Gauleiter

Governatore di un distretto nella ripartizione amministrativa della Germania nazista.

Stubendienst

Prigioniero cui è stata affidata la mansione di inserviente all’interno della camerata.

Baukommando

Gruppo di lavoro per la costruzione di nuove strutture nel campo di concentramento.

Maris Gianfranco

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono Gianfranco Maris, sono nato a Milano il 24 gennaio del 1921. Se debbo affrontare nel suo sviluppo e nelle sue radici la mia esperienza concentrazionaria ritengo che sia necessario che io parta un poco da lontano. Io voglio partire da quando avevo 17 anni e frequentavo la seconda Liceo a Milano presso il Liceo Carducci. Qui conobbi un mio compagno di scuola, il quale a sua volta mi fece conoscere ad un certo momento un suo fratello. Come accade fra giovani si chiacchierava, ci si incontrava, si discuteva e il fratello cominciò a passarmi dei libri perché io leggessi e trattassi e conoscessi dei temi di cui avevamo parlato a voce.

Inizialmente ero abbastanza stupito perché questi libri portavano un timbretto, Ventotene; io non capivo bene cosa volesse dire questo Ventotene, soltanto in un momento successivo capii che erano i libri che questo fratello aveva avuto mentre era a Ventotene confinato politico, dopo essere stato carcerato politico. Questa conoscenza mi portò alla conoscenza di altri che erano tornati dal confino di Ventotene e che erano invece clandestini a Milano. Questo rapporto mi portò non dico ad una militanza operante e responsabile all’interno del Partito Comunista, ma mi portò ad una dimestichezza con il Partito Comunista o quanto meno con dei militanti clandestini del Partito Comunista. Questa vicenda per una infinità di complicate ulteriori vicende mi portò ad essere preso, io come gli altri, sotto particolarissima attenzione dai fascisti del gruppo rionale di Oberdan, di Via Cadamosto che era in Porta Venezia a Milano; io abitavo ed ero nato in corso Buenos Aires. Costoro quasi con cadenze ravvicinate o sempre più ravvicinate, ogni tanto ci convocano nel gruppo rionale per sapere cosa facevamo e le cose si concludevano con delle grandi violenze e delle grandi percosse.

Per uscire da questa situazione particolarmente difficile ad un determinato momento, ritenni, raggiunta la maturità classica, di chiedere di frequentare il corso allievo ufficiali. Così feci, e a vent’anni ero sottotenente. Sottotenente con una coincidenza particolare: ero diventato sottotenente quando il 10 giugno del 1941 l’Italia era entrata in guerra. E così senza soluzioni di continuità io partii per la Grecia prima, e poi passai alla guerra di Croazia; e fui prima in Slovenia poi in Croazia praticamente per il ‘41, ‘42, ‘43 fino all’8 settembre.

Intervento: La dichiarazione di guerra è del ’40?

In Croazia trascuriamo le vicende drammatiche e dolorosissime per chi aveva invece una cultura della libertà dell’uguaglianza e del rispetto fra i popoli.

L’8 settembre mi coglie in Croazia in una situazione che era diventata particolarissima in quei tempi, proprio nell’ultimo mese, perché in Croazia vi erano anche dei battaglioni della milizia volontaria sicurezza nazionale, fascisti. Anche loro dopo il giugno del ‘40, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, erano stati mandati al fronte ed erano in Croazia. Il 25 aprile del 1943 io operavo nella zona di Bromoravizze; fui chiamato ad Ogulin dal comando di reggimento e mi si impose di prendere sotto il mio comando una compagnia di milizia volontaria sicurezza nazionale del battaglione San Giusto che doveva essere ricondotta nell’ambito dell’esercito in quanto non potevano più avere la camicia nera, non potevano avere più i fascetti alle mostrine, dovevano avere le stellette, e anche i loro ufficiali diventavano soldati semplici. Per cui io inglobai nel reparto che comandavo anche questi cento uomini.

D: Scusa questo è avvenuto quando esattamente?

R: Questo avveniva il 25 luglio del 1943.

L’8 settembre del ‘43 questi uomini erano inquadrati nel mio reparto, ormai da un mese e quindici giorni. Quando io mi resi conto, dopo l’8 settembre, il 9, 10, 11 che ormai il comando di reggimento era scomparso, i comandi non esistevano più, che si era dissolto tutto e tutti avevano preso disperatamente la strada di casa con tutti i mezzi immaginabili possibili, io mi trovai lì solo, centinaia di chilometri lontano dai confini d’Italia, senza sapere cosa fare. Allora io presi contatti con i comandanti partigiani della zona. Perché? Perché avevo questo retroterra politico che mi sospingeva verso una presa netta di posizione a favore dei partigiani perché volevo schierarmi a fianco a loro nella lotta che io avevo ritenuto e conosciuto come una lotta sacrosanta.

Qui si inserisce il dramma per me, perché mi dicono che tutto ciò è possibile, però vogliono la consegna di quei cento uomini della milizia volontaria sicurezza nazionale che erano stati inglobati nel mio reparto; evidentemente senza che io abbia necessità di spiegare le ragioni, per me ciò non era assolutamente possibile. Quindi io fui costretto a iniziare, credo unico nella storia dell’esercito italiano dopo l’8 settembre, una ritirata militare con tutte le regole della sicurezza per poter in questa ritirata garantire sia la sicurezza degli uomini del mio reggimento, che avevo sotto il mio comando sia quelli che avevo poi cooptato, diremo così, dopo il 25 luglio del 1943. Cioè con marce molto lente, con fiancheggiamenti, avanguardia, ecc., per un centinaio di chilometri in una situazione disperata perché avevamo soltanto poche gallette, basta dire che noi ogni giorno mangiavamo mezza galletta bagnata nell’acqua, per giorni e giorni, fino a quando siamo riusciti ad arrivare prima a Fiume e successivamente a Trieste. Fra Fiume e Trieste tutti presero la strada che ritenevano più conveniente per garantire la propria sicurezza, per poter tornare a casa ecc., finalmente poi io solo riuscii a rientrare in Italia.

Premetto: qui c’è una parentesi che io devo aprire. Insieme ad un certo gruppo fui accerchiato da un reparto delle SS armato e noi eravamo tutti armati ancora, ed era ormai quasi la fine di settembre .. era il 20 settembre, avevamo impiegato molto tempo, fummo catturati, fummo chiusi in un vagone ferroviario e fummo portati a Przemyśl, in Polonia. La situazione era per me ragione di un vero furore; per cui quando alcune settimane, dopo vennero degli ufficiali tedeschi e ci dissero che era stato ricostituito l’esercito italiano in Italia e chiesero se qualcuno di noi volesse aderire, io ravvisai in questa scelta la possibilità di realizzare situazioni nuove e diverse delle quali avrei potuto operare quella scelta finalmente volontaria di lotte di collocazione nella lotta che avevo pensato di realizzare l’8 settembre, quand’ero ancora in Croazia.

Dissi che ero disponibile, ci presero, eravamo proprio uno, due, tre tanto è vero che fu angosciosa anche questa scelta di fronte a tutti quanti gli altri che ritenevano che noi fossimo addirittura dei traditori; dei traditori perché la massa, pur avendo l’angoscia della prigionia e l’angoscia della lontananza dalla famiglia, pur intravedendo attraverso quella scelta la possibilità di tornare a casa, la rifiutarono. Fui molto fermo, io dissi di sì; ebbi una piccola prudenza, presi un compagno che era un ufficiale notaio di Venezia, e gli dissi: “Guarda tu mi conosci, sai cosa potrebbe capitarmi; qualunque cosa mi possa capitare ove io morissi prima sappi che questa è la ragione della mia scelta”. Comunque fui portato, mi pare, a Ulm, poi di lì, nella fine di ottobre, primissimi di novembre su un treno e portati in Italia. Questo treno passa il Brennero, passa naturalmente Verona, arriva a Bologna di notte. A me pare che quello sia il momento giusto, scendo dal treno in un buio tremendo e mi allontano dal treno rapidissimamente; poi in una situazione – non conoscevo qual era la situazione di Bologna;  Bologna era stata bombardata -, il treno si era fermato, non è che si fosse fermato in stazione, era fuori stazione; io non capivo più niente, però vidi alcune persone che camminavano perché si vede che altri erano scesi, e pure lì c’era altra gente che camminava in una certa direzione. Io mi misi al seguito di costoro, mi confusi nel buio con le loro figure, che malamente si intravedevano e arrivano alla stazione di Bologna dove salgo su un treno che va in direzione di Milano. Nella notte fonda mi infilo in questo convoglio, ma dove mi metto io ci sono una serie di soldati ufficiali tedeschi. Mi siedo lì in silenzio, non parlo, non succede niente, e il buio, non c’è nessuna lampadina accesa nel treno per dirle in breve. All’alba arrivo a Milano. Scendo, erano le prime luci dell’alba; arrivo a casa mia, prendo degli abiti borghesi, prima che si accorgano, nessuno si accorge che io sono arrivato, esco e vado in un rifugio, che io conoscevo, di questi miei compagni comunisti in via Fatebenefratelli, proprio di fronte all’ospedale Fatebenefratelli in Milano. Questo è un grosso antefatto. E’ l’antefatto che spiega perché io poi cambiai nome e fui catturato poi con un altro nome. I compagni mi condussero a Varese, dove c’era un funzionario del comune che era molto favorevole alla Resistenza. Questo riuscì perché era un funzionario di elevato rango: mi procurò una carta di identità falsa dove io presi il nome di un mio zio, Gianfranco Lanati, mantenendo inalterati gli altri dati e dissi che ero nato in Santa Maria Capovetere e che la mia Residenza era Santa Maria Capovetere.

Prima ho fatto una certa peregrinazione perché cercano di collocarmi come comandante partigiano, perché fatalmente in quella situazione io ero un elemento prezioso per la Resistenza; in quanto non sapevo nulla della vita, non conoscevo nulla della vita perché ero passato praticamente dai banchi di scuola alla guerra, ma però della guerra sapevo tutto, perché avevo fatto tre anni al fronte, e poi conoscevo le tattiche della guerriglia, prima in Val Canobina; ma in Val Canobina non c’era ancora un tessuto connettivo che si potesse utilizzare poi nella val Brembana. Siamo nel novembre, ai primi di novembre del 1943. Quindi le organizzazioni partigiane sono in formazione faticosa, sottolineo faticosa. C’era stata l’esplosione popolare dell’8 settembre, ma esaurita quella spinta iniziale.. poi le formazioni partigiane sono frutto di organizzazione: trovare gli uomini, organizzarli, dare loro la possibilità di vestirsi, di mangiare .. era tutto molto faticoso. Vengo mandato in Val Brembana, e allora lì in Val Brembana, in una valle che parte da San Giovanni Bianco, la Val Taleggio noi organizzammo un gruppo partigiano abbastanza numeroso; non gruppi foltissimi, ma venti, trenta persone, un piccolo gruppo riuscimmo a organizzare. Questo direi che siamo riusciti a mettere in piedi nel corso di circa un mese, un mese e mezzo fra i 5, 6, 7 e 8 di novembre e il 5, 6, 7, 8 e 15  dicembre del ’43.

I mezzi erano infimi, non avevamo neanche mezzi finanziari; io ricordo che far vivere questo gruppo, avevo cinquecento lire da parte e usai anche questi miei soldi e ci sostentavamo soltanto mangiando fagioli bolliti e polenta e basta.

Le vicende di questo gruppo partigiano finiscono per quanto è a mia conoscenza, rapidamente. Perché? Perché verso il 20 di gennaio, il comando militare di Milano mi chiede di ritornare a Milano in quanto ha bisogno di un comandante in Valtellina dove il gruppo armato è molto più consistente e quindi ha maggiormente bisogno di una direzione militare. Scendo a Milano con Abele Saba, all’alba mi pare del 22, 23, 24 di gennaio.. era il giorno del mio compleanno tra l’altro. Andiamo separatamente, io seguendo lui e vedendolo da lontano, andiamo prendendo un treno dalla stazione centrale a Lecco. Quando giungiamo a Lecco io lo seguo da lontano, ma poi mi affianco a lui; nel momento in cui mi affianco a lui, proprio di fronte alla sede del Comune di Lecco, ci troviamo circondati dalle SS.

Io non avevo visto, evidentemente erano nascosti nel Comune sono usciti alle nostre spalle, ci hanno circondati, io mi sono trovato con tre, quattro, cinque mitra nella testa e così lui e ci hanno separato immediatamente. Ci hanno separato immediatamente, ci hanno fatto percorrere un po’ le vie della città come per esporre il trofeo della caccia; poi ci hanno messo in una vettura da una parte Abele Saba, hanno messo me in un’altra vettura, dopo una sosta in una caserma che non saprei come riconoscere. E qualche ora passata su un tavolaccio in quella caserma isolato, fui portato a Bergamo.

A Bergamo fui messo in una cantina di una casa delle SS; poi da quella cantina mi trasferii in un’altra cantina che era trasformata però in una serie di celle, che in una piazza, che oggi si chiama Piazza delle Libertà, alle spalle del Tribunale di Bergamo, lì c’è un grande e moderno immobile. E lì mi misero sotto la sorveglianza della Guardia Nazionale Repubblicana fascista, però di proprietà e di riserva della Gestapo. Io lì fui tenuto undici giorni e undici notti.

Quelli della Guarda Nazionale Repubblicana mi massacravano di botte per divertimento, perché non mi interrogavano, ogni tanto entrava qualcuno e mi massacrava di botte. E io ero isolato lì nella cella. Di notte avevo l’interrogatorio delle SS. Undici notti di interrogatori. Nel corso dei quali la posizione che avevo presa era la posizione più assurda di questo mondo, anche come risposta, perché io dicevo che non conoscevo la persona con la quale io ero stato arrestato, catturato, non l’avevo mai vista, non sapevo chi fosse.

Io però avevo una situazione drammatica personale, in quanto ero stato preso armato; non solo avevo le armi addosso, ma avevo anche due borse nelle quali c’erano materiale di propaganda e armi.

Quindi dire che non sapevo chi era quello, che non sapevo chi fosse dicendo che io andavo a cercare un rifugio per me, era la mia tesi: essendo io un soldato che l’8 settembre era rimasto sbandato e non sapevo come fare a vivere e sopravvivere, quelle erano le armi che io avevo anche prima e che me le portavo appresso, ma era più difficile dire perché avevo anche il materiale di propaganda della Resistenza. Comunque il primo discorso che loro mi dissero era che io sarei stato fucilato, perché il bando della Repubblica fascista della Repubblica Sociale italiana stabiliva che coloro che venivano presi armati dovevano essere immediatamente fucilati, e che quindi io sarei stato fucilato e che qualche speranza di non essere fucilato avrei potuto averla se avessi detto qualche cosa; e io continuavo ad insistere che invece non sapevo niente di niente, non conoscevo nessuno, che quelle armi le avevo, le conservavo per ricordo, cioè una posizione quasi di offensiva; però era la posizione che ritenevo giusto in quel frangente e nella situazione generale del paese e per la scelta che avevo fatto di mantenere.

Dopo undici giorni però la Gestapo, io non appartenevo alle prede dei fascisti, erano prede della Gestapo, e anche Saba era preda Gestapo; noi abbiamo saputo dopo che eravamo stati denunciati, non ci presero a caso. Ci attendevano, noi avevamo un piccolo gruppo staccato di partigiani che era stato catturato, ed erano stati fucilati; credevamo che erano stati fucilati tutti, invece uno non era stato fucilato. Saba infatti quando fu catturato a Lecco lo aveva visto, io invece non l’avevo visto e quindi non avevo capito, non avevo potuto formulare nessun collegamento.

Sta di fatto però, che i tedeschi non volevano fucilarmi immediatamente, in quanto speravano di poter avere quelle informazioni che volevano avere. Allora mi trasferirono nel carcere di Sant’Agata di Bergamo, che era nel braccio del Tribunale militare tedesco, sezione di Bergamo distaccata da Verona; e io proseguii nella mia istruttoria per novanta giorni.

In un’altra cella, ma io non lo sapevo, sottoposto al mio medesimo trattamento c’era Abele Saba.

Quindi, io ho avuto poi altri novanta giorni, sessantanove giorni, novanta, settantanove giorni di interrogatori e anche Abele Saba, li ha avuti continuando a tenere questa mia linea che non sapevo niente.

Sta di fatto che un giorno, uno di quelli che loro chiamavano i secondini, mi porta all’aria. Voglio ricordare questo, perché voglio ricordare come anche oscuri uomini che non erano nella Resistenza, la vivevano nella loro coscienza e nella loro scelta. Questo carcere, era un carcere complicatissimo perché era un vecchio convento: scale scalette, corridoietti, mentre passo per uno dei tanti corridoietti per poi scendere una scaletta e andare a prendere l’aria, apre lui stesso una porta, mi butta dentro e mi dice “Presto, presto, presto”. Io entro e trovo Abele Saba.

Cinque minuti, dieci minuti cerchiamo di mettere in piedi, lui ed io, un racconto qualsiasi: lui mi dice che ha saputo per tramiti che il reparto in Val Taleggio non c’è più, l’hanno spostato e quindi posso anche dire che sono stato in Val Taleggio, perché lì non c’è più nulla, l’hanno spostato. E invece potrei dire sempre sulla scelta mia che ero uno sbandato che cercava un collocamento per vivere, sopravvivere, nella campagna, qualcuno che mi mantenesse e mi facesse lavorare ecc. E che avendo incontrato lui, che avevo conosciuto nel passato, lui mi aveva proposto di portarmi in un posto sul lago dove lì avrei potuto, presso suoi amici, passare il tempo di lavorare e poter mangiare e sopravvivere.

Allora abbiamo imbastito questo discorso; non è che fosse molto più intelligente di quello di prima, ma comunque noi negli interrogatori successivi a questo nostro incontro, abbiamo detto queste cose lentamente l’uno e l’altro.

La cosa non cambiò molto ai fini, perché sia Saba che io fummo condannati a morte: io ero condannato a morte come Gianfranco Lanati, e lui come Abele Saba. Però sia lui che io, essendo nelle mani dei tedeschi forse per una scelta diremo di opportunità non fummo fucilati: lui fu prelevato al mattino e mandato per un altro itinerario per un campo di sterminio, un campo di annientamento; io per un itinerario un po’ più complesso fui mandato ugualmente in un campo di annientamento KZ.

Mi mandarono a Milano dove stetti sette, otto giorni, poi da Milano con un convoglio fui mandato a Fossoli.

D: A Milano dove ti hanno mandato?

R: A Milano mi hanno mandato nel carcere di San Vittore di Milano. Io sono stato pochi giorni, il tempo forse che consentisse a loro di preparare il convoglio e di mandarci … poi infatti, arrivammo a Fossoli in un gruppo abbastanza numeroso, un gruppo tutto di politici, in Fossoli io rimasi sino al 20 di luglio.

L’11 di luglio di sera si sono verificati due episodi, voglio fare un piccolo passo indietro. Nel campo di Fossoli i partigiani avevano organizzato una struttura interna segreta che aveva come finalità e sogno quella di poter liberare il campo attraverso un colpo di mano. Il comandante di questa struttura era Leopoldo Gasparotto; poi c’era una serie di giovani partigiani – ero giovane anche io allora, avevo ventire anni – che già si predisponevano per tempo nella piazza dell’appello alla sera in certe posizioni, avendo ognuno un compito particolare; il suo uomo di aggredire in un determinato momento sia delle SS sia magari qualche traditore, qualche spia che era all’interno di questo gruppo. Il momento per questa azione doveva essere quello nel quale i partigiani emiliani avessero attaccato le torrette agli angoli del campo, impegnando quindi gli uomini delle torrette in un combattimento con loro; distolte le armi delle torrette per questo attacco partigiano esterno, il gruppo interno doveva operare questa azione. Soltanto che non fu possibile fare questo perché Gasparotto, il 21 di maggio del ’44 fu preso: vennero in baracca, lo portarono fuori, aveva i calzoncini corti, fu portato fuori caricato su una vettura che si allontanò dal campo. Poco tempo dopo, noi abbiamo visto rientrare un ciclo con un cassonetto dietro, e abbiamo visto colare del sangue: era il corpo inanimato assassinato straziato di Leopoldo Gasparotto.

Il giorno 11 di luglio del ’44 vengono prelevati sulla Piazza dell’appello settantuno uomini. Dicono che dovranno partire per la Germania l’indomani mattina; in effetti la cosa è chiara, perché noi veniamo a sapere che un gruppo di ebrei era stato mandato al poligono di tiro del Cibeno e avevano scavato una fossa lunghissima. E questi uomini, per la verità non tutti e settantuno vengono poi assassinati l’indomani mattina sull’orlo di questa fossa. Uno viene salvato, viene tolto dal gruppo dei settantuno ed era Carenine: era un compagno che aveva combattuto in Spagna e il maresciallo Haage che lo toglie dal gruppo perché gli serviva in quanto era un muratore lo faceva lavorare nel campo. Altri due fuggono al mattino quando si ribella un gruppo nella fucilazione e ne restano quindi sessantotto. In effetti però uno viene si nasconde, ed è quello che ha scritto la preghiera del partigiano, Olivelli, che si nasconde in una baracca sotto le merci e non lo trovano. Quindi ne vengono fucilati sessantasette; Olivelli finirà anche lui in un campo di sterminio. Gli altri rimasti dopo questa fucilazione, del gruppo forte politico che veniva da Milano, siamo stati caricati su dei pullman…

D: Ecco scusa due cose, ti ricordi la data di quando sei arrivato a Fossoli? Più o meno..

R: Ricordo che era la vigilia di Pasqua. Potrei verificarlo perché io ho il registro del Carcere di San Vittore con il nome di quelli che partirono insieme a me per Fossoli. Doveva essere qualche giorno prima di Pasqua, qualche giorno dopo Pasqua, scusa, mi sto sbagliando; la fine di aprile del 1944.

D: L’altra domanda era questa ti ricordi se c’erano dei sacerdoti a Fossoli?

R: A Fossoli c’erano sei sacerdoti. Di cui poi parlerò anche perché ho un ricordo molto vivo e molto affettuoso di loro.

D: Il numero di Fossoli tuo te lo ricordi?

R: 315, quello me lo ricordo; sì 315.

D: E la baracca quale era?

R: Io ero nella baracca 19.

D: Nel periodo che tu sei rimasto a Fossoli, durante il giorno vi facevano lavorare?

R: No, io non lavoravo. Alcuni lavoravano. Per esempio, in Fossoli io poi trovai altri due che erano della mia brigata: Ciceri che era un ragazzo di Lecco che fu fucilato con i sessantasette e un siriano, si chiamava Giorgio Titorian; questo siriano era stato reclutato da me, perché essendo soldato nell’armata francese, e la Siria era sotto quel tempo il protettorato francese, e quindi nell’esercito francese c’erano anche i siriani. Questo siriano fu prigioniero di guerra, e come tale venne portato a Bergamo dove c’erano dei campi di concentramento per prigionieri di guerra. Dopo l’8 settembre era fuggito sulle montagne; quando io arrivai in Val Brembana, mi mise a rastrellare a mia volta tutti i prigionieri di guerra, perché cercavo di proporre a loro di entrare nella brigata che io andavo formando in quel momento.

Titorian poi venne anche lui con me nel campo di sterminio. Allora, siamo pochi giorni dopo la fucilazione, veniamo portati a Bolzano.

D: Ecco, ma dal campo di Fossoli vi hanno portato alla stazione di Carpi?

R: No, noi siamo stati portati al Po con dei pullman. Poi abbiamo attraversato il Po su dei barconi, mi fai ricordare una circostanza. Anche lì allora, noi volevamo far affondare il barcone, poi però dopo c’erano i vecchi che non sapevano nuotare, c’erano i giovani o le donne, c’era una situazione per cui noi non ci sentimmo, perché noi partigiani potevamo essere anche nuotatori esperti capaci a superare la corrente del fiume, o lasciarsi trascinare più a valle, ma gli altri sarebbero morti, e questa è una scelta che nell’immediatezza non poteva essere fatta.

Passiamo con i barconi, veniamo caricati nuovamente su altri pullman e veniamo portati a Bolzano. A Bolzano mi fermo però pochi giorni, non più di otto giorni credo.

D: Ti ricordi questo trasporto cioè da Fossoli a Bolzano quanti eravate? Poi accennavi che c’erano anche delle donne…

R: Però le donne non vennero con noi al di là del fiume Po, quindi non so che fine fecero; non erano donne neanche del campo. C’erano alcune donne che non so a che titolo fossero state caricate su questo o forse perché facevano fare anche loro, consentivano a qualcuno che doveva passare il Po di salire; sta di fatto che c’erano alcune donne su quel barcone, che è una chiatta enorme, non erano donne che poi furono deportate con noi.

D: Quanti eravate più o meno?

R: Non era un trasporto per Bolzano molto numeroso. In precedenza vi erano stati trasporti molto più numerosi, io non credo che superassimo la memoria qui non è che mi assista. Io vedo stranamente soltanto tre camion, non ne vedo di più, diciamo quattro, ma non vedo cinque, dieci camion sui quali io penso che non potevamo stare più di una quarantina di persone.

Quindi non credo che il numero potesse andare oltre le centoventi, centotrenta e centoquaranta persone, però non ho ben chiaro il numero.

D: E il viaggio è durato un giorno solo?

R: Noi siamo arrivati partendo al mattino, alla sera eravamo già a Bolzano; non ci siamo neanche fermati a Verona. A Bolzano non mi ricordo che mi abbiano dato un altro numero, ci hanno messo in cameroni che evidentemente erano di adattamento recente per questo tipo di ospitalità, in quanto erano come delle valli, come degli hangar alti, alti, alti e però separati ogni campata dall’altra da dei muri altrettanto alti, che però superavano di poco il livello dell’ultimo castello, senza peraltro arrivare a chiudere tutta questa campata fino alla cima. Per cui c’era ancora spazio, c’era comunicazione tra una campata e l’altra.

Rimasi, come ho detto, circa otto giorni, dopo di che siamo stati caricati, questa volta su un treno molto lungo in vagoni bestiame, con me c’erano nel mio vagone i preti di cui tu mi hai fatto ricordare.

D: Ti ricordi qualche nome?

R: Uno era Camillo Valota dalla Valtellina; l’altro era quello dei Paolini, che era la Cardinal Ferrari, don Paolo Liggeri. Poi vi erano altri due, di cui in questo momento però mi sfuggono i nomi. Credo che nel mio vagone c’erano anche due partigiani feriti, uno era un giovane di cui non ricordo il nome che portava un busto perché era stato ferito in combattimento e aveva avuto una ferita nella schiena, per cui portava uno di quei busti che reggono anche il collo. L’altro era Bracesco, Bracesco che aveva perso una gamba mentre trasportava delle armi, era stato intercettato da parte dei reparti armati della Repubblica Sociale Italiana.

Arrivammo qui dopo parecchio tempo con soste continue, non dico notturne, soste continue perché o vi erano ragioni di bombardamenti, o bisognava dare la precedenza ad altri treni; ogni tanto si sostava a lungo sui binari, neanche nelle stazioni e quindi sete, fame, era fine luglio. I disagi, cinquanta-sessanta persone in un vagone, devono fare i loro bisogni, perché poi l’umanità che deve compiere queste rituali quotidiane necessità sporca … insomma una situazione disastrosa anche se fra di noi la comprensione e la tolleranza era infinita … logicamente nessuno veniva disturbato per queste cose dall’altro, però creava grave disagio, fame e sete, fetori.

Arriviamo di notte a Mauthausen. Una stazioncina che sono quelle stazioncine svizzere, una baracca di legno, tutto lì, ma vediamo che si chiama Mauthausen. Per noi non diceva niente. Con noi invece c’era un avvocato di Milano, Barni, al quale gli è venuta una sincope, perché Barni era stato a Mauthausen prigioniero di guerra della prima guerra mondiale. E lui si è ricordato che Mauthausen voleva dire per lui comunque quantomeno, perché non sapevamo che cosa ci aspettava, ma voleva dire quantomeno fame, sofferenza, sete, dolore.

Voglio qui ricordare invece una situazione particolare. Quando stiamo per arrivare, il treno rallenta, siamo alla stazione; si capisce che siamo arrivati. I preti pensano che se fossero in “divisa” (uso questa parola tra virgolette evidentemente), cioè se indossassero l’abito talare questo potrebbe essere un parafulmine per loro. Allora si mettono tutti con la tonaca, indossano tutti l’abito talare. Si aprono le porte, il buio della notte, qualche luce, e poi vediamo molti uomini con i cani. Scendiamo, saltiamo giù sulla terra – forse era in terra battuta ancora allora – non mi ricordo bene, sul marciapiede di questa stazione. Come vedono costoro i quattro preti con l’abito talare, si avventano sui quattro e li massacrano di botte; li massacrano di botte. Il che comincia ad essere per noi un elemento di riflessione di giudizio su quello che sarebbe stata la nostra condizione. Ci inquadrano, dopo questo episodio, e lì iniziamo una faticosa salita; faticosa in senso generale per tutti, perché fra di noi c’erano anche molte persone anziane, non è che fossero tutti i giovani della Resistenza armata: c’erano patrioti, uomini politici, tipografi, tutti quelli che avevano partecipato alla Resistenza. La strada per il campo KZ di Mauthausen stava in salita, è ad alcuni chilometri, un quattro chilometri circa.

Nel buio della notte, tuttavia non una notte di buio totale, perché un po’ di luna c’era. Io aiutavo a salire un operaio della Breda che non riusciva a camminare e aveva un pacco, una valigia da portare, che non era in grado di portare. Io non avevo nessun pacco né nessuna valigia perché mi avevano preso con gli abiti che indossavo nel gennaio del ‘44 e avevo ancora quegli abiti; non avevo niente. E allora gli portavo il pacco e lo aiutavo a salire.

Era un uomo anche capace di ironia e di spirito. Quando siamo arrivati in vista di questo campo, che cosa ci si presenta? Noi vediamo su questa altura, che si stagliava in questa luce della luna, una sorte di castello enorme, muri poderosi con torrette con sentinelle armate in alto, poi fili spinati, due serie di fili spinati, una visione apocalittica. Questo che era con me, questo vecchio mi dice, parlando in milanese, e io lo ripeto in milanese “Ui, ti” a me “… a me che schi me pare el quartetto dell’Aida”, cioè si immaginava forse la tomba dove Radames, quella coreografia che era negli occhi di chi era appassionato di lirica. Bene arriviamo nel campo di Mauthausen, aprono le porte, siamo ancora molto lontano dall’alba; ci mettono subito a destra, tutti in fila, tutti in piedi e a terra i nostri abiti.

Ci sono alcune ore prima che venga l’alba. E noi siamo lì, qualcuno passa e ci dice che ci toglieranno tutto; io per esempio avevo con me una fotografia di mia madre e chiedo allora a Bracesco “Ci toglieranno tutto ma a te Bracesco le stampelle te le lasciano”, gli dico “Lasciami che io infili sotto l’imbottitura delle tue grucce la fotografia di mia madre, poi me la darai”. E così facciamo, infiliamo lì la fotografia di mia madre. Sta di fatto che quando viene l’alba e arrivano, Bracesco che non aveva una gamba, il giovane partigiano che aveva il bustino, questo vecchio che avevo aiutato a salire e un prete che mi pare fosse di Bologna, un uomo molto grasso, enorme, vengono prelevati, portati giù da una scaletta e noi ci rendiamo conto che non tornano più.

Non sappiamo ancora esattamente che lì c’è una camera a gas, però non tornano più. Non tornano più. Non escono. E quindi cominciamo ad avere l’ulteriore messaggio: vediamo che sono tolti quelli che non sono idonei al lavoro. E poi noi invece veniamo portati giù da un’altra parte, spogliati, ci portano via tutto, rasati, depilati, disinfettati, ispezionati inchinandoci avanti per vedere se per caso avessimo qualche cosa; non avevamo proprio più niente. Con noi c’era Aldo Ravelli. Aldo Ravelli che aveva con sé qualche centinaio di migliaia di lire, in biglietti da mille. I biglietti da mille di quel tempo erano piccole lenzuola, tovaglioli enormi, pezzi di carta. Quando si accorsero questo lui distribuì a tutti noi questo denaro dicendoci di andare al gabinetto. E ognuno di noi andò al gabinetto, per non consentire che questo denaro finisse nelle mani delle SS. Quindi depilati, spogliati, non avevamo più niente. Qualcuno aveva dato il suo orologio a qualche altro che era già prigioniero del campo, comunque ci tolsero tutto. E fummo dopo portati in una baracca cosiddetta di quarantena, che era ai limiti del campo. Erano i giorni nei quali Mauthausen era una macelleria per coloro che erano ritenuti cospiratori nell’azione condotta all’interno dell’esercito tedesco contro Hitler, per cui pervenivano ogni giorno lì numerosi tedeschi prigionieri e li fucilavano. Erano questi i giorni. Quindi all’ulteriore vicenda della condizione della deportazione ai fini del lavoro della morte del campo, si aggiungeva questa contingente vicenda della soppressione dei congiurati del colpo di Stato, nel tentativo di colpo di Stato di luglio del ‘44 contro Hitler.

Ci mandano in questa baracca, ci distribuiscono un berretto, siamo nudi, non ci sono castelli, non ci sono coperte, dormiamo uno a fianco all’altro così fitti che se uno si gira su un altro fianco nella notte si deve girare tutta la fila, tutto un effetto domino da una parte e dall’altra. Non abbiamo spazzolino da denti, non abbiamo cucchiaio, abbiamo però un cappello e siamo nudi. Ci cominciano a dare una zuppa. Una gamella è riempita di zuppa per due persone. Premetto che, a questo punto, non eravamo più soltanto italiani: siamo italiani, jugoslavi, croati, serbi, cecoslovacchi, russi, di tutta Europa in senso allargato, un’Europa allargata. Quindi difficoltà di lingua tra di noi enormi, non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa e la dobbiamo prendere, ma ci intendiamo fra di noi. La prendiamo a sorsi, però come mangia un maiale, a sorsi: un sorso io, un sorso te, un sorso io, un sorso te. Però abbiamo il berretto. Insisto su questo berretto, perché la storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì, ma parallelamente si sviluppa una sorta di educazione ad ordine chiuso diremmo con un linguaggio, mutuando il linguaggio militare, perché veniamo inquadrati alla mattina e al pomeriggio fuori dalla baracca, noi nudi in file con il nostro berretto. E per ore il comando è questo: Mützen ab Mützen auf, Mützen ab Mützen auf … su il berretto, giù il berretto, su il berretto, giù il berretto. A questo punto è un ulteriore messaggio che almeno i più avvertiti di noi ricevono, registrano e su quello riflettono, perché? Quali automatismi vogliono indurre in noi? Solamente un automatismo di rispetto verso il superiore quando passa per cui tu automaticamente togli il berretto e non tieni il berretto in testa. E’ un po’ poco, con i loro sistemi basta che la prima volta che non togli il berretto ti danno quattro sberle, o quattro legnate, e tu hai subito capito, poi da quel momento in poi togli il berretto quando passa un superiore.

Ci sono degli automatismi diversi, un automatismo che abbiamo avuto dopo, non conosciamo le teorie di Pavlov e del cane che viene sottoposto a dei processi che determinano degli automatismi. Però ci rendiamo conto che vogliono determinare in noi un annientamento della volontà, dell’intelligenza, della vigilanza, dello spirito. Dopo giorni di questo, siamo nuovamente smistati in altri blocchi di quarantena perché la quarantena dura ancora altri giorni; mi pare che duri una quindicina di giorni nel suo complesso. Fra questa quarantena in questo posto dove siamo nudi col berretto, all’altra quarantena dove invece siamo con gli abiti che ci vengono distribuiti, degli zoccoli aperti, un paio di pantaloni. A me è capitato un paio di pantaloni forse dell’armata polacca o non so di quale altra armata, poi una giubba, io ebbi una giubba verde con tanti bottoni che non so da quale esercito provenisse, e poi una camicia. Altri ebbero quelle cose a righe che conosciamo, ormai l’iconografia è nota. Però vestiti nella maniera più svariata.

Allora passano e assimilano il lavoro. Data la mia specializzazione mi mandano a lavorare in cava di pietra, mentre gli operai vengono mandati in fabbrica, la Steyr. Naturalmente a questo punto ci hanno dato il numero che viene messo sul petto e sui pantaloni, con il triangolo rosso con su scritto “it” per noi e il numero. Il mio lo ricordo ancora oggi, era 82.394 e la prima cosa che capii immediatamente dopo le altre, sulle quali prima mi sono soffermato, è che questo numero io dovevo capirlo in tedesco, perché se non lo capivo in tedesco ogni volta che facevano l’appello prendevo delle gran botte. Allora diventava sì un riflesso automatico, io ricordo il mio numero questo lo conoscevo e poi quando io sentivo questo suono io dicevo “Ich” sono qua. E così facevano gli altri, perché anche coloro che erano addirittura analfabeti il linguaggio del campo lo hanno subito appreso.

E poi si è appreso quel linguaggio del campo che ha consentito … io ricordo sempre che ventuno nazionalità con ventuno lingue diverse si sono parlate, si sono conosciute, si sono comprese, si sono stimate, si sono rispettate, si sono aiutate.

Vengo mandato in cava di pietra e a questo punto forse io posso rapidamente procedere fino alla liberazione.

In cava di pietra rimango il resto del mese di agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. Poi vado a gennaio a lavorare nel Transportkolonne. Preciso meglio, quelli che trasportano da un’ala all’altra delle fabbriche, la Steyr, portano le casse, fanno il trasporto esterno.

D: Quando parli della cava, tu intendi la cava quella sotto Mauthausen?

R: No, no. Io ho sorvolato un passaggio, perdonami, io nella cava sotto ci sto pochi giorni e lavoro pochi giorni, perché vengo passato poi a Gusen 1; poi il resto della mia deportazione lo passo a Gusen I, alla cava. Alla cava sotto Mauthausen passo i pochi giorni di agosto dopo la quarantena. Dopo di che finita la quarantena io passo alla cava di Gusen 1.

D: Come lavoravate lì alla cava di Gusen 1?

R: Alla cava di Gusen 1 c’erano dei detenuti che operavano, mettevano mine per far saltare la parete. Le mine, i buchi per le mine per creare i fornelli venivano fatti con il martello pneumatico, facevano dei buchi, infilavano della gelatina, della dinamite, sistemandola secondo anche le indicazioni del Meister del lavoro, il Meister civile, e poi si faceva saltare, crollava. Noi nella cava, tranne quei pochi che erano addetti a questo lavoro del creare fornelli e mettere le mine, trasportavamo soltanto il materiale. Allora lo trasportavamo o a spalle individualmente, oppure avendo quella che gli spagnoli chiamavano una barriquella, una barella, delle assi con due bastoni, uno davanti e uno di dietro e si mettevano o più pezzi, oppure grossi massi, ma fino a 30-40 chili si portavano così.

D: E dove portavate queste pietre?

R: Le portavamo all’estremo limite della cava. Vi erano una serie di impianti, di frantoi che frantumavano questi massi in varie grandezze, addirittura fino alla sabbia. L’ultimo frantoio era sabbia. Oppure venivano trasportati perché lì passava la ferrovia. Allora noi li dovevamo portare da dove crollavano a terra, all’interno dell’anfiteatro della cava e li portavamo ai frantoi o al caricamento per i treni.

D: L’esplosione era in uso anche nella cava di Mauthausen?

R: Sì, sicuramente; perché se no come fai? Deve crollare perché se no quelli, non è che c’erano per terra i sassetti quelli che li portavano su dalla scala della morte…

D: Quindi non è che lavoravano in verticale a taglio?

R: No, ho capito quello che dici. Io so come è quello, non so se tu vai a Siracusa trovi le latomie, perché vengono fatte secondo un vecchio sistema, come si fa a Carrara, cioè tu hai dei motori che trascinano e tirano un filo di acciaio che strisciando continuamente secondo una certa collocazione dei due motori su una parete tagliano proprio delle lastre come tagliare il burro con un filo con due prese estreme di questo filo. Qui era per crollo, non c’era taglio; è possibile che questo taglio ci sia stato in tempi più antichi, perché effettivamente quelle cave sono di origine antichissima. Io credo che Vienna viva e sia stata costruita solo perché c’erano quelle cave che, attraverso un trasporto a basso costo rappresentato dal Danubio, poteva utilizzare come Milano ha utilizzato i marmi di Candoglia attraverso il Ticino, attraverso il lago. Così Vienna utilizzava per lastricare la città o costruire queste cave. Però forse allora tagliavano, quando sono stato io facevano buchi e saltavano le rocce. Oppure anche con il picco e pala poi dopo rompevano.

D: Lì a Gusen ti ricordi il tuo blocco e la tua baracca? Quali erano a Gusen?

R: Io ne ho attraversate tre secondo il lavoro che ho fatto. Sono stato alla 31, alla 26, mi pare anche alla 14, e poi da fine gennaio alla liberazione sono stato al blocco B, che era invece fra i blocchi più prossimi all’ingresso del campo.

Siamo al lavoro della cava. Ad un certo punto vengo prima addetto al trasporto dei sacchetti di cemento verso la fine di dicembre che pesavano cinquanta chili ognuno, ma io ero ancora in forza, quindi ce la facevo abbastanza. Trasportavamo i sacchetti di cemento, da dove arrivava la ferrovia si dovevano trasportare, credo fino a dove poi successivamente io lavorai anche per scavare le gallerie. Ho lavorato però pochi giorni in questo trasporto di cemento, dopo di che sono stato addetto al trasporto all’interno delle baracche. Poco tempo perché poi sono stato addetto a scavare le gallerie.

Dopo che abbiamo finito di scavare una galleria abbiamo immesso, scaricando dalla ferrovia e trascinando, le macchine che arrivano dall’Italia perché erano state predate e rapinate in Italia. Alcune anche macchine ancora nuove, non utilizzate, neanche macchine vecchie di impianti disattivati in Italia.

Le abbiamo immesse in queste gallerie. Alla fine di questo lavoro, dopo che avevo lavorato come scavatore e come muratore nella galleria, dopo che avevo immesso nella galleria queste cose, fui trasformato in operaio all’interno di questa galleria.

D: Come è che vi cambiavano lavoro? Venivate chiamati? C’era una selezione?

R: Ignoro totalmente. Cosa determinasse questa scelta credo che fosse determinata dalle necessità loro di lavoro, ma erano ignorate dalla gran parte di noi. Anche se io ebbi una possibilità di maggior conoscenza delle vicende del campo, perché quando arrivai ero ben noto ad alcuni che erano venuti con me. Per esempio c’era un senatore, uno che poi fu senatore del partito comunista di Siena, Vittorio, poi dirò il nome fra poco, che era stato comandante militare a Milano, Vittorio Bardini di Siena; quindi io avevo conosciuto lui a Milano come comandante di Milano, con lui avevo avuto contatti quando ero in Val Brembana per l’organizzazione della Val Brembana, lui aveva combattuto in Spagna. Quando arrivò a Mauthausen lui immediatamente fu recepito nell’organizzazione clandestina del campo politica, perché era conosciuto dagli spagnoli che erano lì nel campo perché era stato in combattimento in Spagna.

Lui mi segnalò naturalmente e allora entrai in un ruolo vorrei dire di giovane partigiano politicamente affidabile che poteva essere introdotto per le cose che minimamente si potevano fare. Anche minimamente nei confronti dei compagni, rimproverarli se cedevano la loro zuppa per avere una sigaretta, rimproverarli se non si comportavano con dignità, se diventano servili. Ricordare a loro quale era il loro dovere di comportamento perché erano dei prigionieri trattati in maniera disumana da chi aveva occupato il nostro paese e contro i quali noi avevamo combattuto. Insomma era più un ruolo etico-organizzativo che non un ruolo veramente ai più alti gradi, proprio perché dove c’era Bardini, dove c’era Francesco Albertini, dove c’erano altri, allora lì invece magari c’erano possibilità maggiori di avere informazioni e di operare nell’ambito della clandestinità del campo.

Allora le condizioni di vita del campo le avranno descritte già tanti, credo sia inutile che le descriva io.

Il cibo. Penso che è inesistente, arriviamo all’inizio, quando arrivo prendono una pagnotta, ogni giorno una pagnotta e viene divisa in sei. Poi dopo un poco viene divisa in otto e via via in una progressione che porta nell’ultimo mese a dividere la pagnotta in ventiquattro. Una pagnotta di un chilo diviso in ventiquattro fette per il lungo e poi … Alla mattina una gabellina di un liquido nero che credo sia, dicevano che fossero zucche abbrustolite, quindi poi bollite per trovare questo estratto dolciastro nero, una specie di surrogato, uno dei tanti surrogati fantasiosi di caffè con una gabellina. Poi a mezzogiorno questo litro di zuppa che era fatta di una brodaglia i cui elementi erano soprattutto costituiti, pochi perché era molto brodaglia, erano barbabietole da foraggio, quelle lunghe bianche. E alla sera invece con la fetta di pane ci davano una fettina di margarina, un dado di margarina, un dado di un insaccato strano, ma insomma vuol dire trenta grammi di roba, 25-30 grammi di roba, poca roba. Questa era l’alimentazione.

Una alimentazione che credo gli stessi padroni di fabbriche delle industrie tedesche si rendevano conto che era insufficiente. Questo io l’ho capito dopo perché veniva distribuita ogni sera a coloro che lavoravano nelle fabbriche, una zuppa che era gialla, ci hanno dato un mestolo di zuppa, potrei dire un quarto di litro di un liquido giallo, non so che cosa ci fosse dentro, so che era giallo e che era un quarto di litro, veniva distribuito soltanto a chi lavorava nelle fabbriche perché era una distribuzione personale a quelli che lavoravano nella fabbrica da parte del padrone. La zuppetta Steyr si chiamava per chi lavorava nella Steyr. Io l’ho capito dopo quando dopo la guerra ho potuto leggere la corrispondenza fra le fabbriche e le SS. I deportati erano proprietà delle SS e quindi le SS li manteneva e riceveva quattro marchi al giorno per darli in affitto come manodopera, come se desse un cavallo per lavorare dodici ore, per le dodici ore di lavoro che questo cavallo o uomo davano loro ricevevano quattro marchi, però dovevano pensare poi a vitto e alloggio, diciamo così. I padroni si rendevano conto che essendo la vita media di questo cavallo-uomo che ricevevano in affitto, in godimento temporaneo, essendo la vita media tre mesi, succedeva che per quindici giorni rendevano poco perché era un apprendistato, negli ultimi giorni rendevano poco perché stavano per morire, allora la corrispondenza tra le fabbriche e le SS era questa: gli ultimi cinque pezzi che ci avete consegnato non sono buoni, hanno durato soltanto due mesi, allora loro per farli durare di più gli davano una zuppetta a carico proprio.

Per solidarietà con se stessi, per avere qualche giorno di più, qualche energia in più a propria disposizione.

Questa era l’alimentazione. Il lavoro durava dodici ore, o dodici ore di giorno o dodici ore di notte secondo i turni, che si potevano fare però soltanto quando si scavavano le gallerie e nelle fabbriche, non si facevano i turni alla cava di pietra. Dodici ore.

Le sevizie vorrei dire erano infinite. In che senso io trascuro per un attimo la violenza individuale del capo-campo, del capoblocco, del capo del lavoro, del kapò, perché c’era un kapò in ogni squadra, in ogni blocco che ti picchiava, derubava il cibo, anche scarso che già c’era.

Trascuro tutta questa violenza, io guardo proprio come regime la violenza globale. Per esempio una volta la settimana ci portavano a fare la doccia. Durante il lungo inverno eravamo nella baracca, arrivavamo dopo il lavoro alle 6 di sera, ci spogliavamo nudi, ci mettevamo fuori dalla baracca nudi, era pieno di neve, attraversavamo nudi il campo innevato per arrivare a metterci in fila dietro altri gruppi che ci precedevano per andare a fare la doccia. Quando uscivi dalla doccia, non avendo né sapone né asciugamano ed eri soltanto bagnato di acqua gelida o calda che si sostituiva di volta in volta, uscivi bagnato, ripercorrevi a ritroso il cammino nella neve camminando nudo per andare alla tua baracca e poterti vestire. Questa era un modo per far morire la gente evidentemente.

Per esempio, a mio avviso, ulteriore tortura collettiva. Questa era collettiva anche se poi si traduceva di volta in volta in una tortura individuale, era quella del Lauskontroll, il controllo dei pidocchi.

Ogni sera questo rito dei controlli dei pidocchi faceva una serie infinita di vittime, cioè non era preso l’individuo: tutto il blocco doveva ogni sera spidocchiarsi. Allora nella incerta luce della baracca tu prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c’era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato però tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e ogni pidocchio che tu non avevi saputo, prendevi cinque bastonate. Io ricordo quello che è capitato a me nel mese di dicembre, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo, il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi. Allora il rito qual era? Tutti quei disgraziati che prendevano che avevano trovato i pidocchi li avevano messi in fila da una parte, poi c’era uno sgabello sul quale tu ti dovevi piegare mettendo le mani, e un vice kapò, sotto semivice, quasi aiuto kapò, perché ce n’erano tanti che desideravano farlo, con un bastone di legno lungo ci dava il numero, un pidocchio cinque bastonate, oppure io che avevo cinque pidocchi, venticinque bastonate.

Io avevo visto cos’era accaduto ad altri; poi dopo le bastonate pisciavano sangue, perché cosa accadeva? Dopo la prima bastonata, chi prende la bastonata si inchina per non prendere la seconda. La seconda invece se tu ti chini la prendi sulle reni invece che sul sedere. Io che avevo visto mi presi le venticinque bastonate senza muovere di una frazione di millimetro il sedere, perché volevo essere ben sicuro che quel disgraziato che continuava a picchiarmi con molta solerzia colpisse sempre in quel residuo di parti molli che c’era ancora sul mio sedere. Non volevo che mi colpisse sulle reni perché sapevo che avrei pisciato sangue l’indomani mattina e sarei finito al crematorio subito. Non solo ma finite queste bastonate, le venticinque che presi, mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve sulla cima della baracca. Non solo. Poi mi hanno fatto stare nudo tutta la notte, all’indomani mattina mi hanno fatto uscire nudo, mi hanno mandato a fare la doccia attraversando nudo tutto il campo coperto di neve, sono tornato nudo, mi han fatto ri-arrampicare, riprendere gli abiti, li ho messi e sono andato a lavorare.

Vorrei dire che bisognerebbe superare il ricordo individuale di quella volta che tu hai preso le botte per mettere in evidenza il regime finalizzato alla morte dei campi di lavoro, perché questi erano destinati all’annientamento dell’uomo, non solo attraverso dodici ore di lavoro senza cibo, ma vivendo nelle intemperie senza abiti, vivendo le quotidianità nella sofferenza più disperata e poi su tutto questo si accumulavano tutte le singole violenze individuali.

D: All’interno di queste violenze collettive, rientra anche l’appello? L’appello era una tortura in che senso?

R: Era una tortura perché non ti potevi muovere e dovevi stare lì magari delle ore e per uscire a lavorare e prendere il lavoro alle sette del mattino, la sveglia era alle cinque, tu avevi lì ventimila persone e allora le contavano. E alla sera quando si ritornava c’era un altro appello e tu dovevi portare con te al ritorno anche i morti, ti dovevi trascinare a spalla anche i morti perché l’appello si faceva con i vivi in piedi e i morti per terra, in modo che tornassero esattamente i numeri che erano stati annotati al mattino all’uscita per andare sul posto di lavoro.

D: A Gusen 1 che tu ti ricordi ci sono mai state impiccagioni o fucilazioni?

R: Io per Gusen 1 ho sentito di impiccagioni, sicuramente le fucilazioni del luglio. Ho sentito anche di impiccagioni, io non ne ho mai viste nel tempo in cui sono stato lì, anche se altri dicono che ce ne sono state e io ritengo che possono benissimo esserci state, perché il sabotaggio sul lavoro veniva punito con l’impiccagione.

Vorrei invece ricordare a proposito di sabotaggio un episodio che è accaduto a me personalmente, fortunatamente mi è accaduto negli ultimissimi giorni di aprile, vorrei dire all’antivigilia del giorno in cui poi le SS hanno lasciato il campo.

Io lavoravo in una di quelle gallerie e lavoravo all’imboccatura della galleria e in quelle ultime settimane ero andato a lavorare sui controlli. In che cosa consisteva il mio lavoro? In questa galleria arrivavano delle grandi lamiere che passavano sotto le grandi trance che sagomavano queste lamiere; queste lamiere poi venivano saldate fra di loro in modo che formavano poi una Maschinenpistole, io con una linguetta dovevo verificare che i punti elettrici fossero saldati, se no dovevo rimandare la saldatura. Io non solo non verificavo nessuno, ma avevo un martello di legno vicino, un Holzhammer e davo delle gran martellate. E potevo farlo perché quest’ultima parte era, la galleria era tutta a serpente, a curva, quest’ultima mi consentiva di farlo in quanto nessuno mi poteva vedere. Che cosa è accaduto? Lì lavorava anche Albertini con me. E’ accaduto che una mattina vediamo arrivare lungo la decouville cinquanta, sessanta vagoncini della decouville trascinati, pieni di questo pezzo; arrivano lì con l’ufficiale delle SS e il capo del lavoro di tutta la Steyr, entrano e chiedono chi controllava quei pezzi lì, migliaia e migliaia. Non è mai uscito un pezzo. E dicono che li controllavo io. Arriva il tedesco, io sono lì sull’attenti, lui mi piazza due manrovesci, e io resto sull’attenti, senza neanche portare la mano alla faccia, senza ripararmi neanche. Albertini viene chiamato perché parlava il tedesco. E lui mi chiede perché tutti quei pezzi sono dissaldati. Allora io gli dico: “Qui fa molto caldo, questa galleria è chiusa lì, qui fa un caldo, sudiamo, appena saldati li controllo, vengono portati fuori e lasciati lì fuori, lì fa freddo”. Io penso che questo sia, c’è una differenza termica che determina questo e forse fanno saltare la saldatura. Questo mi guarda, stringe i denti, mi guarda con odio, stringe il pugno e lo alza, poi lo abbassa, esce a grandi passi seguito da tutti gli altri pieno di furore, e io pieno di sudore resto lì. Però non vi meravigliano queste cose perché non erano atti di eroismo, erano coerenza, per chi sa che la vita media è tre mesi e ne ha già fatti tanti di mesi.

Questo episodio ricordo.

Un altro episodio invece che voglio ricordare è quello dei gas.

Alla vigilia sempre della fine, il giorno 21 di aprile del ‘45, io lo sottolineo sempre 21 aprile del ‘45. Era chiaro per noi che la guerra stava per finire perché sentivamo i bombardamenti, passavano tanti aerei da oscurare il sole; evidentemente sentivi che sparavano i cannoni, l’artiglieria di campagna, sparavano nei dintorni, passavano lì, quindi sentivi che ormai erano arrivati lì, non era finita la guerra. Il 21 ci riuniscono sulla piazza dell’appello di Gusen, passa il capo-campo, il comandante delle SS con alcuni ufficiali, i comandanti dei blocchi ecc., e uno per uno li tirano fuori, ne tirano fuori seicento, non uno, seicento. Ne tirano fuori seicento, tra gli altri c’era Arialdo Banfi, non Arialdo, il fratello di Arialdo Banfi, l’architetto Banfi che era insieme a Rogers Peressutti, il grande studio architettonico di Milano. Momi Banfi.

Viene lui, noi cerchiamo attraverso qualche trucco di farlo rientrare, di fargli cambiare collocazione. E lui era talmente consapevole che non avevano altro approdo che quello che non ha voluto tornare indietro, è rimasto lì. Li gasano tutti nella notte, e li mettono in una baracca che svuotano sigillandone le porte e le finestre con della carta incollata.

Ecco io credo che questo sia emblematico di tutto: tu puoi parlare finché vuoi, di tutto quello che è stata la deportazione, ma quando tu dici che il 21 di aprile questi uomini fanno una selezione per gasarne seicento alla vigilia della loro fuga dal campo, questo dà la misura della criminalità del totalitarismo nazista e fascista.

D: Il giorno della liberazione dove ti trovavi?

R: Io ho sentito mille volte questa domanda: “Chissà che gioia hai provato!”

Io ero a Gusen, ero uno dei pochi che stava in piedi ancora, io non ho provato questa gioia. Non so quale perversione, quale strana vicenda era andata maturata in me, ma dentro ero devastato, avevo visto troppa gente morire. E vorrei dire che prima io ne avevo visti morire troppi in guerra, avevo visto tanti compagni giovani, avevo avuto due grosse battaglie in Croazia dove erano morti centinaia e centinaia di uomini del mio reggimento, giovani, miei compagni di corso. Avevo visto troppa gente fucilata, impiccata, ho visto troppa gente morire a Mauthausen assassinata. Ero contento non ero felice, ero contento, ero triste.

D: Come te la ricordi la liberazione?

R: E’ esattamente il pomeriggio del 5 di maggio. La liberazione è avvenuta perché si è aperta una porta, è entrata una camionetta, c’erano su due persone, non è che è arrivato un reparto, è arrivata un camionetta con due persone, fotografie, qualche parola, credo che uno fosse un italo-americano per cui credo masticasse qualche cosa del dialetto antico della mamma. E poi dopo se ne sono ripartiti, sono andati via. Quello che è accaduto nel campo credo che sia fatto noto.

Giustizia è stata fatta.

E anche qui vorrei fare una notazione, perché mi fu chiaro in quel momento. A mio avviso chi definisce quell’ecatombe che c’è stata una vendetta, vuol dire che non ha capito nulla della vita e vissuto inutilmente. Perché? Furono ammazzati i kapò, furono ammazzate le spie anche all’interno della nazionalità, furono anche ammazzati, linciati crudelmente se vogliamo, però nel campo da tre giorni i guardiani non erano più le SS, erano fuggite, erano arrivate delle truppe territoriali, dei vecchiotti che da tre giorni stavano lì. Nessuno di questi ha ricevuto neanche uno schiaffo. Perché sottolineo questo? Per dire che quando questa violenza si scatena non è una violenza cieca, è un fenomeno vorrei dire fisico, una reazione pari e contraria, i kapò meritavano la morte, le spie meritavano la morte. Questi non meritavano neanche uno schiaffo perché non avevano dato a noi neanche uno schiaffo. E così è stato.

D: Gianfranco il ritorno?

R: Il ritorno è molto divertente. Io ho avuto un ritorno particolarissimo. Perché mi trovavo una sera a passeggiare fuori da Gusen, proprio fuori dal campo, era credo la fine di giugno, era passato quindi già parecchio tempo dal 5 di maggio. Noi eravamo stati lì, avevamo cercato di aiutare quelli che non avevano potuto, che non camminavano più, quelli che dovevano essere ricoverati in ospedale, quelli che dovevano essere aiutati per mangiare. Noi abbiamo fatto il nostro dovere fino all’ultimo nei confronti dei nostri compagni. Ma oramai la fase drammatica era anche scomparsa perché la fase successiva alla liberazione … noi per dieci, quindici giorni abbiamo avuto morti a non finire, perché mangiavano ciò che non potevano più mangiare perché erano state distrutte anche le strutture preordinate per digerire il cibo, le strutture fisiche. Ma superato questo, ormai la situazione era più quieta, gli altri erano negli ospedali quelli che ancora erano molto malati e andavano organizzandosi i trasporti. Lì io passeggiavo con Ravelli e con Belgioioso, davanti al campo, vediamo arrivare un’autolettiga dell’armata americana. E arriva vicino a noi, scende un soldato e ci chiede se conosciamo Ludovico Belgioioso. “E’ questo qui”, che era lì con noi; con noi c’erano anche altri due, credo uno fosse Emanuele Flora e l’altro Magini di Roma, non mi ricordo come si chiami di nome. Allora scende un altro ufficiale, italiano questo, che era Cicogna, il cugino o il cognato di Belgioioso che era nell’armata degli alleati, perché aveva risalito l’Italia nei reparti italiani e con gli alleati. Avendo sentito la radio, perché noi eravamo riusciti a far sentire alla radio chi erano i presenti superstiti in Gusen, aveva sentito che in Gusen era superstite Ludovico Belgioioso. Lui si è fatto dare un’autolettiga dal suo comando e con i soldati è venuto fino a Gusen e ha imbroccato proprio noi. A questo punto su quella autolettiga sono saliti i cinque che eravamo lì: allora Ravelli, Belgioioso, credo Emanuele Flora, il Maggini ed io, e siamo arrivati in Italia così.

D: In questi cinquantacinque anni che sono trascorsi dalla liberazione, quante volte sei stato intervistato, raccontando però come hai fatto oggi la tua storia?

R: Questa è la prima volta che la racconto, perché io in questi cinquantacinque anni … io sono prigioniero di uno schema ideologico-culturale, vado nelle scuole, parlo, ecc., non ho mai raccontato le mie vicende, ho sempre e soltanto raccontato la storia dei processi che hanno determinato il sorgere del nazismo, il crearsi all’interno del nazismo per repressione e per manipolazione della cultura di uomini che finivano per essere convinti dell’intrinseca necessità di eliminare altri uomini inferiori. Ho sempre parlato dell’organizzazione di sterminio, ma della mia storia inserita in questo quadro non ho mai parlato.

D: Due cose riferite a Gusen 1: ti ricordi di Don Sordo?

R: Don Sordo era a Bolzano. Io però non l’ho più visto a Gusen e a Mauthausen; so che è morto con noi il fratello di lui che era un medico dentista, è stato a lungo anche un dirigente della nostra associazione. Don Sordo lo ricordo però soltanto per Bolzano.

D: L’altra cosa come a Gusen 1 c’erano queste fabbriche della Steyr, della Messerschmitt, ma voi come facevate a sapere i nomi di queste aziende? C’era scritto da qualche parte?

R: Io non so risponderti se c’era scritto da qualche parte, perché il mio metodo di dire le cose ricordandole è di vedere se vedo una scritta o se vedo Messerschmitt, però quello che vedo sono gli aeroplani. Quello che vedo sono le Maschinenpistolen, quello che vedo è la cava, quello che vedo sono le macine della cava, quello che vedo è la ferrovia, quello che vedo sono le baracche, però noi sapevamo che era la Messerschmitt quella di quegli aeroplani lì e sapevamo che era la Steyr quella che faceva le Maschinenpistolen. Non escludo che ci fosse anche scritto, ma non ho memoria di grandi visibili cartelli.

D: L’ultima cosa, vicino a Gusen 1 c’era il campo di Gusen 2

R: Sì, era proprio contiguo e separato da noi da un enorme spazio vuoto dove però venivano seppellite le patate; il campo era contiguo si può dire, non realizzava una vera e propria soluzione di continuità questo spazio ampio, anche perché aveva una sua funzione specifica: seppellivano sotto le patate che poi venivano usate per l’alimentazione.

D: Ti ricordi quando Gusen 2 è stato abbattuto?

R: Lo abbiamo bruciato anche noi. Gusen 2 lo abbiamo svuotato di tutti i cadaveri facendoci aiutare dalle popolazioni che insomma non ti dico, i carri, lì noi siamo intervenuti sulla popolazione, imponendo alla popolazione di venire a prendere questi cadaveri spostarli con i carri e poi noi per timore di epidemie lo abbiamo bruciato, perché anche da noi vi era stato un periodo nel quale i forni crematori non avevano funzionato e i campi erano pieni di morti. Lì quotidianamente ne morivano decine e decine e decine per cui si formavano delle cataste di morti.

Gusen 1 non è stato bruciato, Gusen 2 è stato bruciato.

Rigouard Adriano

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Adriano Rigouard. Sono nato a La Spezia il 27 aprile 1925. A La Spezia sono stato arrestato per attività in una squadra SAP, il 17 settembre del 1944 e portato presso la caserma del 21° Reggimento Fanteria. Qua sono stato per due mesi, ci sarebbe a lungo da parlare perché c’erano già altri prigionieri, tutte le notti dovevamo salire sopra per gli interrogatori, ci hanno dato un po’ di botte, ma il più che era tremendo era vedere ritornare gli adulti; dal lunotto che avevamo sopra la nostra porta noi ci schiacciavamo contro il vetro per vedere e tornavano giù delle persone che erano tutte tumefatte. Io me le rappresento sempre come una polpetta di carne tritata, l’unica cosa che si vedeva era il bianco degli occhi, perché gliene facevano di tutti i colori, prima li picchiavano con sacchetti pieni di sabbia, gli davano …

Mi ha arrestato la Guardia Nazionale Repubblicana in seguito alla dichiarazione sotto tortura del nostro capo-squadra. Questo l’hanno picchiato, l’hanno torturato e ha fatto i nomi degli appartenenti alla squadra. Pensate che noi al mattino siamo andati dove c’era la sede, abbiamo portato via i manifestini e due pistole che c’erano, e poi ce ne siamo stati tranquillamente a casa, ingenui senza che nessuno ci abbia aperto un po’ le orecchie a dire “andatevene”. Lì sono state mancanze di chi avevamo al di sopra. Quindi al mattino del 17 settembre hanno circondato il quartiere del Favaro e ci hanno presi tutti. Ci hanno rinchiuso al 21°, poi abbiamo assistito a queste cose che già ho iniziato a dire. Molto probabilmente loro si sono accorti subito che noi eravamo l’ultima rotella e non è che ci avevamo sottoposto a grandi torture, ma gli adulti li hanno ridotti proprio in maniera inumana: con la scossa elettrica gli pungevano i testicoli, gli facevano dei lacci e li sospendevano per i testicoli, gli mettevano una manichetta in bocca e aprivano l’acqua gli facevano la pancia in questa maniera. Io voglio dire questo, che oggi sento tutto il dovere di avere delle scuse sopportato dei sospetti verso coloro che mi hanno fatto arrestare, perché mi sono reso conto che la resistenza alla tortura è soltanto nei bei libri e nei bei film, non è possibile resistere alle torture, c’è un limite. Se sei capace e se ti danno il tempo di ucciderti, se no non c’è niente da fare, i tormenti sono così tanti che non puoi, anzi poi ti dirò il resto.

Dunque ci hanno portato al 21° e col passar del tempo questo carcere si è riempito, prima eravamo in otto, poi piano si è riempito. Hanno messo nel carcere, nella cella insieme a noi, delle persone anziane che soffrivano di disturbi intestinali. Insomma per farla corta questi hanno dovuto mangiare dove prima avevano fatto i loro bisogni, insomma è un quadro che non è facile descrivere. Con tutto ciò, dopo queste varie traversie, il 4 di novembre ci hanno imbarcato su delle moto zattere e ci hanno portato al carcere di Marassi di Genova, ci hanno consegnato alle SS. Le SS hanno ricominciato da capo, però senza sapere nemmeno i motivi per cui eravamo stati arrestati.

D: Scusa Adriano, tu sei stato accusato di cosa in particolare?

R: Prima ero stato arrestato per appartenenza alla SAP, poi dalle SS ero stato accusato di aver ucciso un colonnello della Guardia Repubblicana, di aver partecipato a fare saltare una batteria, tutte cose che sono successe quando io stavo in carcere, quindi proprio erano al di fuori di … Però avveniva questo: loro hanno preso tre persone, fra le quali anche un sacerdote, e devo dire, lo devo dire con tutto quello che ho detto prima, un certo Don Stretti li han presi e li hanno torturati ben bene, poi ci portavano davanti a loro e questi dovevano sostenere l’accusa. Allora a me mi han detto “Tu hai fatto questo, hai ucciso il colonnello” e cadevo dalle nuvole. Il prete diceva: “Ma ti ricordi, te l’ho data io la pistola, le armi te le ho date io?”. Io dicevo di no, allora cosa hanno fatto? Mi hanno fatto inginocchiare, un pezzo d’uomo delle SS, sulle cose delle seggiole, c’erano quelle sbarre che tengono assieme le seggiole, mi ci ha fatto inginocchiare sopra e poi quando sono stato inginocchiato mi ha preso a seggiolate. Poi c’erano altri due testimoni che anche loro, sotto la minaccia della tortura, dovevano confermare quanto detto. Adesso in tutto questo, io non ero un giovane di grande resistenza, e dico anche la verità non avevo ancora acquisito quei grandi ideali che mi avrebbero portato a sopportare, però chi mi ha fatto crollare le braccia, il sistema nervoso, è stato il prete, perché lo conoscevo bene, era stato lui che mi aveva educato a certe cose. E allora, dato che poi prima di me molti ne erano passati, non sapevano mai di cosa si tratta, ho preso e ho firmato. Quello che ho firmato era la mia condanna a morte, perché accettavo quello che loro …

Per questo poi ho dovuto passare tutte le altre persone, ed è venuto fino all’8 dicembre. L’8 dicembre al mattino presto ci hanno caricati su un camion a rimorchio, ci hanno legati a due per due, la mia mano destra con la destra dell’altro, insomma intrecciati, ci han caricati su questo camion, era la mattina di dicembre, 8 di dicembre, pioveva, era freddo e su questo camion scoperto siamo partiti e siamo arrivati fino a Padova. A Padova ci hanno messo su un pullman che in mezzo aveva il soffietto, aveva il soffietto e mi pare che prima siamo passati da Milano, han caricato altra gente, e poi abbiamo proseguito per …

Su questo pullman qualcuno aveva cominciato a tagliare e anche qua qualche persona si è gettata, però dietro c’erano le macchine, con i fari, han visto e sono subito intervenuti con la loro maniera, avevano la bomba a mano e dove battevano battevano, ci hanno rovinato insomma in sostanza, ci hanno fatto un sacco di ammaccature. Alla bell’ e meglio siamo arrivati a Bolzano. Dico la verità ormai quando siamo arrivati faceva giorno, trovarmi in mezzo a quel panorama, all’aria aperta, e vedere, mi sembrava, dopo tre mesi che noi non ci portavano nemmeno a prendere l’ora d’aria come fanno ai soliti carcerati, dopo tre mesi sempre lì, poter respirare e poter vedere fuori mi sembrava una cuccagna, di essere in un altro paese. Poi mi ricordo che là eravamo tutti italiani, il capoblocco era italiano, è stata una lieve parentesi, levando il mangiare che era sempre scarso, però è stata una buona parentesi ecco. Mi ricordo che alla sera ci arrampicavamo attraverso i castelli, ci si andava ad affacciare sul muro perché di là c’erano le donne, e queste a volte passavano magari qualche pezzo di pan tostato, del pane secco, qualche drappo e persino dei ferri da portarsi durante il viaggio se qualcuno … E lì a Bolzano siamo stati cinque giorni.

D: Ti ricordi in che blocco eri a Bolzano?

R: Credo che sia il blocco E; se ricordo bene era il blocco E, era il blocco dove c’erano i perseguitati politici diciamo, il triangolo rosso.

D: Ti ricordi nomi di altri tuoi compagni che c’erano con te?

R: Sì, c’erano i miei compagni. C’era Lubrano Franco, Angeloni Alfredo, Tartarini Bruno, poi adesso non me ne viene altri. Luciano, non me ne ricordo altri.

D: Tu sei stato cinque giorni nel Lager di Bolzano e dicevi che avevi visto delle donne. Ti ricordi se hai visto anche dei sacerdoti nel Lager di Bolzano?

R: Io penso che nel Lager di Bolzano siano arrivati quei sacerdoti che sono partiti con me da La Spezia, però non sono sicuro, non sono sicuro perché non so se poi a Genova loro hanno seguito la nostra via, non ne sono più tanto sicuro.

D: Adriano, e dopo cinque giorni che sei rimasto lì a Bolzano, nel Lager di Bolzano cosa è successo?

R: Nel Lager di Bolzano niente di speciale, la conta al mattino e alla sera, la faccenda di imparare a mettersi e a togliere il cappello in maniera perfetta, tempi perfetti, qualcuno che si è meritato le venticinque bastonate di punizione e la cellula di garanzia, la cella di rigore. Però non tanti particolari, è stato un periodo troppo breve.

D: E poi cosa è successo?

R: Nel pomeriggio del 13 di dicembre per Santa Lucia, ricordo le date perché le ho sempre collegate, ci hanno caricato sui vagoni.

D: Dal campo dove vi hanno portato per caricarvi sui vagoni?

R: Dal campo siamo andati penso alla stazione, però era la stazione merci, mi ha dato quell’idea, perché so che avevamo seguito un torrente e avevo visto uno di quei capannoni che sono di solito negli scali merci, negli scali merci delle stazioni. Ci hanno caricato abbastanza stretti in questi vagoni e nel mezzo del vagone c’era cenere e trucioli per i nostri bisogni. Ci avevano dato la nostra razione di pane, era non so un etto di pane al giorno, che ce la siamo mangiata andando alla stazione mi sa e poi ci hanno rinchiusi dentro, bere niente. Senza bere.

Quando siamo stati sul vagone, io penso sull’imbrunire, siamo partiti. Ed ecco che sono saltati fuori questi scalpelli, questi martelli e sono nati anche dissidi fra di noi, perché io ero ragazzo ma mi rendevo ben conto che com’ero conso, com’ero messo, non sapendo la lingua, non sapendo nemmeno dov’ero, non sarei andato un gran che lontano ecco perché … Ma altri, infatti non so come qualcuno è riuscito ad aprire, come si chiama, il portellone, il ferro che chiude il portellone, lo ha aperto, hanno spinto il portellone e in cinque sono fuggiti. Adesso io questo l’ho raccontato così di seguito, però non so quanto tempo, da quanto tempo eravamo già in viaggio. Se ne sono accorti, sono saliti sul vagone, mi han picchiato col calcio del fucile. Ricordo che dove ci eravamo fermati, perché ci hanno portati in un binario morto, c’era una cassa fatta di strisce di legno, han preso queste strisce che avevano sopra dei chiodi, e dove han battuto, han battuto, hanno rovinato anche un occhio ad uno, e ci han conciato ben ben male. Poi io non so quanto siamo stati fermi, che poi fra parentesi anche questa stanchezza, questa fame, questa sete perché il nostro vagone era foderato di lamiera. Quindi noi non ci rendevamo nemmeno perfettamente conto se era giorno o se era notte, solo magari qualche fessura dal portellone ci poteva dire che era giorno. Poi eravamo così stretti che non potevamo stare, dovevamo stare o tutti in piedi o tutti seduti incastrati l’uno nell’altro, senza cercare di andare a finire nel mucchio delle feci.

Quando siamo stati, so che hanno gettato dentro un secchio di patate, che io non lo so se ho mangiato, se ne ho mangiato non ricordo più perché la ressa è stata tanta. Poi io dico la verità, io non so se son rimasto sempre lucido, se dentro quel vagone sono sempre restato in lucidità. E il colmo dei colmi, che dopo il fatto della curva han messo un soldato di guardia sopra il mucchio delle nostre feci.

Siamo arrivati a Mauthausen, quello che era Mauthausen, era buio noi non ce ne rendevamo conto né dove andavamo e né cos’era. Quando siamo scesi, in faccia avevamo un dito di patina gialla, di anidride carbonica. Poi dimenticavo di dire: dalla sete avevamo leccato il ghiaccio che si formava nel nostro fiato nella parete di zinco, di lamiera. E siamo arrivati, ci hanno messo in colonna; sì sì perché là andava tutto a bastonate, prima picchiavano e poi dicevano il perché, insomma ci han messi in colonna e siamo partiti, a piedi. Io non so quella strada come l’ho fatta perché quando l’ho rivista quanto era lunga ho detto “a me non sembrava di aver fatto tanta strada”, o dormivo e ho camminato o ero fuori coscienza, fatto sta che sono stato meravigliato quando ho visto, poi era anche in salita, faticoso. Per fortuna io bagaglio non ne avevo. Insomma quando siamo arrivati, lì ci spalancano i cancelli, entriamo dentro. Ai lati dell’entrata c’erano due file di persone con bastoni, nerbi, manici di piccone, di badile, gomma, i fili dell’alta tensione, e cominciano a menar botte, giù botte, giù botte, giù botte, picchia di qua, picchia di là. E poi ci hanno spiegato che quando si passa davanti alle SS ci si scopre. Noi eravamo coperti di stracci, non avevamo il cappello, avevamo qualcosa giusto che le donne ci avevano passato lì a Bolzano, un pezzo di tela ecco. Ci hanno spiegato e … Poi ci hanno portato davanti a una baracca, ci hanno fatto schierare e da là, dalle cantine sotto, c’era qualcuno che diceva: “Se avete qualcosa datecelo perché tanto vi tolgono tutto, vi tolgono tutto”. Lì siamo stati un po’ increduli, poi la cosa si è ripetuta. C’era della gente che era salita a Milano che in quelle valigie aveva di tutto; allora abbiamo tutti gettati, chi uova soda, la magnesia San Pellegrino, qualche pezzo di salame, tutti abbiamo cercato di ingoiare qualcosa. Poi sono arrivati, la squadra addetta, ha detto: “Spogliatevi tutti”. Era in piena notte. “Spogliatevi nudi e lasciate tutto lì, lasciate tutto lì a terra”. Avevamo delle perplessità … “Ma questi qua cosa dicono?”. Qua c’era neve ghiacciata per terra. Io andavo col pensiero a mia madre che mi diceva togliti di lì che c’è corrente, la corrente d’aria e questi mi vengono a fare spogliare bello nudo. Fatto sta che poi han cominciato … ci siamo spogliati e abbiamo aspettato poi il nostro turno, siamo andati a fare la doccia, un po’ d’acqua calda, un po’ d’acqua fredda, poi ci hanno tutti pelati, dalla testa a tutti i peli che avevamo sul corpo, poi ci hanno disinfettato con della creolina, che sembrava di essere delle torce accese. E poi ci hanno passato della biancheria, era una commedia, a chi han dato le mutande a bambola, a chi quelle della nonna, a chi il camicione da notte. Insomma era tutta roba che loro avevano accumulato. E a me m’era toccato persino un paio di mutande lunghe e la camicia abbastanza buona. Le scarpe, ecco le scarpe … a me non se sono accorti, avevo gli scarponcini della divisa da marinaio, loro non se ne sono accorti che m’erano rimaste ai piedi. Adesso mentre passo davanti per uscire c’era uno lì, mi ha preso, e mi ha detto: “Te come va?”. Dato che come ho detto ero pieno di scabbia, e avevamo avuto i pidocchi a non finire, e la mano dove mi avevano messo la manetta l’aveva messa così stretta che mi era gonfiata. Allora m’han preso e in piena notte cammina in mezzo a queste baracche appena illuminate dalla luce che c’era in tempo di guerra, la luce con l’oscuramento, mi han fatto capire che andavamo al Revier, all’ospedale. E io non volevo, io volevo restare con gli amici, non ero ancora cosciente, io volevo restare con i miei amici. Questo mi ha dato un paio di frustate e mi ha portato via. Adesso quando siamo arrivati davanti ad ogni baracca c’era un mucchio di morti. Io non so come spiegare questo, se è un brutto sogno, passa la baracca, poi erano ben sistemate come fossero state le traverse della ferrovia, ogni baracca … Finché sono arrivato al blocco 8 dove c’erano gli infettivi. Mi buttano dentro, e come sono arrivato uno mi è saltato addosso e mi ha tolto le scarpe e mi ha dato un paio di scarpacce vecchie. Mi ha dato scarpacce vecchie e poi mi ha portato in un castello dove erano già in tre, c’erano già tre persone, infatti quello lì era sporco, era gente che aveva la dissenteria, era appena appena appena pulito con lo straccio, con qualcosa. E mi ha detto “Mettiti lì”. Io che esitavo ad andarci, quegli altri che non mi ci volevano perché erano già in tre, erano stretti; insomma poi ho detto ormai ero fuori coscienza, ormai non lo so se ero ancora lucido, mi sono sdraiato lì. Poi al mattino è venuto il medico, mi ha guardato, poi mi hanno tutto pitturato con della roba per la scabbia, per curarmi la scabbia e sono stato lì. Sono stato lì e ricordo che lì ho passato il Natale, mi han dato un pane intero, un pane tedesco intero. Però io ero sempre a calpestare che volevo andar via, volevo uscire, volevo andare dagli amici.

D: Scusami un attimo Adriano, dopo la vestizione ti hanno dato anche un numero di matricola?

R: Sì, ma la vestizione io non l’avevo ancora avuta, avevo avuto solo una camicia, la camicia e le mutande, perché all’ospedale non aspettava niente di più, chi era all’ospedale  camicia e mutande e basta, e scalzi. Poi, ecco quando si andava dal medico, anche se il mio malore fosse stato nel dito qua, bisognava andare nudi. Quindi l’ospedale era molto pericoloso perché s’era sempre sotto la sorveglianza della selezione, era pericolosissimo. E poi giusto questa mia tendenza a voler andare a riunirmi con gli amici. C’era un francese che mi diceva “Guarda stattene qua, cerca di star tranquillo e stai qua”, ma io non capivo perché quello mi diceva queste cose. “Stattene tranquillo”, mi tranquillizzava; poi giusto ci han dato questo pane, due sigarette a Natale, mi ricordo che han fatto persino l’albero di Natale con delle figurine, perché c’erano mille contraddizioni no, con le razioni di pane e di zuppa che ci toglievano a noi i Kapò facevano la festa, si son fatti il Natale. Passato il Natale secondo loro la scabbia era guarita e allora mi han portato, mi han fatto fare una doccia ghiacciata, che mi è venuto il mal della tarantola, quanto ho dovuto saltare per levarmi il freddo. E poi mi è venuto in mente di farmi vedere che qua dove avevo dormito sul tavolazzo mi si era infiammata, gliel’ho fatto vedere al dottore allora mi han cambiato reparto, mi han portato in chirurgia. Sono andato là, mi hanno tagliato, mi hanno tagliato dove c’era la suppurazione, è stata la mia fortuna. Lì ho trovato un medico polacco che ha fatto di tutto per trattenermi lì più tempo possibile. Però il tempo è passato e allora son dovuto uscire e mi han portato alla quarantena. La quarantena la chiamavano così, ma per lo più era come un magazzino non di uomini, un magazzino di pezzi, perché noi eravamo Stück, ein Stück, due Stück.

Quando si andava nella quarantena avevamo diritto ad avere una giacca e un paio di pantaloni, che non erano a righe come si vede nelle … erano per lo più vestiti militari che nella schiena, nella giacca c’era una finestra con le righe zebrate, una riga rossa, altrettanto era nella gamba dei pantaloni, con la riga rossa, poi sulla giacca il numero, il triangolo rosso e il numero. E dico la verità che non mi viene più in mente dove mi hanno immatricolato. Penso che sia stato lì, però non me lo sono mai più ricordato. Mi avevano dato un numero di latta, legato col fil di ferro.

Adesso cosa avveniva? Che in questi blocchi di quarantena erano sempre al completo, erano pieni, perché arrivava anche gente da fuori; per dormire bisognava mettersi a pesce in scatola: testa e piedi, testa e piedi, testa e piedi, insomma a formare un unico tappeto a completare tutto il pavimento, che non rimaneva niente per poter, un corridoio per poter riuscire a camminare non c’era. Quando uno doveva uscire doveva camminare sopra gli altri. Allora era un lamento, era un lamento, chi bestemmiava in tutte le lingue, ecco che poi il babele lì era che c’erano cento paesi, gente di cento paesi, ognuno imprecava nella sua lingua. Poi anche lamenti, perché sai metterci un piede nello stomaco o in un occhio, insomma … Allora si svegliava il capoblocco, “Alle raus”, tutti fuori nella neve in piena notte. Adesso sulla porta del blocco di quarantena c’era un certo numero di zoccoli, chi ce la faceva metteva quelli, che poi non è che ci fosse tanta differenza perché erano inzuppati di neve, bagnati. E gli altri restavano scalzi. Ci si attaccava fra di noi, ci si sfregava, ci si massaggiava, e poi facevamo i covoni, ci si ammucchiava, ci si fiatava nella schiena uno con l’altro con la speranza che altri si ammucchiassero, insomma si veniva a fare … E poi sempre cercare di saltare sui piedi perché erano scalzi, evitare di farceli congelare. Finché non girava meglio al capoblocco si doveva restare lì.

Adesso alla sera quando si andava, prima di sdraiarsi, toglievano le ante delle finestre. La finestra spalancata: levavano l’anta, chi dormiva sotto aveva tutta l’aria addosso. E c’è stato anche un poverino che era lì sotto a dormire e una notte ha detto “Ma perché io devo andare a camminare sopra gli altri, esco dalla finestra”. La sentinella dalla garitta lo ha fulminato.

E poi bisognava tirare avanti. Al mattino bisognava andarsi a lavare nel Waschräume, era una baracca apposta, che era sopra un poggio, c’era un poggio e sopra c’era questa baracca. Per salire c’erano degli scalini scavati nella terra, che però venivano sempre riempiti dalla neve. Quindi salire lassù era un’impresa. Poi quando eravamo nella baracca trovavamo là tutti quelli che durante la notte erano morti, li buttavano nel Waschräume.
Certo poi a scendere era più facile, ci si metteva col sedere per terra e si tornava. Insomma da lì siamo andati avanti non so quanto sarà stato, quindici-venti giorni e poi un bel giorno, “antreten”, han chiamato un numero.

D: Il tuo numero te lo ricordi?

R: In tedesco non lo ricordo più però, il mio numero era 114.154, l’ho in tasca.

Insomma hanno chiamato i numeri e era anche un’impresa, perché io dovevo, per lo più mi ricordavo che avevano chiamato in anticipo, usavo la memoria, che avevano chiamato in anticipo poi toccava a me. Insomma mi han chiamato e mi han dato un paio di zoccoli che nella metà si aprivano, facevano da cerniera. Ci han messo lì, saremmo stati un centinaio di persone, ci han portati nella piazza principale del campo, mi hanno spiegato che i blocchi di quarantena facevano campo a parte diciamo, quattro o cinque baracche fra quattro mura che poi portavano tutti in questa piazza.

Ci hanno messo in fila e ci hanno portato a Gusen. Gusen 2 a piedi, siamo andati a piedi, che non è molto lontano, fatto in condizioni, ma come eravamo già conci noi non è stata un’impresa facile. Ci hanno portato a Gusen, mi hanno mandato alla baracca 27, e poi bisognava prendere il lavoro. Adesso il lavoro a Gusen non era lì sul luogo dove c’era la baracca, bisognava prendere un treno che ci portava sotto le gallerie di Sankt Georgen. Allora bisognava far la conta del mattino, poi metterci in fila per cinque, sfilare davanti alla SS che contava, poi salire su una piattaforma, che era abbastanza grande, da contenere le persone che poi sarebbero state nel vagone. Allora nel tempo che il vagone iniziava e finiva di passare a fianco a questa piattaforma, noi dovevamo riempire il vagone. E lo stesso, al contrario, all’arrivo, però il treno camminava a passo d’uomo, ai fianchi c’erano le SS col lupo e il faro se era notte perché facevamo una settimana lavoravamo di giorno e una settimana di notte.

E poi da lì dove ci lasciava il treno bisognava correre alle gallerie. Lì prima di entrare nelle gallerie torna in fila a ricontarci, e poi il primo lavoro che mi hanno dato mi hanno messo assieme ad un tedesco a fare dei collegamenti elettrici sui motori degli aerei. Ma io il tedesco non lo capivo, il mestiere non lo conoscevo, allora questo ha un po’ brontolato poi mi ha mandato via. Allora mi hanno messo a mettere lo schermo di protezione al bidone della benzina, come si chiama?

D: Un paracolpi?

R: Era la corazza che proteggeva la benzina, il serbatoio della benzina. Questa era una lastra abbastanza grande, pesante, bisognava portarla alla mola a smeriglio e fargli degli scassi uno per parte, poi bisognava dargli una certa inclinatura col martello e poi farli brasare per chiudere la fessura e poi metterli sotto e avvitarli; c’erano un bel numero di viti da mettere. Queste viti molto spesso non combaciavano. Allora ci voleva un punteruolo apposta, col martello e mettere le viti. Adesso questo lavoro andava fatto dal basso rivolto verso l’alto. Questo lavoro mi ha demolito, mi ha distrutto, tanto è vero che ormai mi ci voleva tutta la mia forza, tutta la mia volontà per lavorare. Poi avveniva anche questo: se si andava al gabinetto in galleria c’era il guardiano, il Kapò, che passava lì del suo passo, ogni volta che passava lasciava cadere un colpo con ‘sto filo di piombo, il filo di rame fasciato di piombo, bisognava essere disposti a farsi rompere la testa o un orecchio perché bisognava prendere il colpo. E allora io preferivo portarmela al campo, senonché ormai ero ridotto in una maniera che non potevo più star seduto, perché ormai c’erano soltanto le ossa, le ossa dell’anca. Non avevo la forza di stare in piedi, mi dovevo appoggiare sulla carlinga. E un mattino, dopo aver cercato di resistere, di andare al gabinetto, in quell’attimo giusto ero seduto, è venuto impellente perché poi là che faceva più terrore era la diarrea, la diarrea era il terrore. Ho detto “Vado, bisogna che mi decida di andare”, nello sforzo di alzarmi mi sono tutto sporcato, sono diventato lo zimbello di quattro o cinque che mi hanno gonfiato di botte, insomma. Poi alla bell’ e meglio sono riuscito ad andar fuori, mi son levato le mutande l’ho gettate via, ho cercato di ripulirmi, e sono ritornato sul lavoro. E devo dire anche questo: ho avuto la fortuna che mentre finivo io, finiva anche la guerra, anche loro non erano più, ormai non avevano più la certezza della vittoria, non avevano più il fanatismo che avevano quando siamo arrivati, se c’era qualcuno c’era qualcuno di questi Kapò ignoranti che non capivano niente, se no Adriano non sarebbe ritornato.

Ricordo che quando si ritornava al campo bastava che mi scontrassero e andavo in terra, nella neve ormai in disgelo, mi sporcavo, poi alzarmi era una tragedia, non ce la facevo, finché non trovavo qualche compagno che mi desse un aiuto.

Poi sul lavoro c’era la tensione di non sbagliare, perché gli errori venivano considerati sabotaggio e a seconda del tipo di errore andava dalle venticinque nerbate all’impiccagione. Ricordo che un povero giovane di Udine, ormai il nome non lo ricordo più, ma stava ancora bene perché era da poco che era arrivato là, l’avevano messo a pulire in terra con la randazza. Dato che oltre alla fame e alla sete si era accumulato anche il sonno, perché quando era che si lavorava di notte, che il giorno si poteva riposare, invece c’erano mille cose da fare, e la doccia, e portare i vestiti all’autoclave, e a rinnovare la riga in testa e a fare la barba, insomma si riposava poco, quindi il sonno era arretrato. Questo giovane io non so, ha trovato la maniera nascosta di dormire, si è seduto e si è addormentato. Lo hanno trovato e ce lo siamo portati in baracca impiccato.

D: Adriano scusa, con voi nelle gallerie c’erano anche dei civili a lavorare?

R: C’era qualche militare dell’aviazione. Civili non ne ricordo, forse qualcuno c’era ma io non ne ricordo. Poi era anche una tragedia col mangiare, perché veniva sempre meno. Prima quando siamo arrivati prima era un pane in tre, poi un pane in cinque, poi un pane in dieci, poi si andava a tagliare il pane, era un ammasso di muffa. Insomma il mangiare diventava un’ossessione. L’interrogativo del mattino era quanto pane avrebbero dato oggi. E tutta l’attenzione era al pane e a cercare di non prendere bastonate.

Insomma alla meno peggio è arrivato il giorno che non ci hanno più portato a lavorare.

Ma dimenticavo di dirvi una cosa molto importante. Al mattino si partiva per andare a lavorare, chi non partiva veniva finito: a Gusen 2 non c’era la camera a gas, chi non partiva per andare a lavorare gli facevano un’iniezione al cuore e poi li ammucchiavano lì davanti alla baracca.

Mi ricordo che un mattino siamo arrivati, si vede che non avevano ancora finito il lavoro, era ormai aprile avanzato, c’era venuto anche il sole addosso, e noi eravamo lì ormai imbambolati; sentivamo fra il mucchio dei morti uno che diceva “eine Decke”, voleva una coperta “eine Decke” e noi non siamo stati capaci di aiutarlo. Per fortuna poi non è più arrivato materiale, non ci hanno più portato a lavorare e io sono ancora vivo.

Senonché come è venuta la liberazione ci siamo subito gettati fuori dal campo, che è stata la nostra stupidaggine. Poi è passato un camioncino di quelli che portavano le bibite, ci ha caricati io e Ciacchini/Ciachini, un compagno che era ridotto come me e ci hanno portato all’ospedale civile di Linz. Come mi hanno messo a letto non ce l’ho più fatta a stare in piedi, per portarmi al bagno dovevano portarmi in braccio.

D: E quanti anni avevi Adriano?

R: Ho compiuto il 27 aprile del ‘45 vent’anni. Ho compiuto vent’ anni.

E poi la cosa più dolorosa, più dura, nella gioia della liberazione: un mattino mi metto a sfogliare la cartella che avevo ai piedi del letto, c’era scritto tutto in tedesco e non capivo niente. Senonché ho trovato scritto tbc polmonare in latino. Allora è stato un trauma. Ho superato anche quello, ho detto “non è vero” non è vero perché io mi facevo un dato quadro della malattia, dicevo “ma io ho fame, io mangio”, infatti come mi sono rimesso scappavo dall’ospedale, andavo fuori a chiedere da mangiare perché c’erano i militari italiani. Insomma mi vedevo che rifiorivo, ma purtroppo era vero. E ci sono voluti cinque anni di sanatorio per rimettermi in piedi. Poi ho avuto la pensione, mi sono curato a casa, sono uscite per fortuna le cure che mi hanno fatto guarire.

D: Da Linz come ti ricordi il tuo ritorno?

R: Da Linz ricordo che ci hanno prima radunati in una scuola su una collina, e poi ci hanno portato sul treno ospedale della Pontificia Opera di Assistenza. Poi da Bolzano mi hanno portato all’ospedale di Bergamo, Ospedale Clementina di Bergamo, lì c’era questo mio povero amico, Roberto, che era morente, mi chiamava perché le mosche gli davano fastidio: “Adriano la mosca, la mosca”. Poi è venuta una sua zia, una zia a trovare, anzi una zia e la madre e quando è andata via la zia m’han portato a casa con dei mezzi di fortuna e come sono arrivato a casa, dato che mi avevano raccomandato di ricoverarmi subito; all’indomani sono entrato nell’altra vita. Insomma, per me la guerra non è mai finita, m’è cambiato tutto.

D: Adriano il momento della liberazione, tu dove ti trovavi al momento della liberazione?

R: Al momento della liberazione mi trovavo sdraiato in baracca, a Gusen 2, perché ormai non mi reggevo più, senonché tutto il clamore che mi ha spinto ad andare fuori, e abbiamo visto passare delle camionette di americani sulla strada, perché adesso a Gusen 2 non si nota più, ma il campo era più basso, era coperto con dei teloni di iuta dalla strada. Però avevamo visto questi camion, poi eravamo rimasti su, le SS era già fuggita prima, ci avevano messo la guardia, come si chiamava quei vecchi col pennino, la Guardia Nazionale e poi erano spariti anche loro, siamo rimasti abbandonati. E quella è stata la liberazione, quei giorni di maggio, quel bel sole. Non me lo sarei creduto rovinato in quella maniera.

D: Adriano ancora due cose; quando tu hai raccontato che da Spezia ti hanno portato al campo di Bolzano hai detto che sei passato da Padova?

R: Sì.

D: E poi da Padova?

R: Aspetta, aspetta, forse era Pavia. Da Pavia, mi sono confuso, da Pavia, il pullman lo abbiamo preso a Pavia.

D: Un’altra cosa: venti anni nel Lager. A vent’anni tu eri deportato nel Lager: avevi un progetto speranza, cosa è che ti ha mantenuto vivo?

R: Se devo dire, di ideali politici non ne avevo ancora di così forti, io avevo imparato l’abc della politica in montagna, nelle canzoni della Resistenza, poi c’era il commissario, perché come volevo dire sin dall’inizio noi siamo vissuti a fascismo all’apoteosi, l’impero, vestiti da balilla, ci insegnavano la fierezza, poi non avevamo confronti politici, non c’era paragoni, noi pensavamo che tutto il mondo fosse così. Poi c’è stato il 25 luglio, insomma qualcosa si è cominciato a orecchiare. Poi l’8 settembre. Poi vivevo in un rione come Migliarina, che si è subito visto il voltafaccia, come prima tutti tacevano, nessuno ci aveva mai detto una parola, il 25 luglio si è tutto rovesciato, infatti i primi a partire per la montagna erano stati quelli che si erano messi in evidenza il 25 luglio. Poi lì ero in montagna, c’era il commissario, abbiamo cominciato ad imparare la politica, certo quando ho sentito dire la terra a chi la lavora, il pane a chi lavora, che poi leggendo fra parentesi io le avevo prese per parole d’ordine comuniste, invece a quanto pare erano parole di Sant’Agostino, che però la chiesa non mi aveva mai detto.

E’ da allora che ho cominciato ad essere il vero partigiano, perché allora non avevo ancora quella potenza ideale che mi ha fatto resistere. Sono stati i vent’anni, diciannove anni, penso che non so se è una impressione mia, nessuno accetta di morire ma i giovani particolarmente. E là vedevo che qui i giovani che morivano avevano come un senso di stupore in viso: “Ma guarda cosa mi è capitato?”. Però sono sempre stato portato ad avere fiducia; vedevo un uccellino “Porta bene, mi porta speranza”. La prima macchia di verde che ho visto fra la neve, a primavera forse, perché poi c’erano anche questi contrasti: gli americani sono qua, dopo l’indomani erano cento chilometri più indietro. E dato che quando mi hanno arrestato gli americani erano a Carrara, dicevo “in carcere non ci sto mica tanto”, e invece piano piano anche questa speranza è dovuta scemare. Era forse il mio carattere, ero forse, come si potrà dire, immaturo, non so, idealista, speravo in me, e speravo tanto di sognare mia madre, che a volte quando sul lavoro mancava l’energia mi andavo ad accucciare sotto la carlinga disperato, mi sfogavo di pianto, mi sfogavo di pianto a invocare mia madre. Il desiderio di sognarla, non mi è mai capitato, anche la notte riuscivano a fartela diventare un incubo, perché al mattino bisognava andare a ritirare il caffè, che poi non l’hanno mai visto, ma quel po’ d’acqua calda e allora chi capitava capitava. Io ormai che ero ridotto in quelle condizioni avevo un incubo: “Ho detto questi se mi prendono è finita, infatti al mattino Aufstehen, io non ce la facevo”. Facevo “No, guardate come sono ridotto non ce la faccio” e questi a picchiarmi, facevano finta di non capire che io, non è che non volevo non ce la facevo a portare quei bidoni, finché quel povero disgraziato che era con me si è bruciato, se l’è rovesciato addosso, ma anche quella volta lì sono stato fortunato, sono rimasto vivo.

Rupel Savina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Come ti chiami ?

R: Rupel Savina ma Savi ….

D: Quando sei nata?

R: Il 3 del 10 del 1919.

D: Dove?

R: A Prosecco, provincia di Trieste.

D: Posso chiamarti Savina adesso io ..?

R: Sì tesoro. Sui documenti mi hanno ridato il mio nome. Savina va bene, Rupel Savina.

D: Savina, quando sei stata arrestata?

R: La prima volta del 16 giugno, no agosto del ’43 fino all’8 anzi fino al 10 di settembre. Dopo sono stata liberata che era il “ribalton[1]”.

D: Perché sei stata arrestata quella volta?

R: Perché, non so neanche io perché. Sono venuti e mi hanno arrestato.

D: Ma sono venuti a casa a prenderti?

R: A casa. Me, mio papà e mio fratello, tutta la mia famiglia. A Prosecco.

D: E dopo il 10 settembre 1943 …

R: Alle 8 di sera siamo partiti per Frosinone e alle 6 di sera è arrivato l’armistizio. Così dopo due giorni mi hanno liberato. Quella volta ero deportata dai Gesuiti, a Trieste sempre.

D: I Gesuiti sono le carceri?

R: Le carceri dei Gesuiti ma adesso non son più là.

D: E dopo sei stata arrestata ancora, quando?

R: Dopo sono stata arrestata il 18 novembre del ’44.

D: Dove?

R: Sempre a casa.

D: E perché?

R: Quella volta un rastrellamento, non sapevamo neanche per cosa. Sempre contro il nazifascismo, ecco. Avevamo le nostre idee e volevamo essere liberati.

D: Savina, chi e che ti ha arrestato questa seconda volta?

R: I tedeschi.

D: E hanno arrestato solamente te della tua famiglia?

R: Quella volta sì, sola, dopo otto giorni anche mio fratello.

D: E dove ti hanno portato?

R: Al Coroneo.

D: Che sono le carceri di Trieste?

R: Sì il Coroneo.

D: E ti hanno interrogata?

R: Sì un poco, qualche cosa.

D: Non hai subito violenze, botte?

R: No.

D: Cosa ti chiedevano?

R: Solo dov’era mio fratello più piccolo e dove lavora, dov’è e tutto questo.

D: Ma tuo fratello era partigiano?

R: Era in organizzazione, come eravamo la maggioranza nel paese.

D: E quanto sei rimasta lì al Coroneo?

R: Dal 18 di novembre al 2 dicembre.

D: Poi al 2 dicembre cosa e’ successo?

R: Il 2 dicembre mi hanno portato verso le 4, 4 e mezza di mattina alla stazione di Trieste e mi hanno messa nei vagoni di trasporto per la Germania.

D: Eravate in tante donne?

R: Sì circa cinquanta in tutto.

D: In un vagone?

R: Sì.

D: E c’erano anche degli uomini?

R: No, solo donne.

D: E c’erano anche persone anziane?

R: Si, qualcuno anche. Non so se quarant’anni, ma pochi, la maggioranza gioventù.

D: E voi non sapevate dove stavate andando?

R: No.

D: E quanto è durato il viaggio?

R: Il viaggio quattro giorni, perché il giorno di San Nicolò siamo arrivate. Il 6 dicembre.

D: Durante il viaggio il treno si è fermato il trasporto?

R: A Villach, solo una volta e dopo sul terzo giorno, di sera mi ha portato qualcosa come una zuppa, un quarto di litro. Un poco di caldo dopo tre giorni. Niente altro.

D: Per tre giorni non avete mangiato..

R: Sì. chi aveva qualche cosa con sé allora si guardava di mangiare quel necessario per salvare più a lungo.

D: Tu credevi di andare a lavorare in Germania?

R: Ma speravo di essere almeno un poco libera ma non mi aspettavo quello che dopo ho visto, in che condizioni.

D: Savina, dopo quattro giorni di viaggio siete arrivate dove?

R: A Ravensbrück, sarebbe circa 80-85 km oltre Berlino, a nord.

D: Cosa ti ricordi dell’arrivo a Ravensbrück ?

R: Verso sera era già scuro, due tre ore, quando siamo scese era pieno pieno di ragazzini di 7-8-10 anni e voleva che davamo i nostri bagagli. Abbiamo detto impossibile e loro li pretendevano, quasi quasi obbligavano. Allora noi ci siamo rifiutati perché erano nostri. Hanno cominciato a sputare a tutte e non potevamo fare niente perché c’erano SS tutto intorno. Rifiutammo di darli però non rispondemmo niente andammo a cinque verso la porta del Lager. Sulla porta del Lager che mi ha impressionata, almeno a me, ho visto due impiccati, proprio sulla porta del Lager. Quello mi ha fatto un’impressione che non ho mai dimenticato.

D: E dopo che siete entrate nel campo.

R: Nel campo per una sera ci hanno messo sotto una tenda grande grande. Quella sera non potevamo respirare perché l’aria era una roba incredibile. Non si poteva respirare. Era una puzza che non si può neanche descrivere com’era. Là chi aveva ancora qualcosa … abbiamo finito quasi tutto, dopo quattro giorni. Chi aveva qualcosa le è sparito. Poi ho visto che in una colonna dentro un grande porzie c’era. Ho guardato e ho detto “sarà abbastanza da mangiare perché già abbiamo abbastanza fame. Ci dev’essere abbastanza da mangiare se hanno delle porzie – porzie sarebbe come bacinelle grandi. E cantavano. Se cantano si vede che lavorano e non va tanto male”.

Di sera era scuro e non si vedeva. Solo da lontano si vedeva che marciavano cinque e cinque. Dopo quella notte si è dormito poco e la mattina presto mi hanno portato in un altro posto, di fronte, e là ci hanno detto che dovevamo cambiarci.

Difatti hanno portato via tutto quello che avevamo, tutto, tutto. A certi, quasi tutti, anche i capelli. Tutto. A me sono stata fortunata e un’altra, siamo restate e mi hanno lasciato i capelli. Del resto hanno portato via tutto quello che avevamo ed eravamo nude. Per non so quante ore. A noi sembrava assai lungo perché era assai freddo. Eravamo nude e aspettavamo cosa mettere addosso.

Siamo andate in questo bagno grande grande, e là hanno portato su un carretto, tirato da queste prigioniere, si è fermato davanti alla porta e ha portato questo poco da vestirci per tutte noi. Allora abbiamo diviso. Chi era più fortunata riceveva qualche vestito un poco più pesante. Certe della roba di seta, roba che non ci riconoscevamo più l’una con l’altra perché eravamo … può capire in che modo. Non potevamo credere. Dopo che eravamo là tutto il giorno, verso sera era l’inverno e veniva subito scuro, ci hanno portato nel blocco di Zugänge[2], blocco 29, e là mi hanno messo su questi letti a castello e hanno messo su ogni letto, che era circa 70 cm, ne hanno messe tre. Eravamo stanche, sfinite un po’ dal trasporto, annientate il primo giorno – con una parola – non potevano credere che così presto eravamo arrivate a questo.

Là hanno dato ordine alla mattina c’è stato l’appello che era tremendo. Una che era già dentro mi ha avvertito “Guarda che l’appello è la roba più tremenda”. Allora quando c’era l’appello dovevi essere pronta subito, alzarsi e andare non restare se no si andava incontro a prendere legnate.

In quel momento eravamo già sfinite, alla mattina, non so a che ora perché non avevamo orologio, era ancora due o tre ore di scuro, eravamo già sull’appello. Come hanno ordinato, anche se non capivi a suon di bastonate dovevi capire. Il primo giorno sono stata battuta tre volte. Perché il primo giorno, io ero quasi ultima, pioveva una roba spaventosa, freddo, piove eravamo in fila come militari e c’era una pozzanghera piena d’acqua e io invece di tenere le gambe dritte tenevo le gambe una di qua e una di là: hanno cominciato a battermi per le gambe. Freddo e sentivo dolori forti e non ho capito per cosa allora una davanti mi ha detto che dovevo tenere. Ed ho subito capito.

Dopo quando siamo rientrate ero sempre ultima perché non volevo mai, si doveva mantenersi sempre in mezzo, mai ultima, no prima, ho subito capito ma non sapevo. Ero ultima sempre … non avevo il coraggio di spingere, insomma vado ultima e per il freddo mi tenevo così e vado dentro. Sulla porta mi hanno acchiappato e mi hanno buttato fuori. Ero giovane, ho fatto un salto e non sono cascata per terra. Allora ho guardato perché e non capivo perché era freddo. Sono andata di nuovo dentro così. Di nuovo mi butta fuori ed ogni volta mi ha dato una nerbata. La terza volta che avevo paura ad entrare perché ero rimasta sola e una, dietro questa Ausierka, mi ha fatto che dovevo guardarla. L’ho guardata questa prigioniera mi ha fatto “dritta” come dovevo comportarmi, allora era una scuola che non ho mai dimenticato, ho fatto così e infatti mi ha lasciato entrare.

Così il primo giorno sapevo già regolarmi. Dopo non ero mai più battuta, mai più perché non ero la prima e anche per andare a prendere il rancio, il mangiare, non si doveva essere primi e neanche ultimi perché i primi erano guardati come volessero essere primi, era questo.

D: Savina, la vestizione. Cosa ti hanno dato da vestire?

R: Un vestito nero, stretto, di lana fino qua e qua tutto un pizzo, come se dovessi andare a ballare. Ma per me era grave perché ero incinta e dovevo sposarmi quel giorno che ero in viaggio per la Germania. Dovevo sposarmi il 2 gennaio. Ero contenta lo stesso perché era di lana. Dopo mi hanno dato il numero. Il mio numero era 91329: Questo non lo dimentico mai, in tedesco era Einundneunzigtausenddreihundertneunundzwanzig, non l’ho mai dimenticato. Questo era importante perché se chiamavano si doveva subito … Così abbiamo cominciato la vita del Lager, ma era tremendo. Non si può capire come si viveva perché non vi era che giorno, non c’era un orologio. Pensa che bestia.

Poi quella era insopportabile l’odore, ci volevano cinque-sei giorni per poterci abituare un poco poco, si teneva sempre qualcosa ma sull’appello non si poteva, si dovevano tenere le mani dritte. Non ci potevamo tappare il naso. Tremendo.

D: Savina, ti hanno messo in qualche compagnia di lavoro?

R: Per il momento no, ho aspettato. Dopo di là sono restata sempre in questo blocco di Zugänge perché ero, ma erano di tutte le nazioni era là; dopo mi hanno spostato al blocco 32. Nel blocco 32 ero finché avevo la mia creatura e dopo fino al giorno, doveva essere il 14 di febbraio, doveva essere no l’11 febbraio, perché dopo tre giorni avevo questa creatura.

Ha vissuto quattordici giorni, il giorno 28, come calcolavo, è morta di fame e di stenti.

D: Come facevi al alimentarlo?

R: Prego?

D: Come facevi ad alimentarlo, a dargli da mangiare?

R: Niente. Facevano esperimenti perché quasi tutte che erano con me quella volta sono tutte morte. Le conoscevo.Una di Gorizia, Pinter Helena, era di Piuma, vicino Gorizia. Aveva 18 anni e quella era stata violentata da quello da cui lavorava. Il padrone l’ha mandata e l’hanno portata via, trasportava il vino di Vipacco con un cavallo, l’hanno arrestata, così raccontava. Perché il padrone aveva paura che sua moglie lo veniva a sapere. Piangeva sempre. Lei era magrolina. Eravamo tutte magre.

D: Ed era in campo con te anche lei?

R: Prego?

D: Era in campo a Ravensbrück  con te anche lei?

R: Sì. E’ venuta su da Gorizia lo stesso giorno perché erano tante di Gorizia, erano di Biglie, erano di Ranciano, Vertoiba. Erano tante. Abbiamo fatto il viaggio preciso sempre là. Dopo delle mie paesane i primi giorni di dicembre, prima di Natale, sono andate per le fabbriche a lavorare. Certe sono restate là ma al Betrieb, alla Schneiderei, che dopo sono andata anche io a lavorare a Betrieb. Noi in tempo di due ore si doveva sapere lavorare a macchina elettrica, il mio mestiere era altro. Insomma non si può neanche capire, insopportabile. Solo se si aveva quella di tornare ancora una volta a casa.

D: Quindi Savina, tu come altre donne avete partorito un bambino a Ravensbrück ?

R: Sì, ma sono tutte morte quelle che conoscevo.Una era di Solcano di Gorizia, non so se aveva bambino o bambina ma è morta anche lei. Lei era sposata con un Grossovin ed i suoi genitori avevano una, come si dice, una segheria.

La segheria. Sono slovena e sono diversi anni che non parlo tanto italiano perché sono via dal mio lavoro.

D: Lo so che è doloroso Savina, lo so che per te è molto doloroso. Per quattordici giorni tu hai tenuto la tua creatura lì a Ravensbrück ?

R: Era tremendo perché sapevo che sarebbe morta, dal primo giorno perché non c’era niente. E anche quei tre giorni che mi martirizzavano, non so come sono sopravvissuta. Perché erano patimenti, lo facevano per vederequanto sopportavauna donna. Mi ricordo che guardavo e sapevo che sarebbe morta; ma forse succederà che finisce la guerra. Sarebbe stato un miracolo. Perché si sentiva già che sarebbe finita presto, perché si sentiva il fronte vicino. I Russi. Speravamo perché gli ultimi due mesi più venivano i bombardamenti più eravamo felici perché prima finiremo.

Solo di sera andavamo a letto e avevo le speranze almeno di sognare casa e i miei familiari. Eravamo tre fratelli là. Non sapevo dove era l’uno o l’altro. Mio papà era solo a casa. Guardavo questo cielo delle volte e mi consolava anche quello. Guardavo il cielo tante volte. Ho detto: tutto mi avete portato via tutto, ma proprio tutto ma il cielo, questo non avete potuto portarlo via perché questo copre anche i nostri familiari, le nostre case, i nostri paesi. Anche quello, si doveva sempre avere speranza e guai ad abbattersi; poi neanche parlare.

Poi alla fine era tremendo perché non si poteva più. Il 25 di aprile di sera è venuto un ordine, c’era anche dentro qualche organizzazione, si sentivano già i cannoni, il fronte era vicino, era tutto rosso il cielo. “Abbiamo 20-30 km al più grande fronte, guardiamo di nasconderci”. Questo è un ordine venuto quando era già un’ora di buio. Dopo sono venuti i tedeschi ed hanno detto “In cinque minuti tutti fuori” dopo hanno dato altri ordini. Saremo liberati. Sono andati dentro con queste mitragliatrici. Finito. Chi è restato dentro ha perso la vita. Dopo sarà quel che sarà, siamo venuti fuori. Hanno dato cinque minuti allora tutti pian piano, pochissimi sono restati e quelli sono finiti là.

Ci hanno messo in fila, era verso mezzanotte già se calcoliamo indietro le ore che era scuro, ci hanno messo in fila ed hanno dato l’ordine a destra o a sinistra, non mi ricordo più, se non si può camminare 30 km che si metta da parte che verranno i camion e li porterà via. Quelli che se la sentono di camminare 30 km si mettano dall’altra parte. Abbiamo detto “So che non camminerò 30 km, ma neanche 3 km però vado da questa parte perché non posso credere che mi porterà con un camion”. Sapevo che nel blocco 23 i camini che fumavano erano le persone che ardevano ogni giorno, giorno e notte. Allora ho detto “No, mi metto da questa parte”.

Dopo hanno diviso un pacco da 5 kg per cinque persone – che erano sempre per cinque – dentro questi pacchi abbiamo spartito subito perché nessuno poteva portare 5 kg, era pesante e poi è meglio spartire subito. Chi ha mangiato subito qualche cracker o latte in polvere o cosa. Li portavamo così perché non avevamo niente. Avevamo un piccolo vasetto e qualcosa abbiamo messo là, se no portavamo tutto poi mangiavi. C’erano quelli che mangiavano subito, io mi salvavo più che potevo perché sarò sempre più bisognosa quando camminerò.

Abbiamo camminato fino all’alba, siamo andati fuori, era una fila, il campo era grande, era una fila grandiosa. Non finiva mai. Siamo andati fuori. Quando veniva l’alba, veniamo sulla strada principale e vediamo i militari del fronte, tutti fasciati, tutti rovinati venivano carri con cavalli e questa gente che si ritirava dal fronte, gente dei paesi, con le carrozzelle, coi figli, senza figli, coi bagagli, si ritiravano tutti dal fronte. Avevano tutti fretta. E noi ci siamo messi in mezzo e loro da una parte e dall’altra, eravamo in centro. Perché quando venivano questi apparecchi mitragliavano, loro scappavano fuori dal centro della casa e noi dovevamo stare là, avevamo sempre le guardie con i cani; ogni tanti passi c’era un soldato della Wehrmacht che seguiva la colonna e camminavi, camminavi. Otto giorni e otto notti.

Sempre in fila, si vedeva questa fila davanti e dietro di noi, giorno e notte, non c’era altro. Il primo giorno si mangiava quello che si aveva, il secondo giorno anche ma dopo non si aveva più niente e dopo si fermava venti minuti, mezz’ora; andavamo dove c’era acqua per farci qualcosa con la roba che si trovava per strada o un poco di radicella, che cominciava a spuntare quella radice selvatica o indifferente. Si trovavano i cavalli o qualche bestia che era morta allora tiravamo fuori e allora con queste mani, erano tanti, tutti là tutti raggruppati. La prima volta ho detto “Cosa fa là quel gruppo, cosa spartisce?”. Dopo che abbiamo visto che era uno scheletro, siamo arrivati troppo tardi e dopo guardavamo tanto se si trovava qualche bestia crepata o morta o di bombardamento o cosa.

Mi ricordo una volta, senza nessun coltello, solo tirando l’uno con l’altro.Qualche volta si tirava, si tirava e dopo non si trovava niente perché qualcuno perdeva la mano. Qualche volta mi è toccato che mi hanno portato la mia razione di pane. Che dovevo quellavolta vestirmi che non avevo niente addosso, quando avevo questa creatura, anche per questa creatura, solo con il pane o con la zuppa si comprava qualcosa.

Quella volta mi ha salvata una certa Pierina che era infermiera, ma era anche lei come noi, deportata. Però faceva l’infermiera, era di Gorizia, era una brava persona. Mi ha detto “Anche se ti hanno rubato ti procurerò io”, lei mi ha trovato un cappottino piccolo, ero secca e tutto mi stava, fino qua e sotto avevo una canottiera da uomo. Quando è morto il mio piccolo.

Quando era l’ultimo giorno, quando ho visto questa gente che si ritira ho detto “Ma noi forse torneremo, ma loro?”. Loro saranno adesso prigionieri e noi forse avremo la nostra liberazione. Intanto se devo morire, morirò fuori del Lager e quello mi ha dato tanto, tanto coraggio. Che abbiamo camminato, camminato: in otto giorni abbiamo fatto, giorno e notte, non so, so che chi si strascinava una con l’altra, qualche amica che aveva un po’ più di forza, quella che stava per morire, si trascinavano una con l’altra. Una volta forse due volte, gli ultimi giorni che il fronte era un po’ lontano, perché a loro veniva il cambio con la macchina e li portavano via e venivano altri di quelli che ci guardavano.

Gli ultimi giorni proprio non potevo più e ogni tanto domandavo a questi, non ci bastonavano per andare avanti però sempre in cinque, quella che non poteva più si ritirava, allora restava ultima, come è toccato a me l’ultimo giorno. Ho domandato “Dove andiamo?” mi hanno risposto: “Bitte wohin? ” “Ich weiß es nicht, immer weiter” … Allora dopo l’ultimo giorno era c’era una pianura, noi eravamo in colonna, bellissimo era questo bel prato e guardavo, era un bel sole che tramontava, questo è l’ultimo sole “Ragazze se venite qualche volta a casa“, dopo ci siamo trovate con le mie paesane, quando sono andata a lavorare al Betrieb Schneiderei. “Dite che non potevo più andare avanti. Portate i miei saluti ai miei fratelli se torneranno anche loro e dite che non ce la facevo più”. Sono uscita dalla fila perché si doveva andare fuori della fila e mi sono poggiata su un albero e guardavo questo sole e sono passati forse anche venti minuti, il sole era andato via.In quel momento sento mitraglie, mi giro, credevo che era vicino il fronte e vedo che cascano queste prigioniere che non potevano andare avanti, con la raffica. Quando erano a forse cinquanta metri, vedo una che era proprio con me, che dormiva con me aveva due figli, era di Ljubljana, due ragazze, la vedo che si alza di nuovo sul ginocchio e si teneva così e guardava avanti, voleva ancora camminare. Loro le hanno detto: “Noch einmal e ancora raffiche” è caduta lei e ancora un venti altre là per terra. In quel modo che ho visto come finivano le ultime mi ha preso una forza di volontà, “No!” – ho detto – “Non devo crepare su questa maledetta terra. Devo tornare a casa”. Era già quasi scuro e ho cominciato a camminare, non so chi mi ha dato la volontà, i nervi: devo tornare a casa.

Mi sono messa in fila con quelle che erano ancora vive e ho cominciato a camminare, a camminare, dopo un’ora ho visto venire, come altre, come si poteva, si camminava sempre come si poteva però non è questi che mi guardavano con i cani sapevano che non potevo scampare perché ultimo, ultimo che cascava. Dopo quella sera abbiamo camminato tutta la notte e alla mattina presto sentimmo come una bomba. Ci siamo girate e si può dire che eravamo proprio ultimi, tutta la notte ancora, forse c’era un chilometro dietro di noi. Vediamo che era saltato un ponte che avevamo passato prima e siamo restate tutte ultime. Saltato questo ponte è venuto un camion che ha detto “Ormai è finito”. Ha caricato tutti su un camion e siamo andati avanti. Siamo cascate per terra, doveva essere di sera tardi oppure verso la notte, la mattina c’era il sole, una bella giornata fredda perché era maggio. Abbiamo visto che non c’era più nessuno di questi tedeschi e ultimo che era ha cominciato che voleva ancora e l’altro “Non vedi che è finita?” lo ha battuto e lo ha buttato via. Dopo quel camion sono restati un po’, siamo restati ultimi e siamo scappati in un boschetto che era lì vicino e là siamo stati al sole, non si vedeva nessuno. “Allora siamo libere, libere”.

In quel momento non si vedeva nessuno, allora certe une sono andate per dritto dove era questo camion ad hanno trovato tanto tanto the, come the russo, tante scatolette e le hanno caricate tutte, due o tre erano mezze bruciate, qualcuna che tutto per terra, qualcuna era ancora buona. Insomma l’abbiamo sciolto, ci voleva l’acqua, allora abbiamo visto una casa, come una fattoria, grandiosa, ma era da fare cento metri su una collina, bellissima, là troveremo acqua. Una è andata, noi dietro pian piano che ci tenevamo l’una con l’altra, ci aiutavamo per metterci in cammino perché non si poteva. Eravamo indurite per terra. Avevamo il the, siamo libere, non si vedevano più i militari, i tedeschi. In quel momento vedo che da una parte viene un militare su un cavallo grande con una stella rossa così. “Partisan!” ho detto. “Niet Partisan!” – ha detto, “za ruski vojnik”, che sono militari russi. Ho detto “Non ci sono più tedeschi?”. “No”. “Siamo libere”. Non ci potevano credere, come alzarsi dalla morte.

Ha detto: “Non è ancora finita la guerra, dovete stare bene attente perché ci sono tanti che si nascondono ed è un peccato adesso”. Parlava russo ma ci capivamo, tutto capivamo perché era così, purtroppo non so perché si sentiva una parola di qua e una di là e si capiva abbastanza.

“Dovete stare assai attente a non perdere la vita, perché è peccato forse, venite in una casa che credete sia vuota e invece c’è sempre qualcuno che può tirare ed uccidervi. Perché la gente è disperata e siamo ancora in guerra”, hanno detto questi russi.

Arriva un altro con un cavallo e ci dice “Volete tanto mangiare ma non mangiate, guardate anche l’acqua può essere avvelenata perché tanti hanno perso la vita. Sono quattro anni che combattiamo ed ho visto tanta gente morire. Ed è peccato perché avete tanto superato che avete patito tanto nei Lager. Dovete avere tanto sentimento perché in qualche angolo potete ancora trovare la morte. Se adesso avete bisogno di qualche cosa, qui ci sono le mucche mungerle e bere il latte”. Se sono patate allora sì, cucinarle ma neanche frutta, niente perché è pericoloso. In qualche orto si trovava.

Si doveva sempre stare attenti; mai fidarsi. Sempre in gruppi andare mai andare da soli, due o tre o quattro sempre nei grandi gruppi e non aver premura di andare a casa perché le strade sono rovinate “Verrà il giorno, aspettate, abbiate pazienza. Noi vi porteremo da mangiare ancora per un giorno dovete andare avanti sole come potete. Poi le nostre cucine vi porteranno. Raggrupparsi più che potete insieme. Anche di notte sempre in tante insieme, mai sole.”

Qualche volta anche per prendere un uovo si perdeva la vita.

Così siamo state liberate e sono finita in un palazzo di Himmler; dappertutto era Hitler e Himmler sulla porta su quelle sale grandi dove c’erano armi antiche e su una porta c’era una tenda rossa e una tenda verde; giusto per avere le coperte di notte. Io ho scelto la verde, lei la rossa. E’ indifferente. Dopo quella coperta che avevamo per tutto il viaggio, siamo arrivati a casa dopo quattro mesi, il primo di settembre; eravamo state liberate il 3 maggio.

A Lipsia c’era un fiume, Elba, mi pare, che dovevamo andare, dopo un mese siamo andati su questo fiume fino in Cecoslovacchia e non so quanti chilometri con questa barca. Sulla cornice del fiume alla mattina gli uomini e dopo pranzo le donne. Abbiamo messo per capitano uno zingaro, che i russi gli davano non so quanto da mangiare e lui mangiava e così ne dava, era tutto buono per mangiare.

Dopo 12 km abbiamo visto una fattoria grandiosa con tante tante bestie, abbiamo detto qua ci fermiamo e là c’era da mangiare per tutti e siamo stati due o tre giorni, eravamo in cinquecento. Sotto c’era questa barca di commercio e là dormiva una vicino all’altra strette come pesci. Basta che andavamo verso casa. Ci siamo accorti poi che c’era un ponte piccolo e la barca non poteva andare oltre, è venuto il comando dei russi: non si poteva toccare quel ponte. Sono venuti due camion, siamo andati in una fabbrica di zucchero avevamo un paio di chili di zucchero, avevamo sempre paura di non trovare da mangiare. Avevamo cambiato quello che avevamo addosso con quello che trovavamo per essere più pulite, perché dentro non era possibile lavarsi. Era acqua sporca nei Lager, davano un sapone che si restava più sporche. Non so di che cosa era, una puzza che non si poteva sopportare, quel sapone bianco che quando si insaponavamo non andava più via. Era come una colla, meglio non mettersi niente.

Dopo abbiamo camminato 40 km e quello che dovevamo portare lo hanno portato loro con i camion per noi tutti. Non avevano altri camion, i russi non li avevano. Però finché eravamo in quella casa, di Himmler, ci hanno portato da mangiare, andavano là e ci portavano pane, subito dal primo giorno, abbastanza pane e dopo siamo andati 40 km a piedi.

Siamo andati a Prinzwalk in una bella cittadina piccola. siamo stati per cinque giorni una fabbrica, forse erano caserme, c’era una grande corte forse c’erano militari dentro prima. Eravamo tutti noi quasi cinquecento, ci siamo stati cinque giorni. Dopo siamo andati sui treni e ci hanno portato a Neubrandenburg, nelle caserme. Belle caserme, sul monte e là abbiamo aspettato fino al giorno che siamo andate verso casa, fino al 12 agosto.

Il 12 agosto eravamo sicure che in tre, quattro giorni arrivavamo a casa, invece siamo arrivate a settembre. Mio fratello … siamo arrivati a casa ma sono andati via perché sono andati a fare il militare per mangiare.

Erano brutte le guerre, sono tremende. Solo questo dico, chi l’ha provato se ha un poco di onestà un poco di cuore, non dovrebbe mai più venire nessuna guerra.

D: Savina scusa una cosa veloce quella fabbrica che tu citavi, che in due ore dovevi imparare …

R: Era a Ravensbrück. Sempre a Ravensbrück; prima mi hanno mandato in una baracca dove si andava solo per lavorare perché veniva la roba del fronte, le divise tutte rovinate, tutte sporche di sangue delle bombe, tutte bruciate. Rovinate e noi, almeno io, dovevo perché avevano messo una tavola grande come era la baracca, dritta, e tutto intorno avevamo e dovevamo mettere quello che trovavamo nelle scarselle sulla tavola. Là ero due o tre giorni ma non si poteva per la puzza che era dentro, questi odori, questa roba sporca, rovinata; se si guardava verso la luce non si vedeva l’una con l’altra tanta polvere, tanta sporcizia c’era. Fuori era enorme e dentro tanto di più per la polvere. Ogni notte – io lavoravo di notte – andavo fuori non potevo mai buttare fuori questa roba tremenda.

Un giorno come trovo nella tasca di questa divisa vedo come un portafoglio, era abbastanza grande l’ho messo sulla tavola però era rovinato. Passa un’Ausierka perché passava sempre così attorno e quando ha visto ‘sta roba, guardava se era qualcosa che voleva. “Cos’è”. L’ha guardata, mi ha levato di mano questa roba, ha cominciato a guardare e dopo l’ha messo dentro e ha visto che era bruciata e ‘sto portafoglio era bruciato, sporco di sangue. Ha guardato e l’ha levato dalle mani, non sapevo, ed è andata via. Dopo un po’ torna e ha cominciato che era suo fratello, era al fronte e gli era toccato. E’ andata via e non l’ho vista più. Il giorno dopo viene e mi dice di andare con lei e mi ha portato in questo posto in cui c’era assai confusione perché c’era un cento macchine, ma era netto, c’era aria pulita. E io ero contenta solo in due ore dovevo sapere le macchine elettriche, per metterle in moto con le ginocchia. Mi ha messo dove si lavora delle camicie, delle divise dei militari, delle aviazioni; era la fabbrica per tutti, roba nuova. Ha visto che non potevo nemmeno lavorare perché stavo male, ero assai grave. Allora mi aveva messo in un altro posto, meno difficoltoso in cui dovevo fare segno se qualcosa non va bene; allora dove potevo stare in piedi, non potevo stare seduta perché mi doleva schiena. Se trovavo qualcosa difettoso o non ben cucito dove portarlo nella parte di fabbrica che lavorava e aveva quello da fare. Segnalavo che non era ben fatto. Quando ha visto che non potevo stare più in piedi mi ha dato i posti meno difficoltosi.

D: Abbiamo finito, però prima di finire una cosa importante: come hai chiamato tuo figlio?

R: Danilo, perché mio fratello si chiama Danilo. O l’uno o l’altro tornerà, Kleiner Partisan. E’ vissuto, non so come ma è vissuto per quattordici giorni.


[1] A Trieste, l’armistizio di Cassibile viene definito in dialetto “Ribalton”, ad indicare l’evoluzione del conflitto dell’8 settembre 1943.

[2] Blocco degli arrivi.

Limentani Mario

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Limentani Mario sono nato a Venezia il 18-7-1923. Nel ‘37 sono venuto a Roma con la mia famiglia; nel ‘38 hanno messo le leggi razziali. Ci hanno levato la scuola, il lavoro, chi aveva una licenza gli è stata levata; insomma noi non facevamo più parte dell’Italia, il soldato non si poteva fare. Poi venne il 1940 quando l’Italia entrò in guerra, essendo ebrei eravamo esclusi. Poi venne l’8 settembre vennero i tedeschi a Roma. Verso la fine di settembre Kappler si presentò alla nostra comunità israelitica di Roma, chiedendo entro ventiquattro ore cinquanta chili d’oro altrimenti prendeva cento uomini e li portava in Germania a lavorare.

Ci siamo dati da fare, cinquanta chili d’oro in ventiquattro ore erano un po’ elevati, però siamo riusciti, anche con la cooperazione dei cattolici, che si sono presentati in tanti dando ciò che hanno potuto dare. Abbiamo consegnato questi cinquanta chili d’oro credendo che ormai per noi non c’era più paura. Invece il 16 ottobre alle ore 4,30 di mattina, circondarono il rione ebraico e vennero per le case. Io abitavo in via della Reginella n. 10, proprio nel quartiere ebraico. A casa mia, per fortuna, avevo a parte della cucina, un cunicolo che andava giù, un nascondiglio in cui c’era una cantina. Noi uomini ci siamo calati credendo che portavano via solo gli uomini, invece quando ci siamo calati le donne hanno cominciato a strillare … portavano via pure le donne, ammalati, vecchi, bambini; allora sono risalito con mio fratello ho preso mio padre, mia madre, tre figlie di mio fratello e siamo scesi. Poi non vedendo mia cognata sono risalito, aspettava il quarto bambino, era incinta di pochi mesi, salii e feci: “Vieni giù”. “No, non vengo giù”. Non ce la faceva con la pancia, poi non voleva lasciare il padre, la madre e una sorella. Mentre io convincevo mia cognata, sentivo con il calcio del fucile che buttavano giù la porta e allora mia cognata ha detto: “Vattene”. E io mi gettai giù. Siamo rimasti là qualche ora; da sotto vedevamo passare tutta questa gente, poi siamo risaliti e non c’era più nessuno. Non c’era né oro, né soldi perché gli avevano detto su un foglietto in mano: “Se avete oro soldi e biancheria, portatevela appresso perché dove vi portiamo vi può essere utile”. Quella mattina presero 1.222 persone, tra le quali 400 uomini, 400 donne e 222 bambini. Da quella spedizione ritornarono un solo uomo e una sola donna. Neanche un bambino di quei 222, neanche un bambino.

Io ero scappato con mio padre e mia madre ed eravamo andati in una zona qui vicino, abbiamo preso in affitto un bunker, quello dove mettono le macchine; io e mio fratello dovevamo uscire per rimediare i soldi per dare da mangiare a sette persone. Per fortuna mio fratello aveva un amico e gli ha dato dei documenti falsi, io invece no.

Un giorno passai per la stazione in via Cernaia, sarebbe qua di dietro, camminando ho visto tre persone che stavano attaccate al muro, ma non potevo più tornare indietro, perché sennò… ma io con la coda dell’occhio ho visto che erano fascisti. Camminai e quando passai, questi mi fischiarono; io feci: “A me?”. “Sì, vieni qui, documenti”. “Guarda mi sono cambiato i calzoni, i documenti non li ho”. Allora quello dimezzo ha fatto un cenno con la testa, mi hanno messo in mezzo a questi due … “andiamo dentro il portone, prendiamo le generalità e poi te ne vai”. Vedevo che passava il tram numero 4 che andava dalla stazione in via Po. Feci una franconata, avevo venti anni e mezzo, ero un ragazzo ancora snello, vedevo che il tram veniva giù – i tram a quei tempi erano aperti – così, io mi inchinai, mi presero per le caviglie, avevo le mani in tasca e mi buttarono per terra. Corsi, stavo per prendere il tram e ho sentito una rivoltella qui sulla nuca, fece “Stai fermo che ti sparo”. Le gambe mi tremavano, anche se ero giovane sentirmi una rivoltella alla testa … e mi portarono in via Montebello, alla questura. Mi levarono la cravatta, tutto quanto, fece “Tu non avevi i documenti”, mi dettero uno schiaffo, lungo per terra. Mi portarono in camera di sicurezza e c’erano un’altra quindicina di ragazzi come me e mi hanno domandato “Come ti hanno preso?”. Quando è stata la sera ci hanno portato su al primo piano. C’era il maresciallo, entrarono questi ragazzi uno per volta e uscivano con un bigliettino in mano, avevano un’ora di tempo per arrivare a casa e c’era il coprifuoco. Arrivò il mio turno, mi guardò, poi guardò un libro “Limentani Mario, prego si metta seduto”; disse “Tu sei ebreo?”, Sissignore sono ebreo, c’è qualcosa di male? Sai dove ti mandiamo noi?”. M”e lo dica lei, io non lo so”. Mi hanno preso ma non so il motivo. “Ti mandiamo in Germania a lavorare”, “Mandatemi in Germania”. Mi fece una proposta. Dice: “Senti, ti dò la parola d’onore che ti lascio, però devi fare una cosa”. “Mi dica, se posso volentieri”. “Dimmi dove sta tuo padre, tua madre, tuo fratello e tre nipoti”. Questo di me già sapeva tutto. Dapprima stetti zitto, poi disse: “Allora?”. “Senta, già che io alla sua parola non ci credo, per carità, perché un italiano che mette in mano a un altro italiano per cinquemila lire a persona, per me lei l’onore non ce l’ha”. Dice: “Guarda che … faccia quello che gli pare”. “Ammesso e non concesso che lei abbia la parola, mi lasci per prendere sei del mio sangue, no, invece che cinquemila ne prenda trenta, lasci perdere”. Allora si arrabbiò, diede un cazzotto chiamò il piantone e disse: “Portalo a Regina Coeli. Arrivai alla porta, mi rivoltai e gli feci un segno col ditino, così. Dice: “Che significa quel segno? Lei deve pregare Dio che non ritorno, perché se ritorno la mando all’altro Paese”. Da lì mi hanno mandato a Regina Coeli, blocco n. 5. Ci stetti un po’ di giorni; il 4 gennaio del 1944 alle quattro e mezza di mattina ci dettero la sveglia, ci hanno incatenato cinque per cinque e ci hanno portato alla stazione Tiburtina, ci hanno caricato, ci hanno messo dentro un vagone, settanta persone per vagone, ci hanno rinchiuso. Solamente una ventina si potevano mettere seduti, abbiamo viaggiato, siamo partiti, abbiamo fatto due giorni e due notti per arrivare a Monaco di Baviera. Siamo arrivati verso mezzanotte e siamo andati  al campo di concentramento di Dachau, ma ancora non sapevamo nulla. Credevamo di andare in un campo di lavoro come avevano detto, ci hanno rinchiuso dentro la baracca delle docce, ci hanno lasciato là un po’ di giorni, non sapevamo nulla ancora; poi la mattina ci svegliarono, ci hanno preso e siamo arrivati a Mauthausen, l’11 gennaio del 1944 verso le undici, mezzogiorno.

D: Scusa Mario, a Dachau non vi hanno fatto la spoliazione.

R: No, niente, non ci hanno dato matricola. Non sapevamo niente perché eravamo dentro la baracca ma non si vedeva niente. Arrivati a Mauthausen, sulla destra dove c’è il muro del pianto ci hanno messo lì e ci hanno fatto l’appello. Ancora non sapevamo, non si vedeva niente, la neve alta, un freddo, 20 gradi sotto zero. Ogni qualvolta che chiamavano un ebreo si faceva uscire dalla riga e ci hanno messo sulla baracca dove sotto ci sono le docce. Eravamo solo 11 ebrei su 480 italiani. Ci mettono in fila addosso al muro, ci misero con le spalle sopra la baracca e si presentò uno delle SS Sarà stato due metri, aveva le spalle, era un colosso. Mentre i nostri compagni andavano giù un po’ per volta a tagliarsi i capelli, tutti vestiti, questo mi chiamò per prima, mi disse: “Sprechen Sie Deutsch?”. Ma non sapevo cosa, però col dito faceva così. Ho capito, sono uscito e mi sono messo … mi fa: “Parli tedesco?”. E io non rispondevo, non sapevo. Un collega nostro, certo Renato Pace, fece: “Mario, ti ha domandato se parli il tedesco”. Non sapendo dove eravamo caduti, risposi un po’ sgarbato: “Ma che mi importa a me, non so quasi l’italiano!”. Alzai le spalle e dissi: “No, non parlo il tedesco”. Non glielo avessi mai detto: mi dette un cazzotto mi mandò lungo per terra, mi rialzai, mi ha riempito di cazzotti, di calci. Per fare breve il discorso, per cinque sei ore di seguito fino all’ultimo che andavo a fare la doccia, cominciava col primo e finiva con il secondo poi ricominciava con me; insomma avevamo la faccia gonfia, usciva il sangue dagli occhi, dal naso, dalle orecchie dalla bocca, dappertutto; gli occhi erano diventati così non ci riconoscevamo più uno con l’altro. Finito di far la doccia ci hanno levato i vestiti, i capelli, l’oro, quello che avevamo e ci hanno mandato a far la doccia, l’acqua era gelata. Finito di fare la doccia, ci hanno fatto uscire senza asciugarci, senza vestire; ci hanno mandato al blocco di quarantena che sta giù in fondo. Siamo entrati là e c’erano i nostri compagni, quando ci hanno visto questi poveracci “Ma che vi hanno fatto, perché vi hanno fatto così…”. E noi chiudevamo gli occhi e dicevamo non lo so; ci hanno dato il vestito e da quel momento non ho inteso più il mio nome.

Da quel momento il mio nome era “Zwei­und­vierzig­tausend­zwei­hundert­dreißig”, 42.230. Dovevamo imparare in pochi secondi altrimenti erano botte. La mattina presto ci hanno levato dalla quarantena e ci hanno mandato al blocco numero 5, il blocco degli ebrei. Entriamo dentro viene un francese, ci ha visto con la stella ebraica e ci ha detto: “Ma voi siete ebrei?”. “Sì”. “Ringraziate Iddio che ancora siete vivi”. “Perché?”. “Perché quelli che vi hanno preceduto li hanno subito eliminati”. “Ma scusa come li hanno eliminati?”. “Guarda là sotto”. Siamo andati sotto e abbiamo visto il fumo. “Ma che cosa è quello?”. “Sono usciti da là”. “Come sono usciti da là?”. “Quello è il forno crematorio”. “Ma perché? Non lo so”.

Quando è stato il giorno appresso sono venuti da Torino, il convoglio e invece c’erano cinque ebrei e li hanno mandati da noi, padre e figlio, due fratelli e un altro. Viene questo francese e fece: “Guarda, voi domani andrete a lavorare alla cava, però quando andate giù mettetevi sul lato destro, quando venite su mettetevi sul lato sinistro”. “Ma perché?”. Ho fatto io. “Lo vedrai domani mattina”. Effettivamente la mattina alle quattro sveglia, mi metto subito in fila, siamo stati due tre ore là in fila, per l’appello, poi hanno aperto il portone e siamo andati giù, e siamo arrivati alla cava … Effettivamente aveva ragione perché sulla destra non c’era il burrone, sulla sinistra c’era.. noi la chiamavamo la scalinata della morte, le SS dicevano invece che era il muro dei paracadutisti. Oltre cinquanta metri. Il nostro lavoro consisteva da dodici ore al giorno andare giù a mettersi sulle spalle un masso di granito di minimo venticinque chili, si doveva percorre questa scalinata in fila per cinque, non era che tu pigliavi il masso e andavi su, no, prendevi il masso dovevi mettertelo in spalla e poi aspettare la fila. Davano il via e andavano su e lì morivano tutti i giorni duecento, duecentocinquanta perché bastava perdere l’equilibrio … sa noi eravamo appena arrivati giovani di venti, sedici, diciotto anni, bastava che cadeva uno o sennò quando arrivavamo su le SS con il calcio del fucile ti davano una botta sulle costole tu perdevi l’equilibrio e cadevi. Finito il nostro lavoro noi ci dovevamo prendere i cadaveri metterli sulle spalle e andare su, c’era quello che contava, per modo di dire, cento persone, loro dicevano “einhundert Stück” significa che noi non eravamo più uomini, significa sono usciti “cento pezzi” e cento pezzi dovevano ritornare, perché se ne mancava uno stavi delle ore e ore. Noi portavamo questi cadaveri. Poi si posavano per terra, gli addetti ai forni crematori li pigliavano e ritornavamo alla baracca numero 5. Alla baracca numero 5 non c’erano le cuccette, come le altre baracche, si doveva dormire per terra, per modo di dire su una parete che poteva andare cento centocinquanta persone, ci doveva entrare duecentocinquanta. Perciò il capoblocco quando dava le bastonate, insomma … 

Un passo indietro, noi ebrei prima di entrare nella baracca ci dovevamo spogliare nudi, solamente con una camicia di cotone, fare il pacco dei vestiti, delle scarpe e lasciarli fuori sulla neve, può immaginare quando la mattina dovevamo… Il capoblocco aveva due modi per svegliarci, dipende da come si svegliava lui, o a suon di bastonate, aveva un coso di gomma o sennò con la pompa dell’acqua. Può immaginare, tutti bagnati uscire fuori in mezzo alla neve; era diventato legno, per fortuna è durata quattro mesi solo. Quattro mesi, ma erano quarant’anni, no quattro mesi. Da lì ci hanno mandato a Melk.

D: Scusa un attimo Mario, quando ti hanno dato il numero, l’immatricolazione da mettere sulla zebrata, vi hanno dato anche la piastrina per il polso?

R: Il polso e il collo.

D: Cioè?

R: Il fil di ferro con la piastrina di metallo, con il numero mio sul collo e il polso.

 D: A te che triangolo hanno dato?

R: La stella ebraica.

 D: E basta?

R: La stella ebraica gialla e rossa e sopra “it” che significa italiano.

D: Quando vi hanno chiamato per andare a Melk, è stata fatta una selezione?

R: No, una selezione no. La selezione l’han fatta dopo due mesi, poi vi racconterò. Andiamo a Melk, una bella passeggiata…

D: Con cosa siete andati a Melk da Mauthausen?

R: Siamo andati dopo quattro mesi e mezzo.

D: Sì, ma con cosa? Con cosa vi hanno portato?

R: A piedi. Da Mauthausen a Melk è una bella … perché Melk rimane vicino a Vienna, invece Linz …. Arriviamo a Melk ed era un campo, vicino c’era l’aviazione e lì i bombardamenti erano dalla mattina alla sera. Lì però ci hanno dato la cuccetta, eravamo insieme agli altri, non insieme … come a Mauthausen, però sempre la stella ebraica. Non solo eravamo ebrei, eravamo pure martirizzati dai prigionieri stessi perché eravamo oltre che ebrei italiani, ci chiamavano traditori. Lì si doveva uscire dal campo per andare a lavorare, dicevano che non sapevano che c’erano i campi di concentramento, eccome se lo sapevano, perché noi dovevamo uscire dal campo, un bel pezzo di strada vicino alla ferrovia. La mattina c’erano i bambini che ci aspettavano le donne e gli uomini anziani, invece di buttarci un pezzo di pane, ci sputavano addosso e ci buttavano le pietre. Poi sulla ferrovia si doveva andare a lavorare alla cava, era sulla montagna. Si facevano delle gallerie di sette chilometri l’una che poi combaciavano con quelle altre e lì facevamo dei saloni, là si lavorava…. Avevano bombardato le cose e non c’era più niente. E invece siamo andati a lavorare là. Si lavorava dodici ore di giorno e dodici ore di notte.

Le dico un particolare, quello che mi hanno fatto.

Lavoravo di notte, una mattina entrò una delle SS dentro la baracca ha preso venti ragazzi e in mezzo mi ci ha messo pure a me, si rivoltò e mi ha visto che avevo la stella ebraica e mi ha messo in mezzo. Io avevo un vizio che quando ci chiamava il capoblocco o le SS, mi mettevo sempre per ultimo, perché volevo vedere quello che succedeva davanti, tante volte chiamavano per andare a prendere la legna, e poi quando era ora della zuppa, ti davano quei due cucchiai di zuppa per noi era tanto. Anche quella mattina mi misi di dietro in venti in fila, arriviamo dentro una baracca, entra per primo un francesino snello, entra dentro gli strilli! ”Oddio che stanno facendo lo stanno ammazzando?”. Gli strilli proprio, pochi minuti dopo questo poveraccio esce fuori con la mano sulla bocca. “Ma che ti hanno fatto?”. Ha aperto la bocca gli hanno tolto tutti i denti, non gliene hanno lasciato uno; io sono stato fortunato, al tredicesimo ha buttato le pinze, mi ha mandato via “Geh weg”, “Vattene” perché si era stufato. Me ne ha tolti solamente dodici, puoi immaginare, là cominciai a buttarmi giù.

D: Vi toglievano i denti per quale motivo?

R: Per divertimento. C’era un dottore che stava così, passano le SS che fai? Te lo trovo io il lavoro. Tutti questi disgraziati, tutti i denti, poi a me a un bel momento mi squartarono la bocca, li toglievano, li strappavano proprio e buttavano giù: la bocca si era gonfiata, sono stato qualche giorno senza mangiare, mi pulivo con la neve; ecco perchè c’è la selezione. In quel tempo che ero a Melk, il forno crematorio ancora non funzionava, quando morivano mille duemila, li mettevano sui camion e li portavano a Mauthausen e là facevano la selezione. Sapevo che c’era la selezione, spogliandomi mi detti un paio di schiaffi qua, andavo da quello “Dammi un paio di schiaffi, ma dammi i cazzotti”. Vedeva che stavo bene, andavo là facevo così, facevo vedere che stavo bene, mi fa che ancora potevo lavorare. Vado io là “Linz”… ho visto il capoblocco sussurrava alle SS, mi fa “Torna indietro” , mi hanno messo al posto di ad… Ci portano di fuori e ci buttano sopra i cadaveri, arriviamo a Mauthausen…

D: Scusa un attimo Mario, tu a Melk nelle gallerie che lavoro facevi?

R: Dietro le cave, scavavo le cose e portavo fuori con il coso; specialmente la notte la bufera, quando più in là faceva freddo di agosto, può immaginare. Ci misero sopra i cadaveri. Come arrivammo a Mauthausen, quelli che erano ancora in vita, per terra sul muro della morte e quegli altri li portavano vicino al forno crematorio e li buttavano là. Si è presentato uno con un libro faceva: “Tu che sei italiano, francese”; siccome io qualche parola l’avevo capita, avevo imparato, bisognava imparare sennò erano botte, ho capito che cosa è successo; io presi mi strappai la stella ebraica, misi in saccoccia e mi buttai sulla destra. Cominciai a darmi un paio di schiaffi … quando venne da me fece: “Tu? Italiano”. Mi guardò mi mandò in infermeria. L’infermeria era fuori del campo, sulla destra, che adesso ci hanno fatto i monumenti, c’è una grande buca.

C’era un certo Paolino, spagnolo, che era capo cucina, mi conosceva bene, come mi ha visto, “Oh, Jud italiano!”. E io dissi una parolaccia perché parlava bene italiano; gli dissi i morti. “Ma che succede?”. Gli spiegai, “Va bene ti chiamerò italiano solo, va bene?”.  Mentre stavo parlando con lui, mi fa “Vuoi una sigaretta?”. Lui aveva le sigarette, ma non fumava; era un colosso puoi immaginare, le SS gli facevano: “Permetti una parola?” Lui faceva boxe, tutte le domeniche faceva boxe e mandava al creatore. E va bene dammi una sigaretta, mentre stava per rompere un pacchetto, ancora mi ricordo il nome “Zorro” erano piatte piccole, da venti, passa una SS “Paolino, permetti una parola?” “Eccomi”. Mi ha dato in mano le sigarette e mi ha detto: “Pigliati una sigaretta e mi dai il resto”. Come si allontanò mi squagliai e gli rubai le sigarette. Da lì mi salvai. “Ma come ti salvi con le sigarette?”. Sì, sono stato quasi un mese vendendo le sigarette, farne commercio una zuppa e facevo, compravo e vendevo, insomma dormivo, non lavoravo, mangiavo, non pigliavo botte, stavo bene no?  Quando erano cinque giorni andavi in infermeria ti guardavano e io avevo qui sulle gambe tutte rotte le piaghe; quando sapevo che dovevo andare a fare la visita, pigliavo e mi grattavo poi davo una pulita con l’acqua poi mi rifasciavo andavo là altri cinque giorni, stavo bene. Quando è stato l’ultima volta “noch eine fünfe” meno male altri cinque giorni, poi ci ripensò e disse “Vieni qua indietro, metti il piede qua sopra”, disse bandito, “Sei bandito, tu ci provi è quasi un mese che sei qua”; mi prese il numeretto, quando pigliavano il numeretto eri fritto, lui quando andava a Mauthausen faceva la dichiarazione e ogni due domeniche c’era l’impiccagione. Esco fuori da questa baracca e chi incontro? Paolino. “Ahoo non mi saluti più? Mi hai fregato le sigarette ..”. Non mi ha detto niente perché ha capito. “E manco mi saluti! Piantala, non stare a rompere. Aohh che ti è successo?” “Solo tu mi puoi salvare”. Gli ho fatto: “Un’altra volta? Che ti è successo? Così raccontai tutto. “Cosa vuoi da me? Che mi sei figlio? Mi hai rubato le sigarette, io non ti posso fare niente”. Però lui mi guardava … “Guarda guarda va fa…” dissi e andai via. Dopo una mezz’oretta venne dentro uno e dice: “42230 vai alla baracca numero tot che ti vogliono”. “Va be’”, ho fatto io. Era martedì mi pare, mi impiccano oggi invece che domenica. Vado dentro “Guarda tu vai su domani mattina alle quattro c’è il trasporto che va a Melk. Allora mi salvai, andai su alle quattro, quattro e mezza e là mi salvai.

D: Ti hanno riportato ancora a Melk?

R: Sì, mi hanno riportato ancora a Melk e sono stato qualche altro mese. Sempre a lavorare e là era una cosa insopportabile.  Insomma arriviamo e poi da lì siccome si avvicinavano gli alleati ci hanno mandato a Ebensee.

D: Da Melk a Ebensee come vi hanno portato?

R: Sempre a piedi … quella è stata, era la marcia della morte: anche se un mio collega un mio compagno, stava per cadere non potevo sorreggerlo perché sennò le SS prima sparavano a me e poi a lui. Lì, quando cadevano, le SS davano una mitragliatrice e buttavano giù. Siamo arrivati manco la metà a Ebensee, siamo arrivati e nel blocco n. 8, blocco degli italiani, da lì non si doveva uscire dal campo per andare a lavorare perché a Ebensee c’era la montagna e sopra questa montagna c’era il campo di concentramento. Faceva un freddo enorme e là c’erano pochi passi e si usciva dalle baracche e si andava a lavorare dentro le gallerie e facevo le stesse cose. Passarono i mesi e non ce la facevo più. Quando è stato gli ultimi di aprile, io stavo dentro a lavorare e non ce la facevo, sono caduto su un masso e mi sono messo a sedere, è venuto il Meister che era civile e chiamò le SS, “Scusa sa che mi porti i morti qua? Quello non ce la fa manco a reggere un cacciavite”. Non mi ha detto niente, quando è stata l’ora che dovevamo entrare nella baracca invece di mandarmi nella baracca numero 8 mi mandarono nella baracca della morte. Come ti ripeto io camminai, andai proprio in fondo in fondo, mi appoggiai alla baracca però sono caduto, sono svenuto, sopra di me sono caduti altri due, ma erano morti. Insomma erano tre giorni che non potevo neanche muovermi, hanno cominciato a entrare dentro con le barelle a prendere i vivi, i cadaveri e avevano fatto le fosse comuni; per eliminare più persone, hanno fatto le fosse comuni e venivano, buttavano e buttavano; mo’ toccava al gruppo vogliamo dire mio, ho aspettato, sentivo che strillavano in tedesco, in francese non capivo, perché avevo perso la memoria. Non parlavo stavo con gli occhi sbarrati e non parlavo, questo me lo ha raccontato un mio amico, un carissimo mio amico. Mi trovai alla baracca numero 8, il 2 o 3 maggio mi ritrovai con otto coperte sopra. E non capivo niente, vedevo che tutti camminavano con il pane, avevano dato l’assalto ai magazzini e quello è stato un male, perché morivano per mangiare. Effettivamente io quando vedevo da mangiare io lo buttavo anche se non capivo, vedevo e un amico mio un certo Ciccio, mi dette una botta, lui stava bene grazie a Dio, mi dette una botta e mi fece cosare.

E là non capivo più niente, non mangiavo, non capivo più niente, quando il 5 maggio è stato liberato Mauthausen; invece Ebensee è stato liberato il 6 maggio, alle 14.30 entrarono gli americani sfondarono, vedevo, però non ho avuto quella gioia di piangere, dicendo sono libero, non capivo nulla. Allora questo amico mio mi ha portato alla tenda che hanno allestito mi hanno portato in città, dove mi hanno spogliato, lavato e pesato. Pesavo ventisette chili e due etti. Hanno requisito case, hanno requisito tutto quanto, però non c’era più posto e mi hanno mandato al vagone della Croce Rossa. C’era un treno della Croce Rossa, dopo cinque giorni mi hanno preso e mi hanno portato in una villa .. pagherei un milione a vedere quella villa, francamente, una villa, figlio mio, avevo la mia cameretta, una ragazza che mi custodiva, mi lavava, mi dava da mangiare mi portava a spasso, però non capivo niente. La mattina passava il comandante americano con l’interprete e mi domandava come stavo, però io guardavo con gli occhi sbarrati e non …. Dopo ventitre, ventiquattro, venticinque giorni, una notte m svegliai di soprassalto, feci così proprio, tutto buio, misi la mano di dietro e accesi la luce, mi guardai intorno, lenzuola pulite bianche, pigiama … “Signore Iddio mio, ma dove sto qui?” Mi alzai, aprii una porticella e c’era una vasca da bagno, mamma mia, apri la finestra, tutto verde, prato bello, guardai in cielo tutto stellato, stavo con le mani così e guardai in cielo, feci uno strillo da bestia, uno strillo, ma forte, la ragazza che stava nella cameretta a dormire, ha sentito questo strillo ed è venuta là, ha aperto la porta e mi vedeva che stavo così. Poi io mi rivoltai e vidi questa ragazza, e in tedesco gli feci “Hallo Fräulein, es ist fertig Krieg”. “Signorina, ma è finita la guerra? Io sto bene? Ritorno a casa mia?”. Allora questa qua vedendomi così venne là e mi fece: “Sì, sei ancora vivo grazie a Dio”. Mi abbracciò, feci un pianto dirotto erano mesi che non mi usciva più una lacrima anche se mi menavano non usciva più una lacrima. Questa poveraccia mi ha ricoperto bene, mi accarezzava, mi è andata a prendere un bicchiere d’acqua, mi ha calmato e mi sono addormentato. Quando è stata la mattina che è venuto il comandante americano, stavo sdraiato e allora che è successo, venne e mi ha fatto le stesse domande, dice: “Come stai?” “Aho’, io sto bene! Io torno a casa mia, grazie a Dio, grazie a voi, ritorno a casa mia”. E il comandante con le lacrime, mi abbracciò. Insomma, sono stato quasi due mesi, ma mi hanno trattato benissimo, gli americani mi imboccavano.

D: E quando sei rientrato in Italia? Come?

R: Poi sono rientrato nel campo, perché dovevamo fare… si radunava tutti gli italiani e si andava via. Io sono ritornato a Roma il 27 giugno.

D: Che percorso hai fatto e con che cosa?

R: Siamo partiti con i camion fino a Bolzano, fino a che siamo rimasti in mano agli americani con i guanti bianchi. Come siamo arrivati a Bolzano, niente. Sì, c’era la Croce Rossa, c’era un panino con il formaggio e via siamo montati un’altra volta sul camion per andare a Bologna perché non c’erano treni a Bologna, montai sul camion e svenni. Fermarono il camion venne la Croce Rossa e svenni .. “Portiamolo all’ospedale questo”. “No, no”, feci io. “Sono vicino a casa, vado a casa mia all’ospedale”. Allora l’amico mio che stava con me siamo partiti insieme e siamo ritornati insieme. Fece Mario: “Ci vado io a casa. Glielo dico io che sei vivo”. Perché dopo l’ho saputo: mia madre mi credeva morto, perché nel nostro rione qui a Roma avevano messo un cartello dicendo che Mario Limentani era deceduto a Mauthausen. Mia madre mi credeva morto.

In quei tempi quando moriva un figlio, un marito o quello che sia si vestivano di nero, adesso non si usa più. Mia madre invece non si era vestita di nero e quando la vedevano, dicevano “Ma perché? Figlia mia bella, il lutto lo porto al cuore, non al vestito”. Pareva che se lo sentiva questa donna. E mi hanno portato all’ospedale a Bolzano, non lo so quale ospedale, era un grande ospedale. Là sono stato un po’ di giorni, quando è stato il quinto giorno non ce la facevo più e sapevo che c’era un treno che andava a Bologna andai dal coso e dissi: “Guardi dottore mi dia il biglietto che io voglio andare”. “No, ancora sei debole”. “Guardi sto bene, sia buono”. Insomma gli rompevo gli stivali fino a che mi hanno dato. Come sono uscito dall’ospedale, se stavo altri quaranta giorni là morivo io non ci stavo, mandavo per aria tutto.  Ritornai a Roma, andai a Ponte Garibaldi. Siamo arrivati alla stazione Tiburtina, non avevo i soldi e non sapevo dove andare. Andai in un ufficio, “Guardi io vengo dalla Germania”; dice “Embe’?”. “Qualcuno mi porterà a casa mia ..”. “Dove abiti?”. Abitavo in via Arenula. “Aspetta adesso, viene la camionetta ti faccio portare a casa”. Sono passate due ore nessuno mi prendeva, all’ultimo mi sono stufato ho preso il tram; non ho pagato il tram, non ho pagato niente e sono andato a casa.

Grazie a Dio ho ritrovato tutti quelli che ho lasciato.

D: Mario, durante il tuo periodo di deportazione nei campi hai trovato anche delle donne deportate?

R: Sì, a Mauthausen c’erano delle donne. Erano al campo 3 ma si vedevano poco.

D: Hai trovato anche dei religiosi deportati, dei sacerdoti?

R: Sì, sì mi ricordo uno che si chiamava … Mi ricordo che aveva fatto il presidente qui .. Era prete poi si è spogliato. C’erano dei sacerdoti, dei preti e pure loro prendevano le botte come noi.

D: E dei ragazzini, dei bambini ne hai visti?

R: Purtroppo io posso dire tre cose solamente, perché se dovessi dire tutto ciò che ho passato io, tutto ciò che ho visto io … Già non parlo mai perché farebbe male a me stesso, quando vado per le scuole non racconto; racconto solamente tre cose.

Un giorno il comandante di Mauthausen portò il figlio che compiva diciotto anni ha preso quaranta deportati li ha messi sul muro del pianto, ha preso la sua rivoltella e l’ha messa in mano al figlio e il figlio uno per uno li ha giustiziati, per far vedere che lui era un uomo, non noi.

La seconda volta entrò uno delle SS si rivoltò e ha visto un gruppetto di ragazzi piccoletti, tre anni e mezzo, sei, cinque anni, si soffermò a guardare poi prese il più piccolo, si mise a giocare un po’ poi con tutta la sua forza lo buttò sui fili spinati. Quel bambino è rimasto appiccicato lì. “Che cosa ha fatto di male quel bambino?”.

Un’altra volta entrò uno delle SS ubriaco, cominciò a sparare, dopo pochi secondi è caduto ubriaco, ne uccise quattrocento.

Queste sono le tre cose che io dico solamente, altro non posso e non voglio dire perché sono cose che c’è rimasto impresso, sono passati 57 anni e mi pare sempre di essere stato lì. Io adesso ho parlato con voi, mi avete interrogato, io questa notte non dormo. Perché mi viene tutto in mente ciò che io ho detto, molte notti io mi sveglio mi pare di stare lì.  Mi pare di stare nel campo e vedere con gli occhi i maltrattamenti che hanno fatto ai miei compagni, quello che hanno fatto a me. E’ una cosa indimenticabile, non si può scordare, io vado per le scuole, porto i ragazzi a Mauthausen, non lo faccio per me ma lo faccio per un suo avvenire, per mettere in guardia che oggi domani non possa più succedere una cosa simile.

D: Come si chiamava l’amico che ha fatto tutto il percorso con te?

R: Questo Ciccio ha fatto con me, poi un altro Davide, però disgraziatamente siamo tornati in quattro qui e sono rimasto solo io.

D: E di tutto il trasporto che siete partiti, in quanti siete tornati?

R: 480, e siamo rimasti in tre, quattro, uno sta a Torino, erano due fratelli, erano i nipoti di Badoglio. Partiti con noi. Adesso uno sta a Torino, gli ho telefonato dopo 52 anni, il fratello è ritornato Pietro si chiamava, ha avuto un incidente con la macchina è morto, e questo è rimasto che io a un congresso nostro si parlava del più e del meno, sta a Torino, sta con me, e mi dette il numero del telefono. Quando ritornai a Roma gli telefonai, dice: “Ma chi sei?” “E’ inutile che ti dico il nome. Io mi ricordo di te perché siete due fratelli”. “Ma tu chi sei?” “Io ti dico un particolare”. Io gli dissi quel particolare e non ho neppure finito che si è messo a piangere.