Zaccherini Vittoriano

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

Mi chiamo Zaccherini Vittoriano. Sono nato a Dozza, il 28.11.‘26. Son stato arrestato dalle brigate nere il 20 novembre 1944. Arrestato e portato nelle carceri di Imola, che sono dislocate nella Rocca.

D: Ecco, scusa Vittoriano, ma perché tu sei stato arrestato?

R: Sono stato arrestato naturalmente per una spiata perché io era già da cinque mesi che ero su nei partigiani.

D: Dove?

R: Nei partigiani, ero su nel Sap montano, che era un distaccamento della 36ª Brigata Garibaldi che operava nelle colline toscano-romagnole.

D: E sei stato arrestato dove?

R: Sono stato arrestato a Imola. Dopo, naturalmente, essendo stato in brigata, la mia compagnia in un’azione di guerra fu tagliata fuori. Io fui mandato nella Bassa Romagna, dai gappisti. Il 20… il 19 novembre, il Comitato di Liberazione mi ordinò il ritorno a Imola, per potere formare il battaglione di città, cioè, tutti quei partigiani che erano stati in montagna venivano richiamati una parte di loro in città per formare il battaglione per occupare Imola.

Io arrivai a Imola con una staffetta partigiana, con una ragazza che portava, naturalmente le mie armi, in bicicletta. Arrivai a casa la mattina che erano le 6, 6 e mezzo; alle 8 dovevo rientrare a prendere le mie armi da questa ragazza che lavorava in centro a Imola, ma a una spiata le brigate nere sapevano già che io ero arrivato. Come traversavo la piazza mi vidi a 50 metri il gruppo delle brigate nere, che erano in cinque, che mi dissero l’alt, “abbiamo saputo che sei arrivato, ti venivamo a prendere”. La mia fortuna fu che non entrai prima dalla staffetta partigiana che aveva le mie armi, perché in questo caso venivo preso con le armi in mano, e lì c’era praticamente la fucilazione.

D: Con te sono stati arrestati degli altri?

R: Con me sono stati arrestati, non quella mattina ma i giorni susseguenti, altri sette ragazzi imolesi che han fatto il carcere con me a Imola, l’interrogatorio a Bologna e al comando delle SS, e il carcere a San Giovanni in Monte fino alla partenza per la Germania, per Bolzano.

D: A proposito di interrogatori, quando tu eri nelle carceri della Rocca a Imola, sei stato interrogato?

R: Io sono stato interrogato e malmenato parecchie volte, perché, naturalmente, sapevano che io ero nei partigiani; e un mese prima, il comandante delle brigate nere di Imola fu… i gappisti imolesi tentarono di ucciderlo, e lui credeva e pensava che io sapessi chi aveva sparato a lui.

D: Gli interrogatori, chi te li facevano?

R: Gli interrogatori in un primo momento furono fatti dalla brigata nera, che la sera del 28 novembre, il giorno che io compii gli anni, mi misero in una vasca – era un inverno freddissimo – in una vasca ghiacciata, nudo, e col calcio della rivoltella mi picchiavano in testa finché io dovevo stare immerso nell’acqua, che naturalmente non gliela facevo, e botte: fui malmenato parecchie volte in quelle condizioni lì.

D: Oltre le brigate nere ti ha interrogato anche…

R: Dopo mi hanno interrogato le SS. Naturalmente, dopo aver avuto gli interrogatori delle SS, dalle carceri di Imola ci mandarono tutti e otto, io e i miei sette compagni di prigionia, al comando delle SS qui a Bologna, ai Giardini Margherite [Giardini Margherita, ndr]. Di lì, furono anche lì tre o quattro giorni di interrogatori, siamo stati malmenati tutti anche lì e poi dopo portati a San Giovanni in Monte, nelle carceri.

D: Sempre di Bologna.

R: Sempre di Bologna, sì.

D: Vittoriano, il 22 e il 23 dicembre del ’44, cosa è successo a te?

R: La partenza… sì. Dunque, noi partimmo da Bologna in quelle giornate lì. Da Bologna fummo caricati in dei camion, fummo portati naturalmente a Bolzano. Prima della partenza una parte di noi furono chiamati fuori e furono fucilati. Quelli più compromessi, non so… C’erano dei gappisti chiamati Vento, Temporale, gente che erano conosciuti, di Bologna, furono fucilati, mentre noi, il gruppo dei – secondo loro – dei meno coinvolti, oppure anche i più giovani, fummo mandati naturalmente nel campo di smistamento di Bolzano.

D: Quanto sei rimasto a Bolzano?

R: A Bolzano siamo rimasti fino ai primi di gennaio, dove naturalmente partimmo nei carri bestiame per andare verso la Germania, che noi non sapevamo dove andavamo a finire.

D: A Bolzano sei stato immatricolato?

R: Siamo stati tutti immatricolati a Bolzano. Solo che io non mi ricordo il numero di Bolzano, purtroppo… ma non solo io eh, parecchi anche dei miei compagni, non ci siamo mai ricordati il numero di matricola che avevamo a Bolzano.

D: E il blocco te lo ricordi?

R: Nemmeno il blocco. Di Bolzano non ci ricordiamo niente.

D: Ecco, ma cosa facevate tutto il giorno nel campo di Bolzano?

R: Noi, a differenza da altri… perché noi eravamo considerati, naturalmente, non rastrellati. Noi eravamo dei prigionieri politici, noi non andavamo fuori a lavorare come parecchi facevano nel campo di Bolzano: noi eravamo destinati a partire in un tempo breve, per quello che per quei pochi di giorni, una decina di giorni che siamo stati a Bolzano, siamo stati sempre chiusi nelle nostre baracche, senza far niente.

D: Ti ricordi se a Bolzano hai visto anche delle donne deportate?

R: No, no, noi no, non le abbiamo viste.

D: E dei religiosi, te li ricordi?

R: Dei religiosi ce n’era uno nel blocco con noi, nella baracca con noi, che dopo poi venne in Germania, venne a Mauthausen nel nostro convoglio, ecco.

D: Ti ricordi il nome?

R: Era… è stato anche segretario della sezione di Roma… e non me lo ricordo. Non me lo ricordo il nome.

D: Don Gaggero forse?

R: Sì, sì. Don Gaggero. Don Gaggero, sì.

D: E dopo siete stati portati dove?

R: Noi, naturalmente, caricati nei carri bestiame a Bolzano, dopo cinque giorni di viaggio, con una scatoletta e un quarto di pane tedesco, siam partiti verso destinazione. Naturalmente non la sapevamo dove andavano a finire, ci siamo ritrovati dopo cinque giorni alla stazione ferroviaria di Mauthausen, ecco.

D: Dal campo di Bolzano al Transport, con cosa siete andati a Bolzano?

R: A Bolzano ci siamo andati in dei camion tedeschi, sì.

D: E vi hanno inserito nei vagoni dove? Cos’era, alla stazione?

R: Alla stazione di Bolzano, sì. Dal campo, naturalmente ci han mandati in stazione e ci hanno caricati, sempre scortati dalle SS, in questi carri bestiame che ci hanno trasportato verso Mauthausen, ecco.

D: L’arrivo a Mauthausen, come te lo ricordi?

R: L’arrivo a Mauthausen me lo ricordo, naturalmente… Siamo arrivati una mattina all’alba. Me lo ricordo che, come siamo scesi da questa tradotta, c’erano le SS coi cani, come hanno aperto questi vagoni, e ci hanno incolonnato in quattro a quattro, e loro dai fianchi, dai lati. Eravamo circa un settecento, il convoglio che da Bolzano è andato a Mauthausen. E pian piano ci siamo diretti verso la collina, naturalmente ignari di tutto quello che ci poteva aspettare, perché noi non sapevamo dove andavamo, noi pensavamo a un campo di lavoro, ecco. Invece naturalmente strada facendo, sempre con queste SS vicino e coi cani, che non potevamo… cercavamo sempre di stare verso il centro del gruppo perché altrimenti loro, in continuazione alle estremità, ci malmenavo sempre da tutti i lati.

D: E poi l’ingresso a Mauthausen.

R: E poi l’ingresso al campo di Mauthausen. Noi siamo entrati… La prima esperienza è stata positiva, quella di Mauthausen per noi, perché pensate che noi avevamo 17, 18 anni, il più anziano di noi aveva 23 anni. Noi siamo arrivati a Mauthausen non dalla parte… dall’entrata del campo principale, siamo arrivati dal campo dove c’erano i servizi, e lì all’entrata c’era – c’era, che c’è ancora – una piscina che allora era… la usavano. Allora io mi ricordo con i miei compagni, naturalmente alla nostra età particolare, che ci siamo detti “ma guarda in che bel posto veniamo a finire, qui c’è piscina, c’è tutto”. Naturalmente l’esperienza è stata ben diversa, perché come noi siamo entrati dalla parte principale, che ci han messi tutti in fila davanti per andare giù verso le docce, ci siam resi conto tutta questa gente zebrata con i vestiti a righe, del posto che era, naturalmente.

D: Poi la spoliazione.

R: Poi la solita spoliazione. Naturalmente la spoliazione, nudi completamente, tagliati, rasati, dove c’erano peli li levavano da tutte le parti, e in mezzo alla testa ci han fatto una riga larga due dita col rasoio, perché dicevano che in caso di fuga noi ci riconoscevano, naturalmente, che era poi impossibile poter fuggire da quel campo lì. E poi dopo ci han mandato, nudi, con una temperatura – perché pensate che noi siamo arrivati a Mauthausen che erano il 6 o il 7 di gennaio, la temperatura che c’era, dai 10 ai 12 gradi sottozero, nudi completamente – ci hanno mandato nel campo di quarantena, che è il campo là in fondo, in fondo all’Appelplatz insomma. E di lì ci siamo stati una decina di giorni, e poi ci han mandato nelle baracche, una parte di noi. Io ero alla diciottesima baracca. Di lì ci siamo stati una decina di giorni e quasi tutto il nostro convoglio è stato trasferito a Gusen, Gusen I e Gusen II.

D: L’immatricolazione, quando l’hanno fatta?

R: L’immatricolazione l’han fatta su a Mauthausen. Ed io, la prima esperienza che io ho avuto in quei giorni lì a Mauthausen che ero, è stata il mio numero di matricola. Pensate che io avevo il 115.778. È il primo appello che ho avuto, era un russo che faceva l’appello, e naturalmente io non sapevo niente, e non rispondo all’appello, nessuno mi dice niente. La sera, al rientro in blocco, mettono tutto – prima della zuppa, prima della cena – mettono tutto il blocco in fila e mi chiamano, mi chiamano fuori, mi vengono ordinate venti gommate, col Gum[mi]. Ogni baracca lì nel campo, sia a Mauthausen che giù a Gusen, le baracche avevano uno sgabello, lo sgabello delle punizioni, che ti mettevi così a boccone, e c’era uno addetto che ti menava. Naturalmente, dopo tre o quattro uno perdeva i sensi, sveniva, ma però la punizione era di venti, e dovevano continuare a darti le venti, e poi dopo ti buttavano nella tua parte di pagliericcio dove dormivi. Allora, a Mauthausen non c’erano più i castelletti: noi dormivamo in terra, dormivamo in terra in quattro ogni pagliericcio, cioè una metà sull’altro, due di testa e due di piedi. Io dormivo con due slavi e un francese. Naturalmente, quando la mattina di nuovo c’era alle 6 l’appello nell’Appelplatz, chiedo al francese. Perché poi la sera prima mi han spiegato la ragione perché m’han menato: perché non avevo risposto all’appello. E disse: “Sappi che l’appello lo fa un russo, te hai il 115.778, è [numero in lingua russa, ndr]”. Ecco, quella lì è stata la mia prima esperienza avuta nel campo di Mauthausen.

D: Poi ti hanno vestito?

R: Sì. Poi dopo, naturalmente, ci hanno vestito. E poi, dopo una decina di giorni, ci hanno mandato giù a Gusen, a Gusen I. Io lavoravo alla Steyr, che era una fabbrica particolare di mitragliatrici. Io lavoravo in due frese, praticamente si lavorava al coperto, si stava relativamente abbastanza bene. Il problema era che andando al lavoro, anche lì, di qua e di là c’erano le SS coi cani che chi era sempre agli estremi, alla fine, veniva menato in continuazione. C’era sempre quella preoccupazione lì, perché se cadevi in terra naturalmente potevi essere finito con un colpo alla nuca, oppure a menarti finché non gliela facevi più a venire su, ecco.

D: Vittoriano, le officine dove tu lavoravi a Gusen I, erano all’interno o all’esterno?

R: Erano all’interno

D: All’interno del campo?

R: Sì.

D: Quindi tu non uscivi dal campo?

R: No no no, io non uscivo dal campo. Non erano come quelli che erano a Gusen II, che andavano…

[INTERRUZIONE]

D: Le officine erano all’interno o all’esterno?

R: Erano all’interno del campo.

D: Dicevi, non era come a Gusen II…

R: Non era come alla Messerschmitt, che dovevano fare un tragitto per andare sotto le gallerie che avevano scavato, sì.

D: Quante ore lavoravi tu?

R: Dodici ore, dalle 6 alle 6.

D: Giorno e notte?

R: No, io ho sempre fatto la mattina, cioè l’orario continuato dalle 6 alle 6.

D: Il tuo lavoro in cosa consisteva?

R: Consisteva… Io lavoravo lì… Non era un lavoro pesante, lavoravo in due macchine utensili, cioè due frese che facevano i grilletti per le mitragliatrici per le Steyr. La mitragliatrice che era chiamata Steyr, sì.

D: Tu non hai mai avuto contatti con loro, con i civili?

R: No, no. Noi andavamo lì scortati dalle SS. Come entravamo in officina eravamo gestiti da queste persone civili, però noi non avevamo contatti con loro, ecco.

D: Ti ricordi se lì a Gusen I hai visto per caso dei treni?

R: No.

D: Neanche dei Decauville?

R: Io no. Io non è che a Gusen ci sia stato molto eh, ci sono stato poco più di un mese a Gusen io. Poi dopo, non so per quale ragione, io fui rimandato su a Mauthausen, che dopo poi, per mia disgrazia, fui destinato alla cava.

D: E a Mauthausen in che blocco ti hanno messo quando sei ritornato su?

R: Il blocco… io ero al sedicesimo, sì.

D: C’erano altri italiani con te?

R: Con me… Fu una disgrazia anche quella, perché io praticamente mi ritrovai con pochissimi italiani nella mia baracca. Io ero con due torinesi, che morirono quasi subito, poi c’era un genovese e uno giù di Salerno, che anche quelli… Io fui liberato che rimasi con un italiano nella mia baracca, con un genovese.

D: Ma in baracca in quanti eravate più o meno?

R. In baracca… eravamo quasi settecento nella baracca. Perché ultimamente a Mauthausen erano già arrivati i sopravvissuti di Auschwitz, tutti campi già liberati che sono venuti da noi eh.

D: E lì a Mauthausen, lavoravi?

R: Io a Mauthausen ho lavorato quasi un mese giù in cava. E naturalmente lì è stata la mia… come debbo dire, la mia tragedia più grande perché… A parte che giovane com’ero non ero abituato a certi lavori, che io pian piano le forze mi mancavano, che… Per fortuna che io ho conosciuto… Lavoravamo in coppia in cava, io lavoravo con un russo, con un ucraino, un Ivan, che dopo è morto lì, che lui mi disse, come io arrivai giù in cava… Perché praticamente lui era uno che aveva 34 anni: per me era una persona anziana, uno di 17, 18 anni, allora. E mi prese a volermi bene, come debbo dire, cercare di insegnarmi il modo di poter sopravvivere in certi momenti. Mi ricordo che lui mi disse – lì in cava arrivava un convoglio naturalmente, e c’erano delle montagne di antracite, di carbone – e lui mi disse: “Te riesci…”. Mi insegnò che in dei pezzi di antracite c’erano dei pezzi più non lucidi, opachi, e disse: “Te riesci a mangiare tutti i giorni un pezzo di carbone, ti stagni, non ti viene la dissenteria”. Io ho avuto la fortuna… perché non solo io lo sapevo, lo sapevano anche gli altri, ma il 90% c’era il rigetto: quando mangiavi questo pezzo lo rimettevi perciò anche quel po’ che ti davano non riuscivi a tenerlo dentro ed era peggio. Io invece quel periodo, quel mese che ho fatto giù in cava, sono riuscito a sopravvivere mangiando questo pezzo di carbone. Quel po’ che mi davano di cibo io lo tenevo dentro in maniera che io non ho mai avuto dissenteria, non ho mai avuto niente. Perché la mortalità allora del campo, a parte le camere a gas, a parte le impiccagioni, la mortalità enorme era per la dissenteria, che te ne andavi… andavi in infermeria perché non gliela facevi più andando al lavoro. Andando in infermeria, un colpo alla nuca… ti ritrovavi già dalla parte dei forni crematori, già accatastato, ecco.

D: Giù in cava tu cosa facevi?

R: Io in cava aiutavo a caricare i carrelli per trasportarli giù, verso ai posti che dovevano essere caricati, ecco.

D: Ti ricordi come veniva estratta la pietra lì dalla cava?

R: Ma, lì venivano estratti in modo manuale, naturalmente, non… sì, con dei picconi, oppure c’erano degli… come si chiamano quelle… sì, però c’erano quelli addetti, quelli più… che riuscivano a farlo. Io non gliel’avrei fatta.

D: Lavoravate solo durante il giorno in cava?

R: Solo durante il giorno, quel po’ che ci sono stato io lì a Mauthausen.

D: Quindi c’era una squadra addetta all’estrazione dei pezzi.

R: Sì, e una squadra che li portava naturalmente verso i vagoncini, con i carrelli che li portavi verso i vagoni, che venivano poi caricati per mandarli via dalla cava.

D: Cioè, dai Decauville venivano portati su vagoni più grandi?

R: Su vagoni… noi… Lì, naturalmente, i vagoni non entravano lì, nella cava. Noi avevamo quei carrelli che venivano portati ad un certo punto, poi lì venivano caricati per essere portati… Ma noi al di fuori della cava, lì, non andavamo mai, ecco.

D: Dal campo di Mauthausen, per scendere alla cava…

R: Facevi la scala. La famosa scala della morte. Noi la facevamo andando al lavoro, per fortuna. Non la facevamo come naturalmente facevano tanti nostri compagni, oppure principalmente gli ebrei, che gli facevano fare la scala con quel famoso sasso sui 50 chili finché non erano in grado di farla, che poi i primi in cima, quando cadevano, si rotolavano giù tutti gli altri. E le SS lì in cima si divertivano a tirare, a fare il tiro al piccione lo chiamavano.

D: Vittoriano, ti ricordi se giù in cava c’erano delle baracche, dei capannoni, delle officine?

R: C’erano delle baracche giù, ma noi non abbiamo visto cosa c’era dentro, naturalmente, perché noi come arrivavamo lì andavamo… ognuno di noi aveva il suo posto da andare al lavoro, perciò non…

D: Donne non ne hai mai viste tu lì?

R: In cava? No, no, non le abbiamo mai viste donne.

D: E a Mauthausen ne hai mai viste?

R: Io le donne a Mauthausen le ho viste il giorno dopo la liberazione. Nel campo di quarantena c’era una baracca di polacche che venivano… che noi siamo rimasti perché non lo sapevamo naturalmente, che siamo rimasti allibiti a vederle perché erano in condizioni disumane proprio anche loro. Tosate, come noi! Che venivano naturalmente usate, come nei bordelli delle SS. Erano solo in quelle condizioni lì.

D: Come te la ricordi tu la liberazione?

R: La liberazione, vedi, è stata una cosa indescrivibile per me, perché… Pensate che io il 6 maggio, quando gli americani mi svestirono completamente – perché io ero pieno di scabbia, ero nudo completamente – mi misero sulla bilancia: io ero 28 chili. Io a sentire dai medici avevo una settimana da vivere, perciò potete ben immaginare nelle condizioni che ero. Sebbene poi che è stata anche una tragedia, perché quando noi di questi otto amici siamo ritornati in quattro, e praticamente in tre perché uno non è più stato in grado… sì, vegeto, non è che vive, capito. E perciò per me la liberazione è stata realmente una liberazione, però mi è rimasto sempre quel senso di colpa che avevo verso questi miei compagni, capito… che ho lasciato nel campo.

D: Ma tu dov’eri il giorno della liberazione?

R: Io ero proprio lì, nell’Appellplatz di Mauthausen. Quando è arrivata la mattina, la domenica, questa pattuglia americana – che naturalmente poi sulle torrette c’erano ancora le SS, i militari eh – sono entrati, potete bene immaginarvi le condizioni che c’erano, i superstiti… specialmente gli spagnoli, che sono stati quelli poi che sono subito saliti nell’entrata a tirar giù l’aquila imperiale, lo stemma del nazismo. E io, per mia fortuna, non ero in condizioni di potere… Io mi attaccavo già, perché io ero quindici giorni che non andavo più in cava eh, che rimanevo ai servizi generali nel campo, perché in cava non gliel’avrei più fatta. E la mia fortuna è stata che in quel periodo lì, ultimamente le camere a gas e i forni crematori, sì, andavano, ma i morti del campo erano talmente tanti che non riuscivano più a smaltire i cadaveri che c’erano, perciò anche noi, che eravamo alla fine, siamo riusciti a sopravvivere; cosa che, fosse capito un mese, un mese e mezzo prima, saremmo stati eliminati, naturalmente, come tanti altri nostri compagni, ecco.

D: Vittoriano, e dopo la liberazione cosa è successo?

R: Io, come ho detto… siamo stati liberati il 5 maggio. Io ero nelle condizioni che ero, e sono rimasto nel campo fino alla fine di maggio perché non ero in condizioni di affrontare né il viaggio per venire, rientrare in Italia, e né il viaggio per andare in un altro posto. Gli americani mi hanno curato lì, naturalmente, come un neonato, non so… mi hanno riabituato a mangiare, cominciare con delle pappine, con del semolino, hai capito, in modo da poter riprendere la vita. Perché poi parecchi miei compagni son morti, dopo la liberazione del campo, per un errore degli americani che han lasciato andar fuori: hanno mangiato a crepapelle, sono crepati per il troppo mangiare. Se ne sono accorti tanti che dopo poi, nelle sentinelle, invece delle SS c’erano loro, e nessuno poteva uscire dal campo. Io sono stato fino fine maggio dentro il campo di Mauthausen, e poi dopo con un aereo m’han portato a Berlino. Io sono stato a Berlino altri quaranta giorni dopo, in un campo militare, in modo da mettermi nelle condizioni di affrontare il viaggio per il ritorno a casa, ecco.

D: Ma chi ti ha portato a Berlino, gli americani?

R: Gli americani, sì.

D: Solamente te come italiano?

R: No no no, un gruppo di altri deportati lì, di Mauthausen, cioè tutti quelli che non erano in condizioni di poter affrontare il viaggio per rientrare nelle sue patrie. Non so, con me c’erano polacchi, c’erano russi…

D: E a Berlino fino a quando sei rimasto?

R: A Berlino ho fatto tutto il mese di giugno. Tutto il mese di giugno a Berlino, perché io sono rientrato in Italia a luglio.

D: Ecco, il rientro, da Berlino come hai fatto a raggiungere…?

R: Da Berlino avevano fatto delle tradotte militari con delle scritte “i superstiti dei campi di sterminio”, cioè tutte le zone dove c’erano di queste persone venivano portate alle frontiere. Ed io sono… m’han portato a Bolzano, naturalmente. M’avevano vestito a Berlino, m’avevano dato una divisa tedesca coloniale, di quelle che i tedeschi usavano in Africa, color cachi, i calzoni lunghi alla zuava, un paio di scarpe che facevo fatica a tirarmele dietro. Da notare che io quando sono arrivato a casa ero 34 chili eh. Quando sono arrivato a Bolzano, naturalmente siamo scesi, ed ho trovato un parroco di Ravenna, che era alla frontiera per potere recuperare dei suoi parrocchiani, della gente della sua zona. Allora sapendo di Ravenna ho detto “lui passa da San Vitale, è a 15 chilometri da Imola…”, ho chiesto se mi caricava. Lui mi ha portato fino a Sestri Imolese, che è una frazione dell’Imolese. Di lì ho trovato uno con un biroccio che vendeva il carbone, in questo paese, e mi ha caricato che andava a Imola a vendere il carbone, mi ha caricato e mi ha portato a Imola. Come arrivo a Imola, ecco, è cominciata la mia tragedia, perché io… non so, finché ero nel campo, finché ero assieme agli altri non ero conscio delle mie condizioni, com’ero; è stato al ritorno a casa che io ho avuto uno shock, che è stata una tragedia. Pensate che io sono sceso alla periferia di Imola – Imola è una cittadina che ci conosciamo tutti praticamente, specialmente allora – scendo, vado con… Potete bene immaginare come ero ridotto: io non avevo più capelli, non avevo più niente, avevo solo degli occhi là, profondi, e nient’altro. Mi incammino verso il centro, incontro un’amica di mia sorella, una che era sempre in casa mia, Giovanna si chiamava – perché poveretta è morta – la chiamo, “Giovanna!” Lei mi viene [incontro], dice “ma chi sei?”, “sono Vittoriano” […] Si mette a piangere. Da notare che io non erano degli anni che ero via da casa, ero via da maggio, cioè praticamente fra i mesi da partigiano e i mesi della prigionia della Germania non era neanche un anno che ero via da casa. Dico, beh, Giovanna va verso casa mia, va a dire, non so, che hai sentito che ritorno, perché i miei naturalmente non sapevano niente. Non è che io come sono stato liberato potessi scrivere o dire che ero al mondo. Allora non si sapeva niente.

Arrivo in centro a Imola: quello lì forse è stato il momento più brutto della mia vita. Arrivo in centro a Imola: non so se ci siete mai stati, in centro c’è un porticato con un orologio, che è l’orologio del comune. E lì c’era un bar, lì fuori c’era mio padre. Mio padre non mi ha riconosciuto. Voi potete immaginare come sono rimasto io. E naturalmente ho continuato la strada, poi dopo ha detto “ma è Vittoriano”. Sono andato verso casa, nelle condizioni che ero. E come sono arrivato a casa – a parte che mi ci son voluti degli anni per poter rientrare in una certa normalità – è stata la tragedia con le famiglie dei miei compagni morti, quando venivano a casa mia e mi dicevano “Nino” – due ragazzi di 16 anni che erano con me – “Nino, Cleo, com’è che te se qui e loro no?” Che cosa gli potevo dire io, che erano stati gasati, che erano nei forni crematori. Perché poi allora, non è come adesso. Quando noi parlavamo – che io tentavo di parlare di queste cose, anche i miei familiari, i miei compagni – nessuno ti credeva. Ma mi guardavano con degli occhi come per dire “ma questo qui è pazzo”. È per quello che anche noi siamo stati degli anni… siamo stati fermi, siamo stati chiusi nel nostro conscio, perché è stato uno shock per noi anche il ritorno a casa e trovarci in quelle condizioni lì, capito? Di voler dire quello che è successo e nessuno ti credeva, e la gente ti guardava come che uno venisse da un altro pianeta. Non so, per me è stata… Mi ci sono voluti degli anni finché questi genitori sono riusciti a capire le ragioni e il perché io ero ritornato e i loro figli no.

D: Vittoriano, lavorare in cava, a Mauthausen, cosa voleva dire, cosa significava?

R: Voleva dire poter sopravvivere pochissimo. Perché io… è stato un complesso di fortune che io ho avuto, perché ci sono andato verso la fine, ci sono stato in cava solo quindici giorni, e gli altri quindici giorni li ho passati [che erano] gli ultimi, perché naturalmente eravamo già alla fine, che c’era già il sentore che la liberazione era vicina, ecco.

D: Cioè, in cava era un posto della morte…

R: In cava uno… non c’era la possibilità di poter sopravvivere, perché poi eravamo sorvegliati, perché poi, a differenza del campo, non so, di Gusen, che durante il lavoro c’erano dei civili, in cava c’era l’SS eh, che ti sorvegliava coi cani in continuazione. Non è che ti potessi abbandonare, capito… non c’era la possibilità, ecco.

D: Vittoriano, ti ricordi qualche nome di qualcuno che era con te nella deportazione?

R: Ma, io mi ricordo… praticamente io sono stato con dei polacchi, dei russi. Io la mia deportazione, purtroppo, come ho detto, è stata una tragedia perché anche come lingua non potevo… Non so, se ero in una baracca con degli italiani – nella baracca, perché non potevi andare in un’altra – se io sapevo che, non so, alla decima, all’undicesima [baracca] c’erano dei miei compagni, non potevo andare, avere un sollievo, avere qualche cosa, un discorso con loro. Io potevo solo parlare, oppure cercare di capire la sofferenza di un altro. Io avevo due polacchi che ero molto amico con loro, quei pochi momenti di libertà di riposo che avevamo li passavamo insieme. Cosa che non ho potuto dire per dei miei compagni slavi, per i due slavi che dormivano con me, perché quando… A me dispiace dire queste cose, perché io ne ho discusso anche in seno alle nostre associazioni, anche nelle nostre riunioni, quando sentivo parlare da compagni della deportazione della solidarietà fra noi… io non so… io non l’ho trovata. Eh, ma perché io sono arrivato verso la fine. Perché quando un uomo è una bestia, è una larva, fa fatica essere solidale verso un altro, perché è agli stremi della sua vita. Come fai a dare qualche cosa, oppure, fare qualche cosa per uno che non sei in grado di far niente neanche per te? Io mi ricordo – è una esperienza mia – il giorno del compleanno del Führer, che credo sia il 17 o il 18 aprile, verso il 20 aprile, 18… l’unico momento, come debbo dire, di umanità, che hanno avuto verso di noi i nostri aguzzini, c’han dato due sigarette a testa. Io sono uno che non ha mai fumato, però con due sigarette uno riusciva a recuperare da chi stava in cucina una patata o due, che voleva dire molto per noi una patata, con quello che mangiavamo. La sera – io v’ho detto prima che dormivo con due slavi e un francese – la sera, come andiamo nel nostro pagliericcio, ci svegliamo la mattina, questi due – che ci danno le sigarette – questi due slavi cominciano a picchiarmi “[espressione in lingua slava]”, mi dicono, “Tu italiano ci hai rubato la sigarette”. La cosa era ben diversa: loro lo facevano per portarmi via naturalmente le mie due sigarette, e per poter recuperare loro quelle due patate che potevo recuperare io, che per noi voleva dire una giornata stupenda, ecco. Tanto per dirvi…

Zappa Ugo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

Mi chiamo Ugo Zappa, nato a Milano il 12.5.’21.

Sono andato militare il 5 gennaio del ‘41 in Guardia frontiera, e m’hanno mandato a Vipiteno. Da Vipiteno ci hanno spostati a Malles. Lì hanno creato una compagnia di Arditi, dove io sono entrato come trombettiere, e ci hanno fatto fare diversi corsi: prima di addestramento alla guerriglia, poi il corso sciatori, poi una specie di corso rocciatori. Poi da lì ci han portati sullo Stelvio. Sullo Stelvio, si diceva, avremmo dovuto attaccare la Svizzera come compagnia di arditi, però ci hanno ripensato probabilmente, e allora ci hanno rimandati a Merano. Dopo qualche mese di Merano c’hanno mandati a Dobiaco. Da Dobiaco a Sestri Pusteria a fare il corso sciatori. Da Sestri Pusteria ci abbiamo – penso – passato un po’ di mesi, ma la compagnia d’assalto Stelvio non funzionava più.

Ci han mandati a Napoli, a Villa Literno. A Villa Literno è stata completamente sciolta: una parte sono andati in Africa, una parte sono andati alle isole. Io, dato che ero un volontario nella compagnia di arditi, m’hanno fatto firmare per fare il volontario anche di guerra. E diciamo che qui ho preso un po’ una fregatura, perché assieme al volontario di guerra avevo fatto la firma anche per fare il corso di caporale, caporal maggiore, sergente. L’unico documento trovato è stato il volontario in guerra, l’altro non s’è più trovato, il fatto mi hanno spedito in Russia, nell’ARMIR, alla Compagnia mortai Ravenna. Lì ho fatto quello che han fatto tutti i militari, cioè la trincea, dove, con grande fortuna, sono riuscito a tornare perché rimbambito da un colpo di katiuscia m’hanno mandato in ospedale, o perlomeno nell’ospedaletto da campo. Intanto che mi trovo in questo ospedaletto, i primi battaglioni dei russi hanno cominciato a sfondare il fronte: è iniziato il ripiegamento. A me è andata bene perché nella trincea penso siano morti tutti, io però essendo in questo campo, in questo ospedaletto, ho fatto in tempo a ripiegare. Quanti giorni non me lo ricordo. So che ho fatto moltissimi giorni, circa una ventina, moltissimi chilometri in mezzo alla neve, in mezzo a tanti cadaveri, e sono arrivato dove non me lo ricordo; o perlomeno, molto è scritto sul diario che io ho scritto, e che ho sempre lasciato in un angolo semplicemente per ricordo.

Dalla Russia m’han fatto rientrare: grandi festeggiamenti. A Ravenna… Dalle caserme di Alessandria ci hanno mandato in Toscana. Dopo diversi mesi è successo l’8 settembre. L’8 settembre sono scappato come tutti; mi sono fatto una quindicina di giorni attraversando le montagne e sono arrivato a Bellano, dove c’era mia zia, una persona con cui ho sempre vissuto, perché ero orfano di genitori. Mi sono adattato a fare un po’ il manovale in ferrovia. Dopo un certo periodo hanno richiamato la mia classe. Io non ho voluto andare nella ‘Repubblichetta’ e sono andato nei partigiani, partigiani a Ca’ Maggiore, nella Compagnia Rosselli. Dopo un mese circa sono arrivati i tedeschi, han fatto un grande rastrellamento, siamo scappati tutti naturalmente, e scendendo nella valle sono arrivato al ponte di Taceno. Probabilmente l’avrei anche fatta franca se non ci fosse un tizio di Bellano, della milizia ferroviaria, che mi ha riconosciuto. Mi ha additato ai tedeschi che non ero un boscaiolo come il gruppo che c’era, e lì mi han fatto i primi interrogamenti, qualche schiaffone, e mi hanno portato nel teatrino di Casargo. Lì ho conosciuto Antonio Scolo, che anche lui era nei partigiani da quelle parti. Da lì ci han portato a Delebio. A Delebio conoscevo gente, ho fatto arrivare mia zia. Finalmente l’ho rivista e naturalmente è stato per l’ultima volta.

D: Delebio dov’è? Sempre lì sul lago?

R: Delebio è dopo Bellano, Dervio, Delebio. Comunque [è sempre lì] ad una quindicina di chilometri.

D: A Delebio dove ti hanno messo?

R: Nella scuola, infatti l’avevo detto, in una scuola.

D: E poi cosa è successo Ugo?

R: Niente, ci hanno caricato sui carri bestiame e ci hanno portati a San Vittore.

D: Ti ricordi in quale raggio di San Vittore ti hanno messo?

R: Quinto raggio. La camera mi pare che era, se non sbaglio, la 221; la cameretta singola, perché eravamo dei prigionieri politici, ribelli, e naturalmente ci tenevano separati.

D: Isolati quindi, nelle celle.

R: Isolati nelle celle.

D: Ecco, lì a Milano in carcere a San Vittore, quanto tempo sei rimasto?

R: Penso che siamo rimasti un paio di mesi, penso. So che abbiamo fatto in tempo a sentire… una notte terribile per tutti, terribile per tutti, perché è stata quella notte che hanno preso i quindici [partigiani] da portare in piazzale Loreto. Infatti eravamo tutti col cuore sospeso perché ogni tanto arrivavano, arrivavano a scegliere. Però non so quanti giorni, ci hanno trasferiti tutti, caricati sempre su dei pullman, e ci hanno portati a Bolzano. Però nei dintorni di Brescia sono riuscito a buttare un biglietto per terra, avvertendo mia zia che stavo andando in Germania.

D: Ecco, scusa Ugo, ti ricordi la data di quando ti hanno arrestato, più o meno?

R: Il 24… eh no, l’è scrit lé, è scritto lì. E adesso… me pare che l’era il ventiquatar de giugni. Eh, guarda, bisogna trovarlo lì.

D: Del ‘44?

R: Del ’44. Mi pare che era sul 24 di giugno del ’44, se non mi sbaglio.

D: Poi siete arrivati a Bolzano, nel lager di Bolzano.

R: Nel lager di Bolzano, dove ho fatto lo scopino, andavo in giro a fare pulizia, ci han tenuti – non mi ricordo quanto – un mese circa. Da lì ci han portati sui carri bestiame e ci han portati a Flossenbürg.

D: Ecco, scusa, cosa ti ricordi del lager di Bolzano, e il tuo numero di matricola del lager di Bolzano te lo ricordi, per caso?

R: Ma, lé al me ricordi no, se quel numero… no, a Bolzano credo… Non so se è a Bolzano che m’han dato il… se l’è… – eh, ormai ghe passà cinquant’an – hundert sieben […] vierundzwanzig  [forse approssimazione di 117.064, numero assegnatogli a Augsburg, ndr], undici cento… No, guardi, no, no, no. Non so se me l’han dato lì o se han fermato il treno, me par a Dachau, e ci hanno dati il numero, e poi ci hanno rispediti – sempre sul treno – rispediti a Flossenbürg. Adesso non me lo ricordo. No, no, no, no, no…

D: Del campo invece di Bolzano, cosa ti ricordi? Eravate nelle baracche?

R: Dunque, nel campo di Bolzano c’era un enorme portone di ingresso, un grande cortile, e sulla sinistra quello che mi ricordo è che c’erano dei palazzoni, dei casermoni, e grandi, con una infinità di letti. Quello in particolare che mi ricordo è che alle spalle del mio letto c’era un muro divisorio, che non arrivava al soffitto; da quel muro divisorio si sentivano voci di donne. E alla sera avevamo preso l’abitudine di salire sulla spalliera del letto per guardare oltre il muro, e si vedevano le donne che cantavano, ballavano, e naturalmente ci facevano degli schiamazzi perché noi eravamo degli uomini.

D: Parlavi di un portone all’ingresso, del lager di Bolzano. Ma era un portone – se ti ricordi – in legno, in ferro?

R: Mi pare che era in legno, se mi ricordo. Mi pare che era in legno.

D: C’era qualche scritta sopra?

R: No, quello non me lo ricordo. L’unica scritta che mi ricordo l’era quella di Flossenbürg.

D: Ascolta, sempre del lager di Bolzano, ti ricordi se c’erano anche dei religiosi? Tu hai visto dei religiosi?

R: Sì, anche lì, è scritto lì. Gh’era un fraticello. C’era… c’era… cum’el se ciama? [come si chiama?] C’era un fraticello che l’era, l’era da… era da abbracciare quell’uomo lì, perch’el gh’aveva parole dolci per tutti.

D: Ugo, hai visto se c’erano anche dei bambini, dei ragazzini, dentro nel lager di Bolzano?

R: No, no. Del lager di Bolzano mi ricordo che c’era un fraticello che ci rincuorava tutti, e mi ricordo che c’era anche una donna – o perlomeno fra le tante – c’era una donna che abitava con me a Milano, in piazza Lega lombarda, era la mia vicina di casa. Era stata arrestata perché era in un ufficio straniero, e si chiamava… non me lo ricordo più, il cognome era Pastorini, aveva circa una trentina d’anni. Era in un ufficio straniero dove sembra c’erano forse degli americani, e allora hanno portato via anche gli impiegati, e ho incontrato per caso… L’unica volta che l’ho vista, poi non l’ho vista più.

D: Tu dicevi che lì nel lager di Bolzano come lavoro sei sempre stato addetto alle pulizie del campo.

R: Sì. M’han dato ‘sta cariola, e altro, e andavo in giro a fare pulizie, basta. Io non ho fatto altro che questo, fino al giorno che m’ han fatto smettere, che mi han caricato… Almeno, anca lì, m’han fa tirà su la mia roba e m’hanno caricato sulla… lì alla stazione, mi hanno messo sui carri bestiame per andare a Flossenbürg. Ora, il numero di matricola me l’han dato. Dove? Ma, lì non mi ricordo il numero di matricola. So ch’el sera fermato il treno, e ognuno di noi ci avevan dato… ce l’han dato prima di salire in treno, ce l’han dato… So che han fa ‘na sosta, ho sentito parlare di Dachau quando ci siamo fermati – non siamo scesi – però dopo siamo ripartiti, e siamo arrivati a Flossenbürg. E infatti, allora lì siam scesi, e ci han fatto fare un grande viale, di terra, e siamo arrivati davanti a un enorme cancello di Flossenbürg, dove c’era scritto – in tedesco naturalmente – che “il lavoro rende… felici”, qualcosa del genere. Infatti, dentro come lavoro era tutt’altro che felice.

D: Ecco, come avete superato l’ingresso di Flossenbürg… Allora, tu sei partito da Bolzano e vi hanno portato a Flossenbürg. Come hai superato l’ingresso di Flossenbürg, cosa è successo, cosa ti hanno fatto?

R: L’ingresso a Flossenbürg era normale, era un campo di concentramento. Quello che ci ha colpito erano le docce. Perché, naturalmente, gli anziani di questi campi ci hanno avvicinato e ci hanno spiegato cos’era quel posto lì, e ci hanno detto “attenzione alle docce, perché dentro lì gasano gli ebrei; se voi però non siete ebrei, siete solo partigiani, probabilmente non vi fanno niente.” E poi, altro discorso, “là in fondo c’è un blocco 22, ci sono dei moribondi; fra qualche giorno, quello che vi danno a mangiare non basta, avrete fame, allora andate lì vicino a questi moribondi, prendetegli pure da mangiare perché tanto a loro non serve più.” Poi m’han messo nel blocco 23. Dopo un po’ di giorni ci hanno inquadrati, han guardato quelli più… ci han messo la loro divisa – che mi spiace che non ho portato a casa, perché era un bel ricordo, sono riuscito a portare a casa solo il triangolo rosso – ci han messo questa divisa, han preso i ragazzi più grandi e grossi e ci hanno portato a scavare sassi in una maniera nei pressi.. non so, a qualche chilometro da Flossenbürg. Infatti lì ci ho vissuto per circa una ventina di giorni, a picchiare ‘sti sassi, perché dicono che ne avevano bisogno per marginare le strade, per arginarle. Dopo un certo periodo hanno fatto delle domande, ci han messo tutti in riga, ci han fatto delle domande – chi era meccanico, chi era elettricista – e io gli ho detto che ero un meccanico, e loro mi han messo in fila per andare in un reparto, e mi avrebbero trasferito. Però nel frattempo, in attesa di questo trasferimento, mi è venuta la pleure. Purtroppo pensavo di lasciarci le penne, perché fra noi c’erano anche dei medici, i quali medici mi hanno detto “non dire che hai la pleure, perché se sanno che sei ammalato ti mettono nel reparto” – noi eravamo il 23 – “ti mandano al blocco 22, dove ci sono i moribondi.”

Naturalmente, gentilmente mi tenevano sempre dentro quando facevamo la stufa che eravamo fuori ci si metteva in blocco, vicino alla parete del blocco, per riscaldarci, e a turno ognuno veniva fuori, quelli dentro uscivano e entravano quelli fuori. A me han sempre lasciato dentro per via della pleure. Non so, il padreterno, la fortuna, qualcuno che…

D: Quando tu parli di stufa, non intendi la stufa a legna e carbone…

R: No, sto parlando di quella fuori.

D: Cioè? Prova a spiegarla. Cosa facevate, la stufa umana sarebbe?

R: Diciamo che abbiamo la stufa umana. Infatti, nei momenti di sosta, non ci lasciavano nei blocchi, ma ci tenevano fuori. Fuori faceva freddo, non so chi l’abbia inventata, comunque ci mettevamo a mazzi, a gruppi, contro la parete del blocco. Naturalmente quelli dentro si scaldavano e quelli fuori no, quindi si facevano dei turni: quelli fuori a un bel momento entravano, e uscivano quelli dentro che erano, diciamo, bei caldi. Io con la mia pleure, ‘sta gente di cuore, umani, mi lasciavano sempre dentro per cercare di farmi passare o di guarire. Tanto è vero che quando sono rientrato in Italia, facendomi le radiografie han visto che avevo una macchia di pleure, il che vuol dire che mi era passata ed ero guarito, per opera di chi non lo so.

D: Ugo, tu hai parlato prima che quando sei stato arrestato, c’erano altri partigiani con te, c’era anche Antonio Scollo. Ti ha seguito anche lui a Flossenbürg?

R: Tutti. Abbiamo fatto tutto il giro. Scollo, e tutti gli altri. Naturalmente, ripeto, Scollo ci siamo legati perché eravamo di Milano, e abbiamo fatto… tutto il giro che ho fatto io l’hanno fatto tutto anche loro: Delebio, San Vittore, Bolzano, Flossenbürg. A Flossenbürg, ecco, e arriviamo a quel momento che han scelto i lavoratori, quelli che dovevano fare il meccanico, e i giovani invece li mandavano – mi pare – a Bersen Berger [Bergen-Belsen, ndr] – come si chiama quel posto lì – perché erano dei giovani. Però fino a quel momento siamo rimasti assieme.

D: Quando ti hanno scelto poi tu sei andato a fare il meccanico?

R: Dunque, quando mi hanno scelto… A parte che è passato un po’ di tempo: passata la pleure ho cominciato anche io a soffrire la fame, che oramai era passato qualche mese, e ci andavo appunto a portar via da mangiare a questi poveri. E avevamo però sempre il terrore delle docce. Perché purtroppo a un paio di gruppi – che han detto che erano ebrei – un paio di gruppi abbiamo visto la fine che gli hanno fatto fare. Che, appunto, entravano vivi e poi entravano dentro dei portantini, della gente addetta a questo lavoro, portavano fuori tutti i cadaveri gasati. E quello proprio è una cosa…

Un’altra cosa che mi è rimasto impresso per molto tempo, il fumo del forno crematorio. Era un fumo addirittura schifoso, che faceva venire il vomito i primi tempi, poi ci ho fatto l’abitudine e mangiavo anche se c’era quel fumo. A questo proposito, se si può, c’è stato qualcuno che ha scritto che i forni crematori erano cose finte, erano propagande nulle, e io su un giornale ho risposto, dicendogli che a questi signori li inviterei volentieri nel blocco di Flossenbürg a sentire il profumo che esce dai forni crematori, per capire che cosa veramente voleva dire la vita in un lager.

D: A Flossenbürg tu hai visto se c’erano anche delle donne deportate?

R: Dunque, a Flossenbürg c’erano delle donne, però erano lontane da noi, perché c’era una lunga fila di baracche, e non so se erano a metà o in fondo, però so che c’erano delle donne.

D: Prima parlavi di quel religioso che c’era a Bolzano. Vi ha seguito anche lui a Flossenbürg? È stato deportato anche lui?

R: Non lo so, questo non lo so. So che… No, a Flossenbürg non c’era. Ho conosciuto… no, quel là l’era un professore. Quello di Augsburg l’era un professore. No, niente. No, me ricordi no. Cum’è che’el se ciamava? [come si chiamava?]. Va beh, niente.

D: Ti hanno mandato poi allora a lavorare come meccanico?

R: Dunque, a un bel momento ci hanno spediti. Dopo, non so, un giorno o due di viaggio ci hanno mandati ad Augsburg, alla Messerschmitt, naturalmente, non certo a fare il meccanico. M’hanno invece messo a trasportare bombole di ossigeno. Perché c’erano le lavorazioni per gli aerei, quindi c’era chi facevano le carlinghe, chi facevano le ruote. Per un po’ di tempo mi hanno messo a trasportare bombole. Poi invece m’hanno messo a fare il battitore: avevo una forma – probabilmente doveva essere una piccola portiera – una forma dove io, con un pezzo di lastra, dovevo a mano battere e dargli la forma a questa portiera. Naturalmente, fra il poco mangiare, fra la debolezza, fra il freddo – perché erano capannoni enormi non riscaldati – qualche volta mi addormentavo su questi blocchi, su questi pezzi di lavoro, e naturalmente ho preso una fila di sberle, io e anche altri, perché naturalmente qualcuno di noi ci cascava.

E lì ci siamo rimasti fin quando gli americani non cominciavano ad avanzare. Avanzando cominciarono a bombardare. Però il brutto di questo trasporto fra il campo di Augsburg e il campo di… le officine della Messerschmitt, era un treno, che fin che gli americani non l’avevano bombardato andava bene, perché la facevamo in treno – viaggio da una ventina di minuti – quando  invece gli americani l’hanno bombardato ce l’han fatta fare a piedi. E lì purtroppo era un brutto camminare, perché zoccoli di legno, la neve si appiccicava sotto gli zoccoli, molti di noi cadevano, e quelli delle SS ci legnavano per farci tornare in piedi. In questo periodo a Flossenbürg abbiamo passato dei momenti belli e dei momenti brutti, perché alla domenica ci facevano fare festa.

D: Scusa un attimo Ugo, non a Flossenbürg. Qui eri già nel sottocampo.

R: Ad Augsburg.

D: Ecco. Ascolta, il campo… il lager di Augsburg come era organizzato? Erano tante baracche?

R: No. Dunque, ad Augsburg erano dei capannoni, non proprio baracche, erano dei capannoni. E diciamo, perché era d’inverno naturalmente, si stava anche caldi, si stava anche bene. Qui il mangiare era abbastanza, era discreto, se non proprio buono, era discreto, anche perché dovevamo andare a lavorare. Qui ho conosciuto un ebreo, un professore mi pare ungherese – non mi ricordo il nome – ma so che parlava tre o quattro lingue fra cui l’italiano. Era qualcosa di meraviglioso, ci teneva tutti allegri, anche se lui era conciato più di tutti, tanto è vero che per questo suo discorso che faceva con tutti, c’era il capo blocco che non lo poteva vedere. Un bel giorno abbiamo saputo che l’avevano finito a legnate.

Qui ci facevano fare festa sabato pomeriggio e alla domenica. Augsburg è diventato nominato per le impiccagioni, perché al sabato pomeriggio ci radunavano in un enorme capannone. C’era una forca, ci han fatto imparare il nodo scorsoio, e, seduti, ci spiegavano il perché impiccavano. In via di massima erano russi, qualche ebreo, ma in via di massima russi, era gente che scappava: li prendevano e li tenevano buoni per il sabato pomeriggio. E ogni sabato ce n’erano tre quattro o cinque che li impiccavano, e noi dovevamo assistere, proprio perché era una lezione. Alla domenica non si lavorava. E era buono… perché incominciavano anche a arrivare le bombe degli aerei, e allora più di qualche volta, più di qualche notte, dovevamo uscire dai nostri capannoni, andare nei fossati che avevano scavato e magari passarci la notte, in mezzo alla neve, dentro in questi fossati, perché gli americani oramai erano vicini. È successo che un bel giorno han dovuto piantare lì anche la Messerschmitt.

D: Ecco, scusa parliamo di questo lager e di questo sottocampo di Augsburg. Era vicino al centro abitato il campo di concentramento, non i capannoni delle fabbriche.

R: No.

D: Era vicino a un lago, se ti ricordi?

R: L’unica cosa che mi ricordo era la ferrovia, perché fuori naturalmente non ci siamo mai andati. Noi uscivamo da un portone, c’era il binario. Probabilmente m’han detto che prima quella era una caserma, e aveva un binario che andava diritto alla Messerschmitt. Quindi noi vedevamo solo dei campi, vedevamo solo la Messerschmitt quando si arrivava: era inverno, quindi la visuale era quella che era, non si poteva vedere niente.

D: Lì nella fabbrica c’erano anche dei civili?

R: Nella fabbrica c’erano dei civili. Qualcuno ci passava anche le croste del pane, mentre invece qualche capoccione civile – e questo me lo ricordo bene, perché mi ha lasciato qualche segno sulla schiena – quando si sbagliava a fare qualche pezzo, indossava il camice bianco, si metteva i guanti, prendeva un randello, di gomma naturalmente, e controllava tutti i pezzi, e se qualcuno aveva sbagliato erano bastonate che ci arrivavano. Come in tutti i lager usavano il bastone di gomma, perché non faceva ferite, ma naturalmente faceva rompere le reni interne.

Naturalmente è arrivato anche il punto degli americani, ci han messo in colonna: a piedi dovevamo rientrare a Dachau.

D: Ecco, scusa ancora se ritorno, sempre in quel campo lì di Augsburg, eravate in molti, se ti ricordi? E c’erano anche delle donne?

R: No, donne no. No, donne no.

D: Ed eravate in molti come deportati?

R: Mah, penso più di un centinaio. Penso più di un centinaio, perché c’erano diverse camere – appunto, m’han detto che era una caserma – diversi saloni enormi, con tutti castelli, quindi l’era abbastanza pien cum’è… fra l’altro quando andavamo all’impiccagione, oh ma ghe n’era, c’era una valanga di sedie, e dietro quelli in piedi, quindi penso che eravamo sul centinaio, penso.

D: Mentre invece la fabbrica erano capannoni… piano terreno…

R: Sì, capannoni piano terra. Capannoni piano terra.

D: Ecco le evacuazioni, stavi dicendo, quando avete lasciato Augsburg, ti ricordi più o meno quando è avvenuto questo, in che periodo?

R: Forse è scritto, adesso non me lo ricordo. So che ci han messo tutti in colonna, ci han dato il solito pezzo… fetta di pane margarina, pezzo di salame, e ci han messo in colonna, e ci han fatti camminare, credo per un giorno e una notte. Siamo arrivati in un posto che credo si chiami Kauflin, credo [Kaufering, ndr]. Lì c’hanno fermato, perché erano in attesa di altri gruppi, perché dovevamo rientrare tutti a Dachau. E lì ci hanno spiegato che il famoso signor Himmler aveva dato ordine che tutti quelli che rientravano dai vari campi dovevano essere messi sui vagoni bestiame, attorno a Dachau, e lasciarli morire dentro. Lì purtroppo ho perso due amici, uno di Trieste e uno di Milano. Quello di Trieste aveva sui 45 anni, tanto è vero che la moglie m’aveva scritto; quello di Milano aveva solo vent’anni. Eh, ma almeno… erano mezzi moribondi, han detto che li avrebbero caricati sui camion, per portarli, però abbiamo sentito la solita sparatoria quando noi eravamo a circa duecento metri.

Ora, abbiam camminato per qualche giorno. Una bella notte ci hanno fermati in un bosco, e qui ho fatto il pensiero. Ho detto “andare a Dachau e crepare in un vagone bestiame non è una bella cosa. Qui tento. Scappo. Al massimo mi sparano.” Ce l’ho fatta. Sono riuscito – naturalmente ho aspettato che avevo l’impressione che le guardie dormivano, anche se qualche guardia ogni tanto cominciava a tagliare la corda, perché oramai gli americani li avevamo alle spalle – mi sono guardato in giro, tutto era tranquillo; ho cominciato strisciando per terra a camminare in mezzo alle piante, sono arrivato a un muro e ho detto “è una casa”: sono saltato dall’altra parte: era un cimitero; ho aperto una… almeno, sono riuscito a spostare una lastra di tomba, ho visto che era vuota, sono andato dentro, ho detto “io mi nascondo qua”. Ci ho passato la notte.

D: Da solo Ugo l’hai fatto?

R: Sono scappato lì, era… Ci sono stato fino al mattino. Al mattino mi sono alzato, sono andato giù, ho camminato, c’era una discesa, sono andato giù, c’era un fosso, e c’erano delle lumache. Non ho mai mangiato una cosa meravigliosa come quelle lumache. Fra l’altro avevo un po’ di paprika – non so da dove sia saltata fuori, dentro nel pastrano che avevo, c’erano dentro delle bustine di paprika – ho spolverato di paprika le lumache e sono stato…

Dopo aver vagato per qualche giorno sono riuscito ad arrivare vicino ad una cascina. Vicino a questa cascina c’era un giovanotto, che ho saputo dopo che era polacco, oh! Conoscevo qualche parola di russo, conoscevo qualche parola di francese, mi arrabattavo col tedesco, ha capito da dove venivo, e lui m’ha detto “vieni con me che ti porto in salvo.” M’ha fatto entrare in una stalla, e m’ha detto “resta qui, stai tranquillo che qui non ti tocca nessuno.” M’ha portato da mangiare, m’ha portato da bere, m’ha portato latte a non finire, da mangiare che c’era da star male per… Gli ho detto “ma quella gente là?”, e lui mi ha detto “stai tranquillo, perché stanno arrivando gli americani, quindi è chiaro che vogliono fare bella figura ad aver aiutato uno che è scappato da Dachau.”

Un bel giorno mi sveglio, almeno… dopo qualche giorno mi sveglio, mi trovo davanti quattro spilungoni con la divisa di americano. Fra l’altro il solito… il sergente che parlava mezzo italiano, gli ho spiegato chi ero, chi non ero. M’ han portato in casa, m’han dato da mangiare, poi m’han caricato su una jeep. Si son fermati in una casa, e qui mi spiace che ho dovuto… col mitra alla mano hanno obbligato quella gente a darmi degli abiti, delle scarpe, degli indumenti intimi, e ho dovuto lasciarci la mia divisa da galeotto. M’han portato nel campo – mi pare 205, comunque è scritto lì, 205 – dove han detto al capitano che comandava, un capitano di marina, che comandava il campo, “questo è un reduce di Dachau, me lo tratti bene.”

Lì ci son vissuto per diversi giorni. Era dopo aprile, mi pare sul maggio, m’han dato un foglio di carta per scrivere a mia zia. E finalmente io sono riuscito a mettermi… almeno, tramite questo pezzo di carta della Croce Rossa, [a] scrivere a mia zia. Oh, qui devo dire che sono stati abbastanza gentili, perché non mi han dato da mangiare, ma m’han dato piano piano prima il brodo: cioè da dove arrivavo han capito che avrei dovuto fare una certa dieta, perché? – e questo me l’aveva fatto notare anche l’americano quando mi portò sulla jeep – c’era gente che si… gli americani a tutti ‘sti prigionieri buttavano da mangiare, tutti mangiavano, ma molti crepavano di indigestione. Purtroppo gli scoppiava lo stomaco. Lì nel campo invece piano piano – naturalmente un po’ di rabbia per vedere gli altri che mangiavano sberle di carne e io che dovevo prendermi… mangiarmi il brodino o la zuppa – però m’hanno rimesso in forma bene.

D: Ti ricordi se questo campo era vicino a qualche città grossa?

R: No, l’era appena fuori da Dachau… sì, appena fuori di Monaco, periferia di Monaco. Infatti lì, Monaco di Baviera, mi pare che era il campo 205.

D: E lì sei rimasto fino a quando dicevi?

R: Dunque, sono rimasto fino… mi pare alla fine di giugno. Però nel rientro – naturalmente eravamo in molti che rientravano – m’hanno fatto fare fino a Brescia con un treno… sì, con un treno, poi a Brescia non c’era… beh, loro mi han portato a Brescia, poi mi hanno detto “arrangiati tu”. Infatti a Brescia abbiamo trovato un camionista, gli ho spiegato chi ero, da dove venivo, perché portavo ancora il triangolo – anche se oramai avevo solo degli abiti borghesi – m’ha preso ‘sto camionista e m’ha portato in piazzale Loreto. In piazzale Loreto, quando m’han visto arrivare con ‘sto triangolo è stata la fine del mondo. Perché non ho pagato il tram per arrivare a casa, tutti volevano accompagnarmi, anche perché ero diventato abbastanza rotondo. Perché dalla magrezza di Dachau al piano piano riprendendomi – di Dachau, pardon, di Flossenbürg – riprendendomi mi ero anche gonfiato, fra l’altro. Però anche se ero gonfio, sapevano – probabilmente lo sapevano già perché altri erano arrivati prima di me – sapevano che era una malattia la mia, e allora m’hanno accompagnato fino in piazza Lega lombarda, dove la portinaia quando m’ha visto ha fatto un urlo… e ha detto “è tornato l’Ugo.” Lì ho abbracciato mia zia, finalmente.

D: Scusa un attimo Ugo, questa storia del ritorno, cioè da Monaco ti hanno messo su un treno…

R: Su un treno fino a Brescia.

D: E non si è fermato a Innsbruck, da altre parti?

R: No, no. Almeno, che mi ricordo da Monaco so che mi hanno scaricato a Brescia. Perché il treno si fermava a Brescia.

D: Ma era un treno civile? Era un treno di passeggeri?

R: No, no, no. L’era un mezzo civile, un mezzo… perché molti erano su carri bestiami, molti erano su carrozze, ma vecchie stravecchie, perché se vedevi che erano… e io ero su una carrozza, ma che gli mancava un veder [vetro]. Ma, intendiamoci, non me ne fregava niente.

D: Ascolta, ma questo treno qui di chi era?

R: Non lo so.

D: C’era su del personale?

R: No. So che a me han detto un bel momentino “tutti questi di questo campo vadano là, trovino posto, o sul treno… o sui carri, o sui vagoni, perché arriva a Brescia.”

D: A Brescia c’era un comitato di accoglienza?

R: No, no, no. Non ho trovato nessuno. Brescia sono sceso e ho detto “qui cosa faccio?” Treni non ce n’erano, probabilmente non poteva continuare il treno perché c’era rotto qualcosa. Ho detto “qui vado sulla statale per Milano, vedo se c’è qualche camion”, combinazione ho trovato questo camionista che mi ha caricato e mi ha portato fino in piazzale Loreto.

D: Ugo, son passati 55 anni, e tu facevi sempre accenno prima al diario che hai scritto dopo.

R: Sì, perché io avevo diversi appunti… cioè, non appunti presi là, ma appena tornato ho voluto scrivermi subito quello che riuscivo a ricordare. Quelli della Russia l’avevo fatto prima, quelli di Flossenbürg l’ho fatto dopo, e li ho messi lì, non li ho mai toccati. Poi ogni tanto mi veniva in mente qualcosa e la mettevo giù. Nel ’75 finalmente mi son deciso a dire “cià, adesso con calma mi scrivo…” L’ho scritto, ma l’è sempre rimasto nel cassetto.

D: Ecco, ma io ti volevo chiedere: sei mai stato intervistato te in questi 55 anni?

R: No, no, no.

D: Nessuno ti ha mai chiesto niente della tua deportazione?

R: Ma guarda credo che neanche in Pelikan, eccetto i dirigenti, nessuno sapesse… io non ho mai raccontato niente a nessuno. A scuola insegnavo, qualcuno sapeva, qualcuno, ma altrimenti non… C’è gente che ancora al giorno d’oggi, intendiamoci non sono… ma non sa che io sono stato a Dachau, sono stato in Russia. Mument… [un momento] lo sanno i combattenti, perché quando c’è la riunione vado con loro e sanno che son stato in Russia.

D: Ugo, dei tuoi compagni di deportazione, che siete partiti da Bolzano per arrivare a Flossenbürg, quanti se ne sono salvati? Lo sai più o meno?

R: Se ne sono salvati molto pochi. Perché infatti quando ci sono le riunioni della associazione, che ci troviamo noi, che ci siamo conosciuti dalla Val Sassina, da San Vittore, da Bolzano, eravamo in una decina: oggi siamo quattro o cinque, cinque forse, perché diversi sono… a parte quelli che purtroppo sono morti subito. Perché infatti appena tornato siamo andati a trovare altra gente, ma era ammalata, gente che aveva contratto delle malattie, che purtroppo non ce l’han fatta a arrivare fino ai giorni nostri, per essere lì in associazione.

D: Ecco Ugo, l’ultima cosa, i numeri proprio non te le ricordi? I numeri di Flossenbürg…

R: Lassum legerli [fammeli leggere]. Campo di concentrazione Dachau comando d’Augsburg […] 7-19 ottobre ’44, numero detenuto 11… beh 117.064.

INTERVENTO: Sopra c’è anche quello di Flossenbürg.

R: Ah eccolo qua, ciula… eccolo…

INTERVENTO: Allora se li puoi dire tutti e due…

D: Allora i due numeri…

R: Dunque, quello di Flossenbürg è quello in alto che l’è 21752. Quello di Dachau è 117064.

D: Visto che questi ce li siamo ricordati?

R: Eh, per forza, l’ho legiù [l’ho letto].

D: Ugo.

R: Ecco, arrestato il 25 giugno del ’44.

D: Ecco, Ugo, ascolta un attimo. Quindi a Flossenbürg ti hanno immatricolato una prima volta, e poi quando ti hanno trasferito da Flossenbürg ad Augsburg ti hanno ancora immatricolato.

R: No, no, ho sempre avuto quel numero lì.

D: Eh ma 117 mila è quello di Dachau.

R: Ma perché Flossenbürg era sotto una dépendance.

D: Augsburg era un sottocampo di Dachau.

R: So che a me han dato questo numero e l’ho sempre tenuto, si vede che a Flossenbürg gh’el ‘ndava ben chel numer lì [gli andava bene quel numero lì].

D: No, ascolta, a Flossenbürg ti hanno dato il 21 mila, giusto? Quando sei arrivato con Antonio a Flossenbürg ti hanno dato il 21 mila. Poi quando sei andato ad Augsburg, che è un sottocampo di Dachau …

R: Allora l’è forse questo 117 mila ad Augsburg. Eh beh…

D: Esatto. Ecco, non ti ricordi quando te l’hanno dato questo 117 mila? Non te lo ricordi? Neanche dove…

R: So che io ad Augsburg avevo questo numero qui. Ma un mument, l’è quel che capisi no [è questo che non capisco], ma anche a Flossenbürg, mi sun cunvint che.. [sono convinto che] questo 21 mila qui…

D: E’ di Flossenbürg. Perché la prima immatricolazione te l’hanno fatta a Flossenbürg, dopo ti hanno trasferito…

R: No, un mument… Però a Flossenbürg loro m’han cambià il numer…

D: Ad Augsburg t’hanno cambiato numero, perché era un’altra dipendenza, dipendeva da Dachau.

R: Ah ecco perché dipendeva da Dachau. No, allora no. Quan’ m’ha fermàa [quando mi hanno fermato] a Bolzano… a Flossenbürg, mi pare che… m’avevano detto che lì vicino c’era Dachau, mi avevano detto.

D: Ma non è forse Ugo che il treno si sia fermato da Flossenbürg ad Augsburg, e lì ti hanno detto che vicino c’era Dachau?

R: No, allora probabilmente… ma me ricordi no [non mi ricordo] a Flossenbürg… so che avevo imparato questo numero qui, perché me lo continuavano a chiedermelo, almeno, quando c’erano le adunate dovevo rispondere così. Ma me pareva che anca a Flossenbürg… [mi sembrava che anche a Flossenbürg]

D: Flossenbürg era il 21 mila.

R: Perché strano… ah, no, un mument… questo mi è rimasto impresso perché probabilmente è l’ultimo numero che ho dovuto imparare, quell’altro al me ricurdavi più [non me lo ricordavo più].

Strafkompanie

Compagnia di disciplina. Reparto a cui sono assegnati prigionieri che hanno infranto una regola, condannati ai lavori forzati, spesso fino alla morte per sfinimento, percosse o fame.

Augsburg

Germania. Campo dipendente di Dachau.

Sottocampo di Augsburg-Haunstetten (febbraio1943 – 13 aprile 1944)

Sottocampo di Augsburg-Kriegshaber (agosto 1944 – 25 aprile 1945)

Sottocampo di Augsburg-Pfersee (27 aprile 1944 – 25 aprile 1945)

ARMIR

Armata italiana in Russia, l’8ª Armata, venne costituita il 9 luglio 1942 per incrementare il corpo di spedizione impegnato sul fronte russo orientale. Prese parte all’avanzata verso i bacini dei fiumi Don e Volga e al tentativo di conquista di Stalingrado da parte delle forze nazifasciste.

Reichswerke Hermann Göring

Conglomerato industriale fondato nel 1939 da Hermann Göring che comprendeva compagnie di attività estrattiva fino alle acciaierie per la produzione bellica e i trasporti.