Varini Franco

Nota sulla trascrizione della testimonianza: L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Franco Varini, sono nato a Bologna il 5 agosto del 1926. Per la verità sono sempre vissuto a Bologna. Sono entrato nella resistenza direi quasi casualmente, ritengo di essere stato di uno tra coloro che per primi sono entrati quasi per gioco nelle file della resistenza. Prima eravamo un gruppo di ragazzi e abbiamo iniziato così, in sordina, poi dopo un certo periodo di tempo siamo stati inquadrati in una formazione partigiana, che è la quinta brigata Otello Bonvicini divisione Bologna, per il quale ho militato, militato fino a quando su delazione sono stato arrestato. Questo è avvenuto esattamente l’8 di luglio del 1944. Io ero stato preavvisato che stavano puntando i riflettori su di noi, su un gruppo di ragazzi del mio rione e pertanto questo avvertimento mi è stato fatto il 7 di luglio del 44, per cui un giorno prima del mio arresto. Ho avvertito i miei compagni i quali hanno provveduto a fuggire, io non potevo perché avevo una ragione particolare, avevo una grossa storia che mi ha quasi di fatto impedito di andar via con gli altri. Ho cercato un lavoro, concessione che mi è stata fatta da degli amici che gestivano un bar. Io sono andato in questo bar l’8 luglio del 44, fingendomi un loro lavoratore.

In effetti aiutavo, ma questo l’ho fatto solo per la mattina dell’8 di luglio, perché l’8 di luglio, un sabato del 44, mentre ero giù lì al lavoro in questa cantina, la sorella di uno dei proprietari di questo bar, amico mio, che mi aveva preso appunto in forze, tra virgolette, mi chiama e mi dice “scusa Franco puoi salire”, era una cantina interna al bar, allora erano cose un po’ diverse da quelle attuali. Io sono salito e come sono spuntato con la testa da questa sorta di scaletta che portava alla cantina, ho visto che tutti gli avventori del bar erano con le braccia alzate, all’interno c’erano dei militi della brigata nera, i quali mi hanno chiesto semplicemente come mi chiamavo, ho detto “Franco” “e poi?” quelli hanno detto Franco e basta? Sono uscito, per mia fortuna hanno dato al tutto un taglio spettacolare, dirò perché per mia fortuna, cioè mi hanno portato al centro della strada che era Viale Aldini di Bologna, un viale che ancora esiste e dove ancora esiste il bar nel quale sono stato arrestato, a braccia alzate questi quattro della brigata nera mi si sono messi di lato offrendo uno spettacolo di fatto a tutti coloro che assistevano. E dicevo perché è stata la mia fortuna? Perché mi hanno portato al loro comando, che era molto vicino, in via [san Mauro] parliamo sempre di Bologna, a circa 150 metri dal posto dove sono stato arrestato, mi hanno messo in una cella, sono rimasto circa un’ora, dopo di che mi hanno fatto salire su una macchina e mi hanno portato in via Santa Chiara, sempre una strada di Bologna nei pressi di Giardini Margherita, i grandi giardini di Bologna. Qui è vicino una palazzina, che poi in seguito ho saputo era stata requisita dalle SS, sono stato portato dentro. Mi hanno portato in questa palazzina, mi hanno portato nelle cantine che erano state trasformate di fatto in celle, mi hanno messo lì, dopo un certo periodo di tempo, parlo sempre dell’8, sabato 8 luglio 1944, mi hanno fatto salire e mi hanno portato in un ufficio. In questo ufficio c’era una sorta di gigante, un maresciallo delle SS, al tavolo sedeva un uomo dai capelli bianchi, che poi era l’interprete. Mi hanno fatto consegnare tutto quello che avevo, non avevo per la verità grandi cose: una chiave che era quella di casa, e le altre cose, documenti non so se poi l’avevo, adesso non ricordo esattamente, insomma tutto quello che avevo in tasca. E lì è cominciato l’interrogatorio. Interrogatorio fatto in uno strano modo, come probabilmente ne sono stati fatti un’infinità. Io non finivo nemmeno di dare la risposta alle domande che mi rivolgeva l’interprete che questo gigante, questo maresciallo delle SS ha cominciato a percuotermi. Era effettivamente un gigante, mi picchiava talmente forte che ogni tanto vacillavo. Mi appoggiavo al tavolo della scrivania per sorreggermi e l’interprete diceva di non farlo perché lui aveva un righello in mano, di quelli che si usavano in …, e mi colpiva ripetutamente sulle mani.

Io nella confusione per la verità debbo dire che anche a certe risposte alle quali avrei potuto benissimo dare immediata risposta direi, che non avrebbe danneggiato nessuno, rispondevo direi malamente, cioè anche alle domande se conoscevo, e mi facevano dei nomi ad esempio, personaggi che appartenevano al mio gruppo, Giorgi, Ferrucci, Magri, Tiziani ecc., io dicevo di no, era gente che abitava vicino a me, per cui dico veramente davo delle risposte molto sconclusionate. E per conseguenza percosse a non finire.

Prima ho detto che è stata la mia fortuna che il momento del mio arresto è avvenuto nel modo spettacolare che ho ricordato. Perché? Perché intanto io abitavo di fatto in un rione molto vicino al luogo dove ero andato a lavorare, il vecchio rione dei Mirasoli, qualcuno ha provveduto ad avvertire mio fratello che era renitente alla leva, nascosto in una casa, che non era la casa dove abitavo ormai da solo perché mia madre era morta e mio padre non c’era, vivevo praticamente da solo, questa casa era stata trasformata di fatto in un arsenale, era piena di armi, di queste cose.

Cosa han fatto? Finito questo interrogatorio che è stato, come tutti gli interrogati che hanno subito coloro che sono stati arrestati dalle SS, sono stato portato letteralmente da dei militari della PAI, Polizia Africa italiani che erano così, che erano in servizio, prese il comando delle SS, sono stato riportato in cantina. La mattina dopo, e questa è una cosa che io ho saputo in seguito naturalmente, perché ero giù, ero già agli arresti, verso le 4, quattro e mezza, le SS han circondato il rione nel quale abitavo e tutti gli uomini che abitavano in vicolo del Falcone, una strada che esiste ancora adesso a Bologna, sono stati arrestati. Naturalmente sono andati in casa mia, e per mia fortuna, cosa che ho sempre ripetuto e che ripeterò all’infinito, durante la notte mio fratello, assieme a due partigiani, che sono Magri, Tiziano, Giorgi e Ferruccio, hanno provveduto a vuotare completamente la casa, portando parte delle munizioni al comando della Gap di Bortolan, e le altre, perché ormai non ce la facevano, addirittura le hanno scaricate nei tombini, nelle chiaviche che c’erano nello stesso vicolo del Falcone. Di fatto quando sono andati in casa mia non c’era assolutamente niente, tutto quello che hanno portato via è stato una radio, che l’interprete poi, così direi con una di quelle che non si raccontano nemmeno, dice “questa radio” io lo guardavo “è la sua, ma le è stata sequestrata perché è stata trovata sintonizzata su Radio Londra”, immaginate un po’ se io ero talmente deficiente da sintonizzarmi. Questa è stata la prima esperienza. Io per 8, 9, 10, fino al giorno 10, tre giorni sono stato ripetutamente percosso, tant’è che mio fratello, quando il giorno dopo trovando addirittura, attraverso la resistenza, la possibilità di avere una divisa militare e dei documenti, è venuto alle SS, quando io l’ho chiamato mio fratello mi ha guardato e ha stentato a riconoscermi, talmente avevo il volto rovinato dalle percosse.

Morale della favola: il giorno 9 luglio tra gli arrestati c’era Giorgio Spada, un altro membro della resistenza, naturalmente io avevo sempre negato di conoscerlo, di appartenere ecc. ecc., perché tra l’altro le imputazioni che mi erano state rivolte erano gravissime, pluriomicidio e tutte le cose che solitamente vengono addebitate, che però non mi appartenevano i reati che mi venivano contestati, per cui mi sentivo abbastanza tranquillo. Quando il giorno dopo, il 9, durante un altro interrogatorio, io sono stato obbligato a mettermi in un angolo, su una sedia girato di spalle, mentre dicevano a questo mio compagno, che poi è venuto, mi ha seguito fino a Fossoli, Giorgio Spada, dicendogli “Franco Varini già praticamente ha confessato tutto”, e quando io ho cercato, lui mi implorava, diceva “ma che cosa hai confessato che effettivamente non abbiamo fatto niente?!” io ho cercato di voltarmi, mi ero stato ordinato di non farlo, e allora uno dei colpi che mi è stato sferrato e sono andato a finire addirittura in un angolo.

Voglio ricordare comunque che era presente all’interrogatorio molto direi coinvolto, sorridente, direi quasi felice, un ufficiale delle SS che era senza un braccio. Io non sapevo che si trattava, e questo l’ho scoperto in seguito, del maggiore Walter Reder, che è l’autore della famosa strage di Marzabotto. Comunque non gli interessava molto del mio caso.

La mia fortuna è stata comunque questa: 8, 9 e 10 percosse a non finire, fino a quando è arrivato, è stato portato davanti a me un sergente delle brigate nere che frequentava il nostro locale, il quale era colui che mi aveva fatto arrestare. Quando questo tipo si è trovato davanti a me, l’SS ha detto qualcosa all’interprete, il quale in italiano mi ha detto “riconosci in quest’uomo la persona che lo ha disarmato, che avrebbe?” lui ha avuto un attimo di incertezza, dice “era sera, non mi pare di riconoscerlo molto bene”, in quel caso probabilmente la Madonna di San Luca, protettrice dei bolognesi, ha messo una parola buona perché mentre l’interprete riferiva alle SS quello che era stato detto, l’SS alzando il tono di voce, probabilmente ha detto ancora all’interprete di ripetere la domanda, e questo forse intimorito delle conseguenze che poteva, ha tornato a ripetere, ho il mio volto devastato o che so io, ha tornato a ripetere “ma io veramente era di sera e non sono in grado con certezza”, e quello in quel momento è stata la mia fortuna, lui è stato quasi brutalmente portato fuori dalla camera, dall’ufficio dove si svolgevano questi interrogatori, io sono stato riaccompagnato nella cella, naturalmente ancora una volta privo di sensi, perché io non ero un eroe, ero un ragazzo che aveva 17 anni e mezzo e che voleva continuare a vivere. Riconosco che non era un Enrico Toti, non ero certamente uno dei grandi eroi della resistenza ma un ragazzo che aveva solo paura di morire e voglia di vivere.

Quando il giorno 11 sono stato riportato nell’ufficio degli interrogatori tremavo, ho avuto invece un attimo di, direi di sensazione particolare, perché ho visto, ho intravisto perché avevo anche un occhio semichiuso ecc., che il maresciallo dell’SS che mi aveva percosso sedeva sulla poltrona e l’interprete si rivolgeva nei miei confronti direi in un modo tutto particolare. Dicendomi al termine di tante parole che non ricordo: adesso lei firmerà questi documenti e le debbo comunicare che la sua condanna a morte, della quale io non sapevo certamente niente, è stata trasformata in lavori. Io pensavo, sul momento forse ho pensato alle donne tedesche, le patate ecc., poi probabilmente senza nemmeno ringraziare sono nuovamente crollato. E poi sono stato portato nuovamente in cella.

Il giorno 11 è stato l’ultimo giorno che io ho trascorso nelle celle delle SS di Via Santa Chiara. Dopo di che il 12 di mattina ero solo nella cella, perché il giorno prima due fratelli bolognesi, due eroi della resistenza bolognese e un giovane che era stato trovato con un’arma, un’arma scarica, erano stati giustiziati, cioè uccisi, mi spiego? questo l’ho saputo in seguito naturalmente. Ero solo in questa cella quando è stata aperta la cella verso le quattro e mezza, adesso non ricordo perché l’orario non sono in grado di darvelo, non c’era il campanile che abbiamo in questa nostra bella città che mi può dare l’ora. Sono stato portato fuori, c’era un camion vuoto con 4-5 delle SS. Non ho pensato nemmeno lontanamente che mi portassero alla fucilazione. Ho guardato in alto, c’era un cielo stellato, ho invocato mia madre perché non avevo tanti protettori in alto, allora dico se mi dava una mano.

Siamo andati con questo camion, siamo arrivati, cioè mi hanno portato davanti al carcere di San Giovanni in Monte, qui hanno caricato un’altra trentina di prigionieri, e via, siamo partiti. Quando siamo passati sulla Via Emilia, questo è un fatto che voglio ricordare perché particolare, ad un certo momento il camion era scoperto, le SS sedevano sui lati del camion, uno ha detto “l’abbiamo passato”, io sul momento non l’ho nemmeno capito, stavamo facendo la Via Emilia, voleva dire “abbiamo passato via Gucchi” che era la strada dove c’era il poligono di tiro, per cui dice qui non …

Siamo arrivati nel campo di concentramento di Fossoli, a Carpi di Modena, il 12 luglio del 44. Una data che va ricordata, perché il 12 luglio del 44, quella stessa mattina alcune ore prima erano stati portati fuori dal campo 70, anzi 69 perché uno di loro, Teresio Olivelli riuscì a nascondersi, e altri due riuscirono a fuggire, gli altri sono stati fucilati a… Questo è un po’, e arriviamo, qui siamo a Fossoli.

Nel campo di Fossoli mi sono direi, debbo dire la verità qualcuno ha raccontato cose forse diverse da quelle che io posso oggi ridere, non è che mi sia trovato malissimo, però alcuni giorni dopo, dopo esser stato rapato ecc. ecc., dormivo comunque su un letto da solo, e direi mi pareva che tutto il mondo ormai si fosse, le acque del mondo si fossero acquietate, ho chiesto un attimo ai miei compagni come andavano, perché avevo incontrato, oltre quello che avevano arrestato, altri miei amici, Felletti, insomma altri membri della resistenza, come andavano le cose “mi pare che qui vada tutto bene” dice “senti il giorno che siete entrati voi hanno fucilato quella gente”, e in giugno Leopoldo Gasparotto è stato giustiziato con un colpo alla testa. A me dissero che l’aveva ucciso il maresciallo Hans Haage che era il vice capo-campo, comandato da Tito ecc., dico e invece poi pare che sia arrivata una macchina, ma queste sono cose che non sono in grado di raccontare perché racconto solo quello che ho vissuto e che ho visto personalmente. A Fossoli sono rimasto fino al 5 agosto, una data che non posso certamente dimenticare, perché ricorreva il mio diciottesimo compleanno. Perché sono rimasto a Fossoli? E questo è un fatto che anche questo mi debbo assolutamente ricordare, perché debbo a Odoardo Focherini, che era nel campo, il quale poi tutte le sere, un uomo eccezionale, che mi incoraggiava continuamente, “coraggio topolino”, direi il nomignolo topolino me l’ha affibbiato lui, “stai tranquillo che ce la facciamo”. Quando verso il 20 di luglio, forse lo stesso giorno dell’attentato, hanno fatto un’adunata generale nel campo di Fossoli dicendo che chi voleva andare libero lavoratore in Germania si fosse reso disponibile. Però, l’adunata era stata fatta giorni prima, scusate, di quella data, chi era malata, chi era portatore di determinate malattie non doveva assolutamente dare la propria disponibilità. E qui Odoardo Focherini mi ha detto “tu non hai avuto nessuna malattia”, parlando del più e del meno io gli ho detto “ma, sai malattie, una serie di cicatrici dovute a dei disturbi di natura direi tubercolare” “tu dì questo”, e io ho raccontato che ero di fatto ammalato di tubercolosi ossea, per cui sono stato immediatamente scartato. Il buon Odoardo pensava in questo modo che chi rimaneva nel campo poi sarebbe stato liberato. Siamo rimasti in una trentina circa, questo dicevo fino a quando, dopo che erano partiti il 22, mi pare, di luglio, questi, il 22 di agosto scusate, questi che avevano dato la propria disponibilità, noi siamo rimasti in quel campo fino al …

No scusate ho fatto confusione, il 5 agosto ci hanno fatto il trasferimento nel campo di Bolzano, Gries, un campo di concentramento. Io voglio ricordare un fatto che non è purtroppo stato ricordato da nessuno ma che io sempre voglio ripetere: nel campo di Fossoli, faccio un passo indietro, Odoardo Focherini ci aveva consigliato che in caso di allarmi aerei ecc. ecc., noi ci dovevamo portare vicino ai reticolati perché probabilmente gli alleati avrebbero spezzonato, buttato, e noi abbiamo creduto a questa che è stata poi una leggenda, dovevano arrivare i partigiani che non sono arrivati, doveva intervenire la chiesa che non è intervenuta. Io comunque una sera corro in fondo a una baracca, quando giro l’angolo della baracca, perché c’era stato, era in corso un allarme aereo vedo un uomo, capelli neri, vestito di grigio, ricordo come fosse adesso, scarpe da tennis ai piedi, io mi fermo un attimo e dico “buonasera”, non l’avevo mai visto, quello doveva essere, o era un SS vestito con abiti civili o era uno che era dentro al campo, non sapevo che si trattava di Teresio Olivelli, colui che era stato nascosto nel campo. Lui disse “buonasera”, finisce tutto, lui sparisce, io rientro in baracca e corro subito da Odoardo Focherini, ormai eravamo rimasti in pochi, Odoardo Focherini era ormai il capo carismatico di questi, e gli dico “Odoardo sa che ho visto”, io davo del lei e lui, e Odoardo per la prima volta mi disse “che cosa hai visto? ci siamo solo noi, ma tu stai sognando!”. E io insisto, e per la prima volta, ripeto, Focherini è stata abbastanza duro, mi ha detto “tu non hai visto niente, nessuno, adesso la pianti”. Se poco mangiare ti fa addirittura, adesso la finisci e basta, non hai visto nessuno. Io a questo punto ho detto “va be’ non ho visto nessuno”, sono tornato tranquillo, e qui arriviamo al momento del 5 agosto.

D: Scusa, ti hanno immatricolato a Fossoli?

R: No io, mi hanno immatricolato ma non ricordo il numero di matricola. Arriviamo il 5 agosto, veniamo trasferiti con corriere, e questa è una delle poche volte che è stato detto, i Focherini ne hanno avuto conferma dalle lettere, dai biglietti che Odoardo mandava fuori. Ci hanno trasferito a Bolzano. A Bolzano il trattamento era abbastanza, era molto diverso, ormai eravamo già non dico in un lager ma eravamo già in un campo abbastanza pesante, delle docce che venivano fatte addirittura alla mattina con dei tubi di gomma.

Alcuni giorni dopo la mia permanenza a Bolzano, siamo tutti lì nel campo, fuori dalle baracche, quando improvvisamente i cancelli si aprono, uno stridore di freni ecc., entra una mercedes nera, io sono contro le Mercedes ma non perché sia un ferrarista, perché proprio la Mercedes mi è rimasto sul gozzo, escono da questa Mercedes 3 o 4 SS e tra questi vedo l’uomo, l’uomo, aveva 36-37 anni, a me sembrava, che ero un ragazzino, l’uomo che avevo visto era Teresio Olivelli, completamente col volto tumefatto, sanguinava ecc. ecc. Quando io sono corso a cercare Focherini, gli ho detto “guarda che l’uomo che è arrivato era quello che ho visto là”, Focherini ha cominciato a piangere, mi ha preso così e mi ha detto “sì era l’uomo che noi avevamo tenuto nascosto in una baracca”, e probabilmente Focherini era uno di coloro che eroicamente, nonostante che a casa avesse 7 figli, o 6 figli, adesso non ricordo bene, aveva provveduto a mantenere. Naturalmente nel momento in cui noi ce ne siamo venuti via secondo il mio punto di vista, io non ho certezza, non ho documentazione in proposito, Focherini ha affidato all’unica persona che rimaneva nel campo, che era uno stalliere claudicante, avrà affidato l’incarico dandogli un compenso, di proteggere Teresio Olivelli, senza dubbio di dar da mangiare a Tereso, probabilmente, io non ho mai visto arrivare lo stalliere su a Bolzano, e lo stalliere probabilmente in cambio della propria libertà ha consegnato Teresio Olivelli alle SS, perché questa è la cosa che io ho sempre pensato perché non ho certezze in proposito.

A Bolzano ci rimaniamo fino al 5 di settembre del 1944. Poi la mattina del 5 settembre veniamo portati in una stazione ferrovia, quella di Bolzano naturalmente, stipati dentro a dei vagoni che vengono piombati, ormai questa è una storia che tutti conoscono e che hanno visto, e via verso destinazione ignota. Naturalmente sul fatto del comportamento della popolazione tedesca io cito un piccolo episodio, che non vuole essere naturalmente, perché non tutti i tedeschi erano nazisti, questo va ricordato, pare che circa 700 mila tedeschi siano tra coloro che sono morti nei campi; e non va dimenticato che i primi 12 mila che sono andati a Dachau e che hanno iniziato, erano tedeschi, naturalmente oppositori del regime nazista.

Volevo dire siamo arrivati in una stazione, durante questo viaggio, ci alternavamo, c’era una finestrella nei vagoni ferroviari che c’è ancora, ma allora c’aveva un particolare: c’era del filo spinato. E allora ci alternavamo a questa finestrella, ci davano un po’ il cambio per respirare un po’ e vedere qualcosa fuori. E in questa stazione, che io ho detto era Monaco di Baviera, qualcuno può dire anche un’altra stazione, ma non è importante, era affacciato uno dei fratelli De Cassani, non so era … Arduino, erano due fratelli che erano con me. Ad un certo momento vedo che si ritrae, era assieme ad altri. Io dico “cosa succede?” perché vedo che c’è un gesto direi di un certo tipo, dice “ma fuori ci sono dei civili, che probabilmente stanno chiedendo chi sono coloro che sono nei carri” alla risposta che ricevono dalle SS sputavano contro le finestrelle. Ma dico probabilmente sarà qualcuno che era fanatico, ne abbiamo avuti tanti noi.

Il 7 settembre, e qui non facciamo confusione perché le date sono effettivamente quello che io ho fissato in modo indelebile nella mia mente, andiamo a Flossenbürg. Ci fermiamo, facciamo un tratto di strada, una salitella che ci porta all’ingresso del campo, e io ricordo il mio ingresso in questo campo: al centro avevamo Bortolotti, da una parte di Bortolotti c’era Franco Varini, il sottoscritto, dall’altra Giuseppe Marrani. Bortolotti veniva sorretto da Franco Varini e da Giuseppe Marrani perché ormai era cieco. Bortolotti che era stato arrestato, al quale avevo promesso che sarei andato poi a trovare la sua famiglia perché lui aveva certezza che io ce l’avrei fatta, cosa che io invece effettivamente, purtroppo, perché bisognerebbe tornare, cioè andare avanti nel tempo, sono tornato in condizioni disastrose, va be’, non voglio giustificarmi. Siamo entrati in questo campo, io sono rimasto subito sconvolto dall’immensità del campo, ci hanno fatto denudare completamente, io non avevo molto da perdere, non avevo neanche, ve lo debbo dire, un senso di pudore particolare, un ragazzo di 18 anni, nato e vissuto in un rione a quelle cose, ma vicino a me c’erano uomini che avevano 65-70, forse lo stesso generale Armellini ne aveva forse più di 90, perché so che è morto che aveva circa 100 anni, tutti siamo stati, e poi ci hanno messo dentro a delle grandi docce. Queste docce avevano delle finestrelle attorno, avevano un gradino per scendere direi nella zona chiamiamola così della doccia vera e propria. Tutti stipati sotto, le finestrelle erano chiuse, han cominciato ad aprire l’acqua, che era caldissima, non potevi uscire perché attorno c’avevi i kapò, i famosi capò che comandavano di fatto all’interno dei campi, con i loro Gummi, con i loro bastoni ecc. ecc. gomma fuori, gomma grossa fuori e fili di acciaio, di ferro, non so bene, all’interno, ti ributtavano dentro. Finito questo primo momento di tormento incredibile, ferma l’acqua calda, diciamo “è finita”, fanno aprire le finestrelle e comincia invece il getto d’aria fredda. Niente, finito questo calvario, siamo usciti semi-nudi, siamo andati vestiti così poi alla rinfusa, e da quel momento, e questo l’ho appreso dopo, l’ho appreso addirittura quasi 50 anni dopo che mi era stato assegnato il numero, che avevo dimenticato il nome e il cognome, era il 21.778, io ero a Flossenbürg ero il numero 21.778. So solo che è stata una cosa terribile, io credo che uno dei campi peggiori, si è detto al processo di Norimberga, nel famoso processo contro i gerarchi nazisti che Flossenbürg era considerata la fabbrica della morte, in effetti io credo che fosse la fabbrica della morte. La sera riusciamo finalmente a prendere possesso, sempre tra virgolette, passatemi il termine, della baracca, dove in castelli a tre piani venivamo collocati in tre in ogni piano. Io chiedo ad un certo momento a Teresio Olivelli, che poi è diventato il nostro interprete, ed è stato l’uomo che ha salvato un’infinità di persone, un eroe veramente, gli dico “scusa Tereso”, forse gli davo del lei, non ricordo, adesso posso dire così “io dovrei andare in latrina”. Disse “tu adesso esci, vai avanti verso la torretta, quando ad un certo momento finisce il fascio di luce, ti fermi, vieni inquadrato dalle SS e tu, in tedesco, me l’aveva già detto il nome, ripeti il tuo 21.778 dopo esserti tolto il …, il cappello. Quello borbotterà qualcosa, tu sulla destra hai le latrine“. Lo spettacolo al quale ho assistito, che non mi ha provocato l’infarto, io dico probabilmente avevo un cuore d’acciaio, quando ho aperto questa cosiddetta latrina, che è immensa, una baracca immensa, al centro di questa latrina c’era un’enorme apertura, dove probabilmente davano dei solventi, una panchina correva tutto attorno, e una specie di corrimano, se avevi un certo tipo di bisogni ti sedevi sulla panchina e facevi il tutto. Solo che la cosa che mi ha colpito è che attorno tutto attorno c’erano uomini morti, scheletri tutti attorno. Quella – in seguito l’ho saputo – era la latrina obitorio, quando durante il giorno non riuscivano a portare via tutti i detenuti, li fermavano lì, dopo avergli fatto, li lavavano, le bagnavano, gli scrivevano il numero di matricola e sotto … secondo la nazionalità, dopo di che li mettevano. Io ho aperto, ho guardato un attimo, ho chiuso la baracca, i miei bisogni fisiologici sono scomparsi, sono rientrato nella baracca mia, dopo aver ripetuto la famosa sceneggiata, ho avvicinato Olivelli gli ho spiegato la cosa, ho detto “io non andrò mai”, e lui ha detto “è questione di tempo Franco, topolino ce la farai”, ormai era il mio nome. E infatti il giorno dopo o due giorni dopo io ero lì così, guardando i poveri morti, i poveri compagni morti tutti attorno ecc., a soddisfare le mie esigenze. La vita in questo campo iniziava per noi deportati alle 4 e mezza di mattina, fuori di corsa “…”, fuori di corsa dalle baracche, sveglia, fuori, adesso lo dico in italiano perché non tutti sanno il tedesco, è una lingua abbastanza dolce, soprattutto pronunciata da questi capò, tu uscivi di corsa dalle baracche, mi spiego? tanto che loro molto direi sorridenti muovevano i loro Gummi per bastonarti, io debbo dire che ne ho prese poche, ma non perché fossi più abile degli altri, perché avevo 18 anni, perché ero un giovane, un giovane che … Fuori, stavamo tutto il giorno fuori, la mattina ti davano una sorta di gamella, di contenitore di ferro che non era neanche smaltata, era tutta arrugginita ecc. ecc., con qualcosa dentro che non ho mai saputo per l’esattezza che cosa fosse, tu bevevi sta roba. Mi ricordo che i primi tempi in questa baracca il nostro convoglio ho scritto un libro nel quale dico “eravamo in 450”, ho sbagliato, perché dagli archivi storici di Washington, cioè quelli requisiti dalla terza armata di Patton, che ci ha liberati, è risultato che eravamo invece solo 448, ho sbagliato di due unità, purtroppo non ho contato bene in quanti eravamo.

Che cosa è successo? E’ successo che i primi tempi per i 450 non c’erano a sufficienza i contenitori per mangiare, allora mangiavamo, passavamo agli altri. I primi tempi io non è che facessi direi il sofisticato, ma cercavo, poi dopo mi ricordo che il terzo, quarto giorno ho cominciato anch’io, scusate, a leccare la mia gamella, questo avveniva la mattina, a mezzogiorno ci davano delle cose che non so bene di che cosa si trattasse, e così alla sera. Stavi fuori tutto il giorno, e continuamente venivano ripetuti gli appelli, cioè 21.778, sempre in tedesco, veniva ripetuto un’infinità di volte, l’interprete, il grande Teresio Olivelli, ripeteva lui quando non eravamo pronti, dopo in seguito ce la facevamo, ma i primi giorni ti toglievi il cappello e dovevi dire “jawohl” e questo veniva ripetuto tutto il giorno. Questo era, la cosa più tragica è che purtroppo tanti che sono stati a Flossenbürg o hanno dimenticato o non vogliono ricordare, io li capisco, avviene la domenica, la prima domenica che passiamo nel campo, dopo una settimana, 3, 4, 5 giorni trascorsi nel modo che vi ho detto, la domenica non usciamo. Siamo in baracca. Cosa avviene? Nessuno di noi sa con certezza che cosa avverrà, ci fanno uscire, sempre urlando incolonnati, ci portano sotto un immenso tendone, in piedi, tutti in piedi, in fondo c’era una sorta di palco, escono dal fondo degli zebrati, degli internati zebrati, i quali ci propinano una musica che ricordo, perché in seguito ho lavorato nel teatro per tanti anni, wagneriana, infatti ho sempre odiato Wagner, mi perdoni, proprio perché dico vi immaginate, io ho pensato, pur non essendo una cima e non essendo molto addentro alle cose, all’essere umano, alla sua anima ecc., ho pianto.

Io ho cominciato a piangere, a freddo. Mi sono reso conto forse in quel momento non tante delle percosse ricevute, ma del sadismo, della bestialità di questa gente, la quale ti trattava in quel modo, sotto l’acqua, … e poi per un paio d’ore ti dovevi sorbire in piedi la musica wagneriana. Questa è stata l’esperienza che …

Fortunatamente dopo un certo periodo di tempo, noi eravamo utilizzati nella cava che c’era vicino, che era praticamente dentro lo stesso lager di Flossenbürg, fino a quando un bel giorno ci chiamano tutti e dicono: coloro che sono degli specialisti, coloro che sono in grado di svolgere un lavoro di meccanica e di alta precisione possono alzare la mano, i quali verranno sottoposti.

Attenzione – disse Olivelli – questi stanno dicendo che se voi dite di essere degli specialisti e non lo siete, è finita, è bene che diciate la verità. Io mi ricordo in quel momento di aver frequentato l’istituto tecnico a Bologna, per cui dico “io tento”, e alzo anch’io la mano e mi metto tra gli specialisti.

Ci portano tutti in fila coloro che avevano dato la propria disponibilità come specialisti. In fila passiamo davanti a un signore che ho appreso dopo che si trattava di un ingegnere italiano di Milano, un volto che io ricordo sempre, perché è stato un volto umano, veramente io non conoscevo quest’uomo, mi han detto dopo che era un ingegnere, forse era solo un geometra, ma non ha molta importanza. Sono arrivato davanti a lui aspettando che questi mi rivolgesse domande di un certo tipo, ha alzato un calibro e mi ha detto “sai che cos’è questo?” gli ho detto “sì è un calibro”, “benissimo”, e sono diventato specialista, adatto cioè ad andare nelle fabbriche che costruivano gli apparecchi, i famosi Messerschmitt dell’Ufflans. Allora va be’ sono diventato specialista. Dopo alcuni giorni le solite cose che sapevano fare molto bene le SS, “specialisti con me” poi ci portavano in cava fino a quando viene veramente il momento in cui dicono “specialisti con me”, ed è veramente il giorno in cui ci mettono, ci caricano su dei camion e ci portano ad Augsburg, dove esisteva una delle più grandi fabbriche di aerei delle Messerschmitt. A questo punto ci portano là, veniamo trasportati, addirittura mi ricordo, perché i ricordi poi riaffiorano nel tempo, che eravamo addirittura alloggiati presso una caserma militare dell’aviazione tedesca, ci portavano la mattina via con un trenino fino in questa fabbrica, lavoravamo tutto il giorno, dentro, ecc. ecc., tutti i giorni eravamo bombardati, pre-allarme fuori i civili, allarme quando già bombardavano fuori noi con le SS di fianco, e ci portavano dentro dei bunker.

Noi andavamo lì, più stavamo nei bunker e più eravamo felici, perché tanto dicevamo lì, qui siamo tranquilli, eravamo seduti là dentro, le SS sulle porte. Che cosa succede? Che verso l’8, il 9, adesso non ricordo bene, forse il 7, ma sono date che non sono molto importanti, noi in questo bunker ci stiamo addirittura una cinquantina d’ore, perché gli aerei alleati, e questa è storia, avanti e indietro dalle loro basi, hanno distrutto completamente tutto quello che era nei campi d’aviazione, gli hangar, le officine, tutto. Tant’è che quando usciti da lì ci hanno poi portato in un altro sottocampo, io ho appreso dopo che non ero più in forza al lager di Flossenbürg ma che Augsburg era sotto il campo di Dachau, e pertanto anche nell’altro campo nel quale mi hanno portato Kottern, che era vicino a Kempten, sono i due campi ecc., ero già in forza a Dachau con il numero 117.065, ero diventato già titolato, mentre prima avevo solo 5 cifre, lì mi avevano cresciuto di grado probabilmente, da 21.778 ero diventato il 117.065. A Kottern ha continuato a lavorare, io recentemente pensate, dopo tanti anni, grazie ad un’amica francese ho cercato di rintracciare due francesi, Andree Pittau, che adesso c’ha tutta una documentazione che mi è arrivata, e Jan Legauf, che grazie a loro io sono riuscito, parlo di Kottern, a sopravvivere, perché? Perché erano coloro ai quali avevo confessato, Andree Pittau era un italo-francese, che io non ero troppo bravo a fare certe cose. Allora cosa succedeva? Che stando molto attenti alle SS Pittau faceva il pezzo che era quasi simile al mio, poi Pittau mi passava il suo e io gli davo il mio che era una schifezza, voglio dire in modo buono, e ci pensava Andree. Io recentemente ho cercato, e la moglie di … Pittau mi ha scritto dal posto dove abita dicendo che purtroppo il marito, che è stato anche insignito della legion d’onore ecc. ecc. ecc. è morto, e pertanto non sono riuscito a riprendere contatto. Mentre sto ricercando ancora Jean Legauf, che mi han detto addirittura che è stato un esponente del governo di De Gaulle, ma a parte questo che non è molto importante io cercavo questi due amici perché assieme a loro io ho vissuto tutta l’esperienza di Kottern, dall’ottobre, così dicono i documenti che ci hanno mandati gli alleati, requisiti e richiesti e ottenuti da due giovani di Flossenbürg, che significa che i tedeschi sono molto bravi, i giovani tedeschi sono molto bravi, e bisogna dirlo con forza questo, loro hanno richiesto a Washington, i quali 50 anni dopo solo gli hanno mandato la documentazione. Per cui è risultato che a Kottern io sono stato fino al 27 di aprile.

D: Lì lavoravi dove?

R: Lavoravo in una fabbrica che anche lì si produceva sempre aerei, pezzi per aerei, io credo se han montato qualcosa di mio quell’aereo non si è alzato, oppure è precipitato, io me lo auguro, credo che grazie ad Andree abbiano potuto proseguire. E sono rimasto con questi due amici, ci tengo veramente a ricordare anche questi due cari personaggi, che sono Andree Pittau e Jean Legauf, perché? Perché con loro ho vissuto tutte le fasi della liberazione, fasi che sono state veramente da sole materia per non una storia, io direi proprio per un film. Pensate che ad un certo momento il 25 di aprile, io ricordo questa data, del 45, ormai sentivamo già i cannoni, gli alleati che erano vicini ecc., non ci portano in fabbrica ma ci fermano nelle baracche. A proposito di fabbriche io forse non ho detto che in questa fabbrica ho vissuto anche l’esperienza di mangiare dell’erba, consiglio a coloro che si trovano in difficoltà finanziarie o con scarsità di viveri. Perché lo ricordo? Perché quando ci portavano dalla fabbrica, anche lì allarmi aerei ecc., noi avevamo fatto, c’era un sentiero che io ho ribattezzato “il sentiero dell’erba” perché ci tenevamo, stando molto attenti alle SS, e non seguendo i consigli dei medici che erano con noi nei campi, raccoglievamo l’erba da terra che poi nascondevamo, la mettevamo sotto agli armadietti, in fatti una volta me l’hanno rubata e ho pianto, perché alla sera con l’erba, il brodo ecc., veniva una minestra di verdura che credo di non averne mai mangiate di uguali. Allora dicevo tornando a quella, il 25 di aprile del 45, quelli non ci mandano in fabbrica, ma rimaniamo dentro alle baracche. Di sera ci incolonnano, siamo circa duemila, anche questo è storia, non lo dico io ma lo dicono gli alleati che ci hanno liberati, ci portano fuori di notte, perdiamo tutto quello, una coperta ciascuno e la gamella, la famosa gamella nella quale si mangiava, da noi il cucchiaio l’avevamo, il cucchiaio insomma, non pensate che fosse argenteria o che fosse d’oro massiccio come ho mangiato in una ambasciata, una delle nostre ambasciate, ma erano cucchiai di fortuna e ci hanno portato fuori. Noi viaggiamo tutta la notte a piedi, quando viene alle prime luci del giorno fuori, ci portano fuori della strada in mezzo a dei boschi, in quella zona era pieno, … era pieno di boschi ecc., nascosti lì. Rimaniamo lì ancora tutto un giorno, il giorno dopo, il giorno dopo, dico noi pensiamo qui adesso cosa succede? cioè noi rimaniamo lì tutto il giorno, la sera fuori ancora, fino a quando il giorno dopo non aspettano niente, ci portano fuori dal bosco ormai probabilmente gli alleati erano a pochi chilometri, ci incolonnano in mezzo alla strada. Noi abbiamo ancora attorno coloro che ci badano, che non sono più i baldi giovani delle SS, ma sono dei vecchi soldati della Wehrmacht, gente che aveva all’incirca la mia età, con dei fucili che toccavano in terra, dei nanetti, insomma così. Ad un certo momento si ferma un camion fanno fermare la colonna, poi qualcuno del camion, un ufficiale, urla “postertrep” sentinelle … Questi, è giorno, è tardo pomeriggio ma è ancora giorno pieno, salgono su questo camion, io mi ricordo che alcuni di loro avevano la bicicletta, io sono molto preciso in queste cose, sono uno storico …, dico caricarono addirittura la bicicletta. Noi rimaniamo senza girare per un minuto e mezzo, due minuti al centro di questa strada, in duemila, non si muoveva nessuno. Poi improvvisamente questa colonna si rompe, qualcuno corre avanti verso un piccolo paese, noi seguendo Andree, che anche lui era esamine, sentivamo l’incitamento invece di coloro che capivano cioè i nostri ufficiali, ufficiali nell’esercito, non più ufficiali ma deportati con noi, quelli dicevano “andate nel bosco non andate verso la città”, infatti molti dei nostri, alcuni han detto molti, non so quanti, sono stati uccisi dai franchi tiratori che li aspettavano perché la nostra divisa da zebrati faceva paura. Noi siamo entrati in questo bosco, è incominciato a imbrunire, ci siamo avviati, abbiamo incontrato alcuni francesi che lavoravano già lì, i quali avevano il classico berrettino, così Jean, Andree, baci e abbracci, i quali dicono “attenzione un po’ più avanti ci sono quelle baracche di legno che servono a coloro che lavorano, forse non so a coloro che badano agli armenti o che so io, voi state lì, domani mattina vedete che ci pensiamo noi”.

Noi andiamo dentro questa baracca, siamo io, Andree Pittau e Jean Legauf, fino a quando ad un certo momento, mi ricordo dopo 10-15 minuti sentiamo qualcuno da fuori che bussa. Quelle baracche erano fatte praticamente con degli assiti che si guardava, era un altro deportato come noi, apriamo, era un giovane. Un giovane russo, per cui immaginate un po’. Il quale viene dentro, ci fermiamo lì, stiamo lì. Intanto viene mattina, perché è interminabile quella notte. E noi sentiamo lo sferragliare, allora bisogna decidersi di andare a vedere che cosa accade. Vai tu? – dice Jean – dico “no io non me la sento sinceramente, sono arrivato fin qua, aspetto” Jan dice “io ti faccio compagnia” Andree anche. E allora cosa succede? il giovane russo dice “io io” si offre lui, vai pure, ti aspettiamo qua. E infatti lui corre fuori. Dopo circa 10 minuti lo sentiamo urlare “…” ci sono i compagni, probabilmente aveva sbagliato, la stella che c’era sui carri armati non era quella dell’armata rossa ma era di Patton. Allora corriamo giù nella strada. Ricorderò sempre, ci fermiamo contro un muretto, io questo l’ho scritto anche, ho fornito materiale anche a dei giornali italiani a livello nazionale, io Andree e Jan seduti contro un muretto, non piangevo solo io, tutti e tre piangevamo, passava intanto questi giovani dell’armata di Patton, questo lo abbiamo appreso dopo. A me faceva impressione vedere i soldati con dei foulards di seta al collo, dopo poi ho visto che c’avevano anche la pistola, perché Patton era un po’ un fanatico della rivoltella, i quali ci rivolgevano gli onori militari, dalla torretta i soldati ci salutavano. E contemporaneamente ci buttavano giù tutto quello che avevano nei carri, io mi ricordo che se non stavi attento qualche scatoletta ti poteva colpire e finivi lì. Allora io mi ricordo che dicevo “tutta questa roba la porto a casa”.

Ho saputo dopo che erano gli uomini della terza armata corazzata del generale Patton. Allora lì passati loro, io la prima cosa che chiedo a loro quando si fermano, siccome gli italiani e i russi, allora erano sovietici, avevamo un segno particolare nella testa, oltre ad essere rapati a zero aveva la Strasse. Allora io quella Strasse mi dava un po’ fastidio, allora chiedo a qualcuno di questi, lo faccio dire da Andree che quasi tutti parlavano francese, io parlavo solo in bolognese e non ci intendevamo, allora dico: senti cerca di … Infatti vanno a trovare un barbiere, poveretto lo portano giù, chissà quello credeva che lo fucilassero. E quello mi ha rapato a zero, intanto mi sono messo subito a posto con la testa, anche se ero distrutto, comunque è stato il primo passo avanti, l’ho fatto.

Poi cosa succede? Ci dicono che dobbiamo rientrare, tornare indietro, stare attenti ai franchi tiratori, si fermavano continuamente delle pattuglie dell’armata di …, quei gruppi ecc. ecc., perché volevano essere fotografati con noi, pertanto fotografie, baci, abbracci. Io ricordo un particolare, tra l’altro ad un certo momento quando ho saputo da Andree una pattuglia, una delle tante pattuglie, io avevo chissà quante fotografie mie ci saranno di Andree, ci saranno di Jan saranno in America. Dice “è italiano”, c’è uno con noi, c’è un italiano. Si presenta un tipo, per noi un giocatore di pallacanestro, sarà stato 2, 2.5, mi guarda, io gli arrivavo circa all’altezza della cintura dei pantaloni, il quale mi dice “paesà”, aveva gli occhiali ricordo, magro, alto, mi abbraccia e comincia a piangere lui, io facevo “dai”, piange lui che dovrei piangere io. Non capisco bene, allora fa dire a Andree attraverso questi amici, dicono: questa sera non mangi niente perché io subito gli do. E lui mi porta il suo rancio, che era un rancio che i nostri generali mangiavano forse. Tra l’altro mi porta anche un’arancia californiana, io invito tutti i ragazzi a non mangiare le arance californiane che sono una schifezza. Allora niente, comunque è stata una cosa bellissima, questo ragazzo, che sapeva dire solo paesà, e loro han detto questo è figlio di, forse era nipote di italiani che erano stati in America, il quale era felicissimo di aver trovato. Sono rientrato a Kottern, sono rientrato a Kottern dove tre giorni dopo la liberazione ho corso il rischio di morire per una congestione perché mangiavo continuamente, anche perché mio padre, mio nonno già mi avevano lasciato in eredità una fame che appunto era atavica, e io mangiavo continuamente nonostante che i medici e anche gli stessi americani dicessero “stai calmo” io continuavo a mangiare fino a quando una sera sono svenuto e grazie agli americani, devo dirlo, perché è giusto dirlo, sono stato salvato.

Poi cosa avviene? Io tengo la mia divisa da zebrato, la tengo, ci portano in un campo di raccolta che si chiama Fissen, o Fussen, per me è Füssen che si dice, eravamo un’infinità. C’era un capitano italo-americano che non voleva più assolutamente vedermi così. Allora scendiamo ad un compromesso, lui mi dà un pastrano, io siccome non sono tanto alto, anzi direi che sono abbastanza basso, scendiamo ad un compromesso, io su quella divisa devo tenere un pastrano, il qualche aveva le maniche che mi arrivavano qua, praticamente era come un saio, arrivava ai piedi. Comunque sono rientrato in Italia in questo modo, il 25 o il 26 maggio, adesso non ricordo esattamente, forse il 27 di maggio, ci hanno caricato su dei camion, ci hanno portato in Italia, ci hanno fermato a Verona, lì ho fatto la mia rivoluzione personale, coinvolgendo tutti perché ci avevano messo dentro una caserma che era piena di cimici, allora nonostante che i carabinieri che erano alla porta ti invitassero a non uscire, noi siamo usciti, abbiamo dormito in terra comodamente. Il giorno dopo con dei mezzi di fortuna, c’erano anche dei militari italiani che ormai erano con gli alleati. Ci hanno portati fino a Modena, lì ero con un gruppo di modenesi, baci e abbracci, ci vediamo. Mai più visti. E finalmente rimango solo, finalmente no, comunque sono solo. Devo arrivare a Bologna, e io non so bene, ricordavo forse un film con Gable, la corda che si faceva così per fermare, e io mi metto in mezzo alla strada sulla via Emilia, comincio a far così senza alzare naturalmente il pastrano, fino a quando si ferma questo grosso camion. Lo guidava un negro gigantesco, il quale ad un certo momento si ferma, mi fa salire, io gli dico Bologna, lui mi fa capire che mi porta a Bologna però devo stare nascosto perché la polizia militare non voleva che caricasse nessuno. Io stavo lì con questo ragazzone, non avevo mai visto un negro così grande, veramente non ne avevo visto neanche di più piccoli, comunque arriviamo a Borgo Panigale, lui forse ha detto, gli è sfuggito Bologna o qualcosa del genere, io ho alzato la testa e immediatamente una paletta si vede che si è alzata, era la polizia militare, m’ha fatto scendere, ci siamo salutati, ho attraversato il Reno, il fiume Reno che chi è a Bologna sanno che è il fiume che passa vicino a Bologna, allora era in secca. Io l’ho attraversato a piedi, e lì c’era un sacco di persone che aspettavano i ragazzi che erano prigionieri, mostrando foto, ma come facevi? non riuscivi. Fino a quando un signore si è attardato più degli altri con me,e mi ha accompagnato fino all’unico, uno dei pochi tram che c’era ancora rimasto. Saliamo su questo tram, addirittura incontrai un bigliettai che voleva addirittura che io pagassi il biglietto, forse era l’unico bigliettaio che era rimasto, comunque il signore mi ha pagato e mi ha portato fino nei pressi del mio rione, che era il rione dei Mirasoli. Quando sono arrivato lì ho detto “senta io la ringrazio”, queste sono parole che dico in questo momento, non so cosa gli ho detto. A questo punto se lei mi permette qui ormai sono arrivato, vorrei giungere a casa solo. Ci siamo abbracciati. Io ho fatto via Solferino, una delle strade del mio rione, sono arrivato davanti al bar dove un anno prima avevo tutti i miei amici. Davanti al bar c’era Libero …, un amico d’infanzia, dico “ciao Libero”, questo mi guarda e disse “ciao” ma probabilmente non ha capito. Allora mi ricordo che c’era la formula magica, dico “Libero sono Franco, Franco Della Mina”, braci, abbracci, c’è Franco, tutti fuori dal bar, tutti attorno. Intanto qualcuno corre nel rione a urlare “è tornare Franco”, … avevano detto che ero stato fucilato. Quando dopo alcuni minuti, forse 6-7 minuti perché non ti salvavi più, volto l’angolo di via Miramonte, questa strada che io ricordo perché qui avviene il grande fatto che conclude la mia storia, c’era tutto il rione, si era in questa strada. Al centro di questa gente c’era mio fratello Renzo, aveva 22 anni, io ne avevo 18. A Renzo avevano già comunicato che ero stato fucilato, ci abbracciamo, per la prima volta, questo lo ripeto sempre, nella mia vita ho visto mio fratello piangere, e sono stato io che gli ho detto “dai Renzo basta, non piangere, è finita”. E ho capito che quel pianto liberatore, l’ho anche scritto, segnava di fatto la rinascita dell’uomo, avevamo vinto ancora una volta, perché quell’atto umanitario era il segno della nostra riconquistata dignità. Questa è un po’ la mia storia. Una storia che si conclude in questo modo.

De Walderstein Nerina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono la Nerina De Walderstein, un’ex deportata dal campo di concentramento di Auschwitz.

Sono stata arrestata a Trieste il 23 marzo 1944 dalla “polizia Collotti” alle 11,35 di sera, lo stesso giorno in cui ero ritornata da Venezia con una valigia piena di materiale bellico e chirurgico. Sono entrati un casa mia sette poliziotti della questura di Trieste di via Bellosguardo, la Villa Triste di Trieste, con i mitra puntati verso la mia famiglia; eravamo in casa il papà la mamma ed io. Fortunatamente hanno preso soltanto me ma cercavano mio fratello; i genitori sono rimasti a casa. Così inizia la mia triste storia.

R: Diciotto anni e mezzo.

D: Perché cercavano tuo fratello?

R: Perché mio fratello, a Venezia alla scuola Foscari, con un gruppo di studenti del gruppo GAP di Venezia, cercava il materiale bellico e altro da mandare al gruppo dei partigiani della zona di Trieste. Io ero stata là per prendere questo materiale ed ero ritornata a casa con la valigia piena. Loro cercavano mio fratello e non me ma il mio arresto ha salvato tutto il gruppo degli studenti di Venezia che sono fuggiti, saputo del mio arresto, e sono andati col gruppo dei partigiani del Friuli Venezia Giulia.

D: Ti hanno portato in Via Bellosguardo, a Villa Triste?

R: Sì, direttamente a Villa Triste. All’arrivo ho preso due ceffoni fenomenali. Durante l’interrogatorio sono stata picchiata, mi hanno rotto tre costole, mi hanno appesa per le mani a un palo e là non so quanto sono rimasta perché sono svenuta. Mi sono svegliata dentro una cella, tutta bagnata. Là mi hanno lasciata tutta la notte; di sera venivo interrogata e sempre bastonata, sempre col dolore alle mani dalla prima sera, quando mi hanno appesa al palo con le mani dietro la schiena. Da allora le mie mani funzionano pochissimo, sono rovinate, non ho più forza nelle mani; è la conseguenza delle torture subite.

D: A Villa Triste fino a quando sei rimasta?

R: Otto giorni.

D: E poi cosa è successo?

R: Da Villa Triste mi hanno portato alle prigioni dei Gesuiti, che ora non esistono più. Là sono stata nuovamente interrogata, a suon di scappellotti. Io non ho parlato mai, mi sono assunta tutte le responsabilità.

Là sono rimasta due mesi poi mi hanno portato alle carceri del Coroneo di Trieste. Là, dopo un paio di giorni, sono stata nuovamente interrogata dai tedeschi. L’interrogatorio fu nel Bunker del Coroneo, una cosa tremenda; anche là altre botte, altro tormento. Intanto il mio papà e la mia mamma sono rimasti in casa chiusi per 42 giorni con la polizia che li controllava. Io non sapevo niente di loro perché non potevano uscire né parlare con me, perciò sono stata 42 giorni senza sapere niente di loro. Li ho visti soltanto il giorno in cui siamo partite dal Coroneo per il trasporto. La mia mamma non la riconoscevo più: l’ho cercata, era dietro a me, ma aveva fatto un cambiamento totale, invecchiata di vent’anni: per il mio arresto e perché di mio fratello non sapeva più niente.

Al Coroneo sono stata da sola nella cella 68 fino al giorno del trasporto. Fino al periodo in cui sono stata nelle carceri non sapevo che esistesse la Risiera a Trieste, sapevo che c’era una risiera ma… del tutto differente. Quando sono ritornata ho saputo che quelle che erano nella cella 68 sono morte tutte alla Risiera. Nell’ultimo interrogatorio fatto dai tedeschi due giorni prima che partissi mi hanno detto che non mi avrebbero finito là ma che la mia morte sarebbe stata altrove, in un posto in cui sarei morta lentamente.

D: Poi  ti hanno portato al Transport ?

R: Si, due giorni dopo sono partita per Auschwitz; ci avevano detto che ci avrebbero portato a lavorare. Noi convinte di andare a lavorare. La mamma mi ha portato quel giorno tutto quello che poteva per andare a lavorare, ma… non era così. Comunque, ti dico che la mamma che mi ha portato la roba alla stazione non era più la mia mamma.

D: Parlaci del Transport, eravate tante donne?

R: Sì, non potrei dire il numero preciso, credo oltre 50.

D: C’erano anche uomini?

R: C’erano gli uomini. Ci hanno chiamato la notte, credo verso le due, e mi sono trovata in un grande giardino nelle carceri del Coroneo e là ho visto tantissima gente e ho detto: non mi succederà qualcosa di tremendo, perché tutta questa gente è impossibile che la possano sterminare. Quando ho chiesto dove si andasse mi hanno detto: “Nessuno sa dove andiamo, non si sa”. Verso, credo, le 4 e mezza del mattino ci hanno messo in colonna davanti alle carceri e in colonna siamo partite verso la stazione di Trieste. Quando siamo arrivate alla stazione abbiamo trovato diversi familiari che erano stati avvisati in qualche maniera. Ci siamo salutati perché dovevamo andare a lavorare, tutti felici. Devo premettere che alla stazione dovevamo partire immediatamente ma gli operai delle ferrovie hanno sabotato il treno e hanno fatto sì che rimanessimo ancora due ore con i nostri familiari, poi siamo partite. Non ho pianto lasciando i miei genitori, ero dura impietrita. Però, quando sono arrivata all’altezza del quartiere di Bàrcola, quando ho visto la mia casa, mi sono sentita tanto male e sono svenuta. Non ho potuto piangere, mi ha colpito in maniera forte, non ho resistito al dolore e sono caduta, caduta! Da allora non ho più pianto, non so perché.

Poi siamo partite; siamo state accompagnate dai carabinieri di Trieste sino ad Auschwitz, nel frattempo nel trasporto io stavo veramente male. Uno dei carabinieri mi ha portato nel vagone con sé e là sono rimasta per due giorni fintanto che mi sono sentita meglio. Quattro, cinque volte nel giro di otto giorni sono svenuta, forse perché non avevo mangiato più dal giorno della partenza. Non sentivo più la voglia né di mangiare né di bere.

Quando ci si avvicinava ad Auschwitz  ci hanno raccontato un pochino che cosa era, ma non bene, non avevamo capito niente. Ci hanno detto: “Dentro ad Auschwitz arrivate con il treno, ci sarà una bellissima orchestrina che vi riceve”; noi tutte felici aspettavamo l’orchestrina. Veramente quando siamo arrivate ad Auschwitz l’orchestrina c’era, ma prima di entrare logicamente c’era il campo. Abbiamo visto certe persone, chine a terra e abbiamo chiesto: “Chi sono quelle persone? Sono come dei mussulmani …” “Sì, sono mussulmani” Ho detto: “Tutti mussulmani venuti qui a lavorare?” “Capirai, capirai, vedrai che tra un po’ di tempo sarai mussulmana pure tu”.  Io gli ho detto: “No, sono cattolica” “Va bene, va bene, capirai più in là”.

D: Nerina , quando dici Auschwitz intendi Auschwitz 1 o Birkenau?

R: Per Auschwitz intendo tutti e due, sia l’uno che l’altro.

D: Sei stata portata ad Auschwitz 1, prima?

R: Prima siamo state portate tutte ad Auschwitz 1 e poi nell’altro. Il primo impatto è stato tremendo, spaventoso perché ci hanno scacciate giù dalle tradotte, proprio gettate giù. Le cosa più brutte che ho subito nell’entrata ad Auschwitz erano di aver visto i mussulmani e poi il fatto che ci hanno denudate. Ci hanno fatto spogliare nude davanti a un blocco e siamo rimaste là per un giorno intero e la notte, una notte fredda, rigida, tremenda, sempre nude.

D: Ti ricordi che giorno era, più o meno?

R: No.

D: Il mese?

R: Sì, il 21 giugno siamo arrivate là. Era una cosa tremenda. Durante il giorno un caldo tremendo e la notte una tremenda umidità, eravamo tutte fredde e spogliate, ci si stringeva l’una con l’altra per poterci scaldare. Quello che mi ha fatto più male è che io ero giovane e con me c’erano tantissime giovani ma c’erano anche tante persone anziane. Vedere quelle povere nonne, per me erano nonne, lì nude, disperate; si nascondevano, cercavano di proteggere le parti che non dovevano essere viste. Dopo l’attesa fuori ci hanno portato nei blocchi, nelle baracche. Tutte nude ci hanno portate nella baracca detta “Sauna” dove ti tagliavano i capelli, ti rasavano e poi ti spedivano avanti. Avevo i capelli lunghi, biondi, i miei capelli erano belli, un po’ ondulati, ero giovane e il polacco che tagliava i capelli mi ha preso una ciocca di capelli, me l’ha tagliata poi mi ha dato una spinta e mi ha mandato avanti: là coi capelli ero l’unica. Avevo i capelli lunghi senza una ciocca e tutti mi chiamavano Ciocchina.

Di là ci hanno mandato in un’altra stanza dove ci hanno nuovamente messo in fila. Iniziano i tatuaggi. Sentivo che parlavano, ma non capivo cosa dicessero: il tedesco lo capivo poco, solo quello della scuola. Quando era quasi il mio turno di entrare sento che dice all’altra compagna: “Da ora in avanti tu non sei più la tal dei tali ma sei la prigioniera numero tale”. Ci tatuarono sul braccio la matricola. Io ho il numero 82.132 e con questo numero ho passato tutto il periodo sapendo di essere soltanto il numero 82.132; il nome l’ho dimenticato.

Poi nuovamente in fila per gli indumenti. Davanti a me c’era una compagna partita da Trieste che aveva avuto la sventura come me di essere stata presa per una spiata; aveva il numero 82.131. Lei era una bella figura ma aveva già i suoi anni, aveva 30 anni, io ero una bambina di fronte a lei: a me hanno dato un vestito lungo fino ai piedi e a lei uno corto corto che non le copriva neanche le ginocchia. Volevo scambiarlo con lei ma quando abbiamo fatto il gesto abbiamo ricevuto botte tutte e due, perciò ci siamo messe nuovamente in fila per poi essere portate nei blocchi. Quando siamo entrate nel blocco abbiamo detto: “Ma cos’è questo? Non è una camera, non è un campo di lavoro. Come mai queste baracche, che cosa ci succede?” Entrando abbiamo visto altre prigioniere fra le quali delle ragazze che avevamo conosciuto alle carceri del Coroneo. Quando ci siamo ritrovate abbiamo capito che qualche cosa non andava e, loro piangendo ci hanno raccontato cosa ci sarebbe successo. Più che essere tatuate non credevo ci potesse succedere altro. Invece è iniziata la via crucis dei deportati nei campi di concentramento.

D: L’abbigliamento che ti hanno dato in cosa consisteva?

R: Una veste e le scarpe, meravigliose! Io indossavo a sinistra una ghetta e a destra uno zoccolo olandese grande che perdevo man mano.

D: Biancheria intima niente?

R: Come no! Mutande, reggiseno tutto era in quella veste meravigliosa. Oltre ad essere immatricolate, si portava il numero di matricola anche sulla manica del vestito. Col triangolo rosso perché eravamo politiche. C’erano moltissimi triangoli. Avevamo dietro la schiena una bellissima croce doppia. Ci siamo messe a ridere quando ci siamo viste l’una con l’altra … si piangeva e si rideva perché eravamo talmente ridicole, poi tutte quelle zucche pelate! Non ci si riconosceva più, quando ci siamo viste ci si guardava: “Ma chi sei tu?” Ci chiedevamo e tutte mi dicevano: “Come mai a te non li hanno tagliati?” “Non lo so!” Quello era il minimo di fronte a tutto quello che ci aspettava. Nel blocco abbiamo visto i castelletti dove si dormiva sei per sei, come le sardine; noi giovani dormivamo a terra. Io ho dormito per quasi un mese sulla terra nuda. Eravamo tante dentro il blocco e non ci si poteva stare, non ci si poteva girare, quando ci si girava, stanche di essere su un fianco, si svegliava una di noi: “Ti prego, ci si gira dalla parte opposta”. Le ossa facevano male. Appena arrivata eri grassa, eri in carne, e dove ti mettevi? Era impossibile dormire là, non ti potevi sedere perché era talmente basso; per poterti sedere dovevi scendere e sedere in terra. E poi la notte, le cimici. Quando spegnevano la luce, in pochi secondi le sentivi camminare su di te, facevi una retata di cimici, spaventoso; era una puzza tremenda, impossibile potere addormentarsi. Poi ci si è abituati ma non del tutto. Ogni notte era la corsa alle cimici perché altrimenti ti mangiavano, avevamo tutte le braccia, tutto il corpo beccato dalle cimici. Erano grandi, non ho mai visto una cosa simile, la prima volta non sapevo cosa fossero le cimici, ma là ho imparato bene.

D: Nerina, ad Auschwitz 1 fino a quando sei rimasta?

R: Non potrei dirti il tempo perché il tempo noi non lo conoscevamo più. Sapevamo che ti alzavi la mattina verso le tre e mezza, logicamente attendevi la miska che ti davano, sempre in fila per cinque. Quella era la prima cosa che dovevi fare uscendo dal blocco: metterti in fila per cinque, guai se non eri diritta in fila per cinque, allora partivano le botte. Se un momentino ti distraevi quando eri in fila… altre botte; quando arrivava la kapo e ti contava, sempre sull’attenti; quante poverine sono rimaste là perché cadevano, non resistevano più, perdevano i sensi e poi finivano come non si sa. La tortura più grande era quella di tenerci all’aperto anche se pioveva, nevicava, faceva freddo. Loro erano incappucciate e vestite e noi sempre con lo stesso indumento; se era tutto zuppo di acqua dovevi tenertelo e rimanere là perché non c’era da cambiarsi. Chi aveva una buona costituzione e un fisico forte ha resistito, le altre poverine no. Quante volte in fila ci si voltava e una cadeva, era morta… in piedi.

D: Poi da Auschwitz 1 ti hanno mandato ad Auschwitz2 – Birkenau

R: A Birkenau. Ti prendevano all’appello per andare a lavorare; lavori nei campi a piantare le patate e pulire, e il lavoro all’interno del campo di concentramento: pulire i blocchi, pulire il gabinetto notturno. Non potevi uscire, dovevi venire davanti al blocco e uno ti controllava mentre facevi i tuoi bisogni, davanti a tutte, era tremendo. Noi per un periodo avevamo una carriola. E’ molto difficile poter andare … e poter farlo; una persona anziana si sbilanciava e cadeva: quante sono cadute dentro la carriola, tutte sporche e sudice dovevano alzarsi e pulirsi alla meglio, non si sa neanche come visto che non avevamo niente. Ci si doveva accontentare; quando si poteva andare al mattino due minuti a lavarsi nel Waschraum dove c’era uno zampillino d’acqua – non riuscivi neanche a lavarti gli occhi – cercavi al meglio possibile di lavarti con l’acqua ruggine. C’era la corsa per arrivare a pulirti, a lavarti un pochino, non riuscivi tante volte, eravamo tante e ci richiamavano. Eravamo tutte sporche, senza la possibilità di potersi un po’ lavare;  senza vergogna a quel riguardo andavi in quel gabinetto tremendo e se non ti abituavi erano botte, dovevi farlo. Io ho avuto la fortuna e la sfortuna di essere addetta alla pulizia dei gabinetti. C’era un carro dove vuotavi tutte le cose e poi quel carro lo portavi lungo il campo fino a che non arrivavi nei gabinetti, dove lo lasciavi. Penso che quello fosse uno dei peggio lavori nel campo, era veramente umiliante, ti chiamavano la Merdastrasse, scusate l’espressione, noi la chiamavamo così; purtroppo ognuna aveva il suo turno. Poi quando non facevi quello dovevi stare seduta davanti al tuo blocco, e poi ti chiamavano all’appello, ti mettevano sull’attenti fino all’ora del mangiare. O ti portavano in un altro blocco dove ti facevano portare delle pietre.

Quando non ne potevi più cadevi per terra esausta: o ti rialzavi o bastonate. Poi è successo il fatto delle due sorelle francesi. La tedesca ha ordinato alla nostra kapo di fare alzare quella che era caduta, ha preso una pala e l’ha colpita sulla testa. Lei è caduta a terra, logicamente ferita, e l’altra sorella le è corsa in aiuto. Noi sempre a camminare intorno, sempre portando pietre, non dovevamo guardare quello che succedeva. E’ stata uccisa la prima sorella, la seconda è corsa per aiutarla ma è stata colpita pure lei e là sono rimaste tutte e due.

Non ho mai saputo l’ora perché l’orologio non esisteva; che ora è, che giorno è, tutti i giorni erano uguali, si perdeva il tempo. Non eri più tu: eri veramente un numero, la tua testa non funzionava più, era un po’ come vuota. Ma forse era meglio perché non soffrivi più tanto, mi sembra che ci siamo abituate a quella vita, non saprei neanche dirti se era un’abitudine o veramente eravamo un morto che camminava. Tante volte ci si chiedeva: ma si cammina, siamo ferme? Qualche volta qualcuna mi pizzicava, mi diceva: “Ah, sei ancora viva”, io mi mettevo in un mutismo, eravamo tutte così. Oppure ti alzavi, cercavi di fare quattro passi sempre con la testa rivolta al cielo: non so se si cercava una via d’uscita o se si cercava di finire. Tante volte dicevi: “Quella è morta, ha finito di soffrire”, questa era la risposta.

Malgrado tutto si aveva sempre una speranza; io sempre dicevo di dover tornare  a casa. C’era come un ritornello nella mia testa, e mi seguiva. Quando ero nei momenti più pesanti cominciavo: “Devo ritornare a casa perché mio padre e mia madre mi aspettano, devo rivedere mio fratello”, poi lo dicevo alle altre allora si iniziava a portarci nei ricordi verso casa, ci aiutavano a vivere, quella era una via – come potrei dire – un aiuto per poter continuare a lottare per ritornare. E poi sai, le risate quando avevamo fame. Quando col gruppo davanti al blocco non ci permettevano di andare da nessuna parte si iniziava a parlare dei buoni pranzetti, del mangiare: “Cosa mangeresti tu? adesso che faresti?” Allora si facevano ricette a modo nostro oppure ci accontentavamo di pensare al famoso pane col quadratino di margarina, alla fine ci accontentavamo di quello. E quando era l’ora di mettersi in fila sempre sull’appello per prendere quel pezzetto di pane, che bello! Quello era l’ora più bella.

Così le giornate passavano, ci si raccontavano tante cose. C’erano tantissimi blocchi, io ne ho passato soltanto tre, però sapevo che ce n’erano tanti. Si sapeva ben poco di quello che succedeva nel campo. L’unica cosa che si sapeva era quando arrivavano i treni. Quella è una cosa che non poteva uscire dalla nostra memoria perché i treni fischiavano, fischiavano le sirene, poi c’era il rientro nei blocchi tutti chiusi perché non si doveva vedere quello che succedeva con chi usciva dai vagoni: il famoso Blocksperre cioè la chiusura di tutti i blocchi. Il fatto è che quando eri là da un po’ di tempo capivi tutto, da ogni fischiata sapevi cosa sarebbe successo. Le sirene squillavano, c’era sempre qualcuno che voleva scappare ma scappato non è nessuno.

Mentre ero là c’è stata l’impiccagione di una polacca che aveva tentato un’evasione dal campo. L’hanno torturata davanti a tutto il gruppo delle donne in campo, e quando le hanno rotto tutte le ossa l’hanno impiccata moribonda.

D: Parlavi prima dell’alimentazione: cosa vi davano ogni giorno?

R: Un pranzo meraviglioso. C’erano grandi zucche e dei bidoni con l’acqua bollente: le spaccavano sull’orlo del bidone, le buttavano dentro, le spezzettavano un pochino e galleggiavano i semi e l’interno della buccia, limoso. Poi quando era l’ora del pranzo chiamavano – si sapeva che era l’ora del pranzo perché c’era un fischio particolare – e andavi a prendertelo. Se eri forte di stomaco lo mangiavi se no rimandavi, poi cercavi di mandare giù qualche cosa per poter sopravvivere. Io ho molto sofferto perché il mio stomaco era debolissimo, veramente non so dirti come sono rimasta viva, comunque era il mio destino. Mangiavo pochissimo. Sai, c’erano le rape grattugiate secche, le gettavano dentro in questa Kübel di acqua bollente, se riuscivi a procurarti  un recipiente le mettevi dentro e se avevi fortuna ti procuravi anche un cucchiaio; col tempo ci siamo procurate tutto, ci siamo organizzate un pochino nel campo, e si aveva anche il cucchiaio per mangiarle. Si mangiava quello che si trovava, però i nostri maiali mangiavano meglio. La festa grande era la domenica: ti mettevi in fila e ti davano una patata con un pochino di margarina, un triangolino di margarina. Loro non guardavano se la patata era grande o piccolina, te ne davano una e basta, spesso succedeva che ricevessi la piccolina ma non la grande. Quando una riceveva la grande tutte le eravamo attorno: “Un pezzetto anche a me sai? Guarda che me lo avevi promesso”. Era un po’ d’allegria nella grande tristezza nella disperazione.

D: Nerina, ti è mai capitato di sognare?

R: Un’unica volta ho fatto un sogno lungo però ho pianto tutta la notte… Ho fatto un sogno e l’ho raccontato a una signora di Maribor, slovena. Sono andata fuori per fare i miei bisogni, l’ho trovata e le ho raccontato. Avevo visto mia nonna nel sogno, mi aveva toccata ed era fuggita.  La donna slovena mi guardò e mi disse: “Guarda le stelle, ti racconto cos’è la tua vita. La tua mamma e il tuo papà sono osti, vero?” Sì, avevamo una trattoria prima che ce la distruggessero”. “Passerai un periodo molto pesante, sarai anche malata ma tu resisterai perché la tua nonna ti accompagna”. Le avevo detto il giorno del mio compleanno e mi disse: “Mi hai detto che sei nata il 9 luglio, oggi è il tuo compleanno”.

D: Scusa Nerina, il problema delle mestruazioni?

R: Non ho mai capito, anche adesso che ho rivisto le mie compagne ci siamo chieste: ma cosa è successo? Appena siamo arrivate …. bloccato in pieno, nessuna sa cosa fosse. Forse era l’acqua nera che ci davano da bere la mattina, calda. Pagherei per sapere cosa ci davano.

D: A Birkenau fino a quando sei rimasta?

R: Poco, forse un mese.

D: E poi cos’è successo?

R: Mi hanno portato nel Lager B. Il Lager B era il Lager dove lavoravi proprio. Quando arrivavi là se vedevi dell’erbetta cercavi di mangiarla, e questo ho fatto anch’io nel ritorno, mi sono abbassata per prendere un ciuffetto però… sai le botte. Per strada mi hanno schiaffeggiato e la testa mi è girata da tutte le parti, ancora adesso sento schiaffi, poi quando siamo ritornate mi hanno messo in punizione davanti al blocco inginocchiata sulla ghiaia, con una mano sollevata e una pera cotta appoggiata sulla mano. Tante volte mi sembrava di cadere, cercavo di raddrizzarmi per farmi forza. Quando mi sono alzata le ginocchia erano tutte sanguinanti, perché prima di tutto carne non c’era, c’era la pelle; è passato del tempo prima che mi si rimarginassero le ginocchia, quante volte mi si aprivano perché dovevo inginocchiarmi per altre cose, ma finalmente sono guarita. C’erano polacche che erano peggio delle SS; se una cosa non sopporto sono le polacche, perdonami Polonia. Parla con chiunque sia stata là; tutte hanno subito angherie dalle blockowe e dalle stubowe. La notte loro mangiavano, si divertivano, bevevano: noi si sentiva il mangiare, il bere e noi piene di fame a languire. Loro erano pasciute, nessuna era magrolina, erano tutte tonde. Non puoi immaginare che nel blocco di un campo di concentramento ci fossero tipi così perversi, così cattivi. Se loro rubavano incolpavano le politiche.

D: Poi da lì sei stata ancora trasferita

R: Sì, mi hanno portata via da Auschwitz perché per loro ero ancora abile al lavoro. Mi hanno messo in fila per il trasporto, hanno detto che ci portavano nelle fabbriche, si sapeva soltanto quello.

Quando si era in fila pronte per partire ci consegnarono pane per il viaggio, una pagnotta di quel famoso pane acido, cattivo, duro: era come mangiare segatura.

C’erano vicino a me due bambine, io per loro ero una mamma, una di 12 e una di 13 anni, del Goriziano. Venne rubata una pagnotta – erano contate – le ebree e le polacche facevano le parti: una di loro accusò le due piccole, ma non era vero perché erano con me. Lo dissero al militare tedesco che ci accompagnava nel trasporto, allora lui infuriato inveì contro di loro e si misero a piangere perché erano bambine. Piangere non dovevi: se là ti vedevano piangere ti picchiavano. Era pronto a picchiarle duro col calcio del moschetto. Ho preso le loro difese e il colpo che dovevano subire loro l’ho preso io: sono caduta in svenimento, ho saputo più tardi che non ero in me. Sono partita in trasporto con le mie compagne che mi hanno sollevato e portata di peso, non mi hanno voluto lasciare là a terra; sul vagone mi sono ripresa, ma sulla testa avevo un segno che anche ora si vede. Il colpo col tempo ha fatto suppurazione perché dentro si è formata un’infezione;  i medici mi hanno detto che il mio osso stava andando in cancrena.

Ci hanno portato a Flossenbürg, io non lo ricordo; mi sono ripresa in treno ma per me è un vuoto colmo. Io ricordo di essere stata in fila, di essere saltata in mezzo alle due bambine e di avere preso le loro difese ma poi è una parentesi chiusa: sono passata per il campo di Flossenbürg ma non so di esserci stata.

Mi sono ritrovata il 14 dicembre nella fabbrica di lampadine Osram a Plauen. Non so come sono arrivata, mi sono guardata intorno e ho detto: dove siamo? Non ho visto più il campo di Auschwitz, mi sembrava una cosa strana, ho chiesto alle ragazze.

Nessuna si era accorta che io non sapevo niente. 

D: Ti hanno portato in fabbrica?

R: Sì, mi sono trovata in fabbrica. Ho avuto la fortuna di avere un direttore di fabbrica meraviglioso con tutto il nostro gruppo, eravamo circa un’ottantina. Ci ha trattato come fossimo lavoratrici; era sempre gentile con noi, se si aveva bisogno di qualche cosa si chiedeva, se qualcuna era malata la curò.

Noi si abitava nel soffitto della fabbrica, là avevamo anche l’acqua per lavarci ogni giorno, non per fare la doccia, ma il rubinetto. Ognuna aveva il suo letto, ognuna dormiva sul suo castelletto, io ero il terzo piano perché ero una fra le più giovani, ero su in alto. La mattina ci davano il solito tè e si andava al lavoro alle 6; ognuna aveva un lavoro; gli operai ci insegnavano i lavori della fabbrica delle lampadine. Si iniziava dal vetro e poi facevamo le lampadine grandi enormi, molto complicate. Io ho fatto soltanto un mese quel lavoro poi sono andata nel magazzino. Quando ero là mi sentivo sempre tanto male; la prima volta sarà stato verso il 20  dicembre. Così tre volte di seguito; la terza volta c’era dentro il direttore e mi ha visto, mi ha preso in braccio ed ha chiamato il soccorso che era nella fabbrica. Mi ha portato nella clinica a cui avevano diritto gli operai della fabbrica, però c’era con me anche la tedesca con il cane. Quando il medico mi ha visitata ho mostrato l’orecchio che spurgava. Mi hanno medicato e mi hanno rimandato nuovamente in fabbrica. Un paio di giorni dopo accadde nuovamente. Al 14 gennaio (1945) mi hanno portata ancora là, ogni tanto mi mettevano sotto il naso la melissa per tenermi sveglia. Un altro medico mi ha visitata e ha premuto la parte che faceva male, ho dato un urlo spaventoso. Immediatamente mi hanno portato in sala operatoria e mi hanno fatto tantissime fotografie e radiografie; io ridendo ho detto: “Per andare al cinema?”

Nella fabbrica avevamo un medico interno che era un colonnello dell’aviazione russa, una prigioniera; nella fabbrica c’era una stanza chiamata Revier e là lei curava le ammalate. Il direttore della fabbrica volle che la dottoressa mi seguisse, aveva molta fiducia in lei; venne anche la tedesca. E’ stata un’operazione di quattro ore alla testa: mi hanno salvata. Non potevano darmi nessun medicinale, era proibito dalla tedesca. Avevo la testa fasciata, avevo soltanto un pezzettino aperto all’occhio, ero come una mummia. Il medico allora mi nascose nella garza tanti tubetti di vitamine; diede ordine alla dottoressa di darmene un po’ al giorno. La dottoressa mi seguì con l’ordine del direttore della fabbrica che nessuno mi toccasse: sarei rimasta nella fabbrica sin tanto che le cure non fossero finite, lui avrebbe pagato per me la quota giornaliera di lavoratore.

Non mi reggevano le gambe: ho fatto due mesi un po’ distesa un po’ seduta, quando ho potuto camminare sono andata giù in fabbrica per fare soltanto cose leggere. La notte non la facevo, facevo sempre i turni di giorno. Ho lavorato fino all’ultimo quello che ho potuto, lavori leggeri, e questo fino alla Liberazione.

D:Nerina, è in quella fabbrica che tu hai cercato di tenere un diario?

R: Sì. La notte di Natale una polacca ha avuto la fortuna di incontrare un polacco che lavorava nella fabbrica, lui l’ha aiutata a scappare. Lei quindi non ha risposto all’appello, è stata cercata per tutta la fabbrica, non c’era: ci hanno messo in castigo una giornata intera perché volevano sapere da noi ma nessuna sapeva niente. Senza mangiare abbiamo fatto il Natale. Alle 6 di sera ci hanno dato il permesso e hanno portato quel tè nero e sino al giorno dopo a mezzogiorno, niente. Il giorno dopo all’appello – era il giorno di Santo Stefano – le tedesche ubriache dentro hanno fatto festa e noi sempre fuori all’appello. Il giorno dopo abbiamo ripreso il lavoro in fabbrica. La dottoressa aveva prigioniera una sorella, Tania. Non ho saputo il motivo, ma le avevano gettato i cani contro al suo rientro, noi abbiamo dovuto assistere alla scena. L’hanno quasi resa a brandelli, l’hanno lasciata a terra e sono andati via. La dottoressa pian piano l’ha curata poi è rimasta a sua volta in fabbrica. E’ stato uno dei tanti tremendi giorni in cui dovevamo assistere all’annientamento. Fortunatamente è rimasta viva e la sorella l’ha curata. Nel mio diario scrivevo lettere alla mia mamma; le cose che mi venivano in mente e che scrivevo mi rilassavano un pochino, parlavo con la mamma. Ne avevo due ma purtroppo il più grande me lo hanno rubato al mio ritorno a Bolzano.

D: La Liberazione come te la ricordi?

R:Triste perché le tedesche ci hanno chiuse nella fabbrica che era diroccata da una parte; noi eravamo proprio nella parte diroccata, rimasta ancora in piedi. Ci hanno rinchiuse e loro sono fuggite. C’erano i russi, gli americani e gli inglesi che andavano verso Berlino, hanno quasi distrutto Plauen. Forse per due giorni siamo state al buio tale era il fumo delle bombe.  Alla finestra avevamo un’inferriata con la rete; quelle che avevano ancora un po’ di forza hanno disfatto il letto delle tedesche, era in ferro, e con quell’asta hanno picchiato sui vetri fino a fare un buco. Hanno messo sull’asta un lenzuolo con una croce rossa, fatta col nostro sangue: c’erano bottiglie e bicchieri, li abbiamo rotti e con il sangue abbiamo fatto la croce. Si gridava alla disperata, e un paio sono impazzite, specialmente le russe: poverine, avevano il numero 42.000, erano là fra le prime, erano quasi impazzite. Eravamo senza mangiare da tanti giorni, prima si mangiava poco e poi niente, era tremendo.

Finalmente si resero conto che c’eravamo, vennero su gli americani e ci liberarono. Io ero a letto: ero talmente sfinita che non mi alzavo più, gli americani che sono venuti su hanno portato in braccio diversa gente. Quando uno mi ha sollevato mi ha detto: “Ma sei una bambina, quanti anni hai, 11  o 12?” Il militare parlava in inglese e io in sloveno; lui mi ha chiesto, in uno sloveno un po’ stentato, se ero slovena: Disse: “Anche la mia mamma è slovena. Come mai sei qua?” Lui non sapeva niente, gliel’ho raccontato, mi ha preso in braccio, mi ha stretta al petto e ha detto: “Dio mio, Dio mio ma come si può ridurre una creatura così?” Di lì i russi mi hanno portato all’ospedale da campo. Mi hanno rifocillata, credo per quindici giorni, mi hanno tirata su prima con il tè  poco zuccherato, dopo pian piano col brodo sgrassato. Quando ci siamo riprese ci hanno portato in un campo di smistamento. Là sono rimasta fino a che non mi hanno portato a casa.

D:Fino a quando sei rimasta lì?

R:Pochissimo perché ci siamo trovati in diversi triestini. Ero ancora un po’ giù di corda, sempre con la testa fasciata: la testa l’ho portata a casa fasciata e mi ha curato il professor Danilo, pure lui ex deportato di Auschwitz. Nel campo di smistamento ho trovato una di Gorizia più anziana di me; io andavo verso i 20 e lei aveva 35 anni, per me era una mamma; si è presa cura di me. Arrivarono altri tre triestini, erano militari prigionieri nei campi militari, non deportati. Quando ero là uno dei triestini mi ha portato una gonna grande; la mia compagna di Gorizia me l’ha adattata; hanno trovato una blusettina di organdis e me l’hanno messa, lei me l’ha ristretta; mi hanno vestito a festa. Un compagno milanese, poiché portavo ancora gli zoccoli, mi ha fatto un magnifico paio di sandali estivi … bellissimi, tutti mi chiedevano dove avessi trovato il mio numero.

I ragazzi triestini hanno ideato la fuga dal campo di smistamento perché non si poteva uscire. Hanno girato tutto il campo e hanno cercato il posto migliore per poter scappare, hanno fatto un buco. Da quel buco partivano durante il giorno e cercavano di combinare un carretto per me perché io non potevo camminare. Si sono prodigati tanto; hanno trovato una carrozzina con le due ruote grandi, poi si sono procurati un po’ di legno, mi hanno fatto un bellissimo carretto con il sedile. A un dato momento mi dissero: “Preparati, questa sera la fuga”. Eravamo in dieci, c’era uno della Calabria, uno del Trentino, uno milanese, due goriziani, quattro di Trieste e noi due donne. L’accordo è fatto, il carretto è pronto: non rimaneva che aspettare che la ronda cambiasse giro. Quando tutti dormivano ci siamo messi in carica! Io, pacifica come una patrona seduta, e loro poverini che mi spingevano. Mi hanno riportato a casa, abbiamo fatto una bella gita, liberi.

Durante il giorno si camminava e si chiedeva dove andare; puntavamo su Vienna, lungo i paesi ci si fermava e ci si organizzava per mangiare. Si andava a rubare qualche gallina, qualche uovo, si andava dai contadini a chiedere qualche cosa, poi c’era qualche negozio aperto: si chiedeva, mostravo i miei numeri di campo, capivano subito che eravamo prigionieri, ci davano da mangiare quello che potevano, anche i contadini ci hanno aiutato veramente.

Una notte ci ha preso la pioggia ma eravamo talmente stanchi e giovani che abbiamo dormito; la pioggia ci ha bagnato molto bene, ci correva lungo la schiena perché eravamo distesi per terra sul prato, era giugno, caldo. Quando ci siamo svegliati alla mattina eravamo quasi già asciutti perché il sole ci aveva asciugato, ma io avevo dei brividi. Il giorno dopo la mia temperatura è salita, farneticavo, un signore ci ha prestato una bicicletta e uno di noi è andato dal medico: broncopolmonite. Dopo otto giorni il medico è ritornato, ci ha permesso di ripartire. In un paese mi hanno vestito con una tuta olimpionica e con scarponi da montagna perché era freddo e non potevo andare coi sandali; così vestita e imbacuccata, tutta piena di stracci, abbiamo proseguito. Ci hanno detto che un treno portava a Vienna, lo prendemmo – era un treno che portava carbone – ma alla mattina sentimmo parlare polacco. Eravamo entrati nuovamente in Polonia!

Cosa fare? Disse uno in stazione che nel pomeriggio un treno sarebbe andato verso la Germania. Tornammo in Germania, non ricordo la stazione. Alla fine con dei camion che portavano viveri in Germania ci siamo arrivati.

Un treno portava prigionieri francesi a casa; abbiamo aspettato, a noi si sono avvicinati altri prigionieri che sono rimpatriati; abbiamo detto che noi italiani non avevamo nessun collegamento con nessuno e cercavamo di  rimpatriare meglio possibile. Loro andavano verso la Svizzera, era pur sempre vicino all’Italia. Ci portarono. Sul treno non c’era più posto perché eravamo tanti, allora misero delle travi di traverso sul vagone bestiame: lì sopra siamo saliti noi e così siamo arrivati nelle vicinanze della Svizzera.

Sul treno si sono accorti che tanti avevano il tifo: la Svizzera non ci fece entrare, dovevamo passare per il Brennero. Dal Brennero siamo arrivati in treno a Bolzano; ci hanno scaricati, gli altri hanno proseguito: noi siamo rimasti là perché a Bolzano c’era lo smistamento di tutti i deportati e rimpatriati dai campi. In Svizzera ci avevano dato, prima di mandarci indietro, qualche cosa per coprirci e cibo in uno zainetto, ognuno aveva il suo zainetto. Purtroppo allo smistamento ci derubarono degli zaini. Ho perso le fotografie che mi avevano fatto i militari americani appena liberata, è la cosa che mi dispiaceva più di tutto, mi hanno portato via il vestito del campo che era per me la continuazione della mia vita. Avevo dentro dei libri, un bel diario. Tutto mi hanno portato via, una desolazione. Sono ritornata a casa con le mie tute, gonfia grassa, avevo due tute l’una sopra l’altra, una sciarpetta che mi copriva la testa: mi vergognavo con tutto quel bianco.

Quando siamo fuggiti dal campo di smistamento di Udine era un problema arrivare a casa perché era tutto bombardato, il treno da Udine non camminava.

D: Scusa, Nerina il percorso da Bolzano a Udine?

R:Da Bolzano partì un pullman su cui hanno preso tutti quelli che erano dei dintorni di Udine di Trieste.

A Udine c’era lo smistamento per le altre località, però bisognava attendere di fare la quarantena, ma chi faceva la quarantena! Sognavamo di trovare un mezzo di trasporto per poter scappare da Udine; è da lì che abbiamo progettato la fuga del gabinetto. Un’altra fuga. Mi sembra che fosse un edificio militare o comunale, forse una scuola o un ricreatorio; in basso, nei gabinetti, ti prendevano i dati e tutto. I ragazzi hanno ispezionato e hanno visto un gabinetto. Siamo entrati, abbiamo fatto quello che dovevamo fare e ci siamo messi in una stanzetta al pianoterra. Il gabinetto aveva un finestrino da spingere; per primo è andato Luciano di Trieste che era il più giovane. Poi è andato il più grasso, poi mi hanno sollevato e mi hanno fatta passare.

Ci  trovammo la notte a Udine, andammo alla stazione sperando in qualche treno in partenza. Si partì ma solo per un pezzetto, fino a Santa Maria la Longa. Ci incamminammo. Da una stradina di paese stava venendo un uomo coi cavalli e col carro. Ci siamo messe in mezzo alla strada e lo abbiamo pregato di fermarsi. Ci ha presi sul carro e portati a Monfalcone. Da Monfalcone i treni c’erano ma dovevamo avere i biglietti. I biglietti!!! Ma che ti sogni! A Monfalcone ci hanno ristorato con quello che potevano, un panino e una mela. Hanno voluto sapere se sapevamo di qualche morto di lì, poi ci hanno rifocillati nuovamente perché non si sapeva a che ora tornasse il treno. Il treno partì, era un treno lumaca. Su quel treno c’era gente che andava a fare la borsa nera.

Cerano due persone che abitavano nella mia stessa casa, al piano di sotto; io avevo sempre la testa fasciata. La signora mi fissò, io la vidi e la fissai anch’io: non sarà mica Silvia? Lei mi guardò e fece un urlo: “Dio, è la Cisa che ritorna, la Cisa non è morta!”. Qualcuno aveva portato la notizia che io e un signore di Trieste eravamo morti, perciò a casa mia sapevano che ero morta.

Ci ha preso una tale smania di tornare a casa, una voglia di correre. Sai cosa ho chiesto per prima cosa? Mio fratello è tornato vivo? Si, ti aspettano tutti anche la mamma e il papà.

Quando siamo entrati nella zona nostra e ho visto Miramare mi sentivo fare bububum bububum, dicevo: “Oddio, mi si ferma il cuore!” Sentivo il fuoco alla testa.

Finalmente entrammo in stazione, io camminavo su e giù per il treno e non appena hanno aperto le porte sono caduta indietro e sono svenuta. Nessuno era alla stazione ad attendere i rimpatriati in Trieste! C’erano gli americani e nessuno si è interessato di niente.

Arriviamo a casa, ero tutta infagottata, a metà strada c’è la casa di mia zia, mia cugina era alla finestra. Io ero là tutta imbacuccata, e lei disse: “Ma guarda quella, perfino in testa si è messa qualcosa da nascondere”. Mi guardò, la guardai, tutto a un tratto la vidi impallidire, urlò e disse: “E’ ritornata mia cugina!” Quella fu la prima volta che piansi. Quando ci siamo viste non potevo né parlare né niente. La mamma non era a casa, era uscita con un’altra signora. Quando tornò e mi vide disse: “No, questa non è mia figlia, avete sbagliato, non è lei, questa non la conosco”. Si capisce: ero tutta fasciata. Ero talmente piccola quando sono partita e piccolissima quando sono rientrata. E poi sai cosa mi ha chiesto la mamma appena mi ha visto? “Amore, ti fo’ il caffè?”. Dico: “No mamma, il caffè l’ho bevuto; ti prego i fagioli, fammi dei fagioli”. E la mamma ha fatto presto, non so come ha fatto. Ho chiesto al papà del vino e ne ho bevuta mezza bottiglia. Poi sono arrivati tutti i miei zii. E abbiamo fatto la notte tutti in piedi.

Rossetti Sergio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io  mi chiamo Rossetti Sergio, sono nato a La Spezia il 23.12.1927.

D:  Sergio, quando ti hanno arrestato?

R: Io abitavo in un paese vicino a La Spezia, a Buonviaggio, un paese bello, anche il nome lo dice, e tutte le mattine partivo per andavo a lavorare in Arsenale, nello stabilimento militare. Si andava a piedi da Buonviaggio a Migliarina dove si pigliava il tramvai.

In un posto distante da casa mia due chilometri ad un bivio c’era un posto di blocco della Guardia Nazionale Repubblicana. Vidi alcuni miei conoscenti fermi sul ponte della Dorgia, ma non ci feci caso.

Al tempo avevo appena 17 anni, ero ancora ingenuo, non avevo l’esperienza dei ragazzi di oggi.

Difatti mi fermarono e mi misero insieme agli altri amici che conoscevo – Boni Alfredo, Chella Rino, Morelli Vittorio, Baroncelli Antonio e Monteverdi Giuseppe, di un paese vicino. Restammo fermi una mezz’oretta; quando videro che il gruppo si era formato, ci incolonnarono tutti lungo la statale cosiddetta della Cima, e dal ponte andammo in uno stabilimento militare distante 500 metri.

Era un deposito di mine e siluri della Marina, ci portarono là, era chiamato la Flage.

Cominciarono i primi interrogatori, ci chiamavano uno alla volta; venne il mio turno, andai dentro, c’era una scrivania, due borghesi e due militari ai lati. Vollero sapere come mi chiamavo, dove abitavo, quanti eravamo in famiglia, di che religione, la politica. Dissi che lavoravo in Arsenale, avevo anche il documento per poter entrare; quando mi chiesero gli anni dissi: “Faccio 17 anni a dicembre”.  Mi arrivò uno scappellotto sul collo e un calcio nel sedere e mi disse: “Tu sei troppo giovane, mettiti faccia al muro”. Quando anche gli altri finirono l’interrogatorio, ci caricarono su dei mezzi coperti con teloni, e ci portarono alla caserma del 21° Reggimento Fanteria.

D:  Quando ti fecero l’interrogatorio e chi lo ha conduceva?

R:  Il 21 novembre 1944, il giorno del grande rastrellamento di Migliarina.

Lo stesso giorno in cui mi fermarono subii questo primo interrogatorio alla Flage.

D: Da parte di chi?

R: Non lo so. Erano due borghesi e due militari della Guardia Nazionale Repubblicana, non so chi fossero. Di politica non mi sono mai interessato. Andavo a lavorare, però avevo ancora il carrettino con le ruote per divertirmi, lungo la strada. E pensare che in tempo di guerra mio padre era stato richiamato, si era fatto la guerra di Grecia e d’Albania, dopo aveva fatto domanda di rimpatrio per famiglia numerosa – eravamo quattro sorelle e due fratelli in casa, un fratello nacque nel 1944. Voglio dire che non si era fascisti ma si viveva la nostra vita normale. Ci portarono sugli automezzi, non so se cinque o sei, al 21° Fanteria. Ci misero nelle celle, ricordo che ero solo in cella; dopo mi misero insieme a Baroncelli, che era con me la mattina del posto di blocco.

La sera ci chiamarono ad un altro interrogatorio, che era normale. Botte non ne presi, anzi, mi levarono sciarpa, stringhe e fazzoletto: dicevano di aver paura che ci si potesse strozzare. Stetti due giorni in caserma, si aspettava che facessero il loro lavoro, però nella notte si sentivano urla, schiamazzi, passi di scarponi: si vede che qualcuno voleva sapere i nomi di partigiani, si sentiva urlare, sbattere le porte e tutto. Finito al 21° Fanteria, il giorno 22 o 23 novembre, ci caricarono su automezzi coperti e ci portarono al ponte Pirelli, un ponte militare; lì caricavano e scaricavano munizioni, vicino c’era il binario che andava alla polveriera Vallegrande. Tutti in fila; una motozattera ci aspettava. Insieme a noi c’erano un certo Vigilante Giuseppe, commissario di pubblica sicurezza, e un certo Carrè, che era un becchino dell’ospedale; l’avevano accusato di nascondere armi sotto le tombe, invece non era vero. A loro non interessava niente, volevano che dicesse dei nomi per andarli a prendere e far loro confessare certe cose. Ricordo il povero Vigilante, che era un uomo sulla sessantina, entrare nella motozattera su una scaletta; io avevo 17 anni e cercavo di evitare le botte che davano mentre si passava sulla scaletta, ma il poveretto rimase con la gamba tra la scaletta e la parete. Si rovinò la gamba, alla bell’e meglio lo sdraiammo nella motozattera. Partimmo di sera, verso le cinque, ed arrivammo via mare al porto di Genova. A Genova ci caricarono sugli automezzi e ci portarono alle carceri di Marassi. Ci portarono subito nelle celle, ricordo che ero sempre con Baroncelli, un vicino di casa, eravamo cresciuti insieme. A Marassi stemmo dal 23 / 24 novembre fino al 12 / 13 gennaio (1945). Una mia sorella mi portò il corredo, un baule di roba con cappotto, giacche, scarpe, magliette, tutto l’occorrente, perché si diceva di andare a lavorare in Germania. Nelle carceri di Marassi davano una sbroda e il pane, si tirava avanti. Dopo arrivò il momento dell’interrogatorio; siccome andavano in ordine alfabetico, vidi portare su due o tre che per le botte prese tornavano gonfi. Tanti non volevano confessare, ma loro imponevano: “Tu hai fatto questo, hai fatto quest’altro”. Come potevo confessare cose che non avevo fatto? Ti picchiavano per poter cavar qualcosa. Dopo capitò il mio turno: andai dentro, c’erano Battisti e Morelli, due della polizia giudiziaria che picchiavano davvero; poi c’era un tedesco che scriveva a macchina e un altro militare, non so di che rango né se fosse italiano o tedesco. Ero in piedi e ai lati c’erano questi due con due nervi in mano, mi ricordo.

Vollero sapere nome e cognome, dove lavoravo, la famiglia, la religione, il solito interrogatorio che avevo fatto la prima volta, era già tutto predisposto e programmato. Dietro me c’erano gli accusatori: poveracci, anche loro erano stati picchiati, facevano il doppiogioco. Quando ti fanno delle torture dire di no costa ancora di più, è così che ti accusavano. Mi accusarono di questo: il prete di Migliarina mi avrebbe dato un fucile, avrei lanciato dei manifestini,  sabotato i magazzini di Ceparana ed ucciso uno della Guardia Nazionale dietro una batteria dove vivevo. Insomma mi diedero sette condanne. Quando dissi: “Ma io sono un ragazzo, vado a lavorare in Arsenale, cerco di fare il mio dovere”, mi arrivò un calcio negli stinchi. Dico la verità, non dico che mi hanno bastonato, mi è arrivato un calcio negli stinchi e basta. Dovetti firmare il foglio, la mia condanna a morte, come fecero tutti. 99 su 100 firmarono: sotto tortura, chi non firma? Così finì l’interrogatorio e ci riportarono in cella. Certi giorni si stava in due in cella, dopo ci cambiarono cella e si stava in quattro, dopo in otto. Arrivarono il giorno di Natale, il primo dell’anno, l’Epifania e il momento della partenza. Tornando indietro, devo dire che Marassi era una riserva: quando ammazzavano qualcuno lo pigliavano da lì, come dalla Casa dello Studente; a noi andò bene.

Arrivò l’ora della partenza; una mattina ci misero in colonna tutti quanti, riempirono due corriere, ammanettati sinistro con destro come tanti briganti, legati con la catena. Tutti avevano le valigie, chi ne aveva due chi una, ma più o meno avevano tutti due valigie. Povere donne: le mogli, le sorelle, le fidanzate, che avevano fatto a piedi La Spezia – Genova sotto la galleria, col treno, perché sulla strada non potevano passare, cercando di portare la roba ai familiari.

Sulla corriera noi si era accompagnati da tedeschi in licenza, sempre con il fucile puntato alla schiena; lungo il percorso, al Passo dei Giovi, il camion si fermò perché ce n’era un altro che impicciava; allora due dei nostri scapparono: un certo Moscatelli di Migliarina e un certo Taddei e non li ripresero.

Ripartimmo ed arrivammo a Trento. A Trento ci fermammo per fare i nostri bisogni, legati insieme. E’ vero che si era tutti uomini, però un po’ di pudore ci vuole anche tra uomini.

Un certo Tosetti del Filettino e un altro tentarono la fuga ma li presero e diedero loro tante di quelle botte!

Quando arrivammo a Bolzano li misero nelle celle di rigore; li picchiarono forte davvero! Dopo li portarono con noi a Bolzano.

Arrivati a Bolzano, fummo scaricati. Avevo il numero, mi sembra 8.800 e tanti, non mi ricordo di preciso, e il triangolo rosso. Per prima cosa ci fecero i capelli da zucca pelata. A Bolzano si viveva, non c’era pericolo, ci passavano poco mangiare e stavamo lì, aspettando la manna dal cielo. Anche lì arrivò il giorno della partenza. Ricordo che era il 31 gennaio 1945, tutti in fila eravamo mi pare 640 o 650, con le valigie in mano, guardati sempre dai tedeschi e dai cani al guinzaglio; il cane per loro era familiare, era la base principale. A Bolzano sembrava di costeggiare la ferrovia, distante abbiamo visto un treno merci; ricordo che sopra il tetto di una grande fabbrica ho visto la scritta Lama Bolzano. Mi ricordo che era il 31 gennaio 1945, era tutto bianco di neve.

D:  Quando eri nel campo di Bolzano ricordi di aver visto delle donne?

R:  Sì, c’era un muro divisorio di mattoni e di là c’erano le donne.

D:  Hai visto se c’erano dei religiosi, nel campo?

R: Tornando indietro a Genova, c’erano 8 preti, tra cui padre Pio di Mazzetta, don Mori de La Scorza, don Scarpato di Fossa Mastra, don Casabianca di Ceparana e don Bertoni, non so di che parrocchia. Al povero padre Pio, che era un frate di quelli bianchi, un omone così, mettevano i morsetti ai polsi per farlo confessare, e cercavano di stringergli le braccia per farlo parlare. Non so se parlò perché i religiosi erano divisi da noi.

D: A Bolzano invece non ricordi di averne visti?

R: A Bolzano quelli che ho nominato non sono venuti, forse sono venuti dopo nell’ultimo trasporto, però con noi non c’erano. A Bolzano per dire la verità li avrò visti, però non mi ricordo.

D:  Quindi ti hanno portato dove c’erano i vagoni?

R: Per farci salire sul vagone fecero uno scalone di legno, però ai lati c’erano sempre gli aguzzini che cercavano di picchiare coi calci, con il moschetto, con le mani, con tutto. Io avevo 17 anni e cercavo di … però c’era gente anziana, malata, zoppa, che purtroppo subì quello che subì. Dentro il vagone trovammo tanta paglia; penso che fossimo una settantina, e nel nostro vagone c’era Vigilante, poverino, con la gamba menomata e l’altro, Carrè il becchino, che è morto durante il percorso ed era già moribondo alla partenza. Ci caricarono e via. Vedevi neve, neve, tutto neve. Facemmo quattro giorni e quattro notti senza mangiare e senza bere; si mangiava la neve attaccata al treno; in quei quattro giorni e quattro notti io non mangiai niente. Dentro il vagone, in un angolo, c’era un mastello per i nostri bisogni. La nostra destinazione era ignota, andavamo a lavorare ma dove precisamente non si sapeva. A forza di camminare il treno arrivò alla stazione. Ricordo che prima che il treno si fermasse, si iniziavano già a sentire urla di cattiveria, fare presto, sbrigarsi, insomma si vedeva dai movimenti, si vedevano tedeschi e cani al guinzaglio. Arrivammo in questa stazione, uscimmo tutti. Alla stazione si vide la scritta Mauthausen, pensavo di andare in riviera come qua a Manarola, a Rio Maggiore, a Vernazza. Non si sapeva mica che Mauthausen era rinomata per quel campo. Ci misero tutti insieme, cinque con le nostre care valigie in mano; invece di fare la strada principale di Mauthausen ci fecero fare una secondaria, piena di neve, sterrata. Ai lati della strada c’erano donne, uomini, bambini, vecchi. Quello che non ci arrivò addosso … palle di neve, pezzi di sassi, sputi, Badogliani, traditori, insomma tutto quello che potevano vomitare vomitarono. Andammo su piano piano, dalla stazione al campo ci saranno 5 / 6 chilometri, tutto era coperto di neve, non si vedeva niente, alberi e basta. Lungo il percorso si vedevano uomini vestiti zebrati, però non pensavo che fossero prigionieri; man mano che si andava avanti si vedeva anche di più: spalavano, pulivano la strada, li vedevo magri, con gli occhi infossati, la zucca pelata, guardati dai tedeschi. Man mano che si avvicinavano vedevamo grandi camini fumare, un grande muraglione.

Dopo si arrivò alla porta d’ingresso del campo. Prima entrammo dai depositi dell’attrezzatura tedesca.

Una parte di noi era rimasta in quel perimetro grande, e una parte su una scaletta a destra entrò proprio nel campo di concentramento. Si entrò dalla porta, girando a destra; dopo andammo verso il muro del pianto.

Entrando nel campo girai la testa e vidi attaccato alla catena dell’ingresso un uomo ma non vidi se era legato; pensai che fosse fermo lì, invece poi vidi che era legato con una catena. Lo avevano messo come esempio: se uno non fosse stato agli ordini del campo sarebbe andato a finire lì per punizione! Arrivati nel piazzale c’erano 30 / 40 centimetri di neve, un manto bianco; penso che saremmo stati in 300, una parte rimase sotto ad aspettare il turno.  Venne il tedesco a parlare con l’interprete e ci fece depositare tutte le valigie.

Pensa quanta roba rubarono! Ognuno aveva una valigia o due, il vestiario, la biancheria, può darsi anche soldi, roba da mangiare, tanti la tenevano. Vedevano che c’era gente che non mangiava però – fa parte dell’egoismo – se la tenevano, ma quando arrivammo al campo ci portarono via tutto.

Depositammo le valigie, seguì un altro ordine: spogliarsi tutti nudi, levarsi gli indumenti, tutti. Uomini, grandi, piccoli, vidi scene un po’ commoventi. Recentemente, quando il Papa è andato in Israele ha visitato il Muro del Pianto: ma era quello di Mauthausen il vero muro del pianto!

Ho visto uomini anziani depositare catenine, anelli, portafogli, volevano tenersi una fotografia della moglie o del figlio, niente, lasciare lì. Guai se trovavano qualcosa addosso, erano punizioni tremende, infatti lasciarono tutto. Fatto questo andammo tutti in fila giù per una scaletta senza sapere dove, sempre destinazione ignota; ai lati della scaletta c’erano non militari ma borghesi, prigionieri come noi, e cominciammo ad assaggiare le botte del campo. Infatti entrammo, c’erano i barbieri con le macchinette, testa pelata, a me fecero la Strasse in mezzo, tutti i peli sulle braccia rasati; dopo le docce, acqua calda e acqua fredda. Si divertivano anche; finché era calda, bene ma quando era fredda, era pur sempre il 4 febbraio.

Finito questo programma pensai: “Ora ci daranno un asciugamano”, ma niente. A 50 metri c’erano due con dei pennelli, facevano un segno e dicevano che fosse disinfettante. Poi tornammo fuori dove ci avevano spogliati. Mi ricordo che presi un paio di pantaloni e una camicia, mutande niente, un paio di zoccoli con la striscia. Dopo mi capitarono un paio di zoccoli un po’ più robusti e li presi. Finimmo di vestirci alla bell’e meglio e ci portarono al blocco di quarantena. Io ero nella prima baracca, forse la 22; dopo c’era il muro perimetrale che divideva la quarantena. In baracca ci misero a dormire; i pagliericci avevano 3 centimetri di spessore. Alla mattina presto cominciai a sentire urlare, con i nervi in mano; prima di uscire e andare fuori all’aperto passammo sotto i lavandini tondi tipo militare con tanti rubinetti: a  petto nudo a bagnarsi testa, torace, schiena. Non c’erano gli asciugamani che si usano in casa, solo con la camicia e fuori all’aperto.

Dopo un po’ ci diedero il primo caffè, chiamiamolo caffè ma era acqua calda; lo bevemmo perché l’acqua calda faceva bene. Dopo fecero cominciare l’appello, tutti in fila, la mia prima volta che subii l’appello nel campo di Mauthausen, prima l’avevo subito a Bolzano. Tutti in fila, prima fecero le prove con il cappello, Mütze ab, Mütze auf dovevano sentire un colpo; un paio di volte lo ripetemmo, e dopo alla bell’e meglio lo facemmo.

D: Quando ti hanno immatricolato?

R: Finito l’appello, verso mezzogiorno, diedero la zuppa, tutti in fila; si cercava sul fondo dove era più densa, però a volte di capitava e a volte no. C’erano tanti prigionieri ma una gamella a testa non c’era; erano gamelle smaltate, tutte rugginose, brutte, io in tre mesi a Mauthausen il cucchiaio non l’ho mai visto, si mangiava con le mani: bisognava far presto a mangiare perché gli altri aspettavano che finissi per passargli la gamella, si doveva pulire bene perché c’era solamente quella.

Finito il mangiare di mezzogiorno arrivava la sera. Alla sera davano il pane, si mettevano fuori vicino al tavolo, tagliavano questo pane a fette, non so se era di 1 o 2 centimetri, davano un pezzetto di margarina, un po’ di marmellata o qualche pezzetto di salame, il pranzo era questo. Quando avevano finito di tagliare il pane sulla coperta la sbattevano e tutti le saltavano addosso per mangiare le briciole.

Quando racconto questi episodi nelle scuole mi guardano un po’ strano e dicono: “Ma questo cosa racconta?” A tante cose è difficile credere, magari a scuola non le hanno insegnate, però sono cose che ho visto e vissuto.

Finito di mangiare il pane si andava in branda in baracca, ma prima di entrare ci dovevamo spogliare, fare il nostro cuscino, andare dentro tutti in fila, e non mettersi con la pancia per aria, comodi sui pagliericci, ma a lisca di pesce, testa e piedi, testa e piedi, testa e piedi… Non eravamo solamente tutti italiani, c’erano anche francesi, tedeschi, polacchi, russi, non ci capivamo, non si poteva dire: “Spostati un attimo”. Se urlavi era un parapiglia; lasciavamo un corridoio per chi di notte andasse a fare i bisogni. C’erano i gabinetti, con i lavandini ed anche i water, però non ci sono mai andato. Dietro c’erano i bidoni o una fossa con una tavola di traverso; i nostri bisogni li facevamo lì.

Nel blocco rimasi dal 4 febbraio fino al 5 maggio, sempre così. Fu la mia fortuna, io avrò lavorato in tutto quindici giorni, mi chiamarono a fare delle fosse con picco e pala, non so se erano delle fosse comuni o fosse che interessavano a loro.

D: La tua immatricolazione?

R: L’immatricolazione non ricordo come sia andata; era una striscia bianca col numero, io avevo il 126.404 con il triangolo rosso e la sigla IT; davano una piastrina di ferro legata col filo che mi rimase per ricordo, ce l’ho nella borsa se dopo la volete vedere. Nel periodo della quarantena una volta ci portarono sotto un grande tendone in fondo al campo; c’era una porticina di legno, sulla destra ora c’è il museo.

Una volta vennero i tedeschi coi cani dietro a questa porticina del tendone grande come i tendoni da circo. Non so per quale motivo, ma stemmo due giorni lì dentro, e dopo ci riportarono nel blocco.

A volte mi dicono: “Ma tu sei ritornato a casa!” Ragazzi, che ci posso fare? Ci sono diverse cose da raccontare. Nel blocco di quarantena un giorno mancavano due deportati all’appello. Erano due come noi e stemmo quasi tre o quattro ore fermi all’appello; girarono dappertutto e li trovarono. Li portarono dentro: la porta dove adesso c’è un cancello una volta era chiusa e di legno, vedevi solamente baracche e cielo, baracche e cielo.  Li presero per il petto, li buttarono contro il muro perimetrale del campo, rimasero un giorno e mezzo lì, morti così.

Quando vado là porto i ragazzi e racconto loro questo particolare che mi è rimasto impresso, e tutte le volte metto un paio di fiori nel campo, perché erano deportati come noi.

D: Dicevi di essere uscito alcune volte per andare a fare dei lavori; uscivi dal campo?

R: Sì, però non sapevo dove andassi, andavamo a circa 100 / 200 metri, sempre guardati dai tedeschi in divisa, non sapevamo dove ma eravamo proprio fuori dal campo.

D: Il momento della Liberazione dove ti trovavi?

R: Voglio raccontare un altro particolare. Quando ero nel blocco di quarantena, ogni tanto venivano i tedeschi a cavallo coi cani, ci facevano girare intorno al perimetro della baracca, lo facevano apposta per eliminare noi deportati. Nella mia baracca c’erano diversi italiani tra cui diversi spezzini che man mano andavano a lavorare fuori o cambiavano baracca o morivano. Rimasi l’unico spezzino con un certo Bonati Fabio di vicino Migliarina, che aveva 24 anni ed era ben messo. Ciononostante cominciò ad ammalarsi, lo vedevo tutti giorni deperire; quando facevamo l’appello cercavo di stargli vicino e di aiutarlo per quello che potevo fare. Vedevo però che non ce la faceva, vedevo che ormai era sfinito; ad un certo punto cascò vicino a me e mi disse: “Vai via che io non ce la faccio più”:  lo lasciai e non lo rividi più.

Sono due cose che mi sono rimaste impresse.

D: La Liberazione te la ricordi?

R: La ricordo perché un paio di giorni prima qualcosa era migliorato, non si vedevano più le solite angherie. Vedevo che i morti aumentavano, e ogni tanto alla mattina cinque o sei erano morti, si portavano su e poi arrivava il carretto che li portava via. Non si sapeva dove li portassero, perché noi il crematoio l’abbiamo visto quando ci hanno liberato: si vedeva il camino fumare ma non si pensava ai cadaveri, era tutto misterioso. Prima della Liberazione erano cambiate anche le sentinelle, non si vedevano più le SS bensì le cosiddette guardie territoriali; non c’era più la cattiveria di prima.

La Liberazione fu il 5 maggio (1945), lo sapemmo dopo che era il 5 maggio; lì si perdeva anche il nome dei mesi e non si sapevano i giorni della settimana. Sentivamo le grandi urla della folla, tutti i deportati andavano nella piazza principale del campo. Vedemmo una camionetta militare con sei soldati a bordo con l’elmetto, non con le divise marziali dei tedeschi. Avevano lanciato roba da mangiare, sigarette, scatolette, caramelle.

Io qualcosa arraffai ma c’erano migliaia di persone, come facevi?

Al giorno della Liberazione tutti i deportati si radunarono: incontrai Vasoli, Tartarini e Carassale, questi tre. Uscimmo dal campo ed andammo nelle cascine dei contadini: c’era una cascina che si vede ora dal museo, mi feci anche una foto, la vedi se ti arrampichi sul muretto. Parlavano tedesco ma i gesti … 

Iniziai a mangiare, portarono pane, uova, una zuppiera di carne di maiale. La notte dormimmo nel fienile ed alla mattina andammo in un’altra cascina. Mentre facevamo questo percorso si sentivano gli altoparlanti in diverse lingue: “Tutti i prigionieri sono pregati di ritornare nel campo perché presto ci sarà il rimpatrio”.

Tornammo. Avevo un fagottino con della roba, non ricordo se pane o uova: all’entrata del campo c’era un Militar Police con casco e fucile: mi portò da due o tre militari che mi buttarono in cella di rigore. Ci stetti  un quarto d’ora e poi mi lasciarono andare. Tornammo al nostro blocco, sempre con questi tre amici di Migliarina. Ci diedero pacchi americani con tanta roba, minestra in scatola, noccioline, cioccolate, sigarette, latte in scatola ma l’istinto della fame! Tutti i deportati che erano usciti, dopo che il campo era stato liberato, entravano con le mucche alla corda, con pecore, conigli, galline, tutto. Però non potevano entrare nel campo, i militari li fermavano, dopo chiamavano i contadini che venissero a prendersi la roba. Diedero due o tre giorni di carta bianca, vidi scene terribili.

D: Sergio, quando e come sei rientrato in Italia?

R: Siamo partiti il 2 giugno 1945, quanti ne abbiamo oggi? 55 anni fa ero per strada che stavo ritornando. Un po’ sui camions militari americani con la pedana a destra e a sinistra, un po’ in treno, un po’ a piedi. Ricordo che arrivammo in un posto di ristoro, era un campo francese, dissi a Vasoli: “Ma guarda un po’, dopo sei mesi si dorme in un lenzuolo bianco”. Ci trattarono bene, si mangiava, ci stemmo un giorno e dopo ripartimmo. Ci fermavamo nei posti di ristoro; a Innsbruck ci misero in un campo pieno di pulci e pidocchi, ma non c’era altro posto.  Venivano gli americani con le pompe a disinfettare. Dopo ripartimmo per l’Italia, su questi camion militari. Si vedevano la bandiera italiana e la bandiera austriaca e l’autista disse: “Siamo arrivati in Italia”. Allora scendemmo tutti a baciare la bandiera italiana.

A raccontarle sono cose molto tristi. Arrivammo a Bolzano, ricordo che dove ci eravamo fermati col camion c’era un ciliegio, strappammo i frutti e li mangiammo. Prima di ripartire ci portarono in ospedale, ci visitarono. Mi avrebbero dovuto trattenere perché ero molto deperito ma dissi di voler andare a casa a trovare i miei. A camminare facevo fatica perché ero debole, però volevo andare a casa mia.

Da Bolzano partimmo in treno, che ad un certo punto si fermò perché non poteva più andare avanti. Allora siamo andati con le corriere fino alla stazione centrale di  Milano. A Milano andammo in un punto di ristoro, ci fecero mangiare e bere; poi arrivammo a Genova alla Curia vescovile: io, Vasoli, Tartarini e Carassale, girammo per la città e arrivammo a Prè. Vedendo il nostro aspetto tutti dicevano: “Ma da dove venite così mal ridotti?” “Veniamo dalla prigionia, veniamo dal campo di Mauthausen”. Fecero una colletta che ci siamo divisa un po’ per uno. Da Genova a La Spezia abbiamo preso un camion che andava verso Livorno. Siamo arrivati a La Spezia nella Piazza del mercato, davanti al bar chiamato “Bar Spezia”. Siamo scesi lì verso mezzanotte, abbiamo diviso il nostro gruzzoletto di soldi e ci siamo salutati dirigendoci verso le nostre case.

Salmoni Gilberto

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Gilberto Salmoni, sono nato a Genova il 15 giugno 1928 e abito a Genova.

Sono stato arrestato dalla milizia della Repubblica di Salò alla frontiera svizzera, il 17 aprile 1944, in alta montagna. Eravamo partiti da Bormio, tutta la famiglia: papà, mamma, mio fratello, mia sorella e mio cognato, cioè suo marito.

Con due guide di Bormio, Pedrazzini e Fumagalli, abbiamo camminato tutta la notte; è piovuto in bassa quota ed ha nevicato in alta quota. Eravamo arrivati al passo, che mi hanno detto dopo chiamarsi Passo della Forcola, sui 2.770 metri di altitudine. A quel punto le guide ci hanno detto che potevamo riposarci qualche  minuto, c’era una capanna; invece siamo stati sorpresi dalla milizia. Eravamo ormai alla fine della salita, non avevamo che da scendere.

Siamo stati portati alla caserma della milizia confinaria di Cancano poi al carcere di Bormio. Alla caserma di Cancano siamo stati interrogati, ci hanno sequestrato gli orologi e i soldi, che poi abbiamo trovato, ci hanno fatto firmare, una cosa del tutto regolare. Siamo stati anche interrogati nel senso che uno aveva una specie di pugnale, ma insomma non è stata una cosa tremenda, si vedeva che voleva darsi delle arie. Poi ci hanno portato al carcere di Bormio. Il carcere di Bormio è un carcere di paese; c’era un ladro con le catene ai piedi e la palla, quella delle vignette. Dopo due giorni ci hanno portato a Tirano e lì siamo stati consegnati alla gendarmeria tedesca. Il giorno dopo, accompagnati dai carabinieri, sul treno e ammanettati siamo andati a Como, e lì consegnati alle SS.

A Como siamo stati 5 giorni, grossomodo; poi siamo stati portati a Milano al carcere di San Vittore.

Non so come si chiamassero le carceri di Como, so che ci siamo arrivati il 21 aprile, Natale di Roma. Dicevano che era l’unica giornata in cui davano la pastasciutta invece della minestra, ma noi l’abbiamo saltata, abbiamo avuto la sbobba.

D: Poi a Milano, San Vittore.

R:Poi San Vittore. A San Vittore c’era un’organizzazione clandestina molto forte, che portava del cibo in più rispetto a quello che veniva distribuito dai carcerieri.

Io non ho detto fino a questo momento che eravamo stati arrestati come ebrei, anche se a rigore la mia famiglia era mista. In realtà c’era soltanto una nonna cattolica, però poi con dei documenti saltavano fuori due non cattolici. Noi eravamo battezzati, però al momento non abbiamo tirato fuori questa cosa. A San Vittore abbiam passato un bel po’ di tempo, una decina di giorni almeno.

Tra l’altro ci han portato a scavare bombe inesplose a Lambrate, alla Innocenti: eravamo stati caricati su un camion, tutti incatenati, una ventina di persone, e portati là con questa consegna: “Il buchetto che vedete bisogna allargarlo fino a trovare la bomba, mi raccomando non picchiateci sopra.” Ci abbiamo picchiato sopra ma non è esplosa, perché ci davano un piccone.

Di lì siamo andati a Fossoli. A Fossoli ha giocato la documentazione che avevamo, difatti gli altri ebrei son partiti per Auschwitz, noi invece siamo rimasti a Fossoli per un periodo abbastanza lungo, cioè fino allo sgombero del campo. In realtà quelli giudicati misti erano trattenuti.

D: Con voi c’erano delle donne della tua famiglia?

R: Certo.

D: Vi hanno separati?

R:Separati, però ci si vedeva, mentre a San Vittore si era insieme, non facevano separazione. Noi eravamo all’ultimo piano del raggio, adesso non ricordo se il raggio era il 5 o il 6. Le celle erano aperte, quindi si poteva circolare nel corridoio.

A Fossoli in realtà si lavorava poco, era un campo di transito, non era organizzato per seviziare. Era organizzato per trasferire quelli che poi venivano trasferiti. Comunque nel periodo in cui siamo stati lì c’è stata la chiamata per un trasporto mi pare di 70 persone, che poi in realtà sono state fucilate al poligono di Carpi. Prima di loro sono stati chiamati quelli che hanno scavato la fossa. La cosa è risultata subito evidente perché i bagagli dei 70 erano partiti e son tornati indietro. Si capiva anche perché quelli che avevano scavato la fossa ci han detto: “Non chiedeteci niente, non possiamo parlare.”

Ho dimenticato di dire che a San Vittore abbiamo avuto un interrogatorio abbastanza duro ma non tremendo, duro per mio fratello e mio cognato: mio fratello aveva 15 anni più di me, mio cognato, che è cattolico e avrebbe dovuto presentarsi militare alla Repubblica di Salò, ebbe due denti rotti perché gli tirarono una pistola in bocca. Mio fratello si è preso degli schiaffoni; io ero lì fuori a vedere, a me non hanno fatto un granché. Il nostro timore era che ci chiedessero chi ci aveva ospitato fino a quel giorno, però non abbiamo avuto torture particolari, minacce ed urla sì, ma insomma …

Fossoli è un campo in cui c’era anche uno spaccio che completava l’alimentazione che passava l’SS; era un campo relativamente tranquillo, relativamente perché vi dico c’è stata la fucilazione. Un prigioniero politico che era riuscito a scappare è stato poi ritrovato e massacrato dalle botte, in faccia a tutti sulla piazza dell’appello, apposta, chiaramente. E poi ci è stato detto che eravamo stati abbastanza in villeggiatura e che avremmo dovuto andare in un campo ben organizzato.

D: A Fossoli sei stato immatricolato?

R: No. 

D: Ricordi se a Fossoli c’erano dei religiosi?

R:No, non lo ricordo, so che forse don Gaggero c’era. La parte ebraica era separata dalla parte politica, anche se per esempio mio fratello era medico ma andava nell’infermeria dove c’era Ottorino Balduzzi. E’ risultato dopo che Balduzzi era il comandante dell’organizzazione Otto che teneva i contatti radio con gli alleati. Con mio fratello si conoscevano già, Balduzzi era più anziano, era una persona già professionalmente affermata. Ad ogni modo noi circolavamo nella parte ebraica del campo. C’erano invece dei prigionieri olandesi ed inglesi che avevano un trattamento migliore sicuramente e non erano chiamati a lavorare. Io invece lavoravo.

D: A Fossoli lavoravi?

R: A Fossoli lavoravo, non sistematicamente, però; facevo la cernita della spazzatura, quella che adesso chiamiamo la spazzatura differenziata: noi andavamo sul mucchio della spazzatura a separare la parte metallica dalla parte non metallica. Cioè le scatolette dal resto.

D: All’interno del campo?

R:All’interno del campo. Nei primi giorni mi avevano mandato a lucidare le scarpe delle SS, non ero molto bravo; poi una volta c’è stata una visita di Buffarini Guidi, che era il ministro degli interni italiano, e ci hanno organizzato un trasporto pietre, cioè c’era un mucchio di sassi e ci facevano fare la catena, tanto per far vedere che facevamo qualcosa: una buffonata, insomma.

D: Poi hanno organizzato il vostro trasporto per l’altro campo.

R:Siamo stati portati a Verona. Allora si passava il Po sulle barche, perché i ponti erano interrotti, quindi una corriera arrivava fino ad una riva e un’altra corriera sull’altra riva ci portava a Verona.

D: Durante il tuo periodo di Fossoli hai potuto comunicare con l’esterno del campo, scrivere o ricevere?

R:Io avevo un amico di Modena, o lì vicino, non so come gli ho scritto che ero lì, se poteva mandarci qualche genere alimentare e ci ha mandato un pacco con pane e uova, adesso non ricordo esattamente. Erano i conti Pignatti Morano, di Custoza mi sembra, bravissime persone che abitavano a Genova, e poi erano arrivati a Bogliasco dove eravamo sfollati per i bombardamenti, quindi li conoscevo bene. Eravamo molto amici con uno che aveva un anno o due più di me. Ho scritto e molto gentilmente loro l’hanno mandato. A differenza della Germania dove noi potevamo scrivere al massimo tra un campo e l’altro, ma nessuno sapeva dove fossimo.

D: Quindi vi hanno trasportato a Verona …

R:A Verona ci hanno fatto salire su un treno a Porta Vescovo, su dei vagoni, separandoci.

La separazione era già stata stabilita a Fossoli, con determinati criteri loro che poi ho cercato di ricostruire. Quindi mia madre, mio padre e mia sorella erano in un vagone, io e mio fratello in un altro. Le due guide invece erano già state mandate a Mauthausen, però una scappò durante il viaggio e andò coi partigiani della zona di Bormio. Io e mio fratello siamo stati fatti scendere a Innsbruck con l’incarico di portare il caffè ai prigionieri e in quel momento abbiamo visto che sul vagone dove c’erano i miei c’era scritto “Auschwitz”.

Già si sapeva che non c’era da aspettarsi niente di buono. Invece sul nostro abbiamo visto scritto “Buchenwald”, che per noi era un nome sconosciuto.

D:Dici di aver visto le scritte all’esterno o nel vagone?

R:Dove mettevano le spedizioni, credo che fosse quello. Era scritto molto chiaramente “Auschwitz”, e già sapevamo bene. E’ un’informazione che non so come e quando ci sia arrivata, però io so che quando siamo arrivati a Buchenwald e ci hanno portato alle docce, dicevamo: “Vediamo se esce il gas”, quindi … erano già informazioni acquisite.

D: Da Innsbruck poi il convoglio procede.

R:Da Innsbruck i vagoni sono stati separati; noi abbiamo continuato per circa 4 / 500 chilometri più a nord, non li ho misurati. Si passa da Monaco, da Norimberga, da Weimar, e sei subito vicino a Buchenwald. Siamo arrivati in piena notte a Buchenwald, ci han fatto scendere dal vagone con il nostro vicecapocampo Haage, che risulta ancora  vivo ed ha circa 90 anni – su di lui c’è una pratica pendente, mi hanno chiamato in agosto i carabinieri a fare una deposizione 3 anni fa poi non se ne è più saputo niente. Ci han svegliato, probabilmente era primo mattino, ci hanno rinchiuso in una baracca buia, già pieno di gente e non si respirava, non avevamo il coraggio di aprire porte, era una situazione già di dramma. Alla mattina invece siamo stati immessi nel ciclo di inserimento nel campo. Quindi: spoliazione, doccia, depilazione, venivano buttati a caso i generi di abbigliamento che consistevano – allora era agosto – in una camicia, una giacca, un paio di calzoni, si infilava un paio di zoccoli, poi veniva dato il numero, che in qualche modo abbiamo cucito, e si veniva mandati al blocco di quarantena.

D: Ricordi il tuo numero?

R:44.573. Quello di mio fratello era 44.529. Erano numeri sparsi, e quindi per noi era un mistero fino a quando dopo la liberazione siamo andati a vedere i nostri documenti e abbiamo visto che quel numero era la quarta volta che veniva riciclato. Quindi si tappavano dei buchi, in un certo senso, contabili.

Erano accurati, ci chiedevano quante lingue sapevamo, qual era la nostra professione, qualcuno diceva che faceva il cuoco sperando di essere mandato in cucina, ma sono assolutamente certo che l’unica ripartizione che potevano fare era per operaio specializzato.

Pochi giorni dopo che eravamo nel blocco di quarantena c’è stato un bombardamento molto forte di 5 squadriglie da 12 fortezze volanti. Avevamo una paura da matti perché sembrava che le bombe arrivassero sempre più vicine, si vedeva legname e cose varie che volavano per aria.

In quel momento mio fratello, che appunto era medico, dice: “Usciamo a vedere cosa è successo, tanto c’è  confusione, io dico che sono medico e che tu sei infermiere e vediamo se ci assegnano qualche compito per soccorrere i feriti, che certamente ci saranno.” Infatti i feriti c’erano perché le baracche in cui si dormiva erano rimaste intatte, ma i deportati durante il giorno, abbiam visto dopo quando siamo entrati, erano tutti  a lavorare fuori del campo, all’interno di un secondo recinto dove c’erano fabbriche, caserme, garages di camion, macchine, motociclette, un territorio molto vasto. C’erano feriti dappertutto, feriti che si lamentavano, però non abbiamo trovato nessun responsabile identificato cui dire questa qualifica ipotetica, per mio fratello no per me sì. Allora non si poteva stare troppo fuori, rischiavamo troppo ad essere usciti dalla baracca, a rigore avremmo dovuto stare all’interno della baracca, quindi siamo rientrati.

Finita la quarantena prima del tempo, ci hanno assegnato a una baracca dove poi ci hanno chiamato a lavorare. Come primo lavoro c’era lo sgombero delle macerie, e come secondo lavoro la ricostruzione.

D: Quando siete arrivati, il treno dove vi ha portato rispetto al campo di  Buchenwald?

R: Ci ha portato ad un binario morto, e avremo fatto circa 200 metri a piedi per entrare dalla porta principale, che era il comando. C’era una specie di vignetta, un quadretto con un prigioniero col vestito a righe, altri con altri vestiti, io allora ho letto “Caracoveg”, che poi era Karachoweg, perché in russo Karacho vuol dire “”grazie” e quindi era una sfottitura per i deportati che arrivavano.

D: Quando ti hanno completato la vestizione?

R:La vestizione è stata completata, si fa per dire, d’inverno. Con l’avvicinarsi dell’inverno ci hanno dato un cappotto e degli zoccoli che si chiudevano. Poi non so come siamo riusciti a recuperare qualche cosa del nostro bagaglio. Mio fratello ad un certo momento ha iniziato a far parte dell’organizzazione clandestina del campo di Buchenwald, che evidentemente aveva del potere; le SS se ne fregavano, purché avessero gli uomini in numero giusto per ogni tipo di lavoro. Quindi qualcuno poteva essere spostato, poteva avere accesso a certi posti e qualcun altro no; può essere che mio fratello, entrando a far parte del comitato, abbia avuto qualche privilegio.

D:Il tuo numero del blocco dopo la quarantena te lo ricordi?

R:Mi pare che siamo stati al blocco 43 o 48 o forse in tutti e due; erano dei blocchi a 2 piani, di mattoni o di cemento armato non lo so. Lì abbiamo passato la maggior parte del tempo e siam passati poi al blocco 14, con un certo vantaggio: nell’altro blocco c’erano in polacchi, cecoslovacchi e jugoslavi, i polacchi non so come mai risultavano antipatici a molte persone. La generalizzazione è sempre una cosa sbagliata però capita di farla, ed effettivamente con alcuni che abbiamo incontrato non ci si stava bene.

Non c’era una lingua, si parlava in tedesco, credo che una volta uno abbia provato a parlarmi in latino. Invece il blocco 14 era il blocco di francesi e belgi. Allora io il francese lo sapevo bene e mio fratello anche, perché eravamo stati tutti e due alla scuola svizzera di Genova; quando non ho potuto andare nelle scuole statali sono andato alla scuola svizzera e lì la lingua ufficiale era il francese, ho dovuto impararlo per forza. Coi francesi ci si trovava molto bene: c’era una solidarietà fortissima, loro ricevevano pacchi dalla Croce Rossa, e molto di rado, il proprietario del pacco prendeva il sapone e le sigarette e divideva in 6 parti ogni genere di alimentazione. Questa era una cosa che mi aveva veramente molto sorpreso. A me è capitato per pochi giorni di far parte di una squadra che doveva pulire le lenticchie per le SS e di solito lavoravo all’aperto. Quella volta mi hanno chiamato a levare le pietruzze dalle lenticchie, e ho diviso, mi è sembrato giusto dividere: le ho rubate a rischio. Immaginatevi che quando siamo arrivati c’erano credo 4 impiccati sulla piazza dell’appello per furto di patate, però siccome eravamo convinti di essere morti, cioè di non sopravvivere, non ci si faceva proprio caso, era una cosa a cui non si pensava nemmeno.

D: Quale è statoil tuo primo lavoro?

R:Il mio primo lavoro  è stato sgombrare le macerie, trasferire le travi di legno che ci dicevano di ammucchiare da una parte, i mattoni da un’altra parte, poi recuperarli, cioè levare la calce che era dei mattoni, batterli. Quello è stato il periodo invernale. Salvo che una volta un deportato ha preso il numero a uno dei due, a me o a mio fratello, e l’altro ha detto: “Prendi anche il mio”. Il giorno dopo siamo stati chiamati a lavorare alla stazione di Weimar a levare i binari e a sostituirli; era un lavoro tremendo.

La regola per noi, e l’avevamo capito, era cercare di lavorare il meno possibile. Siccome le SS erano abbastanza poche, limitatamente al territorio che dovevano coprire, noi si cercava di fermarci e poi si veniva avvertiti in qualche modo quando  arrivavano e ci si metteva subito a trafficare; non andava mai bene lo stesso ma insomma facevamo qualcosa. Invece lavorare nella stazione di Weimar significava essere guardati a vista da un cordone di SS sempre lì con i cani lupi, non ci mollavano un attimo. Se non smetteva questo lavoro, non so se abbiamo finito di sostituire i binari che erano usurati, o ci hanno spostato di lavoro, sarebbe stata una fine rapida, per quel poco mangiare che ci davano.

D: Con cosa andavate dal campo?

R: In treno, sul vagone, ma son pochi minuti.

D:Ricordi se a Buchenwald hai visto baracche per donne?

R:A Buchenwald c’era il postribolo, questo si sapeva, era una cosa che mi poneva tanti interrogativi; chi era in condizioni di andare al postribolo? Posso immaginare che gli anziani del campo che avevano oramai preso posti di comando potessero usufruirne, comunque donne non ne ho mai visto circolare, ho visto forse qualche moglie di SS.

D: Bambini o ragazzi?

R:Bambini no, il più bambino ero io, grossomodo il meno adulto. C’è stato quel caso che ho letto, non so se avete visto il film di Benigni: un ebreo americano è uscito dal silenzio, ha detto che era riuscito a portare in campo suo figlio. Insomma alle volte proprio ci si sorprende perché non è che si possa capire tutta la realtà del campo, ma la nostra era la prassi: doccia, lasci tutti gli indumenti ecc. ecc.;. Evidentemente è arrivato da una marcia della morte, di quelle degli ultimi tempi, quando cominciava ad esserci un po’ di calo nell’organizzazione.

D:E il lavoro alla stazione?

R:Adesso non ricordo bene se sono rientrato come aiuto muratore; abbiamo fatto un periodo in cui mio fratello e io ci passavamo i mattoni, io poi andavo a prendere con la carriola la calce, facevamo la malta per i muratori veri e propri, che erano persone che sapevano mettere i mattoni; costruivano le fabbriche che erano state bombardate. 

D: Che tipo di fabbriche erano, te le ricordi?

R:Erano fabbriche di armi, questo si è saputo, non è che si vedessero le armi. Io poi ci sono stato perché un capannone era ancora in piedi e c’erano delle macchine che lavoravano; non so come ma sono andato a vederle. Si è saputo che erano fabbriche di armi perché i deportati durante il bombardamento sono riusciti a portare armi all’interno del campo. Quindi c’è stata una storia che è venuta fuori soltanto all’ultimo e che io ignoravo. Ci sono stati appunto degli interrogativi, anch’io con mio fratello non è che si parlasse volentieri di queste cose, in famiglia ci dicevano di stare zitti e di lasciar perdere.

Io non ho mai chiesto per esempio a mio fratello come mai lui dal lavoro esterno fosse rientrato prima di me; mio fratello è andato in sartoria. Sartoria cosa voleva dire? mettere le pezze. Infatti una minoranza di noi aveva il vestito a righe, standard; per lo più si trattava di vestiti nostri che venivano tagliati, fatta una finestrella sui calzoni e sulla giacca e sulla finestrella cucita dell’altra stoffa; poi venivano  fatte due righe di vernice rossa pesante.

Lo stesso tipo di precauzione c’era per la capigliatura, inesistente, cioè con delle rotaie oppure con la cresta: soltanto la prima volta eri pelato, poi, come ti crescevano, ti lasciavano la crestina o ti facevano la rotaia la volta dopo. Questo immagino per evitare fughe che tra l’altro credo non si pensavano possibili: era possibile fuggire ma non era possibile resistere, ti facevano la spiata subito.

Successivamente sono andato al lavoro interno, ma questa è un’altra storia perché tutte le sere succedeva che chiamassero dei numeri per il trasporto nei campi satellite. Io sono stato chiamato a un trasporto, mio fratello era già in sartoria. Sartoria cosa voleva dire? essere all’interno del campo, non dover uscire con la squadra e quindi un po’ più di libertà di azione. Io dovevo presentarmi alla visita prima di partire per il trasporto, mio fratello è venuto con me e con le poche parole in tedesco che sapeva si è rivolto al medico dicendo: “Sono un medico di Genova, vorrei partire assieme a mio fratello, vogliamo restare assieme”. Invece di dargli una scarica di botte, questo ha  preso nota del mio numero e del suo, e io sono stato trasferito in cucina. Quindi la cosa ha funzionato, era una di quelle cose per cui o ti ammazzano o funzionano, è stata una botta di fortuna.

Tra l’altro questo medico conosceva un professore di Genova con cui mio fratello aveva operato. Sai quelle combinazioni, uno dice: “Conosci mica il professor Caterina?” “Sì, ho operato a Villa Albertani – che era una clinica privata – ho aiutato, davo i ferri”.

In cucina effettivamente sei al coperto, però era un lavoro massacrante, avrei dovuto pelare 20 cassette di patate in un giorno. Al secondo giorno avevo un polso così, e quindi mi hanno trasferito nel reparto scarico merce. Era un’altra cosa: uno poteva anche prendere qualche patata e mettersela in bocca, con la buccia e tutto. Ho dimenticato di dire che io ho avuto lo scorbuto, incominciavano a sanguinare le gengive, mio fratello mi ha detto: “Questo qui è scorbuto, non c’è dubbio, bisogna che tu trovi della vitamina C”.  Lui conosceva un medico cecoslovacco, e nonostante gradualmente le cose andassero peggio dal punto di vista della posta, i cecoslovacchi ricevevano dei pacchi; questo medico aveva della vitamina C, me l’ha data, per fortuna; io sono stato due settimane grossomodo in una situazione quasi impossibile, mangiare qualche cosa voleva dire soffrire le pene dell’inferno. Cercavo di fare dei mucchi, ma con la roba brodosa era difficile fare dei mucchi, metterla sulla lingua e buttarla in fondo per riuscire ad ingurgitare qualche cosa. Con la vitamina C è andato tutto a posto, non ho più sofferto; ecco quanto giocò mio fratello che aveva 15 anni più di me, aveva fatto l’alpino, e continuava a dire che il motto degli alpini è “arrangiarsi”, quindi si è arrangiato.

Questa è stata un po’ la nostra storia, che ha avuto i momenti più acuti negli ultimi giorni, quando vedevamo arrivare colonne di persone dai campi satelliti o da Auschwitz. Qualcuno era arrivato da Auschwitz, e ci dicevano che erano marce tremende, che chi cadeva per terra veniva finito; noi pigliavamo atto di questa cosa. La convinzione circolante era che il campo fosse minato, che ci avrebbero fatto saltare per aria, però c’era anche l’ipotesi che ci avrebbero chiamato per portarci in qualche altro campo, perché noi eravamo al centro della Germania, non avevamo idea di dove fosse il fronte. Ad un certo momento abbiamo sentito  le cannonate, abbiamo visto gli aerei che volavano più basso, quindi si è capito che dovevano essere abbastanza vicini. Pochi giorni prima era stata bombardata Weimar, e per quello che abbiamo capito il comandante del campo ha fatto un appello ai prigionieri perché aiutassimo la popolazione colpita dai bombardamenti offrendo non so bene che cosa: nella pazzia non c’è limite!

Poco dopo il comitato  di liberazione internazionale che si era formato uscì allo scoperto, pur non dicendolo chiaramente; c’erano però degli incaricati che davano indirizzi del tipo: “Andate al magazzino delle scarpe e cercate di prendere le scarpe”, perché negli ultimi giorni il controllo era molto sballato. Credo che 4 o 5 giorni prima della liberazione non si uscisse più a lavorare, non funzionava più il crematorio, per cui ammazzavano i deportati e facevano le cataste di cadaveri. Le scarpe servivano in caso di marce, bisognava essere in condizione di camminare non con gli zoccoli ma con una calzatura. E poi il comitato chiamava una baracca a fare resistenza passiva, e quindi a non presentarsi in piazza d’appello.

Questa è stato la parola d’ordine, e in questo modo circa la metà del campo è stata sgombrata; hanno portato via circa 20 mila persone e circa 20 mila persone sono rimaste dentro il campo, ritardando la partenza, opponendosi non violentemente ma non presentandosi.

Allora sì si sentivano delle scariche; lo dico nel senso che noi eravamo abituati all’idea che ci facessero fuori, per prima cosa; per seconda cosa, effettivamente c’erano stati dei punti di cedimento delle SS: io avevo visto una SS che ad un prigioniero russo ha offerto sigarette, e il prigioniero russo con molta dignità gli ha risposto di non capire. Era una cosa che ti faceva svenire, dicevi: “Ma cosa sta succedendo? incomincia ad avere paura questa gente?”  E allora che cosa è successo? E’ successo che ad un certo momento abbiamo visto dei deportati, i Lagerschützer, cioè la polizia del campo costituita da deportati, con i fucili. Allora abbiam pensato di essere liberi, veramente. In effetti SS non se ne vedevano più, e questo è capitato non potrei dire quante ore prima che vedessi la prima jeep e il primo soldato americano che mi ha colpito perché aveva la piega nei calzoni. E quindi questa è stata la liberazione del campo, in 2 fasi, ogni zona del campo era una zona a sé.

Torno indietro, perché mi avevi chiesto se avevo visto donne nel campo. Qualche deportato aveva visto Mafalda di Savoia prima del bombardamento, era in una specie di villetta esterna al recinto dove vivevamo noi dopo il lavoro, interna invece al secondo recinto dove si andava a lavorare. D’altra parte quasi interne al secondo recinto c’erano anche le villette degli ufficiali SS e le caserme.

La liberazione è stata in due fasi, in due momenti, certo è stato un momento di gioia, quasi a toccarci se eravamo vivi.

Tra l’altro 2 o 3 giorni dopo che erano arrivati gli americani, c’è stata una, non la posso chiamare incursione aerea perché non c’è stato niente, però le mitragliere americane hanno sparato per un bel po’ di tempo. Quindi non c’era neanche da stare proprio tranquilli.

D: Le date di queste liberazioni?

R: Io ho la data dell’11 aprile mentalmente, poi può essere l’11 o il 12. Gli americani erano molto ben organizzati, ci hanno dato molto rapidamente un documento di identità con l’impronta digitale, però non volevano che si uscisse dal campo, perché c’erano molte malattie. Pochi giorni dopo hanno obbligato la popolazione di Weimar a venire a visitare il campo. Poi si sono scoperte cose che neppure noi sapevamo, e cioè che sotto il crematorio c’era la cantina della tortura, un lungo corridoio con un mucchio, ricordo, un mucchio di ganci, con le pareti scrostate dai calci di chi veniva impiccato in quel modo. Poi le cose per picchiare, per torturare.

Io mi ero chiesto, come mai in un Lager ci fosse anche la prigione, di fianco c’era la prigione.  Una volta sono stato chiamato da una SS che non so che cosa volesse farmi trasportare, mi sono presentato, non mi sono levato il berretto – ecco l’indumento che mi son dimenticato di nominare – allora mi ha tirato uno schiaffone e mi ha segnato il numero. Io sono stato per un paio di giorni a vedere. E invece non ha fatto niente, o l’ha perso. Quindi questi episodi c’erano, si sapeva che qualcuno ad un certo momento spariva.

Tra l’altro abbiamo avuto nella baracca la simpatica compagnia di due fratelli inglesi, che erano dei servizi segreti, e che sono stati dei mesi prima di rivelarsi e di apostrofarci in perfetto italiano: il marchese di Roccapelosa e l’altro non lo ricordo. Ci hanno raccontato che avevano perso le mogli in un bombardamento aereo in Inghilterra, avevano deciso di arruolarsi, erano stati paracadutati in Francia, e ci raccontavano qualcosa dell’addestramento: sapevano le parole francesi in dialetto, i giochi a carte che si facevano nei posti in cui li avrebbero paracadutati, e quando hanno saputo che eravamo di Genova ci han detto “belin”. Un paio di notti prima della liberazione sono spariti, e a ragion veduta, perché anche un aviatore americano che era stato paracadutato fu impiccato un paio di giorni prima della Liberazione; anch’egli era dei servizi segreti.

Poi abbiam saputo che era stato ucciso anche il capo del partito comunista tedesco: era stato ammazzato pochi giorni prima della Liberazione. E penso altri come lui.

Dopo la Liberazione abbiamo visto una realtà del campo di cui avevamo sospetto perché il piccolo campo era un posto temuto, però non pensavamo che fosse un ammasso tale di cadaveri con gente praticamente viva, non erano ammucchiati ma stavano nello stesso letto, non si alzavano più e cercavano di prendere ancora la razione del morto. Non si muovevano più, non capivano più niente, noi eravamo ancora relativamente in forze, li abbiamo aiutati a portarli fuori, il comando americano li aveva destinati a un ospedale, ma non credo che ne siano sopravvissuti tanti.

D: Gilberto, quando tu e tuo fratello eravate a Buchenwald avete potuto scrivere qualche biglietto, qualche lettera?

R:No, noi abbiamo scritto a un altro campo, sperando che mia madre e  mia sorella fossero andate a Ravensbrück. Correvano delle voci: magari da Auschwitz le hanno trasportate a Ravensbrück. Allora abbiamo  provato a  scrivere in tedesco, non si poteva scrivere in un’altra lingua.

D:Buchenwald è stato uno dei pochissimi esempi in cui l’esercito liberatore ha portato la popolazione nel campo; tu eri presente?

R: Sì, abbiamo visto venire la colonna della popolazione.

D:  Allo stesso tempo dicevi che hai scoperto molte realtà del campo.

R:Certo. Ho scoperto in particolare il piccolo campo. Poi era venuta fuori una cosa che io lì per lì ho detto: “E’ una storia esagerata, ne han combinate abbastanza, inutile aggiungerne”, mi riferisco alle lampade con la pelle tatuata. Poi invece si è rivelata vera, come poi è venuta fuori la documentazione dell’esecuzione dei prigionieri russi.

D:Il ritorno quando è avvenuto?

R: Purtroppo la nostra nazione ha dimostrato di essere la leader della disorganizzazione; gli inglesi non se ne parla neanche, 2 giorni dopo la Liberazione son venuti a prendersi i loro connazionali. Anche i francesi, i cecoslovacchi. Da noi è arrivata ad un certo momento una macchina del Vaticano che ha preso il dottor Pecorari, che poi è stato vicepresidente della Costituente, democristiano, e arrivederci e grazie, noi neanche ci han guardati in faccia!

La cosa è andata così: mio fratello aveva un amico deportato tedesco, socialdemocratico. Era di Monaco di Baviera, e in qualche modo era riuscito a mettere insieme una Mercedes e a farsi dare dagli americani dei buoni benzina. Aveva 4 posti, quindi ci ha chiesto se volevamo andare  a Monaco. Noi, figurati! contenti e felici di andarcene, e con l’elenco di tutti i prigionieri italiani di Buchenwald sopravvissuti battuto a macchina, un foglio che ho ancora, e che poi abbiamo consegnato agli americani. E’ stato un viaggio tormentato perché chi guidava era molto giovane ed era evidente che non sapeva guidare. Mio fratello che sapeva guidare era veramente terrorizzato, ogni tanto provava a chiedere di sostituirlo, ma questo diceva: “No, il documento è intestato a me, devo guidare io”. Comunque bene o male a Monaco ci siamo arrivati, anche se siamo scesi per l’attraversamento del Danubio, che abbiamo preferito fare a piedi sul ponte di barche. Arrivati a Monaco abbiamo cercato di consegnare questo elenco al comando americano, ma c’era un tedesco che non voleva farci entrare. Noi abbiamo fatto il giro del palazzo e siamo entrati da un finestra nel retro, siamo andati al comando, abbiam dato il nostro elenco, e pochi giorni dopo mi è arrivata la lettera della Croce Rossa che annunciava che stavo rientrando in Italia.

A Monaco purtroppo abbiamo saputo subito dalla interprete che c’era a Fossoli che i miei erano stati mandati alla camera a gas con la prima selezione, subito appena arrivati. Poi ci siamo arrangiati a cercare di rientrare in Italia, siamo andati alla stazione, abbiamo preso un treno fino a Rosenheim; era il primo treno che partiva e faceva quei pochi chilometri verso l’Austria; abbiamo avuto delle difficoltà con un americano, che ha sgridato un contadino tedesco perché non voleva caricarci sul carro e farci fare un po’ di strada verso il confine.

Finalmente siamo arrivati a Bolzano dove c’era un campo di accoglienza abbastanza organizzato.

A Genova sono arrivato pochi giorni prima del mio compleanno; io compio gli anni il 15 giugno, siamo arrivati forse il 10, 12 giugno (1945). Quindi 2 mesi dopo la Liberazione.

A quelli che sono rimasti là gli americani han detto di trovarsi un camion, perché quella sarebbe diventata zona russa e gli americani l’avrebbero abbandonata. Allora qualcuno è andato a Erfurt, è riuscito a fare una trattativa per avere un prestito di più camion per rientrare.

D: Una volta rientrati a Genova avete ritrovato la vostra casa?

R: Sì, la casa l’abbiamo ritrovata perché non era stata bombardata. La casa era abitata da due donne che sembra ricevessero dei militari tedeschi, e sono sparite abbastanza rapidamente. Avevano comunque lasciato subito una stanza, era una casa piuttosto grande perché eravamo una famiglia numerosa, e abbiamo dormito in camera nostra.

De Maria Vanes

Nota sulla trascrizione della testimonianza:
L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Come ti chiami?

R: Io mi chiamo De Maria Vanes, abito a Casalecchio di Reno in Via Garibaldi 9.

D: Quando sei nato?

R: Sono nato il 7.9.1921.

D: Dove sei nato?

R: A Casalecchio di Reno. Ho vissuto sempre a Casalecchio di Reno. Dopo sono stato chiamato alle armi e sono andato al sesto genio di Banne, marconisti. Sono diventato un marconista.
Poi un bel giorno ci hanno mandato in Jugoslavia a combattere contro i partigiani. Dopo, verso la liberazione, fummo disarmati dai partigiani a Carlopago, perché non ce l’aspettavamo, stava già per finire la guerra.
Io avevo già ricevuto dal comando, siccome ero collegato con la stazione radio del comando a Fiume, mi dissero in forma amichevole che loro stavano chiudendo, cioè noi non eravamo più collegati con nessuno.
Mi sono premurato di andare dal comandante del campo, un certo capitano di Roma, non mi ricordo più il nome.
Gli ho detto che non eravamo più collegati con nessuno, perciò se doveva prendere dei provvedimenti era meglio che li prendesse perché non potevo più trasmettere, non potevo più ricevere. Non fece niente, sa cosa vuol dire niente?
Così di notte non mise neanche le guardie sufficienti, le solite cose, il solito tran tran. La notte vennero i partigiani, neanche uno sparo, niente. Ci disarmarono, ci spogliarono e ci misero in una scuola in attesa.

D: Questo quando accade più o meno?

R: Questo accadde prima che finisse la guerra in Jugoslavia, nel 43.

D: Cos’era, nel settembre del 43?

R: Un po’ prima, perché io nel settembre del 43 sono stato portato a Dachau, un po’ prima. In giugno mi sembra che fosse. Poi ci dissero: “Se volete andare, potete andare”.
Cominciarono a chiedere, ci avevano dato delle scarpine di pecora, ci avevano preso i nostri scarponi e ci avevano dato le scarpine di pecora. Dissero: “Voi non è che siete liberi, se volete andare in Italia andate a piedi per Fiume, quella è la strada”.
Cominciammo a marciare, dico con quelle strade che erano tutte di sassi arrivare vicino a Bolzano alla frontiera è stata una tragedia.

D: Scusa, Vanes. Tu eri in Jugoslavia?

R: Ero in Jugoslavia.

D: Vi hanno fatto marciare?

R: Verso Fiume.

D: Verso Fiume?

R: Perché era possibile andare…

D: Sì, ma arrivare vicino a Fiume?

R: Sì, vicino a Fiume, non a Fiume.

D: Hai detto a Bolzano prima.

R: Ho detto Bolzano? Chiedo scusa.

D: No, niente.

R: A Fiume siamo arrivati nel punto dove si poteva attraversare la ferrovia e si era già in Italia praticamente. Ma lì c’era il guaio, c’erano mitraglie da una parte e dall’altra di tedeschi che aspettavano il nostro passaggio.
Allora c’erano tentativi, di notte qualcheduno ci riusciva. Io ho provato una volta, ma sono arrivato a metà, poi dico: “No”, si cominciarono a sentire i colpi di mitraglia, sono tornato indietro.
Allora dico: “Cosa faccio?”, di là non si può andare. Chiesi di andare per mare a Punta Silo, all’isola di Veglia con i partigiani. “Guardate”, dico, “io vengo con voi, mi allego al vostro gruppo, però io voglio andare a combattere in Italia. Se dall’isola di Veglia è possibile dopo con un piroscafo andare ad Ancona…”.
Detto fatto, mi portarono lì a Cerquiriz, che era dove eravamo proprio prima noi, e da lì c’era il passaggio per andare, un battello, una barca dei partigiani. Nel mare c’erano già i sottomarini tedeschi.
Riuscii ad andare all’isola di Veglia, ero con la stazione radio, sono stato là parecchi mesi. Avevo anche la fidanzata là, detto fra noi, una fidanzata per modo di dire, perché se ve la racconto… Non so se lo posso dire, è una cosa un po’…

D: Personale?

R: Sì, è personale, ma le dico. Non è successo niente, quello che posso dire. Ero fidanzato, ma niente, in casa nella sua camera per dei mesi con permesso dei genitori niente, non è successo niente. Basta.
Avevo una grande amica in quel punto, difatti quando arrivai di là mi accolse, mi diede tante cose da mangiare, però non potei stare lì perché i partigiani mi portarono al Carlopago, dove c’era il comando. Lì facevamo un po’ di tran tran, un po’ di guardia, perché era un porto, un porticciolo.
Poi un bel giorno dissero: “Stanno per arrivare i tedeschi”, i tedeschi hanno già i sottomarini, stanno arrivando i tedeschi. “Bisogna che noi ce ne andiamo”. Dove andiamo? Ci portarono all’isola di Lussino, che era un’isola dove c’era una montagna e da quella montagna mare, mare, mare, mare.
Arrivammo lassù e fortunatamente niente, non ci capitò niente, perché c’erano già parecchi tedeschi che giravano e hanno cominciato a mitragliare. Allora noi in quelle stradine con tutti i sassi giravamo e ci siamo difesi. Non ci è successo niente.
Siamo arrivati in cima. In cima c’era un negozio nel quale ci hanno dato un po’ di formaggio, perché eravamo sprovvisti. Poi il comandante dice: “Dobbiamo andare nel bosco e poi resistere”. Siamo andati nel bosco, poi abbiamo cominciato a ragionare.
Che resistenza facciamo? Guardiamo di qua, c’erano già le barche coi tedeschi che stavano sbarcando. Guardiamo di là, stessa cosa, in tutti i punti era così. Cosa stiamo a fare? Stiamo facendo la morte del topo qui.
Dice: “Comunque noi stiamo qui, ognuno faccia il suo dovere”. Va bene. Allora mi misero di guardia in un punto, io e uno jugoslavo e in tanti altri punti. Durante la notte il mio compagno si addormentò secco, proprio secco. Io lì: “Cosa faccio qui?”. Dico: “L’unica cosa è andare giù e vedere come stanno le cose, andare giù dove c’è la strada, perché qui è proprio la morte del topo”.
Difatti io andai giù, trovai la strada, passai lungo la strada e c’era una casina, bussai a questa casina. Venne una signora, dico: “Signora, non ha mica niente da darmi?”, perché qui non si mangiava. Dice: “Guardi, stanno passando i tedeschi. Cerco di prepararle qualcosa, ma mi raccomando, vada via subito”.
Arrivò poco dopo con un pezzo di polenta e un bicchiere di latte. Non so dirle quanto erano buoni quella polenta e quel latte, me lo ricordo ancora. Poi da lì ci portarono a Pola.
Arrivò un camion dove c’erano un tedesco e un ufficiale italiano, uno di quei camion con la tenda. Io ero lì che giravo, mi ero messo a sedere su un pilastrino. Feci il cenno di fermarsi, non credevo. Da lontano poi non si vedeva il carro con anche un tedesco, pensavo fosse italiano.
Invece era un tedesco. Il tedesco disse: “Tu partigiano?”, “Non partigiano, no. Io sono un militare italiano, i partigiani mi hanno disarmato e vorrei andare in Italia. Mi hanno preso tutto, ho i documenti”. E’ arrivato l’ufficiale italiano, cominciò ad aiutarmi.
Però l’ufficiale tedesco non ne volle sapere, “Tu sei partigiano”, mi voleva mandare nel bosco per spararmi. L’ufficiale ha insistito tanto, non è riuscito, ce l’ho fatta. Mi hanno fatto caricare sul camion. Sul camion c’erano almeno il cinquanta per cento di quelli che erano lassù.
Da lì ci hanno portato a Pola. A Pola ci hanno messo in una camera dove hanno incominciato a prendere tutti i dati. A un certo momento vengono dentro quelli della SS, tutti in riga per dieci. Arrivarono fino a dieci, “Weg, andiamo, andate fuori”. Io ero nella tredicesima fila.
Abbiamo saputo il giorno dopo che sono stati tutti fucilati perché i partigiani avevano ammazzato due tedeschi. A me è andata bene. Passano due giorni e poi ci caricano nel carro bestiame e ci portano a Dachau, in Germania.

D: Scusa, Vanes. Vi caricano, lì a Pola questo?

R: A Pola, sì.

D: Alla stazione. Oltre a te chi altri hanno caricato?

R: Tutti quelli che c’erano dentro a questo. Non eravamo soltanto noi di lassù, ce n’erano altri.

D: C’erano anche gli jugoslavi con te?

R: Sì, c’era qualche partigiano jugoslavo. Qualcheduno c’era.

D: Eravate solo uomini o c’erano anche delle donne?

R: Solo uomini, nessuna donna. Non c’erano donne. Da lì col carro bestiame siamo arrivati a Dachau.

D: Durante il viaggio avete fatto delle soste?

R: Soste per modo di dire, alla stazione c’era il segnale di fermarsi. Non soste per darci un attimino da bere, niente, non abbiamo visto niente. Anche i bisogni si doveva farli…
Siamo arrivati finalmente a Dachau e smontati dalla stazione a piedi ci hanno portato dentro al Lager, al Lager di Dachau. L’impressione che è stata fatta era una cosa che ci ha lasciato un po’ perplessi. “Dove siamo venuti?”, perché non sapevamo ancora com’era la faccenda.
Ci hanno portato in un salone dove c’erano tante docce, poi abbiamo saputo che era il mattatoio degli ebrei. Li avevano chiusi lì dentro e invece di aprire il coso per fare la doccia hanno aperto il gas.

D: Tu sei arrivato a Dachau quando più o meno?

R: Io sono arrivato a Dachau a novembre 1943.

D: 43?

R: 43, 1943. A novembre. Il mese di novembre, la data non ricordo.

D: Lì ti hanno spogliato?

R: Lì hanno spogliato. Non solo spogliato, ma disinfettato con il pennello nei punti più delicati. Ci hanno spogliato da fare dei salti alti così. Poi dovevamo vestirci con i vestiti di quella carta pressata.
Arrivammo all’ultimo gruppo, io ero in mezzo a questo gruppo, e non c’erano più vestiti. Dovevamo andarli a prendere in un magazzino, il quale era di là di una gran piazza. C’era un freddo cane, eravamo nudi.
Da lì di corsa dovevamo andare in quel magazzino. Non so che velocità avessi, non ho preso neanche il raffreddore. Poi abbiamo preso i vestiti, ci hanno vestiti. Poi ci hanno messi in un Lager, in una baracca, la venticinquesima baracca.
Lì ci siamo stati trenta giorni. Poi arrivò il giorno…

D: Scusa, Vanes. Ti hanno immatricolato anche?

R: Certo, non era segnato ma ci hanno dato un numero di matricola. Nel vestito c’era il numero di matricola.

D: Il tuo numero?

R: Il mio numero era 25…58343.

D: Assieme al numero ti hanno dato anche un triangolo?

R: No. Lo davano solo agli ebrei quel triangolo. Io, siccome ero stato preso come partigiano jugoslavo, pur essendo italiano io ero jugoslavo. Gli italiani li hanno tosati qui con una macchinetta, gli avevano fatto una riga che quando crescevano i capelli, questo se scappava crescevano i capelli, ma chiunque tedesco per strada lo poteva riconoscere perché vedeva questo.
A me questo non l’hanno fatto perché ero jugoslavo. Difatti nel coso qui avevo J, non I di italiano.

D: Quindi qui tu avevi il numero..

R: Il numero.

D: E la J e basta?

R: Basta.

D: Non avevi nessun triangolo?

R: Nessun triangolo. Il triangolo era ebreo, da quello che ricordo. Io non avevo il triangolo.

D: Dopo il periodo di quarantena nel blocco…

R: E’ chiamata quarantena, non sono quaranta giorni. Ci riunirono in questo famoso bagno per il lavoro. C’erano tutti i mestieri, tutti gli internati. C’erano le commissioni, i vari banchetti dove c’erano industriali tedeschi…

D: Scusa un secondo.

R: In questa sala c’erano imprenditori tedeschi, guardie da tutte le parti e a ogni banchetto che c’era interrogavano. Dicevano: chi è un falegname alzi la mano. Chi era muratore, poi ci era meccanico. Quando arrivò il mio turno mi chiamarono, alzai la mano. Mi interrogarono.
Mi chiesero cosa facevo. Dico: “Io facevo il disegnatore meccanico, ero disegnatore meccanico progettista. Lavoravo alla Fiat”. Ho detto la Fiat ma era una fabbrica qui di Bologna, facevamo le macchine utensili.
Sentendo Fiat faceva un certo effetto. Allora mi diedero un alberino, non so a cosa servisse. Oltre al disegnatore io ho fatto il tornitore, ho fatto altre cose. Però prima di fare il disegnatore ho fatto il tornitore.
Allora mi diedero questo alberino e mi chiesero: “Quanto tempo ci metti per fare questo lavoro al tornio?”. Io avevo lavorato al tornio a scuola, quando ho preso la laurea di disegnatore, meccanico, all’Aldini qui di Bologna.
Chiesi un pezzo di carta e una matita, poi cominciai a schizzare quali potevano essere le operazioni che facevo in questo alberino. Stavo disegnando, ero un disegnatore, facevo vedere anche qualcosa. Allora sentivo sempre un industriale che diceva: Gut, gut, gut.
Poi alla fine disse: Ja, gut. Mi misero in un angolo, solo. Poi vennero tutti gli altri, ne vennero altri due nell’angolo con me. Dico: come mai gli altri andavano tutti da un’altra parte? Si vede che a noi tre ci avevano scelto perché le risposte che avevamo dato secondo l’industriale andavano bene.
Ci caricò nella sua macchina con le guardie, con due guardie e ci portarono a Kempten. Durante il viaggio disse: “Andiamo a lavorare alla fabbrica”. Quando arrivammo a Kempten la fabbrica non c’era. Ci scaricarono e ci misero non in una baracca, ma sopra in un ambiente c’era una gran sala dove c’erano tutti i lettini.
Era il nostro domicilio dove ci davano da mangiare, pochissimo, qualche cucchiaiata di minestra, e una fetta di pane nero. Quello è stato il nostro coso. Però non durò molto, perché dopo pochi giorni sapendo che la fabbrica non era ancora pronta dovemmo andare fuori e fare i muratori per tirare su i muri.
Tre mesi ho fatto il muratore, pioveva. Però lavoravamo. Se volevamo scaldarci un pochettino bisognava lavorare. Finì questa tragedia, finalmente arrivarono le macchine per la fabbrica. Un bel giorno cominciarono a entrare prima i civili, perché c’erano anche dei civili, poi entrammo anche noi a lavorare.
“Adesso voglio vedere se mi mettono a fare quell’alberino che ho disegnato”. Mi trovai già in difficoltà, invece no. Fui fortunato perché mi misero a una retifica. Questa retifica era una cosa facilissima, basta che lasci avanti e indietro.
Però da lontano vidi una vetrata dove c’erano dei disegni e dove c’erano dei tracciatori, perché i pezzi che arrivavano a noi delle macchine erano soltanto segnati, noi dovevamo fare su quelle righe.
Allora io vedendo quell’affare, lì si stava male, invece là dentro era più intimo. Poi ho visto che c’era anche un italiano là dentro, in borghese. Allora io dissi col mio comandante, i nostri comandanti erano i criminali tedeschi presi fuori dalla prigione per comandare noi, guardare noi.
Gli dissi: “Guarda che io so lavorare bene come tracciatore”, veramente era il mio mestiere che facevo qui a Bologna. Parlò, si vede, con qualcuno e un bel giorno mi trasferirono là. Io il disegno lo conoscevo molto bene, il lavoro era quello che facevo io a casa.
Cominciarono ad arrivare disegni, vidi cosa dovevamo fare in realtà e cominciai a lavorare.

D: Cos’è che producevate lì?

R: Progettavamo degli stampi per tranciare i supporti delle ali degli Stukes, gli Stukes avevano la robustezza dell’ala, ogni tanto c’era qualche cosa. Noi facevamo gli stampi per tranciare quelle cose.
Venivano giù dei disegni disegnati da tedeschi e io conoscevo molto bene, mi trovavo bene. Ho imparato anche un mestiere, gli stampi che facevamo là dove lavoravo io in Italia, dove ho lavorato dopo, quando sono venuto a casa finita la Germania, sono andato a lavorare alla Ducati e quegli stampi che facevamo là qui certi pezzi li facevano in tre stampi.
Là era uno solo, perciò io ho avuto un’esperienza enorme in quel senso. Mi ha aiutato dopo, quando sono venuto a casa. Però Le dico, finiti gli orari andare su era una cosa… Poi specialmente al sabato e alla domenica, si volevano divertire e se la prendevano con noi.
Ci facevano fare delle cose che… Se non le facevamo bene erano frustate, culo scoperto, sopra a un cavalletto fatto così, frustate. E chi dava le frustate era il tuo collega, era un italiano.
Poi finalmente passa il tempo e cominciano ad arrivare i bombardamenti. Speravamo che arrivasse qualche bomba. Noi eravamo vicino alla Svizzera, c’erano dieci chilometri circa per arrivare alla frontiera svizzera.
Speravamo sempre che qualche bomba capitasse lì. Lì hanno bombardato la cittadina, Kempten, e noi niente. Poi finalmente un bel giorno la bomba venne, cacciarono giù la fabbrica. I tedeschi ci portarono…
Cambiarono anche il Lager, il campo dove eravamo prima era sopra, le bombe l’avevano cacciato giù. Loro poco distante avevano fatto già un campo, già tutto recintato, con le baracche come era Dachau. Lì invece prima era già un’altra cosa.
Ci portarono in questo nuovo campo, dopo pochi giorni c’era già la voce che gli americani stavano arrivando. Difatti tutte le mattine ci prendevano in fila, ci davano pala e piccone e ci portavano alla stazione per portarci in trincea per fare le trincee.
Non siamo mai partiti da quel treno, su quel treno non siamo mai partiti perché i bombardieri erano continuamente sopra di noi. Ci riportavano al campo. In quei giorni non c’era niente da mangiare, niente.
Per la strada raccoglievamo l’erba per mangiarla. Finito questo finalmente decisero, perché gli americani erano già a pochi chilometri, decisero di farci partire per Innsbruck.
Io, che cominciavo già a sentire qualche parola di tedesco, ho capito che restavano lì solo gli ammalati. Come faccio? Incominciai a correre per il campo come un matto, proprio correre, ero diventato rosso.
Le dico, la temperatura era salita parecchio. Poi mi presentai in questa infermeria, “Io sono malato”. Loro erano talmente indaffarati per la partenza che mi dissero: “Vai in quel letto là”. Mi misi nel letto, poi stetti in attesa.
C’era già un’altra decina. Mentre stavano facendo questo lavoro, dopo arrivò uno con gli stivaloni e parlò con gli ufficiali che erano lì dentro. Voleva fare la visita di quelli che dovevano ritornare, cominciò dal primo, ecc.
Siamo rimasti?

D: Dicevi che eravate stati portati alla stazione per fare le trincee.

R: La trincea, niente.

D: Non siete mai partiti.

R: Non siamo mai partiti, poi ci hanno portato nuovamente nel coso, ci hanno portato nel nuovo Lager che avevano costruito loro con tutti i recinti. Lì andai in infermeria perché sapevo che rimanevano lì solo i malati.
A un certo momento mi capitò come a Pola, cominciò a contare: uno, due, tre, quattro, cinque. Anzi, visitò, non contare, visitò il primo, il secondo, poi il terzo. Era là già vicino al mio. Dico: “Porca miseria”.
Aveva dato un termometro e levato il termometro mette su il termometro, l’aveva messo quasi a trent’otto e mezzo, trentanove. Dico: “Troppo”. Lavorava in quel senso lì, dico: “Se arriva, cosa succede?”
Non fui visitato, perché erano talmente presi dalla fuga che io rimasi lì con tutti gli altri, loro scapparono, vuotarono il campo e andarono verso Innsbruck.
Lì rimase una guardia, anche lui si spogliò come noi, ci diede da mangiare, ce n’era lì un pochettino. Poi stemmo lì ad aspettare, sapevamo già che gli americani erano molto vicini.
Siccome gli americani sparavano, i tedeschi sparavano, noi eravamo nel punto giusto per prenderle tutte. Allora anche lì dico: “Qui bisogna che prendiamo una decisione, bisogna che cerchiamo di andare verso Kempten, verso il paese. Se troviamo qualcheduno, qualche civile, qualche militare dentro una casa che ci spara, cosa facciamo?”
Andammo via una mattina, erano le quattro e mezza, le cinque, anche un po’ prima, a gattoni nei fossi arrivammo nei pressi del paese. Qui non possiamo più andare avanti, il fosso non c’era più. Qui bisogna andare in strada.
Siamo andati in strada con una paura da matti, pensavamo che nelle case dove passavamo da una finestra, da una porta, da qualche cosa ci fosse qualcheduno che sparava. Nessuno, nessuno sparava.
Finalmente in lontananza vedemmo un carro armato che avanzava, americano. La nostra felicità era… Arrivato vicino al camion, si apre e viene fuori un negraccio che me lo ricordo ancora, era più nero che il carbone.
Buttò cioccolatini e caramelle, neanche una sigaretta. Caramelle e cioccolatini. Andavano verso Kempten, verso Kempten c’erano già gli altri, la truppa. Noi praticamente eravamo liberi, liberi di fare tutto quello che volevamo.
Poi sono arrivati anche tanti altri, non solo noi tre ma tanti altri che non so da che buco siano entrati. C’erano russi, specialmente russi. Hanno svaligiato tutte le botteghe che potevano esserci, oreficerie. Hanno fatto manbassa di tutte le cose.
Dopo gli americani ci hanno tutti chiesto le cose, fatto i documenti, tutto quanto, ci hanno consegnato i posti dove potevamo andare a dormire. Noi avevamo una villettina dove c’era il comando tedesco, eravamo in dieci o dodici.
Eravamo liberi, proprio liberi. Il problema era quello di andare a cercare, lo sapevamo, però con tutti i bombardamenti i magazzini tedeschi erano pieni di viveri ed erano stati bombardati.
Quando andavamo in cerca di mangiare si vedevano proprio le gran pozze, perché aveva piovuto, come dei laghi dove affluivano le scatolette, c’era di tutto, Le dico, di tutto. C’erano delle scatolette con della carne di primissima qualità, in una quantità enorme proprio.

D: Allora, c’era questo ben di Dio che veniva fuori.

R: Noi ci siamo riforniti, non solo in quei magazzini che c’erano lì fuori, anche dentro. Dentro potevamo andare da tutte le parti. Anche alla stazione c’erano dei carri pieni di roba, dei treni fermi pieni di roba. Roba che veniva dalla Svizzera.
Abbiamo trovato di tutto, trovato delle forme di emmenthal intere. C’erano degli strumenti meccanici, dei calibri, degli strumenti meccanici. Difatti io trovai un calibro che ho ancora.
Portammo via quei formaggi, dovevamo soltanto trovare un mezzo per poter caricare la roba e portarla in questa villetta. Con tutto quello che avevamo potevamo star là altri due anni che avevamo da mangiare.

D: Scusa, Vanes. Quando tu dici la stazione…

R: La stazione, la stazione di Kempten. Gli americani erano lì, noi eravamo lì, il nostro ambiente era Kempten.

D: Due anni non siete rimasti lì?

R: No. Pochi mesi. Tutti c’eravamo riforniti di sci, di tutte le cose. Però noi non siamo mai andati a rubare nei negozi come hanno fatto russi, ecc. Si sono vendicati con la moglie del capo ingegnere della fabbrica.
Ci sono state parecchie cose, io non ho fatto niente. L’unica cosa che mi sono un po’ divertito era che un giorno ero dentro a un magazzino per prendere qualcosa di quelle scatolette, abbiamo visto che c’era un tedesco là, un civile che stava insaccando della farina in un sacchetto.
Andammo là vicino, abbiamo visto proprio che era un tedesco, era un tedesco civile di lì. L’abbiamo preso, l’abbiamo messo con la testa dentro la farina, tanto per… Poi siamo venuti via, non abbiamo fatto niente. L’unica cosa.

D: Scusa, Vanes. A proposito dei civili, nella fabbrica…

R: Sì, c’erano anche dei civili.

D: Voi eravate a contatto con quei civili?

R: In quell’ambiente dove io lavoravo c’erano due civili, uno francese e uno italiano che era proprio mio amico. E’ diventato un mio amico, l’ho conosciuto lì.
Veniva dall’Italia a lavorare ed era pagato, andava fuori ed era libero. Era venuto lì per lavorare. Chi ci comandava era un civile di Kempten. Eravamo mescolati, noi abbiamo integrato il lavoro della fabbrica con quello che facevano i civili.
Noi eravamo in certe zone, in certe macchine solo e in certi ambienti non eravamo proprio… C’era un mio amico che faceva l’elettricista, lui andava dappertutto e andava anche dalla parte civile perché riparava i motori, per esempio, delle macchine.
Io sono stato lì e me la sono cavata un pochettino meglio. Il capo che ci comandava lì dentro… Alle dieci c’era il bruzai, era chiamato, davano una birra e una fetta di pane a loro, a noi niente. Noi non ci fermavamo neanche un momentino da loro.
Però un giorno ad un certo momento vedevi questo civile che lasciava un po’ di birra e un pezzettino di pane, poi faceva segno, facendo anche presente di non fare vedere perché c’erano le guardie che giravano.
Arrivavano fino lì e guardavano dentro. Tra quello, un pochettino lì, un po’ qualche vitamina che mi portava quell’italiano da fuori e così me la sono passata.
Poi un bel giorno mi sono ammalato, ma di brutto, con un male da tutto il corpo, i reumatismi totali, la febbre che era più di quaranta. Urlavo come un ossesso perché non sopportavo il male. Mi portarono su in branda e ci sono stato dieci giorni buoni.
Non ho visto né un dottore né un medicinale, niente. Urlare, urlare, urlare, urlare. C’era un italiano lì vicino, era con me, che mi incoraggiava, mi massaggiava, mi faceva qualcosa, ma non c’era niente da fare.
Il dolore era talmente forte, poi la febbre sempre che straparlavo anche. Poi visto così un bel giorno si vede che il comando decise e mi mandarono all’ospedale non di Kempten, di Dachau. Mi portarono all’ospedale di Dachau.
Lì come sono arrivato mi diedero un letto, poi venne uno con degli stivaloni alti fin qui a passare la visita. Viste le mie condizioni disse: “Liberare il letto”, in tedesco, dopo me l’hanno detto. “Liberare il letto e portare al crematorio”, perché avevo la febbre che era a più di quaranta, urlavo come un ossesso, disturbavo tutto quanto.
“Liberare il letto, qui ci deve essere un letto per uno che può lavorare dopo”. Fui fortunato che alla sera in quel giro lì di medici c’era un olandese coatto, che lavorava coatto. Lo vidi arrivare dopo al mio capezzale una notte, era verso le nove e mezza, le dieci.
Mi disse: “Tu italiano?”, sentiva che io parlavo qualche cosa, dicevo in italiano. Siccome aveva lavorato a Bologna, conosceva bene l’Italia, conosceva bene i nostri, mi prese a ben volere. Sparì un momento, tornò dopo con delle medicine.
Mi cominciò a fare delle punture endovenose, è stato lì fino alle due di notte circa, dico degli orari per dire perché non avevo l’orologio per poterli vedere.
Alla mattina quando passarono con la visita io ero sempre in quel letto, c’era lo stesso comandante. Appena arrivò lì disse: “Perché è ancora qui questo?”. Allora il dottorino saltò fuori da dietro, gli fece vedere che attaccata al letto c’era la cartella con tutto il grafico.
Era stato modificato il grafico, perché la mia febbre era andata a trent’otto, un pochino meno di trent’otto. Allora lui rimase lì un po’ buio, “Ja, gut” e rimasi. Invece di andare al crematorio rimasi lì settantacinque giorni.
Non so che cure mi abbiano fatto, mi passò piano piano il dolore, non lo so, non mi ricordo niente.

D: Vanes, magari non te lo ricordi, ma il Revier di Dachau era in una baracca?

R: Il?

D: Il Revier, l’ospedale di Dachau.

R: Sì.

D: Dentro nel campo?

R: Dentro nel campo.

D: Ma era una baracca?

R: Era una baracca.

D: Non ti ricordi se era una baracca delle prime, visto che tu sei stato alla venticinque, o era una delle baracche…

R: No, era una cosa apposta. Al di fuori della mia baracca, la mia baracca l’avevo lasciata.

D: Ma era una delle prime baracche lungo la Lagerstrasse?

R: No, era in mezzo forse. Mi ricordo che quando cominciai a stare meglio, convalescente, avevo la possibilità di andare a fare una passeggiatina lungo la passeggiata del campo.
So che da una parte e dall’altra c’erano le baracche, perciò non era in principio o alla fine, credo fosse in mezzo. Anzi, fui fortunato, fortunato per modo di dire, perché una volta siccome c’era l’ordine che quando incontravamo un ufficiale tedesco dovevamo toglierci il cappellino un metro prima, io ero in compagnia con un altro e non me ne sono accorto.
Passammo, il mio amico, siccome io parlavo con lui, lui l’ha fatto, io parlando ero voltato, non me n’accorsi. Andò avanti qualche metro, poi disse: “Tu”, mi chiamò, “Komm”, mi chiamò. Mi portò con lui, mi portò alla mensa ufficiali.
Dico: “Finalmente si mangia”. No. C’era un piccolo giardinetto con un piccolo sentierino dove c’era ghiaia, ma ghiaia come? C’erano dei mattoni, dei sassi col martellino e c’era rimasto un mucchiettino lì da finire.
Mi diedero il martellino, io ho dovuto rompere i sassi, finire tutta la faccenda. Poi finite le cose era il momento che avevano finito di mangiare, venivano fuori gli ufficiali a fumare una sigarettina e guardandomi lì che stavo finendo il lavoro venne uno.
Dovevo fare tutto il giro dei sassi, sai, quando si rompe un sasso ha delle punte. Ho dovuto farlo coi gomiti e in ginocchio, ho dovuto fare tutta la strada in quella maniera.
Quando arrivai ero tutto insanguinato. Finita la cosa mi portarono finalmente a mangiare. Se io avessi mangiato quello che mi avevano dato sarei crepato. Per fortuna che durante la prigionia in quel Lager 25 c’era anche un dottore di Amsterdam che c’insegnava.
“Guardate che quando saremo liberati troveremo questo e quell’altro. Non dobbiamo mangiare molto perché il nostro fisico…”. Ci aveva dato già una linea, ci ha fatto molto bene perché già cominciavo da quel momento ad applicarmi.
Finito quel lavoro mi diedero un po’ da mangiare, poi mi portarono nuovamente al Lager. Io mangiai poco, presi qualche cosa in tasca con me, però mi andò bene. Mi venne un po’ di mal di pancia, qualche cosa mi venne.

D: Scusa, Vanes. Dopo i 75 giorni che tu sei stato lì al Revier a Dachau sei ritornato ancora a Kempten?

R: Ci sono ritornato perché durante la passeggiata un bel giorno incontrai un militare che era venuto da Kempten per prendere materiale e portarlo a Kempten. Ci siamo incontrati, mi riconobbe e disse: “Tu De Mario!”, perché mi chiamavano De Mario, non De Maria, De Mario.
“Sì, sono De Mario”. Io lo conoscevo, di vista mi sembrava di averlo visto prima. “Ma tu nicht kaput?”, “No”, dico, “nicht kaput”, là pensavano che io ero già morto. “No, io nicht kaput”. “Ja, Ja, gut…”.
Si vede che quando è tornato al campo l’ha detto al capofabbrica, all’ingegnere che mi conosceva, quest’ingegnere fece domanda al campo di Dachau di farmi tornare là. Questa è stata la mia fortuna, perché tornando là io sono tornato in quell’ambiente dove stavo molto meglio degli altri.
Era il mio toccasana quello. A parte qualche frustata che prendevo quando andavo su, ma avevamo già fatto l’abitudine. Si poteva tirare avanti, l’importante è che un po’ di mangiare in più di quella brodaglia che ti davano io potevo averlo.
Inoltre ho avuto anche l’intelligenza di chiedere a questo mio amico che riparava i motori che mi portasse due carboncini e un po’ di plexiglas e vetri, qualche materiale, delle viti, perché io potessi fare una cosa.
Là c’erano molti che avevano le patate, andavano a rubare le patate, prigionieri, e non sapevano come fare a cuocerle. Allora dico: “Aspetta, aiuto loro, se riesco a fare questa cosa”.
Difatti riuscì questo a portarmi tutto questo materiale, due carboncini, due pezzettini di coso già forati con due viti, i suoi dadi con del filo elettrico. Io ho messo i carboncini a una certa distanza, li ho messi nell’acqua, c’era un pentolone lì con un coperchio, riuscivo a bollire in dieci minuti.
Io ho cotto tante di quelle patate, un po’ a noi, un po’ a loro, era già un qualche cosa. Non tanto, ma un qualche cosa che riusciva ad avere il modo per poter respirare un po’ meglio.

D: Riprendiamo dalla liberazione.

R: Venne la liberazione.

D: Le scatolette che tu hai trovato, ecc.

R: Venne il giorno che dissero, credo che fossero due mesi che erano stati là, un po’ meno, venne il giorno che dissero: “Ragazzi, qui si va in Italia, però o voi o la roba che avete con voi”, perché tutti eravamo carichi.
Io avevo tanta altra roba che avevo immagazzinato, tutti avevamo un mucchietto. Lasciammo là, perché erano tutti alimentari. Prendemmo le uniche cose, il nostro zainetto, chiuso.

D: Il calibro.

R: Il calibro, sì. E non solo, là trovai due scatole di medicinali che non sapevo cos’erano. Erano due scatole di medicinali, c’erano dei medicinali e da questi medicinali io presi due scatole di quelle punture e le portai con me. Quelle le ho portate in Italia.
Quando arrivai in Italia mi vennero dei bugni da tutte le parti, il mio dottore mi fece le punture con quelle e guarii in un momento. Non lo so, non lo so dire, non so neanche che medicina mi hanno dato per passare settantacinque giorni e riuscire a non crepare. Non lo so.
Non so se hanno fatto degli esperimenti, non posso dirlo perché ero…

D: Vanes, ti ricordi più o meno quando sei rientrato in Italia?

R: Dal camion sono salito su con quello che avevo, scoperto, un viaggio un po’ difficoltoso. Però si veniva a casa, tutto andava bene. Arrivammo a Bolzano e lì ci mandarono al Car di Bolzano. Al Car di Bolzano cominciarono a interrogarci, nome e cognome, dove stavi, da dove vieni.
C’era anche la visita. La visita consisteva in questo: cosa hai avuto te? Hai avuto qualche malattia? “Io sono stato male, ho avuto malattie”. Scriva, qui c’è la carta che loro mi hanno dato a Bolzano.
Io ce l’ho da morto, perché se mi visitavano sentivano cosa avevo avuto, non solo i reumatismi. Qui, calibro ottavo, reumatismi. E’ l’unica carta di rimpatrio che avevo. Se mi visitavano sentivano che avevo avuto la pleurite da tutte e due le parti.
Quando l’ho scoperto, l’ho scoperto non so quanti anni dopo, avevo sempre bronchite continuamente, forse il male era passato. Un bel giorno ho deciso di farmi, avevo male, non mi andava via la febbre, farmi una lastra.
Da quella lastra scoprii dove l’ho avuto, non potevo averlo che da quel punto. Da lì cos’è venuto? E’ venuto che ho cercato di avere il certificato per avere… Perché un bel giorno un carabiniere mi disse: “Ma tu che sei stato lì, sei stato malato, perché non fai domanda della pensione di guerra?”.
Allora cominciai a fare tutti i documenti dopo anni.

D: Ma quando sei arrivato in Italia? Che mese era te lo ricordi?

R: Maggio.

D: A maggio?

R: Sì. Era maggio. Era già la buona stagione.

D: Ho capito. L’importante era avere una indicazione di data. Era maggio?

R: Sì, era maggio.