prendere qualche cosa, vi era una mia compaesana anche lei giovanissima come me, si guardava in giro per mangiare, dopo viene fuori il capo del blocco e ci ha cacciato via ed è caduta per terra su una pietra rompendosi un ginocchio e non so quanti punti hanno dato in ambulatorio, punti di ferro. Nel frattempo, otto giorni, che doveva togliersi i punti sono venuti nel campo a scegliere le ragazze più forti ed è stata scelta sua sorella. Dalla disperazione che sua sorella è andata via ha pianto tanto, non voleva nemmeno tirarsi via i punti, l’abbiamo sforzata tutti e ormai andava già in cancrena. Nel frattempo ci hanno trasportati sempre ad Auschwitz ma in un posto dove vi erano gli ebrei che sono rimasti e li hanno messi in crematorio e noi in quel campo. Questa ragazza non è più tornata, lì è morta, l’hanno portata in una specie di ospedale sempre dentro in campo ma abbiamo saputo dopo dalle ragazze che hanno lavorato lì che hanno portato i fiori. In questo campo un’altra tortura, si vedeva ogni giorno passare i camion pieni di cadaveri ma tutti questi cadaveri erano pieni di lividi, grandi, blu, neri, non si sa se li torturavano. Si stava male, veramente male, il mangiare era sempre meno e non si desiderava altro che saziarsi e morire perché loro ti riducevano in una maniera che desideravi la morte, la tua liberazione, la morte che venga prima possibile per morire. Quante volte ho detto “Mamma, perché mi hai fatto, se sapevi quanto soffro!”

D: Maria, parli di mangiare, ma in realtà che cosa vi davano?

R: Con rispetto parlando, io sono contadina ma i maiali a casa mia mangiavano meglio di noi. Le patate con il mestolo, con la sabbia te le buttavano là, non vi erano forchette, cucchiai, magari di notte, con rispetto parlando, certe che non andavano lontano al gabinetto perché era lontano la facevano là, magari tu mangiavi senza acqua, senza niente, l’acqua era come avvelenamento perché se la lasciavi lì un quarto d’ora venivano gocce di ruggine di sopra. Infatti, era proibito bere l’acqua, si mangiava neve in inverno e si calmava anche la sete.

Volevo dirvi questo del campo, ho dimenticato gli appelli, si stava ore e ore dritti su un appello, in estate che era caldo cascava per terra chi era più debole, non vi era via di scampo, si tentava di tenere su la persona ma non appena venivano a contarti vedevano subito, magari si metteva dietro la persona seduta e loro vedevano subito, la tiravano fuori e poi di quella persona non si sapeva più niente.

Un giorno vi era un rastrellamento, quel giorno si andava a lavorare. Un ufficiale con la tavola, quelli più sani li mandava da una parte, gli altri andavano a finire in crematorio. Vi era una mia amica che è di qua, di Trieste, fuori Trieste e prima di venire su era da 15 giorni a Trieste torturata dalla banda Collotti; ora non vogliono dire queste cose ma vogliono nasconderle. Questa donna mandava ogni giorno i vestiti a mamma a casa pieni di sangue. Quando l’hanno trasportata in campo ad Auschwitz, dopo tanto tempo le sono venute vesciche e croste. L’hanno vista e messa da una parte per il crematorio. la capa del blocco ha visto, dopo questi ufficiali consegnava alla Blockowa le liste e ha visto questo numero e l’ha scelta fuori, a rischio suo l’ha presa fuori da quella fila ed era cecoslovacca, non polacca altrimenti andava a finire dentro, oggi vi era solo cenere di lei e così l’ha salvata.

D: Maria, sei rimasta tutto il tempo ad Auschwitz, la Liberazione come te la ricordi?

R: Volevo dire ancora una cosa: negli appelli era una tortura perché venendo dal lavoro si veniva ancora con il chiaro e si restava ore e ore in quell’appello, d’inverno al freddo, ci si stringeva una con l’altra per farsi caldo, nevicava, eravamo già inzuppate dall’acqua, freddo ai piedi, quando i signori comandanti ci venivano a contare se mancava uno si poteva stare anche tutta la notte fino a che non trovavano la persona. Quando siamo arrivati in baracche, la tortura che era dei piedi, prima ghiacciati poi si scaldavano perché erano al riparo, era tutto un piangere dal tanto dolore e quello che era peggio è che il giorno dopo dovevi mettere i vestiti bagnati e stare sugli appelli ore, ore e ore, era una grande tortura, si diceva “Quando finirà questa tortura?”. Vi dico le cose che mi ricordo.

D: Come lavoro a Birkenau sei uscita dal campo per tagliare quegli alberi?

R: Poi scaricare quelle pietre, nei campi si lavorava, lavori brutti, pesanti ma quello era tutto sopportabile, quello che non si arrivava a sopportare, quando passavi vicino a qualcuno che pendeva, l’impiccavano. Ho visto una ragazza mancare, l’hanno trovata i cani, si era nascosta sotto le radici di un albero e i cani l’hanno trovata e sbranata, era tutto un pezzo di carne che pendeva di qua e di là.

D: Maria, la Liberazione?

R: Il 20 gennaio del 1945 ci hanno portati via da Auschwitz, hanno distribuito i viveri, a ognuno hanno dato una pagnotta di pane, poi un salame dolce, non so che cosa era, poi una specie di margarina e basta. Si portava una pignatta del latte per l’acqua per strada e abbiamo camminato tre giorni. Di notte ci fermavano sul posto e per strada ogni tanto alle fontanelle dell’acqua e le signore aspettavano con i mastelli di acqua per darcela. Chi era fortunato ma le SS le mandavano via e le bastonavano anche, erano civili di campagna, per strada ogni tanto vedevi sulla neve del sangue perché chi cascava per terra non si poteva tirarlo su, lo fucilavano sul colpo e lo spingevano fuori dalla strada dove vi erano dei fossati e lì finiva.

Per fortuna di notte ci fermavano, altrimenti, non si poteva perché tra indeboliti di tutto, mancava l’acqua, si arrivava a mangiare un po’ di neve ma non lasciavano fare nemmeno quello. Dopo tanti giorni si arrivava finalmente in una stazione ferroviaria, si aspettava il treno e si prendeva l’acqua che si riempiva per i treni, per i macchinari e lì ci hanno fatto andare sul treno, vagoni aperti dove trasportavano carbone, legna, e veniva giù neve ma si stava insieme, ci si scaldava e ogni vagone aveva il suo comandante, il suo militare che ci faceva la guardia. Da un vagone si è buttata una ragazza, questo ha sparato e finalmente siamo arrivati a Ravensbrück dove siamo stati tre settimane dove ci hanno dato solo tre volte da mangiare, per fortuna avevamo roba ancora da Auschwitz ed eravamo abituati a mangiare pochissimo, lì vi era quella giovane sposa che ha partorito sul treno, era sul vagone insieme a me, incominciava con le doglie e questo militare non sapeva che cosa fare, eravamo fermi alla stazione di Ravensbruk, un campo di sterminio solo di donne. Incominciava a perdere acqua e sangue, l’hanno portata dentro e ha partorito questo bambino, diceva che era un bambino bellissimo ma dopo dieci giorni è morto. La sua preoccupazione era cosa dire a suo marito quando sarebbe tornata a casa, se fosse tornata.

Quando lei è tornata a casa ha saputo che hanno fucilato il fratello, il marito e il papà non è più tornato a casa, ha perso tre persone care, infatti, non è più normale.

Dopo Ravensbrück siamo andati a Neustadt-Glewe

D: Scusa, a Ravensbrück siete rimaste tre settimane?

R: Tre settimane, e ci hanno dato tre volte da mangiare.

D: Ti hanno dato anche un altro numero?

R: Sì, ma non me lo ricordo, 73 o 79 …. Non lo ricordo.

D: Andavate a lavorare a Ravensbrück?

R: No, sempre dentro, baracche chiuse, ci hanno lasciato solo visitare qualche baracca, infatti, ho visto una famiglia che era di un paese vicino al mio, tutta la famiglia, mamma e tre figli, la mamma è morta lì, mi ha chiamata e mi ha detto “Dove siamo venuti?”, piangevamo insieme e non ho più visto questa mamma. Una è tornata  erché le altre due sono morte dopo libere, hanno mangiato roba con diarrea, con rispetto parlando, e sono morte.

Non è finita ancora, siamo andate a Neustadt-Glewe che era in un posto più che brutto pericolosissimo perché le nostre baracche erano proprio messe in un posto, dietro di noi vi era l’aeronautica, nel nostro campo vi era un magazzino di armamenti, dall’altra parte vi era un campo aeronautico…

A Neustadt-Glewe la distribuzione del mangiare, quello che ad Auschwitz distribuivano per quattro persone lì per dodici persone, era un quarto di acqua, nemmeno, un bicchiere di acqua sporca e una fettina di quel pane sottilissimo che si poteva vedere oltre, ogni ventiquattro ore, ci mancava tutto.

Ci facevano anche andare a lavorare. All’appello ci si aiutava una con l’altra, pieni di cimici e di pidocchi, una cosa impressionante, non ci si lavava mai perché non vi era acqua, di corpo, con rispetto parlando, non si andava, prima di tutto perché era fuori, era fatto a pali e vi erano questi militari che camminavano di qua e di là, l’intestino non funzionava più.

Per andare all’appello eravamo tutte sedute per terra, queste SS erano donne, capivano che non si poteva stare su e dicevano “Tutte sedute”. Ci facevano alzare, andare nei boschi a lavorare e a scavare le trincee. Quando vi erano le SS facevano lavorare, ma quando vi erano i militari e altri no; dicevano di stare seduti e lui diceva sempre “Come volete che Hitler non vinca la guerra, guardate cosa ci danno da mangiare!”

Quello che ci davano ad Auschwitz davano i militari, le patate buttate per terra ma da mangiare era una cosa, nemmeno ai maiali davano cose così cattive da mangiare, quando ad Auschwitz davano da mangiare una certa cosa bianca, nessuno la mangiava, non so che cosa fosse, con tutta la fame ma veniva da rimettere, non abbiamo mai saputo che cosa fosse.

Finendo con Neustadt-Glewe quando si usciva, si vedevano per strada uomini ma non si arriva a capire se erano nel nostro campo o in altri campi, si vedeva questa gente, civili che portavano pagnotte di pane sotto le ascelle. Figuriamo questi uomini affamati, una volta li hanno assaliti e hanno preso questo pane, erano senza mangiare da non so quanto tempo e hanno preso questo pane, tutti senza mangiare da non so quanto tempo per castigo.

Un giorno di aprile, maggio, hanno fatto uscire tutti dalle baracche e ha parlato il capo del campo perché Neustadt-Glewe era comandata sempre da Ravensbrück ma il nostro comandante aveva l’ordine di mettere tutta la gente nelle baracche, sparpagliare la benzina e dare fuoco sul vivo. Lui ha risposto che non avrebbe mai fatto questo e noi siamo stati contenti di salvarlo perché se voleva poteva anche ammazzarci e ha detto “State tutti in appello e vi distribuiremo tutto il mangiare che abbiamo in magazzino”.

Quando ha detto così chi restava fermo con tutte le nostre forze andava, ma se si cadeva per terra nessuno ci salvava perché ci si calpestava. Siamo arrivati nel magazzino, ho mangiato miele, carne e zucchero, tutto era asciutto dentro e poi ho avuto terribili dolori di pancia, un dolore pazzesco, con rispetto parlando sono andata al gabinetto delle cape che era dentro, sono stata dentro più di due ore e non riuscivo poi finalmente mi ha preso, con rispetto parlando, la diarrea per non so quanto tempo. Tutti questi tre giorni tutti con questa diarrea fortissima e tanti sono morti, tantissimi, dopo liberi, tutte quelle sofferenze durante la guerra per poi morire lì ma volevamo solo saziarci, nemmeno sognarci più di andare a casa, solo saziarci.

A mio marito fa tanta pena quella donna, l’ha conosciuta per parte mia. Fa veramente pena a tutti perché ha sofferto, ho sofferto io, lei ha sofferto il massimo dei massimi perché a lei non bastava perché aveva il latte e non potendo allattare marciva dentro, una cosa pazzesca, quella donna ha sofferto terribilmente.

D: Maria, dopo che sei andata a mangiare il miele in magazzino che cosa è successo?

R: Non eravamo ancora liberi, era verso sera, tutto ad un colpo si vedeva il portone dove sono venuti tanti uomini in aiuto con picconi perché il portone non era ancora aperto e dopo incominciava ad aprirsi ma loro spaccavano i fili elettrici, a parte che non c’era più l’elettricità, per farci uscire più presto possibile. Poi ci hanno trasferiti dall’altra parte nelle baracche degli aviatori, eravamo liberi dai russi perché nemmeno loro avevano da mangiare. il comandante ci ha fatti andare a Neustadt-Glewe città, eravamo cinque persone con un militare russo, ci accompagnava per non lasciarci soli, perché era tutto vuoto, non vi erano persone, si cercava da mangiare. Siamo capitati in un appartamento, vi era un vecchio, una giovane, non so se figlia, con un bambino piccolo in culla, a questo militare è venuto da piangere nel vedere questo bambino piccolo, ha pensato ai suoi a casa, e ha detto “Se avete da mangiare dateglielo”. Si è messo in ginocchio per lasciare in vita questa giovane, non per me ma per loro, ha detto, infatti, abbiamo dato il nostro mangiare.

Ci ha ringraziati tanto, ci ha stretti e baciati, poi siamo andati via, ad un colpo mi sento sola, sono entrata in un appartamento, ho visto l’armadio aperto, ho preso paura perché sono rimasta sola, sono corsa fuori e finalmente ci siamo ritrovati e siamo andati via e siamo tornati in campo e abbiamo dormito, abbiamo cucinato sole, sempre nella baracca, in una stanza dove vi era un militare russo, siamo stati tre giorni poi ci hanno trasferite in un posto sotto gli americani, siamo stati quindici giorni e ci hanno dato bene da mangiare e poi di nuovo  sotto gli inglesi a Lubecca, il 3 maggio, giugno, luglio, agosto, siamo stati tre mesi e mezzo, ed eravamo insieme con gli ex militari italiani, era veramente bello perché ci invitavano queste donne a pranzo, abbiamo anche ballato, era veramente, veramente bello, ho bellissimi ricordi dei nostri ex militari …. Veramente bello perché ci guardavano come fossimo sorelle e lì si nascondevano anche degli SS. Ogni tanto veniva il rastrellamento, sotto gli inglesi era tremendo e avevano ragione. Sotto la finestra della nostra camera si fermavano sempre in due perché noi si parlava lo sloveno, questi erano croati istriani, nessuno li lasciava entrare perché era anche ordine degli inglesi di non lasciare nessuno dentro, venivano i nostri ex militari italiani a trovarci ma altri non lasciavano entrare nessuno. Con i nostri ragazzi eravamo come fratelli e sorelle, era tutto un ben volersi, non amori ma una fratellanza bellissima, andavamo veramente d’accordo.

Tutto a un tratto uno degli ufficiali ha detto “Sapete quello che veniva sotto alla vostra finestra cosa era? Un militare ma non sapete che militare era”, poi ha detto “era in camera degli altri compagni di camera, quell’ex ufficiale italiano …” non ricordo i nomi, solo di uno che si chiamava Gianni. Questo ufficiale ha detto “Ecco perché non si spogliava mai la maglietta di sotto, aveva il tatuaggio SS” e così sono andati a finire… perché se erano sotto gli americani potrebbero essere ancora vivi.

Ci sarebbero altre cose ma dopo libere non credo che abbia tanto  …..

D: Quando  sei rientrata in Italia?

R: Non avevano i mezzi per portarci via, Amburgo era tanto lontano, questa era Lubecca ma doveva portarci fin su, finalmente hanno riparato i binari e si poteva rientrare a casa con il treno.

Sono tornata a casa il 1 settembre del 1945, il viaggio era molto lungo, non ricordo nemmeno quanti giorni ma era un viaggio felicissimo.

D: Ti ricordi che viaggio hai fatto?

R: Siamo venuti nel nord Italia dall’Austria, dal Brennero, ci siamo fermati al confine con l’Austria parecchie ore e mi ricordo che vi era un fiumicello stretto, siamo andate a fare il bagno, non si vedeva il fondo ma almeno per lavarsi un po’. Dopo tanto tempo ci siamo finalmente lavate dopo che siamo state liberate, pensate quanti mesi senza lavarsi, come può una persona stare così sporca, piena di cimici, di pidocchi.

D: Sei poi arrivata a Trieste?

R: No, Trieste, a Gorizia perché sono nativa di là, poi siamo rimasti sotto la Jugoslavia, il mio territorio era sotto la Jugoslavia, poi sono andata a Capo d’Istria dove ho conosciuto mio marito, ci siamo sposati e siamo venuti a Trieste nel 1956 perché si voleva andare in America ma non vi era più spazio, in Australia era troppo lontano ma mi dispiace non essere andata.