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Cantoni Walter

Campi di deportazione:
 
 
Regione di cattura: Emilia-Romagna
foto Walter Cantoni

Walter Cantoni

Nato il 07.10.1924 a Medesano (PR)

Intervista del: 08.04.2003 a Parma

TDL: n.175 – durata: 45’

Arresto : 6 gennaio 1945 a Mariano (PR)

Carcerazione : carceri San Francesco a Parma

Deportazione : Bolzano

Liberazione : 30 aprile 1945 a Bolzano

 

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Cantoni Walter, nato a Medesano provincia di Parma, il 7 ottobre 1924. Sono partito per andare nei partigiani nel mese che non ricordo più bene, ma nel mese di giugno del 1944.

In questo periodo ho subito due rastrellamenti, uno era alla fine luglio del 1944, di lì siamo ritornati alla base a casa, nascosti in attesa che si formassero di nuovo i distaccamenti e le Brigate Partigiane. Col primo rastrellamento ero a Bardi, nella provincia di Parma, siamo andati anche oltre, siamo arrivati quasi ai confini con la Liguria, al Monte Groppo nel Comune di Albareto, provincia di Parma.

Ritornati come ho detto a casa, siamo rimasti a casa circa una ventina di giorni, poi ci siamo raggruppati in un distaccamento, formatosi nel periodo di fine agosto, lì nella mia frazione del comune Varano Marchesi, c’era un distaccamento che si chiamava il distaccamento Pedizza, lì eravamo circa sei squadre, formate da dieci componenti ogni squadra. Eravamo ai piedi della collina, giù dalla collina del mio comune, e siamo rimasti lì fino all’atto del secondo rastrellamento, avvenuto il 6 gennaio 1945.

Le forze partigiane avevano un compito specifico. Era di interrompere i rifornimenti che i tedeschi portavano alla Linea Gotica da La Spezia al mare, lì a Rimini. Quindi gli attacchi erano di far saltare i ponti principali perché la ferrovia non fosse più in grado di trasportare il vettovagliamento, le armi, le munizioni, ecc. Secondo anche si attaccavano le formazioni tedesche e anche fasciste, durante questi loro passaggi che fornivamo per andare al mare.

D: Scusa …

R: Più conciso.

D: No, no, i rastrellamenti …

R: Sì.

D: Erano solo formazioni germaniche …

R: No, adesso dico. Lì poi è venuto il 1945, e mi ricordo una bellissima settimana era, dopo Natale, ha fatto circa quindici giorni di bello, e lì si erano portati nei paraggi, in tutta la provincia di Parma e Piacenza, i gruppi che erano ritornati dalla Germania, la Divisione Italia, i Bersaglieri, avevano occupato i posti principali a piè di collina, proprio dove noi facevamo qualche disturbo lì, ma loro attendevano il maltempo, la neve che davo loro la possibilità di metterci in condizioni disagiate, perché loro erano armati, avevano l’appoggio delle truppe tedesche, anzi le truppe tedesche erano coloro che comandavano, loro erano coloro che erano i sottomessi, che facevano quello che loro gli dicevano.

Lì è avvenuto questo rastrellamento il 6 gennaio, proprio la notte del 6 gennaio, ha cominciato a nevicare, al mattino ci siamo trovati con 50 cm di neve in sette, otto  ore e ha continuato per 3-4 giorni, le nostre colline, le prime montagne erano coperte da circa un metro di neve, quindi la difficoltà dei trasferimenti, abbiamo resistito per tre giorni, abbiamo resistito a questo attacco, poi dalla parte del Piacentino, da parte della Liguria sono entrati i tedeschi, gli sciatori tedeschi, ci hanno preso alle spalle, quindi c’è stato lo sganciamento.

Lo sganciamento significa che, ognuno delle squadre, cercano di passare le linee e di passare alla pianura, cioè dietro di loro possibilmente senza poter …, ma sa in quei periodi molti ci lasciano la pelle, vengono presi, io sono stato uno di quelli che sono stato catturato. Catturato a Mariano da uno squadrone di questi Bersaglieri della Divisione Italia.

Ci hanno portati direttamente ad un primo interrogatorio, appena presi una battuta, ma non una battuta con schiaffi o pedate, adoperavano il calcio del fucile e picchiavano in questo modo. Poi ci hanno portati in una località contadina, dove era il loro comando, e lì il mattino hanno fatto l’interrogatorio, lì hanno iniziato ad adoperare le catene, le catene che cerchiavano la testa, perché volevano sapere cose che poi in fondo il partigiano normale non sapeva.

D: Come non sapeva?

R: Perché per esempio quando uno militava nelle file partigiane scompariva il nome, cioè avevano il nome, ma davano un nome di battaglia, il quale questo nome di battaglia non poteva danneggiare nessuno, se uno prendeva diceva magari si chiama Caio, Sempronio, ecc, chi sono? Non lo so, perché c’era anche allora che non mettevano mai insieme quelli del loro paese, ecc, perché era pericoloso e quindi loro volevano sapere, dicevano quanti tedeschi, quanti Bersaglieri hai ammazzato, ecc, dove hai fatto, ecc, ecc. E lì chi si ostinava a dire magari niente, loro pensavano che questo sapesse molto, mentre invece lì anche qualche riunione che si faceva nei partigiani, parlavano, dicevano “Se domani vi prendono, voi dite il vostro nome di battaglia, e anche altri nomi di battaglia” ecco questo, questo è quello che posso sapere.

Poi ci hanno portato nella zona di Varano Marchesi, dove conoscevo bene tutta la natura, anche la gente, ecc. Lì siamo stati trattenuti tre, quattro giorni, quattro giorni, lì è successo il finimondo perché in questa frazione sono state fucilate ventidue persone, erano ventidue partigiani più quattro civili. I civili sono stati per esempio un certo pastore, poveretto che me lo ricordo ancora, era andato a casa, lì aveva l’ombrello che nevicava, e di tanto in tanto prendeva l’ombrello e lo sconquassava per liberarsi dalla pesantezza anche della neve. Arriva un cecchino, poco distante, tac e gli ha sparato e lo ha buttato là sotto la neve.

Altri due si erano nascosti in campagna, fanno per le viti quei pali, e poi fanno quelle che sembrano baracche degli indiani messe in questo modo, erano andati lì, poveretti a 20 m da casa, a nascondersi lì dove c’erano Bersaglieri che stavano venendo. Un bel momento quelli là si sono accorti, hanno messo fuori la testa, ecco li hanno direttamente uccisi senza nulla.

Queste sono state le barbarie fatte nel nostro paese, non solo le barbarie, perché sono stati torturati con le catene, avevano delle teste in questo modo, botte che non erano più capaci di parlare, io con questi ho vissuto assieme. Poi un giorno, questo è il più grave che è successo, mi hanno chiamato lì al comando, dove hanno schierato, c’era un capitano tedesco, c’erano altri, un tenente che me lo ricordo bene, si chiama il tenente Rossi che era un toscano, e poi altri.

Lì sono andato dentro come l’interrogatorio, lì presenti c’erano altre due persone, gli avevano chiesto di portare i nominativi del partigiano della propria zona, e questi quando si sono trovati di fronte a me, questo tenente gli dice “Avete i nominativi dei …” e dice “Ma come faccio a parlare di fronte a questo”, dice “No, no, parlate pure perché costui non dirà mai più nulla a nessuno”, a dire “Va bene”.

Poi è stato il giorno dopo verso sera, mi vengono a prendere, anche lì botte, mi hanno chiamato che c’erano le scuole, c’era la squadra del plotone di esecuzione, il plotone di esecuzione alla scuola era comandato da un tenente, che ricordo il nome, un certo Mele che era di Sanremo. Sono andato là e mi hanno chiesto, avevano un cittadino lì, una persona, un borghese, e mi avevano detto “Questo, riconosci se è Athos?” e non era Athos, perché Athos era il mio comandante, non era Athos, questo lo conoscevo, ma io ho detto “Questo non è Athos, non è”, “Ah no?”

Allora avevo lì dei particolari, io allora fumavo qualche sigaretta e avevano fatto un lancio gli inglesi dove avevano portato anche del tabacco, avevo un pacchettino di tabacco ancora, che anzi era profumato il loro tabacco, quando ha visto questo tabacco è venuto lì come se avessi una bomba a mano, mi ha guardato “Tabacco?” poi allora ha guardato “Tabacco inglese?” e io gli ho detto “Sì, questo è un tabacco paracadutato dagli inglesi” lì ero vestito con il cappotto da inglese, le scarpe, ecc non potevo dire che non ero un partigiano, non l’ho mica ammesso, di essere un partigiano, e mi dice “Fumalo presto perché domani ti faremo la festa”.

Il giorno dopo la festa doveva essere fatta, mi avevano preso sotto sera e mi avevano portato là dove c’era il comando dei partigiani, ma io non avevo mai detto che c’era il comando là mai, ho sempre fatto finta di non sapere mai niente, mi portano su ai piedi di un monte che c’è lì, e lì c’era una curva, c’era tanta neve perché con la spalatura della neve, e mi dicono di cercare lì che ci sono le armi, che io so che ci sono le armi, e già due mi davano queste raffiche di mitra, due dei Bersaglieri, però lì prima ho avuto un colloquio con loro direttamente, con il tenente e un caporalmaggiore.

Il tenente e il caporalmaggiore, poi ho saputo in seguito, erano due amici, il caporalmaggiore era un maestro, il tenente non lo so che cosa era, e allora nel modo di parlare confuso, in un certo qual modo, questo caporalmaggiore mi dice “Come mai sei andato dai partigiani?” e io ho spiegato quali sono state le ragioni perché sono andato dai partigiani, e ho detto anche che noi siamo discendenti della mia famiglia di socialisti, e gli ho fatto un ragionamento “Ma voi avete anche il Duce che era un socialista” e lì “È vero”, allora io non penso che la mia famiglia abbia sbagliato, anche essendo in questo …

Questo caporalmaggiore, il tenente gli ha detto “Su sbrighiamoci”, gli ha detto “No fermatevi, devo andare in perlustrazione a Mariano di Pellegrino, me lo porto con me come ostaggio”, cioè è stato colpito da questa sensibilità questo giovane.

E lì siamo andati a Mariano, mi hanno messo davanti, siamo andati a quel Mariano che saremo stati distanti 10 km o 15, 10 km senz’altro, siamo arrivati là vicino a sera, siamo andati nella casa, e avevano sempre il tedesco con loro, e questo tedesco si chiamava Walter, aveva gli occhiali me lo ricordo ancora come se fosse adesso. Siamo andati lì nella casa, dove eravamo questo caporalmaggiore, io e il tedesco, mi aveva detto questo caporalmaggiore “Andate qui”, era un nucleo di case, “Andate nelle case, però mangiate quello che vi danno, non cercate di fare …” la verità la dico, sempre, ovunque.

Siamo stati lì e c’era una famiglia di contadini poveretti, che hanno messo sulla tavola un formaggino, il pane, e un fiasco di vino, e ci hanno offerto da mangiare, siamo stati lì e abbiamo intavolato una discussione con questo caporalmaggiore, lui mi ha detto nome e cognome che non lo ricordo più, questo mi dispiace molto perché avevo sempre detto che sarei andato a trovarlo, perché è quello che mi ha salvato la vita.

Abbiamo parlato direttamente, abbiamo parlato della questione della mia famiglia, me stesso, io sono stato militare, sono fuggito l’8 settembre, sono ritornato a casa, mio padre ha fatto il prigioniero con i tedeschi, effettivamente al tempo dell’altra guerra, per esempio i tedeschi per me sono tabù, sono persone di cui nella mia famiglia si è sempre parlato male, non bene, quindi sono stato sempre alla macchia, e al momento sono partito e sono andato dai partigiani e ho ottenuto di essere nel mio paese e di lottare a salvaguardare la questione del mio paese, ecc, ecc.

“Guardate”, ho detto “Voi avete fucilato della gente, ammazzato anche in questi giorni, ne avete ucciso prima, li avete presi e li avete messi lì in carcere, ecc” proprio una discussione in questo modo. “Noi non abbiamo mai fatto questo, se abbiamo preso qualche d’uno c’era un campo di concentramento era là, e quando c’erano i rastrellamenti si lasciava andare, se abbiamo giustiziato, abbiamo più giustiziato dei nostri, che era la verità, gente che si comportava non conforme, non la disciplina, quello che era il artigianato”. E lì ho visto che si era svegliato qualcosa in lui e che mi ha detto, apertamente mi ha detto “Hai ragione, queste cose non le posso tollerare neanche io, non le posso tollerare”.

Poi siamo andati a dormire in una stalla, dove mi sono messo a dormire, mi ha messo le manette, accanto a lui perché aveva paura che io fuggissi, e poi lì discutendo ancora gli ho detto “Ma perché mi metti le manette?” e dice “Walter, io debbo farlo, ho degli ordini, ho fatto molto …” mi ha detto “Ma non ti preoccupare che fino a che sei con me non ci sarà pericolo”.

Però quando sono ritornato lì indietro, allora nel passaggio dove dovevano fucilarmi era già fatta la buca, e mi sono fermato e ho detto “Ma di chi è quella buca?” Tant’ è vero che un militare suo gli disse “Allora comandante, non dobbiamo mica riempirla?”, “Il comandante sono io non siete voi, decido io non decidete voi”. Perché lui al ritorno doveva seppellirmi, ammazzarmi e mettermi lì, e l’ho scampata. Sono venuti in quel momento, si sono fermati e non hanno più ucciso nessuno, e allora di lì siamo stati portati a Fornovo.

A Fornovo siamo stati là un tre, quattro giorni sotto delle cantine, poi di lì siamo stati portati a Cortile San Martino, dove alla scuola di Cortile San Martino c’era un piccolo concentramento, dove venivano anche portati i prigionieri che i tedeschi facevano dalla Linea Gotica, siamo stati assieme a loro circa sei o sette giorni, lì è stato l’unico momento dove ho provato una grande crisi personale, perché cosa è successo, lì c’erano i neri, ma io lì ho trovate persone buone, c’era un certo Roberto, era da due mesi in Italia e parlava già l’italiano, si capiva bene.

Un giorno che mi trovavo lì, questo lo devo dire, che parlavamo sempre con lui, mi diceva sempre “Walter, quando guerra finita io ti richiedo che devi venire a New York con me”, mi diceva sempre. È venuto che hanno preso uno, che era un ufficiale americano, un ingegnere. Un giorno questo ingegnere, che io parlavo con questo nero, con questo Roberto, viene e si avventa contro di me in un modo bestiale, e io sono rimasto lì e gli ho detto a questo Roberto “Ma cosa ha questo qua?” e dice “Lui ha che tu bianco, non devi parlare con me” dice. “Non devi parlare?”.

Allora questo bianco poi è stato colui che ha detto “Noi non vogliamo essere invischiati con questi, noi vogliamo essere messi in un reparto per conto nostro”, e sono stati messi in un reparto per conto loro, sono divisi, perché a loro davano una razione quando eravamo assieme, gli davano la margarina, gli davano il pane, gli davano questo, ma non era per noi.

Però loro lì mettevano lì e facevano comunella come tutti noi, noi eravamo in trentadue, di questi trentadue poi sono passati ancora circa sette, otto giorni, saremo stati lì una quindicina di giorni, adesso non so il 20 gennaio, il 25, proprio il calendario era sparito, una sera vengono ci mettono tutti in fila nel corridoio, e lì ne scelgono ventidue, no, ventiquattro, ogni quattro, tre, e questi per esempio sono stati fucilati a Villa Cadè, diciotto a Villa Cadè e altri sei nella zona di Parma, li hanno fucilati, eravamo rimasti in otto.

Dopo qualche giorno ancora sono venuti lì una sera, le SS, in due macchine e ci hanno portato in San Francesco, nelle carceri, e alle due dopo mezzanotte in corriera ci hanno portato a Bolzano.

D: Scusa Walter, in corriera vi hanno portato?

R: Sì, c’era una corriera.

D: E solamente voi otto?

R: No. Piena la corriera. Noi ci hanno preso in Cortile San Martino, ci hanno portato in San Francesco, e da San Francesco hanno completamente …

D: Assieme a degli altri?

R: A degli altri sì.

D: Di San Francesco.

R: Sì, la corriera era piena, non so la corriera ne conteneva quaranta, cinquanta, adesso …

D: E chi c’era a fare la guardia sulla corriera?

R: Ecco lì c’era questo qua, pensi adesso dovrei dire questo dovrei dire anche, dalla corriera quando ero a Fornovo, ritornando indietro, trovo Jim che era, un certo Jim che adesso era lì, quando l’ho visto “Ma tu sei un partigiano?”, “Sì” dice. Questo Jim era stato catturato dai partigiani in un combattimento verso Salsomaggiore, fatto prigioniero, e si era arruolato con le forze partigiane, e aveva ancora i pantaloni della Repubblica Sociale Italiana.

Quando è stato a Fornovo lui è stato furbo, è stato onesto, lui ha detto che era un prigioniero. “Walter” dice “Non dire niente”, che era prigioniero dei partigiani e che lo avevano preso là, e lì i suoi amici che erano scappati lo sono venuti a prendere e lo hanno obbligato ad andare ancora con loro, e lui ci è andato. E avevamo questo ad accompagnarci a Bolzano. Questo a Bolzano per noi è stata una grande fortuna perché, quando siamo arrivati a Verona, a Verona picchiavano. Avevano un fucile a testa, con quel bastone con quei …

D: Tu eri lì vestito ancora da inglese, con i vestiti …

R: Sì, allora quando siamo stati là, io avevo l’avvertenza di non andare mai davanti, di restare indietro, ma quella volta lì sono stato davanti, sono rimasto perché gli altri sono andati dietro loro, eravamo in fila, qui c’erano a Verona …

D: Ma quindi, partite da Parma con una corriera …

R: Sì.

D: Arrivate a Verona …

R: Sì.

D: Vi fanno scendere dalla corriera …

R: Sì, e ci portano dentro …

D: Dove?

R: Al Palazzo delle …

D: Come? Nelle cantine?

R: Sì, nella caserma dove era la Repubblica Sociale Italiana, tanto è vero che quando siamo dentro ci hanno messo in un angolo, in un coso buio, eravamo lì, e dopo circa un’oretta, sono comparsi due, due italiani, uno che era un maresciallo e l’altro era un sergente, un maresciallo perché aveva anche il cappello con la morte qui, che forse erano le SD, le SS. E lì questi qua cominciano a parlarti e dire “Tu sei stato un partigiano …” Bum ... tac la testa, picchiavano forte.

Allora avevamo questo Jim che era lì che bruciava, ad un bel momento non ha più potuto resistere, è saltato in piedi, li ha presi per lo stomaco tutti e due “Per Dio” e gli ha cominciato a dire “Imboscati, vigliacchi, io sono stato in Russia e non ho mai visto di queste cose, picchiate …” e loro “Ma come tu li difendi?”, “Sì, li difendo perché siamo dei militari e dobbiamo alla questione della convenzione di Ginevra, ecc, ecc. Dobbiamo rispettarli” e allora si sono calmati.

Io e uno di Salso, e poi da lì quando è stato verso pomeriggio, ci hanno portati verso Bolzano …

D: Con cosa Walter?

R: Sempre con la corriera.

D: E sempre il gruppo che era partito da Parma?

R: Sempre il gruppo che era partito da Parma, tutti là e ci hanno portato dentro. Siamo arrivati a Bolzano dopo mezzanotte, verso l’una perché andavano piano con la questione degli apparecchi. Io avevo sempre la persuasione che mi buttassero in un burrone, che ti facessero oramai, e lì questi fili spinati che li vedevi appena, e anche lì ero il primo a scendere, perché ero davanti, andando giù quando sono andato per la porta del campo, dentro lì dove c’era questo capannone, ero un po’ restio ad andare dentro.

Ho preso due botte, sono stramazzato là nel piano, e li è venuto, mi ricordo ancora, un vecchietto come me adesso, un anziano, che poi il mattino ci siamo ritrovati, ed era un ebreo, un ebreo che aveva settantacinque anni, e lui è venuto lì che aveva un mozzicone di candela acceso e lui è venuto lì a dirmi “Guarda giovanotto” mi dice “Non cercare, qui purtroppo la vita è così, la guerra sta per finire dobbiamo essere forti” dice, mi ha rincuorato, e lì mi ha chiesto poveretto “Hai un pezzo di pane?”, “Hai un pezzo di pane?”, “No” gli ho detto “Proprio non ho niente”, “Va bene, fa niente” dice “Siamo uguali allora”.

Il mattino ci siamo ancora ritrovati con lui, e mi sono svegliato il mattino, ci hanno portato in uno spogliatoio, ci hanno ritirato tutti i nostri vestiti. Ci hanno lasciato la maglia, forse le mutande non le avevo neanche più, e poi ci hanno dato una divisa da prigioniero dove c’era la croce nella schiena, il numero davanti, io avevo il 10.079, con il quadro rosso, che era il deportato politico.

Poi sono ritornato, l’assegnazione di questo blocco, il blocco H, e lì al mattino sono venuto fuori, ho visto con grande meraviglia, ho visto delle persone che avevano il numero nero su sfondo bianco, con il quadrato nero, c’erano coloro che avevano il triangolo azzurro, c’erano la stella di Davide, e li abbiamo incominciato a vedere le cose. Il giorno dopo ho fatto un giro per il campo per ambientarmi, poi ho conosciuto diversi: Boni, Alceste, poi è venuto più tardi era venuto anche … diversi abbiamo conosciuto dentro lì …

D: Scusa Walter, il gruppo di Parma è stato messo tutto nel blocco H?

R: No, no, no. Noi eravamo questi quaranta o cinquanta che siamo venuti da Parma, ma altri erano già in questo blocco.

D: No, ma il gruppo che è venuto con te?

R: Sì, tutto nel blocco H, quello che è venuto con me.

D: E i giorni seguenti ti sei guardato in giro?

R: Eh sì, ho guardato lì, vedevo intanto, intanto che si aprivano pomeriggio, facevano fare un’ora un giro, loro che erano nelle sale di disciplina, c’erano le cose di disciplina a Bolzano, peccato che abbiano distrutto questo campo. Dove in queste prigioni di disciplina erano larghe circa 1 m, 1,20 erano larghe, e lunghe saranno state 5-6 metri, e lì dentro erano dentro sette, otto, dieci persone che, quando gli davano da mangiare non aprivano la porta, c’era un finestrino che magari, quando tu mettevi il piattino andava tutto fuori, facevano apposta perché tu non potessi … anche questo.

Lì ho visto per esempio le celle, questa gente che girava, che uno si domanda come sono, come non sono coloro perché, quando uno trasgredisce, qui del campo, qualcosa ti mettevano là, e là venivi fuori ucciso, perché noi avevamo l’obbligo, che quando eri nel campo dovevi scattare sull’attenti e metterti le mani nei capelli quando passava un tedesco, questo qua. E lì siamo stati diverso tempo …

D: E cosa facevi?

R: Dentro, lì sono stato. Un giorno, ma un giorno molto avanti … anzi devo dire questo, che questa è già la parte importantissima del campo di concentramento. Un giorno c’era il blocco E, che dicevano che erano i più pericolosi …

Blocco E e D, vado lì dove c’era dentro il reticolato, mi guardo e vedo il mio amico che eravamo in squadra assieme, che è Camangi Silvio, ci siamo abbracciati fra il reticolato, e la prima cosa che gli ho detto “Quanti giorni è che sei dentro?”, “Saranno una quindicina di giorni”. Ho detto fra di me “Qui c’è da morire”, perché l’avevo visto male, l’avevo visto deperito.

Poi è finito, poi siamo andati un giorno, chiedevano lì se si poteva andare fuori, perché poi dentro lì avevamo formato il Comitato di Liberazione, dove c’era il mio amico Alceste.

Alceste, che era l’organizzatore, lui aveva trentacinque anni, noi avevano diciannove, vent’anni, quindi era per noi uno che ti dava spirito, che ti emancipava, che ti diceva “Forza, coraggio”, aiutavamo lì la gente, diversi che magari erano messi molto male, ammalati, si cercava … eravamo d’accordo con il Comitato di Liberazione fuori, che uno magari ti dava il compito quando andava, tu lasciavi un pezzo di carta, un fazzoletto, quello là veniva, prendeva il bigliettino e poteva portare dentro qualche medicina per poter tirare avanti.

Lì un giorno vengono a chiedere per andare fuori a lavorare, avevano bisogno di fabbri, allora eravamo lì “Chi è fabbro?”, “Io” non ero fabbro porca miseria, ma ne volevano nove, dieci e io dicevo “Ci sarà uno che sarà capace di fare il fabbro”, e tutti quando ci siamo trovati lì e ci siamo detti “Ma sei capace di fare il fabbro?” e allora “No”, io ho interrogato “No”, “Tu?” “No”, “Tu?” “No”, “E tu?” “Io sì”, cosa doveva dire? Siamo andati lì in un’officina, ci facevano fare delle maniglie …

D: Fuori dal campo?

R: No, era sempre adiacente al campo, non era fuori dal campo, però lì c’era qualche borghese che potevi fare qualche scambio, tanto è vero che c’era un borghese che era lì che lavorava, io avevo un gilet che avevo salvato, nuovo, bellissimo era, l’ho venduto per due pagnotte, e una di queste pagnotte l’ho portata al mio amico Giuliano, e mi dice Giuliano “Ma tu Walter non hai fame?” “Oh! Altro che fame, ma facciamo metà per uno”.

Lì è durata che quasi era alla fine, anche lì delle volte anche da parte dei tedeschi che erano dalla parte della Wermacht non erano cattivi poveretti, c’era un sergente che quando ci ha visto lavorare, ci avevano dato un tubo grosso così da fare il gomito, era alto quasi un mezzo centimetro questo ferro, allora io dissi agli altri “Avanti alla fucina, facciamolo scaldare”, abbiamo bruciato tutto.

Questo tedesco, che era un sergente, ci ha visto e ha detto “Voi altri fabbri, nessuno” è venuto lì poveretto, dico poveretto perché sono sempre per il perdono, è venuto lì e ci ha detto “Così si fa per fare questo lavoro” e ci ha fatto questo lavoro, ce lo ha messo a posto, però il giorno dopo quasi tutti non erano più fuori.

Poi è venuto il 30 aprile, che ci hanno scarcerati, io ho avuto in consegna nella scarcerazione un partigiano che ho trovato dentro, un certo Bernaccioli Avio, che l’ho portato a casa, perché non era più in grado, se uno lo vedeva era così gonfio, era malatissimo, aveva la nefrite e la pleurite. Sono riuscito a portarlo a Trento, siamo andati nei posti di ristoro dei frati, siamo rimasti dai frati una giornata o due, lì ho visto un giorno, l’ho convinto di portarlo all’ospedale, farlo visitare da una dottoressa.

Questa dottoressa mi dice “Guardi che se questo fa ancora 10 km, rimane per strada, perché oramai…”. Allora lì ho avuto l’accortezza di farmi fare una lettera scritta da lui che diceva: “Mi trovo qui a Trento, mi trovo mal ridotto, vi prego di venirmi a prendere” da portare ai genitori.

D: Ascolta un’ultima domanda. Tu sei arrivato a casa quando?

R: Dunque, sono arrivato a casa verso il 9, 10 maggio, perché di lì siamo andati a Milano, a Milano siamo stati un giorno o due dove abbiamo passato la disinfestazione, poi un’altra giornata perché a Milano non c’era il treno, il treno c’era per un pezzo e poi a piedi. Verso il 9, 10 ecco …

D: Maggio.

R: Maggio, sì, i giorni del tragitto sono stati circa dieci giorni.