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Scollo Antonio

Campi di deportazione:
  
 
 
Regione di cattura: Lombardia
foto Antonio Scollo

Antonio Scollo

Nato nel 1927

Intervista del: marzo 1998 a Nova Milanese (MI)

TDL:n. 152 – durata: 86’ circa

Arresto:estate 1944 durante rastrellamento in provincia di Lecco

Carcerazione:A Ballabio (Lecco) e a Milano, a San Vittore

Deportazione:Bolzano,Flossenbürg, Kamenz, Dachau

Liberazione:a Dachau

 

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Quanti anni avevi quando tu, a Milano iniziavi a fare le azioni partigiane?

R: Mancavano due o tre mesi a compiere i diciassette anni,dall’8 settembre , avevo sedici anni, quando ho cominciato a frequentare i gruppi della Resistenza, “i ragazzi del Fronte Gioventù” che cominciava a essere fondata, da allora ho cominciato a fare l’attività clandestina, alla Bovisa, con i ragazzi della mia età, qualcuno anche più grande, sedici diciassette anni al massimo, abbiamo organizzato questo gruppo “Fronte della Gioventù” e nel quartiere attaccavamo i manifesti contro il fascismo e quando non avevamo niente altro avevamo tagliato con dei pezzi di gomma di bicicletta, degli specie di timbri sul legno e timbravamo, con il timbro blu, i manifesti dei tedeschi e dei fascisti che coprivano i muri della città.

D: Ecco, poi cosa è successo?

R: Con questo siamo andati avanti fino alla primavera del ’44.

La primavera del ’44, ci hanno incaricato di distribuire i volantini, siccome i fascisti, i tedeschi, avevano chiamato a militare la classe del secondo semestre del ’26, del ’25 e del ’24, per andare a militare sotto la Repubblica di Salò , allora noi eravamo incaricati di distribuire i manifesti perché questi non si consegnassero, non andassero a fare il militare e salissero in montagna a fare la Resistenza.

Allora noi volevamo combattere i tedeschi e i fascisti con le armi in pugno e allora nonostante gli ordini contrari del comando, siamo saliti in montagna per aggregarci a una brigata partigiana.

D: In montagna dove, Antonio?

R: In montagna, in Val Taleggio, eravamo una brigata Garibaldina che operava sia in Val Taleggio, con distaccamenti, sia in Valsassina; era un comando unico ed era la novantesima brigata Garibaldi, adesso non mi ricordo più bene, era una brigata Garibaldi che operava in questa zona.

D: Ecco e lì quanto tempo sei stato?

R: Lì sarò stato un po’ di tempo, forse un mese, perché lì c’è stato uno dei più grandi rastrellamenti , che abbiano mai fatto i tedeschi e i fascisti, che hanno cercato di serrare dentro le montagne tra la Valle della Lombardia e dalla Svizzera, mano a mano con le brigate Garibaldi, le brigate partigiane che operavano nelle nostre montagne.

Dopo un breve combattimento ci siamo dileguati e abbiamo camminato, siamo andati al rifugio dei Savoia, rifugio a Bobbio, quei rifugi che c’erano in montagna, che una volta non erano molto popolati, c’era solo qualche rifugio, siamo andati in quei rifugi lì e ci siamo portati sempre più avanti e l’appuntamento era al Pizzo dei Tre Signori.

Però siccome un ragazzo dei miei, del “Fronte della Gioventù” non aveva più scarpe, camminava a piedi nudi sulle rocce, sai si rovinavano i piedi, noi ci siamo sganciati, l’appuntamento era al Pizzo Tre Signori e noi siamo andati in paese per vedere di trovare delle scarpe, qualcosa, per poter raggiungere gli altri.

Però ci hanno catturato in questo rastrellamento, ci hanno catturato dei fascisti armati fino ai denti, ci hanno catturati e ci hanno portati a Delebio, cioè a Ballabio, che è per andare in Valsassina, c’è Delebio, dove c’era una caserma che era presidiata dai fascisti, che allora erano come guardie ferroviarie, perché i tedeschi hanno cercato di far vedere che c’erano tutte le formazioni che aveva prima, quando c’era l’Italia a posto, tutte quelle formazioni che c’erano prima.

Allora erano solo fascisti ma per far vedere che c’era, mettevano un po’ di fascisti un po’ nella polizia ferroviaria, un po’ nella multipla, per far vedere che l’esercito era grande, l’esercito fascista e la Repubblica di Salò, era grande e allora lì c’era osteggiata questa caserma delle ferrovie ferroviarie che aveva servito, aiutato i tedeschi a fare questo rastrellamento, però nella seconda linea, perché la prima linea che i tedeschi che catturavano li fucilavano li impiccavano.

Quelli della seconda linea li prendevano come prigionieri per farli parlare, per sapere le informazioni, quello che è capitato anche a noi.

D: Ecco Antonio, che rapporto c’era con la gente, con gli abitanti di quelle valli, della zona di montagna, tra voi partigiani e questi abitanti?

R: Allora, il rapporto con la popolazione civile, era ottimo, tanto è vero che loro ci aiutavano e ci guardavano con simpatia, magari ci davano la fetta di polenta, nascondevano qualcuno se ce ne era bisogno, cioè il rapporto era ottimo, ci aiutavano in tutti i modi.

Meno sempre qualcuno che si dimostrava, qualcuno c’era sempre che, qualche fascista c’era anche lì e che poi dopo è quello che ha fatto la spia che c’è stato il rastrellamento e ha fatto portare via i civili che avevano aiutato i partigiani e ospitato i partigiani e ha fatto portare via i civili.

Insieme a noi, al carcere di San Vittore , prima ci hanno portato a Ballabio in una caserma che era anche il comune del paese, dalla caserma ci hanno portato lì a Ballabio e da lì hanno raccolto tutti quelli che c’erano sul Legnone i vari gruppi della resistenza partigiana e i civili che ci avevano aiutati … e durante gli otto giorni di interrogatori, alcuni li hanno lasciati andare e alcuni li hanno portati a San Vittore.

Ecco, il rapporto così era ottimo, però hanno pagato caro i civili perché molti sono stati deportati insieme ai partigiani.

D: Ecco Antonio, accennavi prima che c’era questo tuo amico, questo tuo compagno, che non aveva scarpe, eccetera, dal punto di vista proprio del sostentamento e anche dal punto di vista delle armi, voi disponevate di armi?

R: Le armi, che erano poche, noi aspettavamo in quei giorni invece del rastrellamento, aspettavamo un lancio che radio Londra segnalava con varie parole non so, “domani piove, domani è una giornata bellissima”, parole d’ordine che volevano dire per certe brigate partigiane, ogni brigata partigiana aveva il suo ordine del giorno e quando dicevano queste cose, significava che c’era un lancio e noi in questi giorni che c’era il rastrellamento, perché pochi giorni prima, un po’ di tempo prima, avevano fatto un lancio e le armi erano andate a finire in mano ai fascisti invece che a noi, erano pistole, qualche mitragliatrice e dei soldi, che invece che andare in mano a noi sono andati in mano ai fascisti.

I soldi sono spariti e non si è capito chi è che ha recuperato questi soldi e praticamente noi avevamo poche armi e aspettavamo questo lancio, noi avevamo occupato tre paesi, Piccino, Deseta e Volta e questi paesi della Val Taleggio e per arrivare su dovevano fare una strada a “U” che da sopra noi dominavamo la strada che se avevamo delle mitragliatrici pesanti e qualche mortaio non sarebbero potuti venire su.

Invece queste armi ci mancavano, avevamo mitra e qualche fucile 91 e qualche bomba a mano, era tutto quello che noi avevamo.

Le armi erano insufficienti per noi.

D: Ecco, nella tua brigata in quanti eravate?

R: Saremmo stati una cinquantina, perché continuavano ad arrivare, nella primavera, continuavano ad arrivare giovani, chiamati alle armi renitenti alla leva, si erano messi nella brigata partigiana e aumentavano sempre di numero tanto è vero che un po’ li avevano spediti al rifugio ai Laghi Gemelli dove c’era un altro distaccamento sempre della stessa brigata che operava.

Li hanno mandati là perché cominciava ad essere il gruppo troppo ampio e per i rifornimenti e il resto era giusto fare una resistenza a gruppi, a distaccamenti, così era la formazione di allora.

D: Quindi tu sei stato poi arrestato durante il rastrellamento…

R: Portato a Ballabio, dove ci hanno fatto questo interrogatorio mentre terminavano il rastrellamento; otto giorni di rastrellamento, nella zona. Quando è terminato il rastrellamento siamo stati portati via e come ho detto prima con tanti civili che ci avevano aiutati, perché qualche spia nel paese c’era e questi ha fatto i nomi senza mostrarsi, ha fatto i nomi di chi erano, che avevano aiutato questi partigiani e chi nutriva simpatia per i partigiani e hanno portato via molti padri di famiglia, montanari che l’unica colpa è quella di averci aiutato.

D: Ecco, poi da lì dove ti hanno portato?

R: Da lì ci hanno portato al carcere di San Vittore, a San Vittore, noi siamo andati al primo piano, cella di isolamento… dove c’erano anche famiglie di ebrei che erano alloggiate al secondo piano, perché San Vittore era piano terra, primo piano, il secondo piano dove c’erano i cameroni e dove c’erano le famiglie di ebrei, che mano a mano che venivano catturati venivano deportati lì.

D: Tu eri in cella con qualcuno?

R: No eravamo in cella di isolamento, sono rimasto per quaranta giorni in cella di isolamento e lì hanno portato via con noi, quando ci hanno portato via, anche due guardie carcerarie, una perché dava da mangiare alcune cose ai bambini, perché lì c’erano anche intere famiglie di ebrei con bambini piccoli che piangevano, allora questi portavano qualche cosa da mangiare, marmellata, cioccolata, qualche cosa da mangiare a questi ragazzi e uno è stato deportato per quello e l’altro invece è stato deportato solo perché passava i bigliettini, perché la maggior parte erano politici e passavano i bigliettini fuori dal carcere per avvisare altri che erano stati arrestati e di mettersi in salvo, di nascondersi e così questi hanno condiviso la nostra sorte.

D: Ecco, ti ricordi il periodo?

R: Io sono stato lì, ci hanno portato lì al 3 luglio del ’44 e sono rimasto fino al 17 agosto del ’44 e nel periodo che ero lì continuavano lo stesso gli interrogatori e diciamo anche le torture per sapere, per avere informazioni da noi e da tutti quelli che erano dentro a San Vittore.

Altri li portavano addirittura all’Hotel Regina dove torturavano più raffinatamente per farli parlare, qualcuno purtroppo era costretto a parlare.

D: Ecco Antonio, tu sei stato accusato di cosa?

R: Niente noi, siccome ci hanno arrestati, accusati come partigiani ecco, siccome ci hanno arrestati in montagna nel rastrellamento, eravamo accusati come partigiani e i partigiani erano soggetti anche alle pene peggiori, fucilazione, impiccagione e nel periodo che sono stato io nel carcere di San Vittore, ci sono state due rappresaglie perché avevano ucciso dei fascisti o dei tedeschi.

Allora due rappresaglie: una che hanno fucilato quindici in piazzale Loreto, che dovevano essere venticinque, dopo dieci per intervento del Cardinale Schuester sono rimasti solo quindici fucilati in piazzale Loreto.

Li hanno fucilati e li hanno lasciati lì scoperti fino alla sera e sei al campo Giuriati.

D: Ti ricordi qualche tuo compagno di prigionia, lì a San Vittore?

R: A San Vittore, certo non è che potevamo molto parlarci, però insomma erano tutti quelli che avevano preso con me nel rastrellamento in montagna sia coi montanari, sia con quelli che avevano fatto la Resistenza con me, con la brigata partigiana e allora mi ricordo Bertani Angelo che adesso è sopravvissuto, è un ragazzo del ’26, poi c’era Beppe, Massimo, altri che invece sono morti quando ci hanno portati a Flossenbürg , erano insieme a noi e sono morti, parecchi altri sono morti.

Poi Zappa Ugo, che era un ragazzo che era a militare, operava nella brigata militare, anche questo è sopravvissuto; Ignazio che adesso abita in Svizzera, che però anche lui ha fatto parte della mia stessa brigata Garibaldi.

D: Ecco Antonio, gli interrogatori, chi te li faceva, i fascisti o i tedeschi?

R: Gli interrogatori ce li facevano i tedeschi, i primi, quando ci hanno catturato in montagna ce li hanno fatti i fascisti, per otto giorni, poi ci hanno consegnati ai tedeschi e sono i tedeschi che hanno continuato gli interrogatori.

Interrogatori molto più difficili, molto più brutti perché quelli picchiavano, massacravano, torturavano per far parlare.

Volevano sapere quanti eravamo in brigata, chi era il comandante e noi continuavamo a dire che non c’entravamo per niente, che eravamo lì per caso, però non è che ci credessero molto e però continuavano a interrogarci, sorgeva magari il dubbio che non si sapesse niente, perché eravamo ragazzi giovani e forse induceva anche a crederci che non sapevamo niente però le torture c’erano lo stesso, le botte c’erano ugualmente anzi più degli altri perché non si parlava.

Mi ricordo di tre ragazzi che erano della polizia fascista, erano lì a fare il servizio militare nella zona della Valsassina e questi sono andati su con la brigata partigiana, sono stati catturati nel rastrellamento e questi dicevano che sono stati i partigiani a catturarli e a portarli su, sono stati loro a portarli su, invece sono andati loro, però cosa hanno fatto i fascisti, hanno torturato uno a sangue, prima con le botte poi con un frustino l’hanno frustato a sangue, finché questo è svenuto, allora l’hanno mandato via, hanno preso il più giovane che era quello del ’26 e gli hanno detto che avrebbero fatto le stesse torture e hanno cominciato a picchiare e a fustigarlo, allora questo qui ha parlato, ha detto: “No, non siamo andati noi” e purtroppo parlando così è andata a finire che sono stati deportati tutti e tre e due sono morti e invece quel ragazzo che ha parlato penso che sia ancora vivo ed è sopravvissuto.

D: Franz te lo ricordi?

R: Franz era il comandante di San Vittore, era un caporalmaggiore, un maresciallo che comandava il carcere di San Vittore.

Era un essere brutale e spietato che noi eravamo obbligati a non stare seduti durante il giorno di lavoro e durante tutto il giorno di lavoro, di stare in piedi in cella e non sederci mai nemmeno sul pagliericcio e nemmeno sulla specie di sedia che veniva fuori dal muro, questo sedile e non dovevamo sederci.

Uno si sedeva lui passava via, guardava dentro lo spioncino e ordinava di portare via il pagliericcio e stare a pane e acqua per tre giorni.

Ed era terribile, tant’è vero che nel periodo che siamo andati via noi, è successo che questi qui, il capo degli ebrei che portava da mangiare a queste famiglie di ebrei si faceva pagare in oro e questo qui è stato scoperto e ci hanno trovato questo gruzzoletto d’oro e messo in punizione, nei sotterranei di San Vittore e questo qui, aveva sempre un cane lupo terribile e questo cane lupo quando è andato giù, quello là dalla disperazione ha preso Franz per il collo e il cane, si è avventato contro, gli ha strappato lo scroto ed è morto dissanguato questo qui.

E lui si divertiva ad aizzarlo contro di noi, noi alla sera avevamo una fame terribile, perché ci davano da mangiare solo un po’ di brodaglia che chiamavano caffè e un bastoncino di pane, a mezzogiorno un minestrone e tante volte diventavano delle palle, il riso, si forma assieme, il minestrone e un pezzo di pane e alla sera niente, né caffé né niente, la cena non c’era.

Allora noi alla sera portavamo le gamelle fuori dello spioncino e “Fame! Fame!” per fare che ci portassero ancora qualcosa, ma Franz quando arrivava lui, da mangiare non c’era niente e c’era il pericolo che faceva sbranare qualcuno dai cani.

Però c’era il comitato interno che aiutava, c’erano degli scopini e tra questi uno che era un grande, adesso è diventato un grande matematico, adesso è in pensione, allora era solo studente e rischiando la pelle portava in giro una cucchiaiata di risotto, come lui e altri deportati, portavano una cucchiaiata di risotto di nascosto da Franz, perché se no avrebbero preso un sacco di botte, portavano di nascosto qualche cucchiaiata di risotto, ma non tutte le sere, magari una sera o due alla settimana riuscivano a portarci di nascosto questo cucchiaio di risotto, però poveretti sono andati a finire con noi, ecco.

Allora si racconta adesso perché allora non so se c’era… c’era con noi anche Mike Bongiorno, che essendo figlio di italo americani era stato tenuto a San Vittore tutto il periodo dell’occupazione nazista ed è stato liberato a San Vittore.

Strano caso che non lo abbiano portato insieme agli altri americani in campo di concentramento, ma l’abbiano tenuto lì a San Vittore e anche lui faceva lo scopino, anche lui ha tentato di aiutare gli altri.

D: Ecco Antonio, lì sei rimasto a San Vittore fino ad agosto, poi cosa è successo?

R: Al 17 agosto ci hanno caricati, prima di tutto ci hanno chiamati giù nello scantinato, in cantina avevano piazzato due o tre mitragliatrici e un faro che ci accecasse ed eravamo stipati lì, noi eravamo convinti che ci fucilassero, come hanno sempre fatto anche in altre parti, l’hanno fatto anche in Francia; pensavamo che ci fucilassero tutti e invece alla fine ci hanno ridato indietro il portafoglio, la cintura e le stringhe delle scarpe e ci hanno caricati su dei pullman, che hanno sequestrato ai lavoratori che venivano a lavorare su dei grossi pullman lunghi, una volta che portavano dai paesi nell’interland milanese li hanno perquisiti e li hanno portati lì a San Vittore e ci hanno caricati su lì, assieme ai fascisti di guardia e ci hanno portati al campo di concentramento e di smistamento di Bolzano .

È successo che durante il viaggio noi cercavamo di buttare i bigliettini, però le finestre erano chiuse ermeticamente all’interno, non c’erano maniglie e chiusi con noi c’erano ad ogni porta quattro fascisti, ed è successo che durante il viaggio dalla paura i fascisti se la facessero addosso e abbiamo dovuto aiutarli a liberarsi un po’ con dei giornali con degli stracci che si liberassero, perché dalla paura si sono fatti i bisogni addosso e l’odore non era piacevole, chiusi così senza i finestrini aperti ed era ancora agosto…,ci hanno portati fino a Bolzano, ci hanno fatto fare un giro più lungo perché ci hanno portato attraverso le strade di montagna perché avevano paura che i partigiani ci venissero a salvare.

La colonna era, in testa c’erano delle jeep, delle macchine dei fascisti, dei tedeschi armati con le mitragliatrici e procedevano la colonna e indietro seguivano la colonna… se qualcuno aveva la fortuna di far passare qualche bigliettino attraverso qualche spiraglio, veniva subito sequestrato da questi nazisti.

D: È durato molto il viaggio?

R: Il viaggio è durato dal mattino presto, siamo partiti, saranno state le quattro, c’era ancora buio e fino alle cinque, sei della sera che siamo arrivati in questo campo, che era appena stato finito e ci hanno portato in questo campo, che era un campo di smistamento e provvisoriamente ci hanno messo a dormire nelle baracche , così c’erano anche le donne con noi che venivano da San Vittore, eravamo circa quattrocentocinquanta e ci hanno portato lì, ci hanno distribuito a dormire nelle baracche, ci hanno fatto l’appello , però fino all’indomani, non hanno fatto l’appello generale, all’indomani invece ci hanno messo in fila in quadrati, hanno fatto l’appello, la conta e via, via queste cose le facevano due tre volte al giorno, specialmente alla mattina e alla sera, bisognava presentarsi e loro contavano e facevano l’appello.

Però, lì non è che…c’era un gruppo che era appena partito da lì, che veniva dal campo di Fossoli e questi gli avevano fatto costruire questo campo, Fossoli, è stato evacuato, perché erano arrivati gli alleati e non volevano che gli alleati ci liberassero e allora hanno evacuato il campo di Fossili e li hanno portati a Bolzano.

Quelli di Fossoli, hanno completato questo campo, lì sono rimasti una ventina o una cinquantina, non mi ricordo più bene e da questi, gli altri li hanno portati a Bolzano e noi siamo rimasti con questi qui e loro ci hanno raccontato la storia del campo, la storia delle fucilazioni che hanno fatto quando hanno sciolto il campo di Fossoli che ne hanno fucilati sessantotto e lì c’era un certo Olivelli che era scampato, si era nascosto alla fucilazione di Fossoli, si era nascosto in una fogna e aveva quelli che si usavano nei campi, quei cerchi rotondi con su tanti colori che vuol dire che questo aveva tentato di fuggire, allora le SS potevano sparargli a vista, se volevano, anche per divertimento, perché era uno di quelli che doveva essere fatti fuori.

Allora questo Olivelli è rimasto lì, era rettore dell’università di Pavia, era una brava persona, una grande personalità, che adesso l’hanno fatto beato, aspettavano solo l’ordine del Papa, il processo glielo hanno fatto e questo qui, aiutava tutti, perché lì, quando eravamo lì, c’erano le SS, non so se sequestravano o compravano delle mele e allora si poteva comprare queste mele, ma siccome nel gruppo dei partigiani, facevo parte io, non avevamo un soldo in tasca, non avevamo niente e non si poteva nemmeno comprare queste mele.

Le mele, allora questo Olivelli Padre Giannantonio che era anche lui, da San Vittore è stato portato a Bolzano, anche questi si impegnavano a raccogliere delle collette a chi aveva qualche soldo in tasca per poterci comperare qualche mezzo chilo di mele per noi.

Si erano impegnati in questo lavoro qui, fino alla Liberazione e però, noi come lavoro non c’era, perché erano i primi allestimenti del campo c’era la tipografia, c’erano i Bunker che erano le carceri, ma come attrezzatura, non erano ancora attrezzati per il lavoro.

Allora ci facevano portare delle traversine come quelle della ferrovia di legno, ce le facevano spostare da un posto all’altro, tanto per impegnarsi a  lavorare oppure ci tenevano sull’attenti per delle ore, tanto per impegnarci a lavorare ed eravamo abbastanza liberi per parlare tra di noi; avevamo tempo per parlare, si discuteva di politica, si discuteva della situazione politica attuale e si sperava sempre che arrivassero gli alleati a liberare il paese.

D: Antonio, lì a Bolzano ti hanno immatricolato ?

R: Sì, appena arrivati a Bolzano, perché al carcere San Vittore avevamo un numero, quando siamo arrivati, all’indomani ci hanno immatricolati, hanno fatto la conta, ci hanno immatricolati, a ognuno hanno messo il nome, adesso io non mi ricordo più precisamente quello che era il mio numero, però si è potuto scrivere a casa un paio di volte, siamo stati lì dal 17 agosto fino al 5 settembre e ho potuto scrivere a casa due volte, che però dopo ho visto le lettere quando sono arrivato a casa che era tutta censurata c’era poco da capire cosa si scriveva.

D: Ascolta, quindi tu sei rimasto lì a Bolzano sempre all’interno del campo?

R: Sempre all’interno del campo, senza mai uscire.

D: Ti ricordi la baracca qual era? Il tuo blocco qual’era?

R: Era il blocco “D” c’erano le lettere, blocco “D” e mi ricordo che erano arrivati, dopo un po’ di tempo che eravamo lì noi, un gruppo dal carcere di Verona, che dovevano essere fucilati e questi sono stati immatricolati, ma messi in un blocco dove c’erano solo loro e davanti in un angolo del cortile è stato cintato con il filo spinato, in modo che non potessero uscire di lì.

Dovevano camminare solo in quello spazio lì e parlavano con noi attraverso il filo spinato, mi ricordo che c’era un ebreo che si chiamava Sereni e questo qui, era ancora in divisa, è stato catturato appena paracadutato era ancora in divisa degli alleati, aveva due triangoli , il triangolo rosso e il triangolo giallo, che era un ebreo politico e questi qui, per quel che mi risulta, appena arrivati a Dachau , l’hanno fucilato.

D: Arriviamo al 5 settembre, cosa è successo quel giorno lì?

R: Il 5 settembre, al 4 hanno cominciato a rasarci tutti a zero.

D: Scusa un attimo, Antonio, ti ricordi chi c’era a fare le guardie, dentro nel Lager di Bolzano? Erano fascisti o erano tedeschi?

R: No, al Lager di Bolzano c’erano alcune SS tedesche e alcuni militari erano i civili, i veterani di Bolzano arruolati per quel lavoro lì.

Ci facevano le guardie, c’era il muretto attorno e facevano la guardia attorno.

Loro facevano solo le guardie sugli spalti, se noi si usciva per fare qualche lavoro ci accompagnavano le SS e non questi qui.

Questi qui, facevano la guardia solo sugli spalti.

D: Ecco un’altra cosa Antonio, a Bolzano ti ricordi se c’erano anche delle donne?

R: Sì, a Bolzano c’erano delle donne, c’erano delle donne che erano venute via da San Vittore con noi, tant’è vero che mi ricordo la prima sera che siamo arrivati, loro ci hanno messi, il mio blocco era vicino a quello delle donne e siccome il muro non arrivava fino al soffitto ma rimaneva alto dai castelli in alto, ci si poteva spingersi in alto e si poteva guardare dentro, infatti lì, siccome c’era con noi uno che a san Vittore era uno che cantava sempre “buonanotte mamma” e cantava molto bene, quando era la sera, a San Vittore, attraverso lo spioncino cantava e allora questa qui ha voluto vedere chi era, chi è che cantava?. Abbiamo fatto un po’ d’amicizia e abbiamo scambiato qualche chiacchiera….

Poi le hanno spostate e non ci hanno più permesso di parlare insieme a loro, però cosa è successo? È successo che quando, il giorno dopo, ci hanno obbligati a mettere il numero, perché era una strisciolina di tela, dovevamo scrivere il numero sulla giacca, o se non avevamo la giacca sulla camicia, e sui pantaloni ilnumero di matricola ed hanno adibito a questo lavoro le donne, le donne che c’erano con noi, che venivano da San Vittore e queste nostre compagne di sventura, ci facevano coraggio, specialmente a noi giovani, ci facevano coraggio, perché insomma avevano i loro famigliari a casa, fratelli o cosa e ci facevano coraggio.

Tante volte anche i figli ci facevano coraggio per affrontare la situazione con abbastanza serenità e non era molto facile, perché la situazione era terribile per loro, perché la donna ha sofferto di più per tante cose, per igiene personale e via il resto che non poteva più fare, e soffrivano più di noi, però avevano il coraggio di farci coraggio a noi, questa è la cosa che non dimenticherò mai, che ricorderò sempre queste nostre compagne di sventura.

D: Antonio, accennavi prima che lì a Bolzano c’erano anche dei sacerdoti?

R: Sì, con noi c’era questo Padre Agosti, don Antonio, che era con noi e difatti, quando il giorno prima di partire….

D: Scusa, padre Agosti o padre Giannantonio?

R: Agosti Giannantonio si chiama e siamo andati, il giorno prima di partire cosa hanno fatto, ci hanno rasati tutti e siccome questo era un Padre Cappuccino, aveva la barba, allora volevano rasare anche la barba, i capelli e la barba e noi con il gruppo di partigiani quelli di cui facevo parte io, ci siamo opposti e siamo andati al comando delle SS a protestare, a dirgli di lasciargli la barba e i capelli, che questo era un frate Cappuccino, era un affronto tagliarci la barba.

Siccome si vede che le SS, il comando non voleva grane allora ci ha detto di sì, per evitare storie, però dopo abbiamo capito che avrebbe potuto anche fucilarci, perché per le SS ammazzare la gente era quasi un divertimento, avrebbero potuto anche ammazzarci, ma si vede che questi non volevano grane e siccome dovevano stare lì e per stare lì tranquilli ancora in Italia erano lontano dal fronte, stare lì ancora, hanno preferito lasciare perdere.

Però all’indomani quando noi ci hanno portati dove c’erano i binari del treno e c’era la schierata di vagoni merci, dove ci hanno caricati, sessanta per vagone, allora ci hanno tenuto il portone aperto, quando eravamo su tutti, ci hanno tenuto la portiera del carro merci aperta e hanno fatto sfilare, assieme al comandante delle SS, l’hanno fatto sfilare questo padre Cappuccino per tutto il treno, per far vedere che la barba e i capelli glieli hanno tagliati e comandavano loro e facevano come volevano loro, era una sfida che ci hanno fatto a noi, per far vedere che loro hanno il diritto di fare tutto quello che vogliono.

D: Ecco, ti hanno caricato sul treno, poi dopo il treno è stato chiuso…

R: L’hanno chiuso ermeticamente dall’esterno e si è messo in viaggio e cammina, cammina per delle ore, fino che siamo arrivati che c’erano dei cartelli, prima nella zona dell’Austria per dire nella zona italiana in Alto Adige, poi mano a mano siamo entrati in Austria per andare in Germania.

D: Tu non sapevi dove stavi andando?

R: No, vedevamo solo delle scritte, attraverso uno spioncino che a turno andavamo a curiosare per vedere dove eravamo, certo che quando siamo arrivati a vedere i nomi stranieri ci sono cascate le braccia, qui ormai andiamo in Germania e chissà la nostra sorte chissà cos’è.

La speranza era che ci facessero lavorare, invece purtroppo non era così.

Ad ogni modo c’era questa speranza che ci portassero solo a lavorare.

D: Quanto è durato?

R: Due giorni e una notte, alla terza mattina siamo arrivati a una stazione, si è fermato e abbiamo letto: “Flossenbürg”, che per noi non voleva dire niente, mai sapevamo che esisteva una cosa di quelle lì.

Ci hanno fatto scendere dai vagoni, e subito uno spettacolo impressionante, c’erano delle persone con dei vestiti a strisce come gli ergastolani, vestiti a strisce, che scaricavano i blocchi di granito, a meno sembrava che scaricavano dai carri e caricavano sui vagoni ferroviari i blocchi di granito e c’erano altri vestiti a strisce come loro, però armati di grossi bastoni e che li bastonavano per spingerli a lavorare di più e se uno cadeva lo picchiavano doppio finché si alzava ed è stata una cosa terribile, ci ha scossi enormemente perché è una visione che noi non avevamo mai visto, è terrificante.

Poi ci hanno incolonnati, però hanno detto che tutti quelli che non potevano camminare o cosa, che li avrebbero portati con dei camion o con dei pullman e qualcuno si è fidato, si è consegnato e noi a piedi, solamente che quando siamo arrivati e abbiamo attraversato il paese e persone anziane nei balconi ce n’erano e c’erano dei bei bambini biondi, abbiamo attraversato questo paese di Flossenbürg, dei bei bambini biondi che ci guardavano e dicevamo: “Però dei bambini così belli non possono essere cattivi” ed era una consolazione magra che poi non è risultata vera.

Alla fine ci hanno portato fino al campo e lì siamo stati accolti dalle SS a pedate nel sedere e con il fucile o con le pistole ci spingevano dentro nel campo e lì ci hanno portato nell’Appelplatz dove ci hanno ordinato di spogliarci completamente e mettere tutta la roba in un sacco, anche la roba di valore, tutto doveva essere consegnato, completamente tutto e di lì, difatti noi abbiamo consegnato tutto, e lì ancora ci hanno rasato i capelli, rasati nelle parti intime dove c’erano delle pelurie e ci disinfettavano con un acido che bruciava per mezz’ora, da contorcersi…e tutte le cose di valore, chi aveva i denti d’oro glieli hanno strappati via, chi si era tenuto la vera ci hanno strappato anche la vera, alla fine gli oggetti d’oro e d’argento se li sono presi loro anche tutti i ricordi, catenelle anche se non erano… le tiravano per vederle dopo.

Ci hanno requisito tutti, ci hanno lasciato nudi, completamente e rasati a zero in tutte le parti del corpo.

Di lì, dopo ci hanno portato al bagno, al bagno erano le docce e di lì a bastonate ci hanno spinti, noi, non si capiva cosa volevano, a spintonate e a bastonate ci hanno mandati dentro nel locale delle docce che era sotto terra e nel locale delle docce ci hanno spinto a bastonate e lì hanno aperto l’acqua calda alternata a quella fredda, poi l’acqua calda, poi quella fredda, alla fine, senza asciugarsi né niente ci hanno distribuito il vestiario.

Il vestiario erano degli stracci che avevano lì, dei vestiti zebrati , oppure anche delle giacche con degli squarci, che erano messi dei panni zebrati cuciti insieme, con scritti KL in grosso, pantaloni lo stesso, e ci venivano buttati per la biancheria intima, capitava magari che erano mutande di carta, maglie di carta, una camicia di cotone, però la stagione era propizia, andava bene anche così.

In inverno invece… faceva freddo ci davano magari camice di nailon, le giacche e i pantaloni, degli zoccoli aperti.

Però non si poteva protestare, la giacca non mi va bene magari capitava che davano due zoccoli destri, zoccoli sinistri, capitava la giacca larga, la giacca stretta a bastonate ci spingevano via, non si poteva, uno si fermava prendeva un sacco di legnate e doveva scappar via.

Noi, ci hanno messo nella piazza all’aperto, nell’Appelplatz e ci hanno fatto un discorso…”Guardate che questo qui, voi che siete italiani è come l’inferno di Dante, qui si entra e non si esce se non per il camino o per andare in un altro campo come questo. Voi qui siete destinati a morire. Il vitto è appena sufficiente per sopravvivere, sopravvivere alla giornata”.

D: Antonio, il tuo numero di immatricolazione?

R: Il mio numero era capitato a tutti quelli del mio gruppo da 19000 a 20000 a me…era il numero 21720, il mio numero di matricola.

D: E dovevi impararlo in quale lingua?

R: Ecco, dovevamo impararlo in tedesco, però in quel momento lì avevamo ancora l’interprete italiano e non c’era bisogno.

Dopo ci hanno portato in un blocco di quarantena , che era il blocco 23 e vicino a noi c’era un altro blocco che era il 22, che i prigionieri chiamavano “precrematorio”, perché lì il Kapò spediva presto nel forno crematorio , se vedevano che non si riprendevano per poterli mandare a lavorare, se duravano troppo, ci pensava il Kapò a mandarli al forno crematorio e lì li pestavano di santa ragione tutti i momenti, finché raggiungevano il forno, lì c’era anche il Wascheraum , dove ci si lavava e c’era anche il gabinetto e lì accumulavano i morti.

Difatti il primo giorno, appena arrivati lì abbiamo visto un cumulo di cadaveri e ci siamo impressionati e che purtroppo dopo pochi giorni hanno cominciato anche i nostri a fare parte… quelli che avevano dei disturbi, mal di cuore, qualcosa, li portavano lì.

Mi sono dimenticato di dire che quelli che invece li hanno portati con il pullman, li hanno portati sì con il pullman, però durante il viaggio li hanno gasati, tanto è vero che li hanno scaricati al Wascheraum, dove siamo andati a lavarci, già morti.

Dopo li hanno svestiti, hanno portato via la roba e loro li hanno bruciati.

Per il mucchio di cadaveri è capitato anche a noi, i primi che sono morti qualcuno… c’era uno di Novara che era uno grande e grosso e questo qui è stato uno dei primi a raggiungere il cumulo, aveva problemi di cuore, era nel cumulo dei morti.

Tutti i giorni c’era anche qualcuno dei nostri, io ero nel 23, nel 22 c’era qualcuno dei nostri, il comandante del blocco era Vladimir, si chiamava ed era un delinquente comune tedesco e si divertiva a massacrarci di botte, lui e tutti i suoi aiutanti.

D: Dove eravamo rimasti Antonio? Lì a Flossenbürg?

R: Sì, appena arrivati… per noi la giornata era, sveglia alle 4 del mattino ci veniva distribuito una specie di caffé, una specie di tè, porcheria chissà cos’era di erbe, senza zucchero senza niente, senza pane, senza niente, ci incolonnavano e ci chiamavano per numero.

Il numero lo chiamavano in tedesco finché eravamo tutti tra di noi bastava ricordarsi il numero prima di noi, siccome chiamavano sempre con lo stesso ordine, allora ce la cavavamo.

Poi avevamo ancora i nostri interpreti e se c’era qualcosa ci aiutavano e questo è andato avanti un po’ di tempo e poi dopo a mezzogiorno ci davano una specie di zuppa, i primi giorni non avevano…avevamo delle gamelle di terracotta, non avevamo cucchiai e niente, bisognava… questa zuppa che era nauseabonda, i primi giorni, noi la mangiavamo lo stesso perché eravamo affamati, qualcuno invece si era rifiutato di mangiarla.

Il secondo giorno invece l’ha mangiata lo stesso perché non c’era nient’altro, è che le gamelle erano anche sporche. Alla sera ci distribuivano ancora la brodaglia e ci davano una fetta di pane, i primi tempi che eravamo lì era diviso in cinque, un pane tedesco era da un chilo, era di segale, chissà quale porcherie c’erano dentro, sembrava segatura e veniva distribuito in cinque e poi ci davano della margarina vegetale o del butter che era vegetale ci davano quella roba lì e basta, questo era il cibo con cui si doveva tirare avanti.

Però in questi giorni, cosa facevano? Cominciavano a scegliere quale lavoro, anche se eravamo in quarantena e a quale comando dovevamo essere adibiti.

Allora ci mandavano a fare una specie di esame e lì c’erano molti studenti, io ero metalmeccanico. Quelli che non erano meccanici, sono stati mandati a a scavare una galleria nella montagna e sono morti tutti o quasi tutti in poco tempo, gli altri li hanno mandati al lavoro come meccanici e allora quell’Olivelli ha cercato di aiutare i ragazzi giovani che erano anche studenti, non hanno fatto nessun mestiere, erano solo studenti, allora ha insegnato loro il calibro. Qualcuno ha dato l’esame, ha fatto vedere che conosceva il calibro e si è anche salvato, erano sempre in un campo di sterminio però se ne sono salvati di più.

Mentre quelli che sono andati a Hersbruck sono morti quasi tutti e siccome io ero minorenne, cosa hanno fatto, sono rimasto lì.

Quando i nostri compagni sono partiti, i primi sono andati a Hersbruck e assieme a loro c’era Olivelli che sapeva e parlava benissimo il tedesco e sapeva benissimo dove andavano a finire e che era il posto più terribile dove sarebbero andati e invece non è andato con i meccanici, perché si sarebbe potuto forse salvare e ha preferito scegliere di andare con quelli là ed è morto proprio perché lui dava da mangiare agli altri e per i nazisti, per le SS aiutare uno era un atto di sabotaggio, non si poteva aiutare nessuno, se uno cadeva bisognava lasciarlo caduto perché se no, se tu aiutavi questo ti ammazzavano di botte, invece magari quello si poteva alzare.

Allora guardare negli occhi le SS era un atto di lesa maestà, potevi essere assassinato se guardavi negli occhi le SS e noi siamo rimasti lì.

Mi hanno mandato al blocco dei minorenni e lì nel blocco dei minorenni, c’erano i figli degli ebrei che avevano sterminato i genitori, figli degli ebrei, piccoli, fino ai diciotto anni.

L’altra metà era composta dai figli dei resistenti di tutta Europa, francesi, polacchi, russi che magari avevano ammazzato i genitori e i figli erano portati lì a morire nel campo di sterminio.

Quelli che morivano era meglio la fucilazione perché hanno sofferto meno, però non è che il trattamento fosse differente dagli altri, era uguale.

Tanto è vero che ne morivano parecchi, soffrivano di più perché erano ancora in stato di formazione e non avendo da mangiare, più soggetti alle malattie, ne morivano tanti, gli altri massacrati di botte.

Mi ricordo un ragazzo che con un piede aveva rotto un vetrino, le finestre avevano dei vetrini piccolissimi e questo è stato massacrato di botte, è stato assassinato a botte solo perché aveva rotto un vetrino.

Un’altra volta invece un altro che diceva che aveva rubato le scarpe, al segretario e lì l’hanno messo dentro e ci hanno dato un sacco di botte finché l’hanno assassinato.

Un altro invece, un ragazzo di una decina d’anni, forse anche meno, che si era nascosto nel Wascheraum, che era dove ci si lavava e alla conta non c’era, l’hanno cercato, finché l’hanno trovato che si era nascosto nel Wascheraum, non era scappato, non era fuori dal campo, è stato sufficiente che, davanti a tutti noi, le SS davanti…il segretario e il capo blocco, se lo passassero a pedate e a pugni finché l’hanno finito così.

Noi si doveva andare a lavorare, la fortuna nostra è che sono stato scelto per andare a lavorare in fabbrica, altri invece trasportavano i pezzi da uno stabilimento all’altro, perché lo stabilimento era fatto, sotto, siccome c’erano tanti bombardamenti allora facevano le carcasse dei Messerschmitt , allora era nascosto nelle caverne, sotto nella montagna per non subire i bombardamenti e lavoravano sotto lì.

Io ho lavorato, ero il blocco 11 e facevamo le carcasse dei Messerschmitt, però come dicevo, il trattamento era uguale a quello degli altri, le botte c’erano sempre, molti venivano anche massacrati di botte, qualunque ordine non capito era sufficiente.

Per noi è cominciato un calvario terribile, per esempio, quando chiamavano i nomi, che facevano la conta, la facevano al mattino, la facevano quando si entrava in fabbrica, quando si usciva la sera…e quando facevano la conta i primi giorni noi non conoscevamo il numero.

Allora erano un sacco di botte, noi cercavamo di mostrarli ai polacchi, ai russi che erano vicino a noi e questi ci davano spintoni, pugni, perché gli italiani erano odiati da tutti, perché hanno invaso mezza Europa erano andati dappertutto a fare la guerra, poi solo per il fatto che eravamo alleati dei nazisti, tutti i prigionieri odiavano gli italiani e noi siamo andati di mezzo, anche se eravamo lì per le stesse cause….

Allora quando succedeva che nessuno rispondeva, noi facevamo così, per far vedere il nostro numero, il capo guardava, quando vedeva quello che non aveva risposto era un sacco di legnate.

Allora l’unica cosa è stato imparare al più presto i numeri, quando eravamo in fila alla mattina, quando facevano la conta al mattino, quando facevano la conta alla sera, tutte le volte che facevano la conta, noi eravamo soggetti a prendere un sacco di legnate, allora l’unica cosa è stata imparare prestissimo almeno il numero e poi alcune parole essenziali, più che altro era il numero, perché, altrimenti, ogni volta che c’era la conta noi prendevamo un sacco di botte, perché non sapevamo il tedesco e non è che loro la facevano in italiano la conta, in francese, in russo, eccetera, no, solo in tedesco, dovevi imparare, per forza, se no le altre lingue non le usavano.

Così abbiamo imparato al più presto i numeri tra di noi ragazzi italiani, eravamo un cinque o sei che erano rimasti lì e…di scambiare i numeri e i numeri lì dei ragazzi con me, c’era rimasto il figlio del pittore Carpi, Carpi Paolo, c’era uno che era il figlio del direttore del giornale del Vaticano, poi c’era Massimo, Massimo e Beppe, questi qui erano i ragazzi che erano con me, purtroppo questi invece sono morti.

Poi c’era Bertani Angelo che l’ho già nominato prima, e lì isolati in mezzo a tutti gli altri di tutte le razze d’Europa e non potevamo parlare con nessuno, potevamo solo parlare tra di noi e poi questi qui ci picchiavano anche, perché essendo italiani tutti ci spintonavano, ci picchiavano, ci maltrattavano.

Abbiamo dovuto stentare a far capire loro che eravamo lì per le stesse ragioni, anche i francesi ci picchiavano, loro dicevano che noi avevamo dato una pugnalata alla schiena alla Francia perché aveva già perso la guerra e Mussolini ha fatto invadere Mentone, ha dichiarato guerra alla Francia e allora anche i francesi ci maltrattavano e ce ne è voluto del bello e del buono, dei mesi per far capire che noi eravamo lì alle stesse condizioni, noi eravamo la resistenza ed è per quello che eravamo lì e condannati a morte come loro e finire come loro nel forno crematorio del campo oppure andare in un altro campo.

D: Ecco, tu sei rimasto a Flossenbürg, fino a quando?

R: Fino al gennaio del ‘45, perché io il 30 settembre compio gli anni e ho compiuto i 18 anni al 30 settembre del 1944. Mi hanno portato via nel gennaio del ‘45, perché appunto mi hanno tenuto lì, hanno creato le condizioni per mandarmi via, trovare un posto di lavoro, un campo di lavoro per poterci mandare via, tutti quelli che avevano compiuto i 18 anni e poi gli altri che erano arrivati lì.

Con noi era appena arrivatO un trasporto dall’Italia e veniva da Trieste e questi sono stati incorporati con noi quando si è riuscito a raggiungere un certo numero sulle 400, 450 persone, allora ci hanno portato a Kamenz.

Lì c’era una vecchia filanda e lì nella vecchia filanda l’hanno fatta come campo, si andava a dormire e poi di giorno ci portavano fuori, ci portavano in una fabbrica che avremmo dovuto riparare tutti i macchinari di una fabbrica, metalmeccanici, pulirli, metterli a posto metterli in funzione e, però quando ci hanno portato lì noi non avevamo né stracci, né carta vetrata, né… niente, niente di niente, l’azienda non aveva niente, allora dovevamo pulire le macchine con le dita, immaginate voi, le macchine tutte sporche di olio e di porcheria, come facevi a pulirle con le dita.

Non siamo riusciti, eravamo lì e giravamo intorno a queste macchine facevamo finta di toccare qui, toccare là, ma alla fine non abbiamo fatto niente, però anche lì maltrattamenti c’erano e anche lì c’erano le punizioni corporali, però anche lì certo che non era come a Flossenbürg, Flossenbürg è stato più terribile.

Anche lì c’era un forno crematorio e lì purtroppo, quando sono arrivati, arrivarono i russi, allora il problema era come evacuare…allora cosa hanno fatto? Prima di tutto abbiamo smontato le macchine per portarle via, però non abbiamo fatto in tempo a fare nemmeno quello perché non avevamo né le chiavi, né niente, anche lì, non siamo riusciti a niente.

La fabbrica è rimasta come quando siamo arrivati noi e quando siamo partiti è rimasta uguale.

Però cosa hanno fatto loro? A tutti quelli che dicevano che non potevano camminare ci hanno fatto le punture di benzina, benzolo quelle che facevano loro, c’era un forno crematorio e di notte hanno bruciato i cadaveri.

Noi per andare ai bisogni corporali, a turno abbiamo visto, che continuavano a portare giù i morti in barella e allora abbiamo immaginato, visto che in infermeria non c’era più su nessuno, li hanno portati tutti a bruciare e anche quelli che si rifiutavano di camminare a piedi venivano trattati in quel modo lì.

Però hanno aperto una breccia e ci hanno fatti marciare per andare fuori, però prima di partire c’era un medico che era un francese, che è quello che ha fatto le punture, c’era un polacco che però hanno detto: “Sono scappati”, che però evidentemente li hanno assassinati per impedire che dopo divulgassero la notizia e a noi, ci hanno messi in fila, però c’era qualcuno che era stato male e li hanno messi lì, sulle balle di paglia e noi pensavamo che erano diventati umani tutti ad un tratto e però appena avanti ci hanno dato fuoco e hanno bruciato vivi anche quelli che non potevano camminare.

Lì abbiamo camminato per alcune ore attraverso questa breccia per arrivare alla stazione e arrivati alla stazione ci hanno caricati su dei carri bestiame però io sono arrivato sfinito, sono svenuto proprio lì mentre mi caricavano sul carro bestiame, i compagni mi hanno aiutato a mettermi su e sono rinvenuto che il treno era già in viaggio e ci hanno portati ad un altro posto, però ci sono voluti quattro giorni, quattro notti, per arrivare a Dachau perché il treno ogni tanto era fermo e per i bisogni corporali ci facevano scendere, non ci davano né da mangiare, né da bere.

Siamo andati a fare i bisogni corporali vicino ai binari che erano sporchi di tutti gli altri bisogni corporali di altre portate, perché lì c’erano tutti i trasporti di militari, di civili, di deportati che li portavano, trasportavano via dall’altra parte dove c’era il fronte e gli alleati e portarci più all’interno della Germania.

Lì dopo un po’ di giorni ci hanno dato da mangiare un po’ di pane con la margarina, che era quella salata vegetale, non so come la facevano, dal carbone, che ci ha messo una sete terribile che però l’acqua non ce la davano e noi succhiavamo i bulloni a turno del carro bestiame per dissetarci, perché avevamo una sete terribile.

Dopo quattro giorni che si viaggiava, hanno aperto i vagoni e ci hanno dato tanta di quell’ acqua, forse per farci morire, tanto è vero che io ho bevuto due o tre gamelle d’acqua per farmi passare la sete e tutti hanno fatto così e dopo qualcuno è stato anche male perché insomma quando il corpo è disidratato non si può bere troppa acqua.

Da mangiare ancora un’altra volta poi fino all’arrivo, praticamente siamo stati quasi sempre con poco mangiare e poco bere.

Però in mezzo a noi avevano messo, tra i due portelloni, c’erano quattro SS ucraini, quattro SS russi che avevano aderito al nazismo, erano persone di fiducia che li mettevano lì a far la guardia, che però quando di notte si dormiva, le gambe uno nell’altro ci si schiacciava, perché eravamo sempre sessanta per vagone, ci si schiacciava uno sull’altro, schiacciavamo quelli dietro.

Quelli dietro…se uno dei prigionieri si spostava con i piedi in avanti o sui due portelli, questi quattro, le SS tiravano giù i cinturoni e ci davano botte della madonna e sparavano anche, anche la possibilità di ammazzare qualcuno senza pagare e che loro favorivano di più i russi, ascoltavano di più i russi che noi, perché erano sempre russi anche se non erano SS.

I nostri venivano schiacciati indietro e io per salvarmi levavo lo zoccolo che era di legno, era massiccio e lo picchiavo in testa a quello davanti a me quando mi sentivo schiacciare, che a sua volta picchiava quello e quell’altro per tirarsi su e respirare un po’, altrimenti uno poveretto era sfinito.

Tanto è vero che quando ci hanno scaricati dal vagone erano più i morti che i vivi, e ci hanno scaricati a Dachau.

A Dachau ci hanno portato all’Appelplatz e lì, anche lì, c’era la solita storia che dovevamo spogliarci, disinfettarci, tagliare i capelli.

Noi ci hanno spogliati e, a differenza di altri posti, per tre giorni e tre notti non ci hanno dato vestiti, niente, dovevamo andare in baracca, nudi, sempre a letto con delle coperte e ci hanno tenuti così. Dopo un certo periodo ci hanno dato i vestiti, sempre i soliti stracci, zebrati non ce ne erano più, erano vestiti che tiravano via ai morti e davano agli altri, oppure stracci di vecchie divise dei vari paesi occupati e ci hanno vestito in questo modo.

Lì a Dachau, c’erano i gruppi di lavoro, andavamo sempre all’Appelplatz, la sveglia alla mattina alle quattro, adunata, ci davano sempre quella brodaglia, sempre quel pane che però negli ultimi tempi era diventato non più in cinque, ma diviso in dodici e quel tè senza zucchero, senza niente, che ti davano di erbe aromatiche e basta.

Alla sera lo stesso, ci davano questa fettina di pane, la zuppa a mezzogiorno ed era una fame terribile, era sempre di più.

Però cosa succedeva, lì si avvicinava la fine della guerra, allora i Kapò cercavano un po’ di barcamenarsi, ci pestavano ancora come prima però cercavano di barcamenarsi, cercavano di salvarsi un po’, se arrivano gli alleati qui ci ammazzano di botte.

Adagio, adagio, però lì facevano gli esperimenti, prelevavano il sangue, io vedevo che prelevavano il sangue, ci chiamavano lì per dare il sangue, io non lo davo mai perché cercavo sempre di evitare, perché, non è che sapessi che fine facevano, però avevo sempre il dubbio, perché sapevo che le SS erano criminali e avevo paura di qualunque cosa loro facessero, qualunque loro iniziativa e difatti, perché loro con il prelievo di sangue, cosa facevano? Se trovavano il sangue adatto per certi esperimenti, prelevavano il malcapitato, lo portavano al castello del Hartheim dove facevano gli esperimenti.

Magari tanti che erano moribondi, li portavano lo stesso al castello, così con gli esperimenti, senza mai addormentarli, morivano, gli tiravano via delle parti magari di valore, trapianti, certi esperimenti e così morivano.

In più lì a Dachau, facevano anche gli esperimenti sul freddo, mettevano un deportato vestito come un pilota, in una vasca di ghiaccio, con dei blocchi di ghiaccio, poi questo qui lo lasciavano una mezz’ora lì, poi lo tiravano fuori, lo spogliavano, prima con due corpi di donne nude e poi dopo con quattro, per vedere dopo quanto tempo si riprendeva, però il malcapitato moriva sempre, perché, a parte che era già debilitato e però con il freddo non è che uno poteva riprendersi.

L’esperimento era perché i piloti tedeschi che venivano abbattuti sui mari del nord quando li tiravano su dal mare, questi morivano assiderati, non c’era la possibilità di salvarli.

Allora vedevano, se potevano in qualche modo salvarsi, però sono esperimenti che andavano a far morire i deportati e poi di polmonite, le povere donne, deportate, che dovevano riscaldare questo corpo gelato.

D: Antonio, quando sei arrivato a Dachau, dopo ti hanno dato un’altra immatricolazione?

R: Ecco, quando sono arrivato io a Dachau, mi hanno dato il numero 145691.

D: E sempre il triangolo rosso?

R: Sempre il triangolo rosso, perché ero politico, perché loro quando portavano da un campo all’altro c’era sempre la scheda di accompagnamento, che c’era su politico.

Allora sempre con il triangolo rosso e anche lì con il triangolo rosso, sono arrivato finché sono arrivati gli alleati americani, come detto però il mangiare è sempre più scarso, gli ultimi giorni non ci hanno neanche dato da mangiare, perché non avevano più rifornimenti e noi gli ultimi giorni ci portavano sempre nell’Appelplatz, perché dovevamo raggiungere il Tirolo a piedi.

Tanto è vero che ci avevano dato da mangiare, mezza scatola di carne da mezzo chilo e una mezza pagnotta di quelle lì grosse che doveva servire fino ad arrivare al Tirolo a piedi, però non avevano SS sufficienti per accompagnarci allora gli ultimi giorni ci portavano all’Appelplatz e dopo ad un certo momento ci portarono via.

Un certo giorno sono riusciti a trovare un treno e hanno detto: “Tutti gli ebrei devono essere evacuati” e molti sono scappati nel campo non si sono presentati, quelli che si sono presentati, cosa hanno fatto, li hanno caricati sul treno e li hanno portati avanti un pezzo, poi li hanno scaricati e li hanno fucilati.

L’indomani doveva toccare agli italiani, però cosa è successo? Perché durante la notte, perché le SS si rubavano anche i treni per portare via tutta la roba rubata in Europa, caricati sui treni e portarli via, nella notte sono spariti tutti i vagoni che dovevano portarci, allora l’indomani non hanno trovato i vagoni per caricarci, allora nell’Appelplatz, le SS non arrivavano per accompagnarci a piedi, alla fine ci riportavano sempre nel nostro blocco.

Però, in fianco al nostro blocco, c’era un blocco dove c’erano rinchiusi tutti quelli che avevano tentato di scappare e questi avevano le finestre sbarrate e poi erano senza scarpe, dovevano lasciare le scarpe in “Stube ” e lì quando noi ci hanno portato indietro non ci hanno dato il nostro blocco, ci hanno dato quel blocco lì e abbiamo dovuto lasciare gli zoccoli.

Siccome lì per fortuna avevamo avuto l’occasione di prendere degli zoccoli, sempre di legno però con la tomaia coperta, cioè non più scoperti e se dovevamo camminare a piedi, questo era essenziale e noi ci siamo rifiutati di consegnarli.

Allora, cosa è successo, che alla fine il Kapò spazientito ci ha fatto entrare con gli zoccoli, sì, ma da una finestra, per evitare di sporcare la “Stube”, dove dormiva lui e così siamo andati là.

Poi, per andare a dormire, siccome ci avevano dato quella roba lì che dovevamo portare da mangiare per camminare, cosa ho fatto, io non sono riuscito a trovare dei compagni italiani per dormire, c’erano solo due slavi, che “Vieni cono noi, vieni con noi” nel suo castello ci sono andato, però siccome con la fame che c’era, ci rubavamo il mangiare tra di noi, allora io ho preso la giacca, l’ho levata, ho fatto un pacco e mi sono messo sotto la testa, perché non mi rubassero, allora questi qui si sono offesi, oppure avevano certe intenzioni allora c’era una copertina per terra, l’anno tenuta solo loro e mi hanno cacciato di piedi e siccome c’era il vetro della finestra rotto, ho preso tutta notte un freddo terribile.

All’indomani ho cominciato a star male e tanto è vero che mi è venuta la broncopleurite e poi anche la dissenteria.

Allora gli ultimi giorni stavo anche male, per fortuna siamo partiti, perché altrimenti dopo due passi sarei caduto e mi avrebbero assassinato.

Sono stato male, però l’indomani sono arrivati gli americani, i carri armati americani e loro ci hanno mandato contro tutti i cani, perché intorno al campo di Dachau c’era un treno blindato e poi ogni SS aveva un cane, un cane lupo e loro hanno mandato contro gli americani i cani e poi hanno sparato anche.

Allora, prima di tutto hanno ammazzato tutti i cani perché sono andati contro i carri armati, questi li hanno fatti fuori.

Poi hanno preso dei prigionieri che erano quelli che erano di guardia alle torrette al treno blindato, la maggior parte delle SS sono scappate attorno al campo e anche i Kapò, perché quando hanno visto dalle finestre che scappavano le SS, sono scappati e sono rimasti in pochi.

Allora hanno preso pochi Kapò, quasi nessuno e poche SS, che sono rimaste fino all’ultimo, credendo chissà cosa, solamente che all’interno del campo c’era scritto “Il lavoro rende liberi”, sono entrati nel campo e hanno trovato un treno gli alleati, l’hanno aperto, era pieno di cadaveri.

Allora i negri hanno passato alla baionetta, le SS che hanno fatto prigionieri e qualcuno si è nascosto, poi nei giorni dopo li hanno ritrovati, li hanno presi e li hanno linciati nel campo che si conoscevano bene, allora si erano nascosti come tre prigionieri, però avevano i capelli, erano grassi, non erano magri come i deportati, li vedevano lontano un chilometro e li hanno fatti fuori e qualcuno li ha linciati e però io mi sono ammalato, broncopleurite e dissenteria, non avevo più neanche la forza di alzarmi. Tanto è vero che la sera che sono arrivati gli americani, hanno aperto le porte, hanno dato il diritto al vincitore di uscire e fare tutto quello che volevamo noi, potevamo uccidere tedeschi, violentare le donne, rubare da mangiare, roba di valore, niente, che però la maggior parte di noi era addirittura in stato precomatoso, stato pietoso e non poteva alzarsi e uscire, sono rimasti nel campo, pochi sono usciti.

Sono usciti in pochi tanto più che anziché cercare di vendicarsi sono andati a cercare da mangiare e chi ha trovato da mangiare poi è morto perché noi avevamo talmente le budella così asciugate, perché non c’era più né grassi, né niente, così secchi che mangiando un po’ di più, si rompevano e veniva la dissenteria e poi morivano.

Così è stato per molti che hanno trovato da mangiare.

D: Ecco, Antonio, durante la Liberazione quindi tu, eri in baracca?

R: Sì, sono rimasto in baracca.

D: In baracca ammalato?

R: Sì, certo, non mi potevo muovere perché ero malato e sono rimasto lì.

D: Ecco, quanto tempo sei rimasto lì?

R: Ecco, nella baracca lì, pochi giorni, perché hanno messo a capo blocco, un belga, un fiammingo, che un po’ assomigliava un po’ ai tedeschi, come mentalità, forse era prigioniero, forse non capiva, fatto sta che io lì non potevo nemmeno alzarmi dal letto, a fare i bisogni corporali, io l’ho detto: “Guardi che io sono malato”; lui mi lasciava lì in un angolo, allora  siccome lì i castelli erano composti di poche traversine di legno e un pagliericcio leggerissimo, io spostavo il pagliericcio e facevo i bisogni lì, perché se non avevo la forza di alzarmi, non mi accompagnavano e li facevo lì.

Allora gli scopini che facevano pulizia si sono accorti, hanno reclamato con il Kapò, allora finalmente si è deciso e hanno chiamato un dottore, che poi era un dottore polacco, per vedere quelli che dovevano portare all’ospedale, allora alla fine ha visitato gli altri, ha visitato anche me e ha detto: “Questo qui è inutile che lo mandiamo al Revier perché questo è un moribondo e allora chiesi: “No, un momento”, perché capivo il francese, “no, no a me mi mandi all’ospedale, perché a casa ho mia mamma che mi aspetta, io devo andare a casa”.

Allora, questo qui, mi ha mandato, però abbiamo dovuto fare a piedi non so, duecento, trecento metri, ci abbiamo messo non so quanto tempo ad arrivare là.

Si passava dal Wascheraum dove ci si lavava, e c’erano i mestoli dove davano la zuppa attaccati, allora siccome con la dissenteria si secca la gola, non si riesce a mandare giù niente, allo stesso tempo si secca la gola e viene una sete tremenda, siccome era proibito bere perché l’acqua non era acqua potabile, era non potabile, era pericoloso bere quell’acqua lì, perché oltre la dissenteria poteva venire qualcosa d’altro, c’erano dei microbi.

Allora, se devo morire almeno soddisfo la sete e ho bevuto due tre litri d’acqua e sono arrivato là che almeno muoio senza la sete.

Però mi hanno disinfettato e vestito e mi hanno messo in un letto, è lì che sono rimasto un bel po’, sono rimasto, adesso non ricordo più quanto tempo, stavo molto male, un po’ tra la vita e la morte, non riuscivo neanche ad aver la forza di mangiare, mi mettevano su uno sgabello il cibo, io con un po’ di forza, andavo lì masticavo un po’ di briciole di pane, però non mangiavo e non bevevo perché non mi aiutavano e non mi davano niente.

Allora, io avrei avuto bisogno di un brodino, però lì non c’era.

Allora cosa è successo, dopo questo periodo lì, sono arrivati, però cominciavo a rimettermi un po’, sono arrivati gli americani e mi hanno portato all’ospedale degli americani.

Fuori dal campo, cioè era dove c’erano gli alloggiamenti delle SS, che erano baracche più confortevoli e lì c’erano i medici delle SS, che ci visitavano e ci curavano, sotto le divise degli americani.

A me mi hanno fatto delle lastre e mi hanno messo nel blocco dei TBC, perché avevo la pleurite evidentemente, avevo delle macchie sui polmoni e questi per non pensarci troppo, perché la maggior parte degli altri erano tubercolosi, mi hanno messo nel blocco dei TBC.

Il blocco dei TBC, che poi io mi disperavo perché dicevo: “Porca miseria, ammalato di TBC”, poi allora si moriva, c’erano le case di cura dove non ti lasciavano uscire se era positiva, non ti lasciavano uscire, non potevi avere contatti con la gente, allora mi disperavo, “Ho i nipoti piccoli, ho la mia famiglia, non posso più vederli”. Sono rimasto lì per un po’ di tempo e venivano dei superstiti sono venuti a trovarmi e io gli davo il pane, dopo è venuto lì uno e… “Via di lì! Questo è il blocco TBC, non potete prendere il pane”, però loro avevano ancora fame e lo prendevano.

Dopo adagio, adagio, siccome lì ci davano da mangiare, quattro, cinque volte al giorno, ci davano il latte alla mattina, con dei biscottini, ci davano ancora alle dieci, ci davano una zuppa a mezzogiorno, poi alla sera ci portavano lì, un cucchiaino di cioccolato, scatoloni di rosso d’uovo, un po’ di zucchero e facevano la “rusumada”, zabaione e così, mangiavo e adagio adagio mi sono tirato su in forze e dopo mi hanno tirato via dal blocco di TBC mi hanno messo in un altro blocco. Mi hanno mandato via dal blocco TBC perché dicevano: “Ha fatto la pleurite, però non è tubercolosi”, allora mi hanno mandato in un altro blocco e lì sono rimasto ancora fino al 24 giugno, che sono rimpatriato nel ’45.

D: Cioè sei rimpatriato come?

R: Lì c’era una colonna, ci ha portato una colonna americana, ci ha portato fino a Bolzano e ci hanno portati, noi siamo scappati, perché dall’ospedale, noi non potevamo uscire, ci hanno trasportato in viaggio, alcuni sì alcuni no, praticamente con un elenco e ci hanno fatti uscire dall’ospedale, perché l’ospedale era cintato, c’erano le guardie armate che proibivano di uscire agli ammalati e con questo elenco, siamo andati lì, ci siamo presentati era un italo americano, ha letto i nomi, ci ha fatto passare e siamo andati dove c’erano quelli che dovevano partire l’indomani e anche noi dovevamo partire l’indomani.

Però appunto non volevano farci partire perché nel primo trasporto che è stato fatto subito dopo la Liberazione, in maggio sono morti dieci italiani, nel fare il Brennero, allora non volevano che noi si partiva, ma noi nella fretta di andare a casa, allora siamo scappati e siamo andati insieme agli altri italiani.

Io avevo il foglio di viaggio e questa colonna americana ci ha portati fino a Bolzano, a Bolzano ci hanno scaricato, dove c’era il vecchio campo di smistamento, ma era ormai abbandonato da tutti, c’erano solo dei capannoni aperti da tutte le parti, dove riposavano quelli che arrivavano e dove c’erano gli uffici, dove scrivevano il foglio di viaggio.

Io mi sono seduto lì, ma si vede che sono svenuto e non ho trovato più nessuno, allora sentivo gli altoparlanti che dicevano “partenza per Milano…” bisogna presentarsi in ufficio.

Sono andato là con il mio foglio di viaggio, allora questi mi hanno timbrato il foglio di viaggio, mi hanno dato il foglio di viaggio, sono andato lì e questi camion civili ci hanno portato fino a Milano.

Milano, alla stazione Centrale dove c’erano i posti di ristoro, però io avevo fretta di andare a casa e allora sono saltato giù, sono saltato sul tram per andare a casa, allora era il due che passava da Corso Italia e il bigliettaio mi ha cercato i soldi, il biglietto, io non ho soldi e c’è stata una signora che mi ha pagato il viaggio, però là davano via i biglietti per il tram alla stazione Centrale però io avevo fretta di arrivare a casa per vedere i miei, perché non sapevo che fine avevano fatto e così sono arrivato a casa.

Ammalato, pesavo 35 chili c’è voluto un bel po’ di tempo, prima di riprendere, ma più che di riprendere fisicamente, di riprendere con il cervello perché a parte gli incubi che avevo di notte, ma anche perché mi spaventavo per niente, se passava un’ombra vicino mi nascondevo il mangiare e tanti si offendevano, perché dicevano: “Cosa vuoi, non ti porto mica via il mangiare”.

Ma la psicosi del Lager, prima di guarire da quella cosa lì, c’è voluto un bel po’ di tempo, ancora di più di quella fisica.

D: Antonio, che cos’è un Lager?

R: Un Lager, dovrebbe essere un campo, però purtroppo un Lager di sterminio, come quello che abbiamo conosciuto noi, era un posto di morte, bisognava andare lì, solo per morire, una condanna a morte, dovevamo morire lì, però prima di morire dovevamo rendere, dovevamo rendere, allora avevano fatto una statistica di quanto uno rendeva, perché tanto per i capelli, tanto per i denti, tanto per questo, per quell’altro, anche le protesi che poi vendevano, tanto per il lavoro, che almeno per un certo periodo lui rendeva, la media era di un mese che rendeva, dopo moriva però aveva reso tanti soldi, era lì per morire, però doveva rendere, perché i tedeschi erano rimasti a corto di manodopera, perché i suoi erano al fronte, anche i giovanetti e gli anziani li portavano al fronte e lì a servizio delle SS, prendevano gli ammalati, quelli feriti, li portavano a fare servizio, però un corpo speciale anche, era “testa di morto”, che era un corpo speciale dei nazisti che era apposta per i campi.

Allora questi qui, che avevano il diritto di morte su di noi, questi qui erano lontani dal fronte e avevano bisogno di manodopera, allora cosa facevano, portavano via, razziavano tutta la manodopera d’Europa.

Allora portavano via, quelli che erano lavoratori alla sera andavano a dormire nelle baracche, ma erano liberi, li obbligavano a lavorare là.

Poi c’erano i militari, che avevano portato via all’8 settembre e li hanno resi anche liberi, ma non potevano scappare perché li ammazzavano, però erano liberi di lavorare, non erano accompagnati dalle SS.

Poi c’erano tutti gli altri prigionieri di guerra, poi c’eravamo noi che eravamo lì solo per morire.

Non fucilavano e assassinavano in tutte le città occupate, perché altrimenti la gente avrebbe capito e si sarebbe ribellata.

Per evitare facevano solo delle rappresaglie, volevano solo dimostrare che bisognava aver paura di loro, vivere con il terrore e questa logica la portavano anche nel campo; e nel campo oltre che lì eravamo destinati a morire allora tante volte facevano delle punizioni apposta.

Lì a Flossenbürg una volta avevano impiccato sei persone, perché dicevano che avevano rubato le sigarette alle SS, cosa impossibile perché le SS tenevano poche sigarette anche loro e non è che si potevano rubare le sigarette.

Fatto sta che hanno impiccato davanti al campo ed hanno portato là tutti i prigionieri per vedere l’impiccagione, sempre per terrorizzare la gente.

Poi, dopo una volta hanno impiccato un ufficiale russo, perché diffondeva le notizie e dava fiducia di sopravvivere e loro non volevano che uno avesse la speranza di sopravvivere, loro volevano che uno diventava una larva umana, che lavorasse e morisse a ordini.

D: Antonio, secondo te è importante che i giovani di oggi conoscano questa parte di storia?

R: È importantissimo per i giovani conoscere questa parte di storia ed è un peccato che non diventi proprio materia di studio, perché queste cose possono anche succedere.

Prima di tutto l’odio razziale verso gli ebrei, ma l’odio razziale è nato anche per portare via i loro beni, è nato anche perché prima hanno colpito i politici, cioè è nato proprio per eliminare tutti i differenti e questa mentalità può ancora sopravvivere, non è che solo i nazisti, anche qualcuno altro ha fatto altre cose, non uguali ai nazisti, quello lì è stato veramente il genocidio, però potrebbe ritornare e poi le cause, è importante sapere quali sono state le cause, perché un uomo può arrivare a tanto.

Le cause sono le più importanti e possono verificarsi anche adesso.

Il razzismo, l’odio razziale, l’odio verso chi è differente da noi perché non sono stati deportati solo gli ebrei, ma anche gli zingari, oltre i politici, anche i seguaci di Geova, praticamente tutti quelli che erano di mentalità differente venivano eliminati.

Veniva eliminata ogni ideologia che era differente da quella nazista, da quella fascista.

Questo bisogna insegnare ai giovani, che abbiano comprensione, per tutti gli altri, per tutte le categorie che pensano… è importantissima e non ci siano differenze di colore, di nascita e di niente.

D: Antonio, perché tu, almeno una volta all’anno ritorni nei campi?

R: Io almeno una volta all’anno ritorno nei campi perché non ho mai dimenticato tutti quelli che sono morti là e gli ideali per i quali sono morti e vado là per ricordarli e vado là principalmente anche per trasmettere le nostre speranze e i nostri ideali ai giovani, gli ideali di quelli che sono morti, ai giovani.

Per portare avanti questo patto di solidarietà umana, questa società più giusta che tutti noi auspichiamo.