Austria. Campo dipendente di Mauthausen.
Autore: editor
V4 (Rheinbote)
V4 era un razzo balistico a corto raggio utilizzato dalle forze naziste durante la seconda guerra mondiale.
Muro del pianto
Muro ubicato all’entrata del campo di Mauthausen. Alle catene apposte sul muro venivano legati i deportati in punizione.
Bolzano
Italia. campo di concentramento in località di Gries, aperto nella primavera del 1944.
Lagerältester
Anziano del campo. Prigioniero cui è affidata la responsabilità di tutti i prigionieri del lager: gestiva il campo, si occupava del funzionamento dei servizi, della disciplina, con il potere di nomina di funzionari tra i prigionieri.
Villa Eicke
Villa di Theodor Eicke, generale delle SS, dal novembre 1939 ispettore dei campi di concentramento. Nel mese di giugno dello stesso anno si trasferì con la famiglia nella villa, vicino al campo di Sachsenhausen.
Sankt Valentin
Austria. Campo dipendente da Mauthausen.
Pavarotti Romolo
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Mi chiamo Romolo Pavarotti. Sono nato il 24.10.1925 a Milano.
Per gli spagnoli ero Ramon… [per i] deportati, spagnoli deportati, ero Ramon. Sono stato arrestato nel febbraio del ‘44 dall’Upi, l’Ufficio politico investigativo di Milano, che aveva sede in via Schiapparelli. Lì mi hanno trattenuto per otto giorni, interrogato sulle vicende dei fratelli caduti sul San Martino di Varese. Ovviamente sono stato seviziato, dopodiché, dopo otto giorni mi han portato a San Vittore.
D: Scusa Ramon, ti hanno arrestato dove?
R: In casa.
D: A Milano?
R: No, io ero andato di sfuggita in casa. Cioè, io ero latitante, facevo… sempre vicino a Varese ho portato ebrei in Isvizzera [Svizzera, con ‘I’ prostetica, ndr], facevo volantinaggio, portavo le armi, facevo tutto quel lavoro lì. Quando mi hanno arrestato è perché qualcuno mi ha visto, che io – erano case popolari – sono entrato di notte, verso le 2 le 3. Alle 5 erano già lì a prendermi.
D: A Milano questo.
R: Ero clandestinamente in casa, qualcuno si vede che ha…
D: Tu facevi parte di qualche organizzazione?
R: No, perché prima erano gruppi paramilitari, non esisteva ancora il partigiano. […] Ecco, facevo parte di gruppi paramilitari, che in un primo tempo, già nel settembre, dopo l’8 settembre, attraverso segnalazioni dei carabinieri, coi due fratelli e lo zio materno siamo andati sui monti di Tirano. Dopodiché, cacciati dai tedeschi, abbiamo riparato sulla Bergamasca, a Zambla. Anche lì erano i primi tempi di queste formazioni militari. Abbiamo dovuto anche lì fuggire da lì e siamo andati tutti sul San Martino di Varese, dove il colonnello Croce, comandante del Savoia Cavalleria, aveva costituito un gruppo paramilitare della Resistenza. Quando siamo arrivati al San Martino i miei due fratelli e lo zio sono rimasti sul monte, io invece sono stato aggregato a dei gruppi che portavano ebrei in Isvizzera. Dopodiché la fornitura di armi, volantinaggio, fare dell’antifascismo, in latitanza ovviamente.
Sono stato arrestato perché di notte ho voluto andare a trovare i miei genitori, e dopo un paio d’ore l’Upi mi ha arrestato. Mi ha appunto portato dove avevano la sede, in via Schiapparelli a Milano, seviziato per otto giorni. Dopodiché sono finito a San Vittore, e ci sono rimasto una notte, e siamo partiti per Mauthausen.
D: Ti ricordi quando siete partiti per Mauthausen?
R: Lì c’è quel libro di… che lo dice, lui mi pare che dica… perché non siamo partiti [subito] per Mauthausen, però noi ci siamo fermati otto giorni a Innsbruck, a Reichenau, dopodiché siamo andati a Mauthausen. Forse era i primi di marzo, cosa vuoi che dica… i primi di marzo…
D: Ti ricordi, da San Vittore ti hanno portato alla Stazione Centrale a Milano?
R: No, sotto la stazione.
D: E vi hanno portato come?
R: Con camion, con camion. […] Come dicevo sono rimasto una notte, con altri prigionieri politici, un centinaio. Con i camion ci han portati sotto le gallerie della stazione, caricati su due carri merci, carri bestiame lo chiamavamo noi, diretti verso Mauthausen. Però abbiamo avuto una sosta a Reichenau, Innsbruck, in Germania, Austria… in Germania a quell’epoca, e lì siamo rimasti altri otto giorni. Dopodiché, denudati di tutto, ci hanno portato a Mauthausen. Siamo arrivati…
D: Di Reichenau, di questo campo di Reichenau, di Innsbruck, cosa ti ricordi? Ti hanno immatricolato lì?
R: No. No.
D: E stavate tutto il giorno dentro nel campo?
R: Dentro in una baracca.
D: C’erano molte baracche che tu ricordi?
R: Sì, c’erano delle altre baracche, non molte però, altre baracche. Poi è diventato un campo di concentramento di transito.
D: Dopo otto giorni vi hanno ricaricati di nuovo…
R: E portati a Mauthausen.
D: Sempre lì a Reichenau, c’erano molti italiani? Solo italiani o anche altri?
R: Sì, sì, sì, italiani. Era una baracca di soli italiani.
D: L’arrivo a Mauthausen come te lo ricordi?
R: Da Reichenau, dopo otto giorni, ci hanno trasferiti, sempre su carri bestiame, a Mauthausen. Siamo scesi alla stazione e subito abbiamo avuto delle brutte sensazioni, tutti, perché c’erano le SS, coi cani che abbaiavano, loro gridavano, non si capiva nulla. Dopodiché siamo marciati verso Mauthausen, che è sulla collina dell’entroterra di Mauthausen. Dico un particolare, che, diciottenne come me, passando per il centro di notte, ho visto che c’è un cinema, e al mio compagno vicino ho detto: “Probabilmente domani veniamo a vedere un bel film!” Purtroppo, quando siamo arrivati sulla cima a Mauthausen, all’entrata di Mauthausen, la sensazione era proprio di terrore totale, perché tutta la coreografia era proprio di terrore. Gridavano, gridavano, gridavano. Dopodiché siamo finiti all’interno del campo, e tutti siamo andati alla doccia, al Waschraum, lo chiamavano loro. Dopo la doccia ricordo che, seminudi – ci hanno rasato il pelo da tutte le parti – e seminudi, con la neve che era nella piazza, era caduta, a piedi nudi siamo corsi al blocco. E lì al blocco numero 16, che era il primo blocco di quarantena, in quei pochi giorni che io sono rimasto, le sensazioni erano veramente brutte, bruttissime. I kapò cominciavano a pestare, cominciavano a esserci le punizioni, e quant’altro. Io però, dopo tre o quattro giorni è venuto un SS con un kapò, han chiesto di un elettricista, di un muratore, di un idraulico e di un falegname, e io ho alzato la mano dicendo che ero elettricista. Allora sono uscito fuori con gli altri tre, e il giorno seguente siamo partiti per un campo dipendente da Mauthausen, a Sankt Lambrecht, che è nella Carinzia.
D: Scusa Ramon, eri già stato immatricolato?
R: Sì, alla baracca ci hanno immatricolato.
D: E il tuo numero te lo ricordi?
R: Certo. Prima di partire in Mauthausen sono stato immatricolato col numero cinquantasette seicento dodici [57.612], che in tedesco voleva dire Siebenundfünfzigtausend sechshundertzwölf.
D: Oltre al numero, ti hanno dato anche qualcos’altro?
R: Sì, mi hanno dato una fascetta di metallo da mettere attorno al braccio… al polso. E invece la scritta su del panno bianco, col triangolo rosso con l’ ‘i ti’ [‘IT’] me l’hanno messa sulla giacca e poi al fianco del pantalone destro.
D: Quindi in un gruppetto di deportati siete state portati in uno dei sottocampi. Il viaggio come l’avete fatto da Mauthausen a questo sottocampo, a Sankt Lambrecht? Com’è che lo avete fatto?
R: Il viaggio da Mauthausen a Sankt Lambrecht, pare assurdo, ma l’abbiamo fatto su un treno normale, in mezzo alla altra gente, un po’ separati ma c’era altra gente. Ovviamente eravamo tutti ammanettati. Quando siamo scesi in questo paese, anch’esso bellino, ci hanno portato in un castello, il castello principale di questo paese, e lì, al primo piano di un’ala del castello, c’era questo piccolo lager che era un commando di ottanta uomini e dieci donne. Dopodiché mi hanno assegnato un lavoro su in montagna, a tagliare pini, portarli a valle, caricarli sui camion, portarli alla stazione e caricarli sui vagoni. E questo lavoro l’ho fatto per due o tre mesi, dopodiché c’è stato un avvenimento che stava per cambiare letteralmente la mia vita. Cioè, un deportato di nome Meda, che io ho conosciuto solo lì, che era nel mio gruppo di dieci che s’andava con un commando a lavorare su nei boschi. Dopo un po’ di tempo questo Meda… Era abitudine, quando si aveva dei bisogni, di chiedere alle SS “Commando Führer… Abort”, cioè dovevo fare i miei bisogni. Il Commando Führer ti lasciava andare nel bosco, il bosco era grande, e la sicurezza era piuttosto allentata perché, oltre al comandante, c’erano quattro delle SS. Un bel giorno questo Meda non rientra dai suoi bisogni e il Commando führer mi chiama “Italienisch, komm[st] Hier”, vieni da me, “Wohin [Wo ist] der andere Italienisch?”, dov’è l’altro italiano? Io ho risposto “Commando Führer, weiß Ich nicht, weiß Ich nicht”, io non lo so, “[…]”, cioè “cercalo, cercalo, cercalo!”. E io ho incominciato a chiamare “Meda, Meda, Meda”. Purtroppo il Meda oramai se ne era andato. Immediatamente siamo rientrati al campo, subito dopo mi han dato la punizione, che loro chiamavano minima, di 25 nerbate sulla schiena. Ad esempio… degli altri sapevano la punizione che aspettavano. Oltretutto io ero anche indiziato come collaboratore della fuga del Meda, ma che non era vero, era la deduzione che hanno fatto loro, quelli della SS.
Otto giorni solo al campo, al lager, questo piccolo lager, in attesa del mio destino. Nel contempo però avevo gli spagnoli. Ero giovanissimo, mi volevano molto bene, in particolare Agapito, che mi faceva da papà, da fratello, da amico, che mi reggeva. Mi diceva: “Ramon, devi avere fiducia, non perderti d’animo, io farò di tutto perché tu possa non andare alla Straf compagnia, dove la morte era certa rientrando a Mauthausen. E Agapito, che era lì dal 1940, quindi eran già quattro anni circa che era lì, e che già conosceva il tedesco, e che lavorava nella vaccheria del colonnello della SS, che era padrone di quei terreni, mi portava da mangiare di nascosto. Lui aveva accesso alla villa del colonnello, perché oramai sapendo bene il tedesco avevano fiducia in lui, andava anche a fare lavori in casa nella villa del colonnello della SS. In quell’occasione, un giorno, prima che prendessero il Meda, il colonnello disse – lui sentiva perché era in casa – “I due italiani li fucileremo non appena preso il Meda, perché deve essere d’esempio a tutti gli altri deportati che fuggire vuol dire morte.” Sentendo questo, Agapito si rivolge al colonnello della SS, e come diceva lui “ho detto una mentida, una grande”. Ha detto al colonnello della SS: “Ma Ramon no es… non è un italiano, es un Espanyol!” Il colonnello l’ha presa per buona, quindi la fucilazione non c’è stata, c’è stato il rientro al campo. Prima di partire però Agapito mi ha detto: “No te preocupe, non ti preoccupare che come arrivi vedrai che ti viene a prendere uno spagnolo e ti porta al blocco degli spagnoli.” Perché questa era una delle assurdità dei campi di sterminio insomma. E così abbiamo fatto il viaggio.
Il Meda l’hanno preso, l’hanno conciatissimo, perché l’ha preso la Gestapo. Lui commise l’errore dopo otto giorni di andare a chiedere da mangiare a due vecchi in montagna; loro gli han detto “sì però devi lavorare”, e nel contempo uno dei due vecchi è andato al paese ad avvisare la Gestapo che poi l’ha preso. E insomma, quando è arrivato a Sankt Lambrecht, nel campo, era conciato da buttar via. E lì c’è un episodio che segue, perché il comandante della SS ancora ha voluto che io, che non ero… non avevo colpa per la sua fuga, dovessi restituire il ‘Fünfundzwanzig’ che io ho preso. Così è stato. Mi han dato questo nerbo… mi han dato questo nerbo, io l’ho preso in mano, picchiavo, ma dato che non picchiavo forte, loro mi dicevano “zu schwer, zu schwer, più forte, più forte, si fa così, si fa così!” E alla fine, povero Meda insomma, ne ha prese tantissime altre, conciato com’era. In attesa di rientrare al campo, mentre tutto il commando andava a lavorare, io avevo cura di lui, diciamo così, tra parentesi, anche con una rabbia incredibile, però cercavo di curarlo, di dargli da mangiare per quel poco che c’era, e di parlare [del] perché è fuggito. La verità è che lui, d’accordo col […] master, che era il maestro del taglio, facendogli un’offerta… a furia di insistere su un’offerta di un mucchio di dollari che avrebbe lasciato su una banca di Lugano, è arrivato il giorno che questo gli ha preparato il sacco della fuga con dentro vestiti e da mangiare. Dopodiché è successo che lui non è riuscito a arrivare in Italia e si è fermato da quei due vecchi, e poi è rientrato.
D: Ecco, lì da Sankt Lambrecht poi tu sei rientrato a Mauthausen.
R: Sì, da Sankt Lambrecht appunto siamo rientrati a Mauthausen, e la bella… Con tutte le preoccupazioni che avevo io, ma non più di tanto, perché credevo ciecamente al compañero Agapito, quando sono arrivato lì, siamo stati lì la notte. Ovviamente, nella notte, sia SS che kapò, ubriachi dello Snaps. Lo Snaps era… prendevano la benzina e la filtravano e facevano questo Snaps che era 70-80 gradi. Si ubriacavano, e ogni volta che passavano via – noi eravamo legati a degli anelli di ferro, con una catena – si divertivano a… perseguitarci, insomma. Però alla mattina, all’alba, viene un SS con un kapò, prendono il Meda, e va. Non so dove può essere andato, sicuramente alla Straf compagnia. Viene un altro SS, con un Español, che mi prende in consegna, mi porta giù al Waschraum a lavarmi, mi dà dei vestiti, e poi mi porta al blocco 16, che era il blocco degli spagnoli… al blocco 12, che era il blocco degli spagnoli. E lì mi volevano tutti bene perché tutti sapevano la mia storia, tant’è che, avendo la mia qualifica di elettricista, sono riusciti ad inserirmi nel Commando Elettric. Il Commando Elettric era molto vicino al Krematorium. Il mio compito era, con la borsa delle lampadine, girare attorno al campo e cambiare le lampadine bruciate. Ovviamente questo lavoro mi consentiva di vedere tutto ciò che succedeva e sentire tutto ciò che dicevano. E quindi vedere anche gli orrori che succedevano, le fucilazioni che facevano contro il muro del Krematorium. E poi, un’altra scena che era normale tutti i giorni, è che quando ti alzavi e giravi il campo vedevi i reticolati dove passava un’elettricità a 5000 volt, c’erano sempre deportati che si aggrappavano per morire, per finire la loro vita, tremenda vita. Andavo pure a cambiare lampadine al Politische Abteilung, che era la baracca dell’Ufficio politico, e andare lì, sentire le grida degli interrogatori che le SS facevano era una cosa che… Ma oramai per me era diventata, diciamo così, una normalità. Facevo finta di non vedere, di non ascoltare. Però poi, considerato che eravamo al Commando Elettric, quando aggiustavano le radio delle SS, avevo la possibilità di sentire Radio Londra: quando gli altri deportati giravano la manovella delle radio, ad aggiustare, e sentivo anche le notizie com’erano, che poi io riferivo a un gruppo di antifascisti – c’era un gruppo, Pajetta e tanti altri, internazionale, nazionale e internazionale – e riferivo quello che sentivo alla radio, certamente con molta discrezione perché…
D: Ramon, ti ricordi quando sei tornato da Sankt Lambrecht a Mauthausen? Che periodo era più o meno, te lo ricordi?
R: Aspetta, fammi pensare. Era… Dunque, io sono andato a marzo, sono stato lì tre o quattro mesi – aprile, maggio – a giugno inoltrato sono rientrato.
D: Sei sempre rimasto poi a Mauthausen?
R: No! Io sono rimasto a Mauthausen altri dieci mesi, sempre lavorando nel Commando Elettric, dopodiché per un… Debbo dire che la SS che comandava il Commando Elettric era un SS di Merano, parlava un veneto bastardo, e per il primo mese mi perseguitava, “tu fascista, tu Badoglio, tu partisan, tu qui tu là”, e io negavo in assoluto, che non era vero, che ero in un cinema e che mi hanno preso in questo cinema. Dopo un mese di torture psicologiche, un giorno lui mi dice “guarda che se il kapò ti fa qualcosa di male me lo vieni a dire che io lo metto a posto.” Io ho sofferto le attenzioni del kapò per dieci mesi, specialmente quando andavo a lavare la centrale elettrica, mi disgustava quello che faceva, anche se non mi ha mai messo mani addosso. E un bel giorno, così, il Comando Führer mi dice “come va col kapò?”, e allora io dissi “quello fa sempre il cretino di fronte a me…” Non l’avessi mai detto. Il giorno dopo, due giorni dopo, mi hanno trasferito a Schlier, un altro campo dove ne sono uscito 42 chili, con la tbc, la flebite, la laringite, la faringite, la bronchite, insomma, sono uscito distrutto da questo campo. Lì noi operavamo in gallerie e si trapanavano le pareti delle gallerie, dove avrebbero messo la dinamite per far saltare tutto, perché in quelle gallerie veniva prodotto il propellente delle V1 e V2. Erano dei grandissimi serbatoi che venivano collocati su dei binari, tipo tram e treni, con direzione… in quel periodo si diceva ‘Inghilterra’. Quando questi serbatoi qui erano pieni di carburante, diciamo così, alla testa del serbatoio mettevano un’ogiva, che era una specie di bomba atomica, che poi veniva lanciato a Londra, Coventry, eccetera.
Senonché lì i tempi stringevano, da mangiare non ce n’era più. Oramai si sentivano bombardieri, i bombardamenti degli americani, dei russi, delle truppe alleate, diciamo così, e quindi la fine era vicina, tant’è che a fine febbraio… no, a fine aprile, si è incominciato ad evacuare il campo. Dei gruppi che ormai non si sostenevano più in piedi venivano caricati sul camion e portati al crematorio di Ebensee, gli altri invece che ancora potevano camminare come me, abbiamo fatto la marcia della morte. In questa marcia della morte, senza mangiare, camminare tanto, i bombardamenti continuavano, ci abbiamo impiegato sei o sette giorni a fare 80-100 chilometri per arrivare a Ebensee. Adesso non mi ricordo, il quinto o sesto giorno, noi vedavamo che tante SS di notte scappavano, rimanevano i più criminali. E di questo ci si accorgeva, quindi, specialmente gli spagnoli che erano ancora in sesto, erano molto attenti: “se arriva un qualche cosa particolare ci difendiamo.” Siamo arrivati dopo cinque giorni, siamo arrivati a un bivio di una salita – cinque o sei giorni – un bivio di una salita che conduceva poi a Ebensee. E lì, già prima di iniziare questa salita, ci han fatto riposare un attimo. Nel frattempo, noi abbiamo – guardando alto – abbiamo visto un grosso carro armato che si affacciava alla discesa, e a fianco con due jeeps, abbiamo capito che stavano per arrivare gli americani. Quel tempo per gli americani di arrivare dove eravamo è stato sufficiente perché le SS han cominciato a dire “Ich gut, Ich gut, Ich gut, noi non siamo stati cattivi con voi e quindi ditelo agli americani”, ma nel frattempo alcuni deportati hanno ucciso un gruppo di SS. Quando sono arrivati gli americani, che filmavano tutto, ci han lasciato altro tempo libero, dopodiché finito “ora vi portiamo in un campo di quarantena.” In quel frattempo, pur conciato da buttar via, ho avuto – dato che eravamo a ridosso di una via principale – ho avuto la grande gioia di vedere una macchina militare con su una bandiera italiana. E allora, con vicino me un altro italiano – che poveretto aveva 16 anni, aveva due anni meno di me – ho visto questa macchina, ho detto “qui, se andiamo in quarantena…” Allora ho chiamato “italiano, italiano, italiano, italiano”, e questi qui si sono fermati, ci hanno caricato, e poi ho detto “adesso portate via tutto quello che c’è da portar via”, dai carri, dove c’era ogni ben di Dio, si sono riforniti di ogni ben di Dio. Nel frattempo io, avendo ancora il terrore che potesse succedere qualcosa, mi ricordo che ho preso una tuta di una SS, verdastra, sgualcia, sporca, e mi sono levato subito il mio vestito a righe, per dire “se mi fermano ancora sono…” Così ho fatto, però quel vestito lì me lo son tenuto, mi sentivo più libero. Con questo gruppo di italiani…
D: Scusa un attimo Ramon, quando sei stato liberato, ti ricordi la data più o meno?
R: Sì, sì. Ovviamente sono stato liberato alle 6 di sera, alle 18 di sera, del 5 di maggio, che è stata contemporaneamente anche la liberazione di Mauthausen. Quindi c’è stata una coincidenza: si vede che le truppe in quel momento lì non trovavano resistenza, e quindi…
D: Un’altra cosa, in quest’altro sottocampo dipendente da Mauthausen, che si chiama dicevi?
R: Schlier.
D: Ecco, lì ti hanno immatricolato ancora?
R: No.
D: Eravate tanti italiani in questo sottocampo qui?
R: No. In quest’ultimo campo di Schlier la prevalenza erano francesi. Gli italiani erano pochissimi, veramente pochi, e quindi il dialogo era quasi sempre coi francesi, coi kapò, eccetera eccetera. Quindi questi francesi qui io li ho poi trovati, tant’è che mi sono iscritto anche all’Amicale de Mauthausen, perché loro volevano che mi iscrivessi, e sono iscritto tutt’oggi, e quindi partecipo anche ai loro incontri internazionali. Sono cose belle, però…
D: Ramon, ritornando allora alla macchina, quando tu hai fermato la macchina…
R: Con questa macchina, con questi militari italiani, abbiamo girovagato otto giorni, però col pericolo che i posti di blocco americani ci requisivano la macchina. E questo è successo più volte, almeno tre volte o quattro. Però, essendoci dei meccanici dentro, si andava in un campo dove c’era le macchine parcheggiate, mettevano in moto un’altra macchina, abbiamo continuato e siamo arrivati a Bregenz, sul lago dei tre Cantoni, Svizzera, Germania, Austria. E lì c’era un comando americano in un albergo. Questo comando prendeva metà di questo albergo. La proprietaria era una spagnola, e avendo vissuto tanto con gli spagnoli conoscevo abbastanza bene lo spagnolo, son andato a parlare a nome degli altri al titolare di questo albergo, gli dissi “fermi qui una notte, domani andiamo in Svizzera, passiamo il confine e andiamo in Svizzera.” Così è stata. Abbiamo passato una notte lì, ci han rifocillato, e all’indomani siamo partiti per il confine svizzero. Purtroppo lì non facevano passare nessuno, ci hanno ritornati indietro. Abbiamo dovuto ritornare a Innsbruck nel campo di Reichenau dove all’inizio c’ero già stato; e lì c’era un grosso concentramento di italiani che dovevano rientrare […] per Bolzano, dove c’era un campo di raccolta di tutti questi deportati, anche degli ospedali attrezzati per poterli… Anche lì ci siam fermati alcuni giorni, dopodiché è arrivata una colonna della Pontificia Commissione di Assistenza, han formato questo gruppo. Col mio amico ci siam dati da fare per rubare, tra virgolette, un camion, che sarebbe rimasto poi di nostra proprietà. Questo camion si è unito alla colonna della Pontificia Commissione Assistenza, e poi, quando siamo arrivati a Bolzano, lì c’era un altoparlante, con tanta gente, familiari che attendevano di vedere se i loro familiari si erano salvati o meno. E lì, come sono arrivato io, ma tanti altri, subito hanno fatto il mio nome, “Pavarotti Ramon, Romolo”, e la cosa è stata subito recepita dai pompieri della Pirelli, che era la ditta in cui lavorava mio padre, ha lavorato cinquant’anni. Quando han sentito… quando han sentito “Romolo Pavarotti” son venuti a prendermi subito, mi han caricato sulla Croce Rossa e mi han portato a Milano. A Milano c’è un centro di raccolta all’Alfa Romeo, sono arrivato lì – oramai il mio papà lo sapeva, gli amici lo sapevano – sono arrivato come se fossi un eroe. Dopodiché mi han portato a casa perché vedessi i miei genitori, e subito dopo mi han portato all’Ospedale Maggiore di Milano, dove ci sono stato per circa due mesi. Poi sono uscito, sono andato in convalescenziale, sono andato in sanatorio, e dopo dieci anni ho avuto anche una brutta ricaduta, dalla quale mi sono rimesso.
Dopodiché le cose da un certo punto di vista economiche sono andate un po’ meglio, mentre purtroppo ho avuto anche la disgrazia di perdere due figli, e forse quello è stato il dolore più grande, ma non solo quello. Ho saputo – in effetti l’abbiamo saputo dieci anni dopo – perché i fratelli e lo zio sono stati letteralmente fucilati e trucidati sul San Martino di Varese dalle SS, dai fascisti, messi in fosse comuni. E dopo dieci anni c’è stata la riesumazione, con il riconoscimento della morte presunta, e tutti quei ragazzi, trentasette ragazzi, che sono finiti in quelle fosse, sono stati tutti collocati nell’ossario del Monte San Martino, dove è stato eretto un grosso monumento. Debbo dire che quei dieci anni, particolarmente per i miei genitori… ma io già l’avevo dato [per scontato], conoscendo più le cose, addentrandomi nelle cose, che non sarebbero più tornati, e invece i miei genitori speravano sempre che loro fossero riparati in Isvizzera, alla fine della battaglia, come tanti altri paramilitari del San Martino, e che fossero da lì andati in Russia perché avevano dei grandi ideali. La mia famiglia ha sempre avuto dei grandi ideali. E dopo c’è stato questo riconoscimento di morti presunti, i cadaveri non sono stati riconosciuti, e appunto sono finiti tutti nell’ossario.
D: Ramon, chi ti ricordi dei tuoi compagni di deportazione? Oltre al Meda che dicevi che è scappato, chi altri ti ricordi?
R: Ricordo quelli del mio gruppo, che siamo arrivati, e che quindi c’era un rapporto di amicizia, di stima, di condivisione, dei perché siamo stati arrestati, per difendere, diciamo così, la democrazia, dal fascismo.
D: Qualche nome Ramon, qualche nome…
R: Eh di nomi, beh… c’era Ratti, c’era… Marostica, e poi… e tanti altri, in questo momento non mi ricordo proprio il nome. Ma l’amico più grande, il mio ‘Number one’, il mio numero uno, è stato Agapito, perché con quello che ha fatto, con la ‘mentira’ al colonnello della SS, che capiva che aveva detto una grossa bugia ma che ha voluto accettarla per buona, è stato possibile salvarmi la vita. Agapito era un Españolo che a 16 anni ha combattuto la Guerra civile di Spagna. Si è poi rifugiato in Francia, dopodiché è andato nella legione straniera, e dopodiché è andato nell’esercito francese, e purtroppo, raggirando la Maginot i tedeschi… loro erano nei campi vicino alla linea della Maginot, sono stati tutti presi, letteralmente portati a Mauthausen, e i nove decimi sono stati in breve tempo – lavoravano la cava della morte, la ‘Straf compagnia’ si chiamava – sono quasi tutti deceduti perché il lavoro della cava, della ‘Carriera’, come la chiamavano gli spagnoli, era durissimo. Grazie a Dio, appunto, invece il mio amico Agapito si era salvato, e ha salvato anche me, e gli debbo la mia vita. Pensare che lui, non avendo il mio… non avendo io il suo indirizzo, perché rientrando se si fosse salvato non poteva andare in Spagna, lui mi ha… io ho dato a lui il mio indirizzo, “se ti salvi scrivimi!” Il destino ha voluto che invece, purtroppo, per un cambio di indirizzo mio, ci siamo visti dopo 44 anni a Padova. Una cosa stupenda, meravigliosa, eccezionale. Poi io sono andato a trovarlo a Carcassonne, dove abitava, con la moglie, i figli, un paio di volte. Sono andato a un congresso di Perpignan, e l’ho trovato anche lì. Dopodiché lui, venendo via da Padova e trasferendomi a San Remo, è pure venuto a trovarmi a San Remo, e dopodiché non l’ho più visto. Ultimamente gli mandavo sempre lettere, avevamo un rapporto epistolare molto stretto, molto bello. Lui aveva incominciato a scrivere anche un libro, che io tengo, che è scritto in Españolo, ma realizzato in Spagna a Soneja, che era la sua città di nascita, dove era considerato un eroe, ma lui ha voluto tornare ancora in Francia, a Carcassonne. E in quest’ultimo periodo lui è stato poco bene, è stato all’ospedale cinque mesi, io non avevo più sue notizie. Finalmente – sia telefonare… non riuscivo più a comunicare – finalmente mi ha mandato una lettera, con un libro, scritto da lui “Sobrevivir a Mauthausen” [Agapito Martín Romaní, Sobrevivir a Mauthaussen, Segorbe (Castellón), Edición propia, 1997]. È l’ultimo messaggio… l’ultimo messaggio che mi ha lasciato, perché quindici giorni or sono è morto, e non posso più rivederlo. Ma non lo dimenticherò mai. Mai.
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- Pavarotti Romolo: testimonianza sonora (42′) (27,9 MB – MP3)
Fiorentino Leone
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
PRIMA PARTE
Io mi chiamo Fiorentino Leone, sono nato il 7 settembre 1923 a Roma.
Voglio dire che le mie vicissitudini sono iniziate con la emanazione delle leggi razziali nel 1938. Migliaia di cittadini italiani di religione ebraica furono messi in condizioni di non poter più lavorare, di non poter più esercitare la propria attività, e anche io, al pari dei miei corregionali della mia stessa età, o giù di lì, fui espulso da tutte le scuole del regno. A mio padre, per esempio, che era un modesto venditore ambulante che operava nel mercato di Piazza Vittorio Emanuele all’Esquilino, fu tolta, fu ritirata d’autorità la licenza di vendita, e dovette arrabattarsi, dovette incominciare a fare degli umilissimi lavori per potere mantenere la famiglia. Io cominciai a fare il ragazzetto di bottega. Più tardi, alcuni anni dopo, fui precettato ai lavori obbligatori lungo le rive del Tevere, lavori di sterro primariamente. Ma istintivamente questo lavoro non lo accettavo, proprio perché era imposto, e anche perché la paga oraria [era] di una lira e ottanta centesimi, in virtù del fatto che ero un minore della maggiore età, mentre gli altri operai in genere lavorando dieci ore al giorno – perché la giornata lavorativa era stabilita in dieci ore – guadagnavano tre lire e sessanta centesimi. Questa disparità mi inaspriva maggiormente, non tanto nei confronti della ditta per la quale ero obbligato a lavorare, ma mal sopportavo la imposizione da parte del regime fascista. Non che sapessi esattamente quello che facevo, ma era un modo mio di agire, come dire, spontaneo. Questo mio atteggiamento nei confronti della ditta appaltatrice e anche del regime mi costava notti da trascorrere in guardina. L’indomani mattina venivo accompagnato da un agente di pubblica sicurezza sul posto di lavoro e poi finivo per essere piantonato per tutto il giorno lavorativo.
In seguito fui arrestato e condannato a sei mesi di carcere, che scontai interamente nel carcere di Frosinone ove ero stato trasferito subito dopo la condanna. Gli articoli del Codice penale che mi erano stati affibbiati erano tre, e ognuno di questi articoli mi comportava una pena da un minimo di sei mesi a tre anni di reclusione l’uno. L’imputazione era questa: vendita abusiva di generi di vestiario, che erano allora tesserati, così come erano tesserati gli articoli che riguardavano i generi alimentari, e per propaganda antifascista. A Frosinone fui costretto a lavorare nel locale fornace, che era situata ai piedi della cittadina, al pari di altri detenuti che con me erano arrivati da Roma a Frosinone, in sostituzione di tutti quegli operai della ditta della fornace che erano stati richiamati alle armi. Qui…
D: Scusa Leone, quando questo? In che anni?
R: Nel 1943. Nel 1943. Quindi la paga, così come era stato stabilito attraverso un accordo tra la direzione del carcere e la direzione della fornace, riconosceva per dieci ore lavorative a ogni detenuto che prestava la sua opera nella fornace una paga di 15 lire il giorno. Però di queste 15 lire la direzione del carcere se ne appropriava letteralmente, sottraendole a quanti effettivamente spettavano. E venivano riconosciute ad ogni detenuto soltanto le 5 lire rimanenti. Era un grosso vantaggio economico, sia per la direzione della fornace che risparmiava un sacco di soldi perché la giornata lavorativa di un operaio era di 36 lire per dieci ore lavorative, e le altre 10 lire venivano sottratte illegalmente dalla Direzione che se le pigliava totalmente. E questo sistema sempre istintivamente non lo accettavo, e quindi lavoravo anche qui molto molto svogliatamente, creando non pochi guai. Raccoglievo i blocchi di fango semisolido che uscivano da una taglierina… da una impastatrice, che dall’alto, attraverso un canale di legno, arrivava davanti a un operaio, che con una taglierina a compasso, con molta maestria bisogna dire la verità, tagliava in tre pezzi. Bisognava raccogliere questi tre pezzi così tagliati e metterli su un carrello che poi si spingeva fino a un capannone dove si doveva mettere ad essiccare prima che fossero messi nella fornace. Bene, da parte mia questi tre pezzi immediatamente ritornavano ad essere unici, un pezzo unico, e questo, anche qui, mi costava decurtazioni di paga e nello stesso tempo camere di punizione. Finalmente la direzione del carcere della fornace si decise a liberarsi di me, e quindi incominciai a trascorrere le mie giornate in camerata insieme ad altri detenuti. Ogni camerata aveva grosso modo dai venti ai ventidue ai ventitré prigionieri.
Cade il fascismo il 25 luglio, le carceri si stanno vuotando. Credo di poter essere liberato, ma non c’è una disposizione nei miei confronti, perché quanto serve alla direzione per poter mandarmi via è qualcosa che deve arrivare dalla centrale di polizia di Roma, che allora era a Piazza del Collegio Romano. Ma questo documento non poteva certo giungere perché attraverso i bombardamenti le linee di comunicazione erano totalmente rovinate.
Il 25 luglio cade appunto il fascismo. Si fanno congetture tra detenuti, si pensa che la guerra ormai sia finita e che si comincerà a vivere in maniera diversa. Ma non è così. I bombardamenti continuano e comunque, per non sottostare al pericolo incombente, poiché i bombardamenti avvenivano quasi tutte le notti in maniera massiccia, alcuni detenuti – intanto erano passate delle settimane, erano passati dei mesi – alcuni detenuti presero contatti con la direzione del carcere perché facesse scendere i detenuti durante le incursioni aeree giù in basso. Ma l’ottusità del direttore non lo permise e si decise di tentare una evasione in massa, quando uno dei continui bombardamenti più forte degli altri in questo caso lo avesse permesso. Capita questo bombardamento, e i detenuti scagliano le brande sulle serrature delle porte, e la nostra porta, quella della nostra camerata, è la prima a saltare. A un malcapitato secondino gli prendono le chiavi, qualcuno si incarica di aprire tutte le porte del piano e si scende durante il bombardamento intenso le scale che portano giù in basso, come bestie feroci terrorizzate. Ma un comando di carabinieri che facevano parte della caserma dirimpettaia – diciamo – del carcere, dopo aver sparato alcuni colpi in aria per intimorirci, ci sospinse ancora sul piano da dove eravamo discesi. E quindi trascorremmo tutta la notte con la faccia rivolta verso il muro e le braccia alzate, i moschetti con la baionetta innestata, puntata alla schiena. L’indomani mattina veniamo trasferiti giù in basso nelle celle di punizione, e siamo in molti ad attendere l’interrogatorio di ognuno perché si potesse valutare la colpevolezza di ognuno di noi. Ma intanto un reparto di soldati tedeschi, al comando di un loro ufficiale e da un tenente dell’esercito italiano che funge da interprete, invade tutto il piano terra. Un breve discorso dell’ufficiale tedesco e si riesce a capire che – perché tradotto appunto dall’ufficiale italiano – che il comando tedesco di stanza a Frosinone non vuole assumersi la responsabilità di tenere esposti ai bombardamenti gli unici civili quali i prigionieri sono, e quindi mette in libertà tutti coloro che hanno una pena da scontare non superiore ai cinque anni. Gli altri saranno trasferiti in altre carceri. Vanno via i tedeschi, e quelli che hanno maggiori anni da scontare rinchiudono gli esterrefatti secondini nelle celle di punizione e si danno alla fuga.
Esco dal carcere insieme ad alcuni altri compagni di sventura e ci dicono… riusciamo a sapere che alla stazione dovrebbe transitare una tradotta militare che dovrebbe andare verso Roma. Dopo molte ore arriva carica di soldati stracciati, affaticati, moralmente soprattutto. Dicono che per loro ormai la guerra è finita, e nella maggior parte dei casi sono stati abbandonati dai loro comandanti e quindi ora sono diretti verso le loro case. Dopo molte ore di viaggio si arriva a Roma. Esco, prendo un mezzo pubblico che va verso il quartiere dove abito, il quartiere Testaccio, ma non so rendermi conto perché piccoli e grossi mezzi militari tedeschi carichi di soldati armati di tutto punto transitano per Roma. Roma che era stata dichiarata mesi addietro Città aperta, quindi mi dicevo che doveva sicuramente essere accaduto qualcosa perché tutto si fosse in una qualche misura rivoltato. Alla stazione, o meglio, alla Piramide, in prossimità appunto di Porta San Paolo, c’erano i segni di violenti combattimenti e quindi una desolazione. Scendo dal mezzo appunto e poiché abitavo poco distante da lì, a piedi raggiungo la mia abitazione. I miei genitori… Quindi, una volta arrivato a casa, i miei genitori mi dicono delle tremende giornate trascorse, la combattività dei granatieri italiani e popolani romani malissimo armati contro il potente contingente corazzato tedesco che riesce a penetrare in città e a presidiarla. In un secondo tempo io seppi che in quei giorni di battaglia i morti furono 146, di cui 27 donne. Devo presentarmi alla centrale di polizia a piazza del Collegio Romano per convalidare la mia uscita dal carcere. Però la polizia non si sapeva bene da che parte stesse; le bande fasciste, sotto il controllo relativo dei tedeschi, si erano formate di nuovo e comunque i tedeschi, benché glielo avessero permesso di ricostituirsi, non si fidavano di loro, e perciò decisi di non presentarmi. Però sapevo di essere ricercato e quindi, malgrado tutti gli accorgimenti, fui catturato dalla polizia fascista il 3 dicembre 1943.
D: Dove? A casa tua?
R: A casa mia. Ma la casa era disabitata, perché le mie sorelle erano presso amici di famiglia e altrettanti amici di famiglia, che abitavano accanto al nostro appartamento rimasto vuoto, erano… ospitavano me e ospitavano mio padre e mia madre. Quindi fu un caso… C’era il coprifuoco, era tardi, e quindi dissi a mia madre: “Bene, se devo andare in quel posto, presso altri amici, per ripararmi dalle insidie, voglio andare a prendere qualche libro per leggere.” Infatti entro dentro casa, ma non appena entro sento lo squillo del telefono e penso che sia mio padre che vuole mettermi fretta. Invece erano tre agenti di pubblica sicurezza in borghese, che dopo avermi domandato dove fossero i miei, dissi che non potevo saperlo poiché da pochissimo ero uscito dal carcere e quindi non potevo dare altre spiegazioni. Ma perché vennero a ritirarmi… ad arrestarmi in quel frangente a casa? Perché avevo girato tutto il giorno, poiché mi sentivo seguito, per allontanare da me i due agenti di pubblica sicurezza in borghese che mi seguivano. Quindi prendo il tram, faccio poche fermate, scendo a Porta Castello perché stavo lì a Viale Giulio Cesare; a Porta Castello mi inoltro in quelle viuzze scure e strette, e lì giro attorno per molte ore, sperando di avere fatto perdere le tracce a questi poliziotti. Quindi molto tardi arrivo a casa, tanto è vero che mi trovo all’altezza di Ponte Vittorio – perché Borgo Pio si trova proprio sul Lungotevere all’altezza di Ponte Vittorio – attraverso il ponte, e qui mi pare che sono un po’… come dire, non più seguo un certo discorso: attraverso il ponte, prendo a Corso Vittorio il primo mezzo, il primo autobus che capita, e che va verso Piazza Venezia. Però mi pento. Mi pento perché dico, a Piazza Venezia? Piazza Venezia è piena di fascisti e di polizia! Ma ancor prima non posso scendere perché all’altezza della Cancelleria c’è il Palazzo Braschi dove c’è la banda Pollastrini, Bardi e Pollastrini. E quindi, una volta a Piazza Venezia, decido di proseguire e scendo a Via Nazionale – a metà di Via Nazionale – percorro poi tutta via dei Serpenti, arrivo a Via Cavour. Là prendo un’altra circolare che mi porta al Colosseo, e di lì la circolare rossa che mi porta a Testaccio. Quindi io ho capovolto la situazione. Vengo arrestato a casa perché quei due che mi avevano seguito mi avevano ben individuato e quindi avevano potuto comunicare ai loro colleghi che mi trovavo in quella situazione.
Dopo moltissime settimane nel carcere di Regina Coeli, e altrettante settimane nel penitenziario di Castelfranco di Modena, [arriva] quindi il trasporto su pullman nel campo di Fossoli, vicino Carpi.
D: Scusa Leone, quando ti hanno arrestato a casa tua, ti hanno portato subito in quale carcere?
R: Non in carcere, in camera di sicurezza.
D: Dove?
R: Nella camera di sicurezza del commissariato di Testaccio.
D: E ti hanno rivolto qualche imputazione?
R: No.
D: Ti hanno interrogato?
R: No.
D: Solo ti hanno arrestato?
R: Solo.
D: Lì sei rimasto quanto tempo?
R: Tutta la notte. L’indomani mattina fui… con un furgone carcerario fui trasferito nel carcere di Regina Coeli.
D: Sei stato interrogato lì?
R: No.
D: Ti hanno messo in cella isolato o con altri?
R: Con altri delinquenti comuni.
D: Questo è accaduto quando? Te lo ricordi?
R: Eh sì. Dunque… subito dopo il 3 dicembre del ‘43.
D: E poi tu dicevi che ti hanno trasferito ancora?
R: Sì.
D: Da Regina Coeli…
R: Da Regina Coeli nel penitenziario – non direttamente però – dal penitenziario di Castelfranco di Modena. Da lì poi…
D: Non direttamente in che senso?
R: Perché tentarono, i militi della Decima Mas, tentarono di… – me e altri due prigionieri che si trovavano, civili naturalmente, che si trovavano sul pulmino – di farci pernottare, perché anche loro volevano pernottare, nel carcere di Firenze. Però il direttore si impose, disse che non c’erano documenti necessari perché noi potessimo… essere, si fa per dire, ricoverati… fossimo rinchiusi lì. E quindi a malincuore questi militi ripartirono. Cioè, si ripartì tutti quanti verso Bologna, perché si percorse tutta la montagna pistoiese fino a Torretta Terme, e poi ancora giù fino a Bologna. A Bologna invece non ci fermammo, ma il pulmino si fermò a Castelfranco di Modena.
D: Lì sei rimasto anche lì nelle carceri a Castelfranco?
R: Sì.
D: Una notte o più giorni?
R: Più giorni.
D: Sei stato interrogato?
R: No. No. Quindi ci fu il caso che di lì a pochi giorni un altro gruppo abbastanza folto di ebrei romani – donne, uomini, bambini – giungesse appunto da Roma. Dopo pochi giorni tutti quanti – fui aggregato a quel gruppo – e tutti quanti fummo portati nel campo di Fossoli, vicino Carpi, in provincia di Modena.
D: Quando sei entrato nel campo di Fossoli ti hanno immatricolato?
R: No. No, assolutamente no.
D: E in che blocco ti hanno messo?
R: In che blocco io sinceramente non te lo posso dire. Comunque noi uomini, di quel gruppo, fummo tutti messi in una baracca, in un blocco, che era semivuota, poiché alcuni giorni prima c’erano state delle partenze, e quindi noi eravamo andati a rimpiazzare, si fa per dire, quelli che erano partiti.
D: Cos’era… dicembre, quando sei arrivato a Fossoli?
R: No, dopo, perché io ho fatto molti mesi di carcere. Tra carcere Regina Coeli, tra Castelfranco di Modena, erano passati dei mesi.
D: Sei arrivato quindi a Fossoli quando più o meno?
R: Verso, grossomodo… verso la prima quindicina di maggio, se non vado errato. Sì.
D: Nel ‘44?
R: Nel ‘44 certo, nel ‘44. Ormai il ‘43 era passato.
D: E lì a Fossoli sei rimasto quanto?
R: A Fossoli pochissimo. Pochissimi giorni, e quindi la partenza su carri bestiame per la Germania, per Auschwitz, Auschwitz Birkenau. Settanta o ottanta persone di ambo i sessi e senza nessuna distinzione di età per ogni carro. Tra i lamenti dei più deboli, tra i pianti atterriti dei bambini, soprattutto i lamenti strazianti delle donne e anche delle persone anziane. Il viaggio durò sette interminabili giorni. Ricordo questo: quando si arrivò ad Auschwitz – dopo lo sapemmo che si trattava di Auschwitz – mentre si scendeva sotto i colpi di bastone sferrati con forza su ogni dove, una donna mi è sempre rimasta impressa, una donna ancora giovane, in preda sicuramente a una crisi isterica, disse più volte: “Ma non sentite che puzzo di bruciato c’è nell’aria?” Però nessuno gli dette retta. Effettivamente il cielo era cupo, sembrava una cappa di piombo, e il puzzo di bruciato c’era.
D: Scusa Leone, quando tu dici Auschwitz, intendi Auschwitz I o Birkenau?
R: Lo stavo dicendo. Quindi ci trovavamo appunto ad Auschwitz, Birkenau. Auschwitz era una vasta zona di oltre 40 chilometri quadrati, fitta di campi e sottocampi, con altre denominazioni, ma tutti facenti capo a Birkenau, che era il vero centro dello sterminio.
D: Scusami ancora Leone, quando il tuo transport è arrivato a Birkenau, il treno è entrato dentro nel campo o fuori si è fermato? Se ti ricordi.
R: Il treno si è fermato sulla rampa, che era – diciamo, si può dire – dentro questo grande complesso di campi. Lì ci fu la prima selezione, le donne con le donne, gli uomini con gli uomini. Ma soprattutto c’erano le suddivisioni ulteriori che riguardavano grossomodo l’età delle persone e, a detta o a parere, diciamo, dei tedeschi, delle SS, e anche dei capi, che poi erano anch’essi prigionieri, quelli che avevano il bastone in mano come segno di riconoscimento, come segno di potere, e a loro volta comandavano un infinito numero di altri prigionieri vestiti con la casacca e i pantaloni a righe, che si muovevano con sveltezza, quasi correndo, per non subire le sollecitazioni a suon di bastonate di questi che erano considerati i capi. Erano i veri e propri capi, perché poi la organizzazione interna del campo era in mano ai triangoli verdi, che erano delinquenti comuni, e ai triangoli neri, quelli che venivano definiti asociali, ma che poi, nella mentalità tutta teutonica, erano quelli che non avevano diritto di vivere, ma comunque erano stati delegati a comandare, erano stati delegati a sancire condanne anche di morte senza dovere poi risponderne ad alcuno.
D: Tu arrivi a Birkenau che è quando?
R: Attorno alla prima metà di maggio. Infatti, il numero che ho corrisponde grossomodo a quella data. Dopo un brevissimo periodo di quarantena…
D: Dopo la selezione sulla rampa cosa è successo?
R: È successo che fummo spogliati completamente di tutti i nostri vestiti, fummo rapati, tosati sulla testa, sotto le ascelle, attorno il pene, e quindi, dopo una doccia freddissima – si diceva di disinfestazione [disinfezione, ndr] – il vestito a righe di tela, casacca e pantaloni e un berretto della stessa stoffa a forma di basco. Ai piedi soltanto zoccoli di legno.
Fui assegnato al commando, al Wasserkommando, al commando acqua, uno dei Kommandos più cattivi, così si diceva in campo, poiché la mortalità dei suoi componenti era altissima. Si dovevano percorrere circa 9 chilometri di strada fangosa, per arrivare poi alla zona paludosa, dove dovevamo entrare nell’acqua stagnante per tagliare dell’erba acquatica. Un lavoro inutile, un lavoro che non serviva a niente, ma che serviva, nelle intenzioni delle SS, a far sì che si morisse di fatica, se non direttamente con un colpo di pistola, o magari attraverso una delle selezioni. Le selezioni avvenivano all’improvviso. Si doveva passare tutti nudi davanti un ufficiale tedesco che non sempre era medico, ma indossava un camice bianco, e senza tenere conto delle effettive condizioni del prigioniero che gli passava davanti, ne decretava la morte: o vai a destra o vai a sinistra. Molto spesso capitava di dover andare a morire anche [a] quei prigionieri che ancora potevano essere, diciamo così, valide forze, potevano ancora essere… usati come manovali, come uomini di fatica, come uomini…
D: L’immatricolazione, come ve l’hanno fatta? Come te l’hanno fatta?
R: L’immatricolazione avvenne prima, subito dopo l’arrivo ad Auschwitz, o meglio, a Birkenau. Subito dopo, diciamo, la vestizione. Il tatuaggio fu fatto con un ago bagnato di un certo liquido, da gente, prigionieri naturalmente, che si ingegnavano di scrivere nel migliore dei modi, facendo una serie di punture. Comunque, salvo casi eccezionali, non è che questo desse motivo di febbre o altro. E quindi ci fu l’assegnazione al posto di lavoro, al commando di lavoro, e ripeto, io fui assegnato al Wasserkommando che operava nella zona paludosa.
D: Leone, siccome a Birkenau l’immatricolazione avveniva in modo molto particolare rispetto agli altri campi – perché il numero vi veniva anche tatuato, dicevi – com’è che avveniva? Eravate in piedi, tutti in fila?
R: In piedi tutti in fila, chiamati per ordine alfabetico, chiamati per ordine alfabetico. E quindi con questo ago una serie di punture, tanto da disegnare il numero… da trascrivere il numero che si voleva, ma che era seguente al primo e via dicendo.
D: Il tuo numero?
R: Il mio numero è: A 5399.
D: E poi oltre al numero che vi hanno tatuato sul braccio vi hanno dato anche il numero di stoffa?
R: Sì, unitamente ad un numero di stoffa e davanti il numero corrispondente a quello tatuato sul braccio, un triangolo giallo, e così anche un altro secondo talloncino di stoffa, con le stesse caratteristiche, da appiccicare, da cucire sul pantalone sulla gamba sinistra.
D: Il blocco di Birkenau te lo ricordi?
R: Sì, il blocco numero 8. Il blocco numero 8, uno dei peggiori. Io ero un Häftling, un prigioniero che stava all’ultimo gradino della scala sociale del campo, erano quelli che dovevano morire prima, erano quelli che facevano i lavori più bassi, più pesanti. E quindi in questo lavoro, in questo commando, ci ho trascorso oltre sei mesi.
Voglio dire che il campo… nel campo c’era la pulizia massima, ma fuori delle baracche però. Davanti ad ogni baracca, davanti l’entrata di ogni baracca, c’era una grossa aiola ben fiorita, ben tenuta, la Lagerstrasse, la strada in terra battuta che tagliava il campo in senso verticale, e nel suo insieme dava l’aspetto… il tutto aveva l’aspetto di un piccolo paese di campagna pulito ed accogliente. Dentro le baracche, invece, oltre mille uomini, asserragliati dentro le buche dei castelli di legno, in dieci o dodici persone per ogni buca – i posti erano per due praticamente persone – in un groviglio di ossa, di maledizioni, di bestemmie in tutte le lingue, come in una nuova torre di Babele. Si tiravano calci, con quelle poche forze che si avevano, per cercare di sistemare meglio le proprie ossa. E poi c’erano i Mussulman. I Mussulman erano quelli che orinavano dappertutto, soprattutto la notte, bagnando non solo di urina ma anche di liquido diarrotico [per diarroico] i cuscini e dava un odore insopportabile. I ‘mussulmani’, quelli che venivano chiamati Mussulman, non erano altro che povere persone, poveri esseri umani che di umano effettivamente non avevano più niente. Scalzi, imbrattati di sangue, pieni di croste, girovagavano per il campo in cerca impossibile di qualcosa da mettere in bocca. Però bisogna dire che le loro condizioni facevano pensare che avessero perso il senso del ragionamento. Aspettavano così, incoscientemente, la morte.
Si lavorava non certo per produrre. Si lavorava per morire, perché il lavoro che si faceva – sotto le continue bastonature, sotto le continue angherie, le vessazioni e poi il lavoro per se stesso duro così com’era – ci faceva vivere nel terrore continuo di essere ammazzati, o di morire di stenti.
D: Leone, nel Block con te c’erano altri italiani?
R: Nel mio commando c’erano soltanto tre italiani, e guarda caso tutti e tre romani. Nelle baracche vicino c’erano qualche altro italiano, e non a caso, così come facevano del resto tutti: i francesi con i francesi, i milanesi cercavano il compagno milanese perché potesse scambiare, non dico qualche impressione, ma perché potessero magari ricordare quanto era rimasto in loro come ricordo della vita passata.
Comunque, eravamo dei condannati a morte, perché nel momento in cui si metteva il piede dentro il campo si era destinati a morire. Non a caso le SS, quando arrivavano nuovi prigionieri, venivano accolti grossomodo con una frase di questo tipo: “Voi siete in un campo di sterminio” – o meglio, in un campo di concentramento, non parlavano di sterminio – “un campo di concentramento tedesco da dove non si esce se non per il camino.” E questo era tutto.
C’era l’orchestra, che allietava le ore lunghissime dell’appello, sia all’alba, sia alla sera quando si rientrava dai vari posti di lavoro. Chiunque, chiunque avrebbe potuto pensare appunto che si trattasse di un paesino pulito e accogliente. Mentre l’orchestra suonava dolci melodie, fuori del lager passavano colonne interminabili di uomini, di donne e di bambini, che andavano inconsapevolmente a morire in una delle camere a gas. Molto spesso, prima che suonasse la sveglia, quindi prima dell’alba, si era costretti, cinquanta uomini per volta, di uscire completamente nudi dalla baracca e lì sulla neve o nel fango, o nella terra polverosa, ci si doveva distendere per terra, e poi sotto il fioccare delle bastonate, o comunque di altri corpi contundenti, ci si doveva arrotolare prima da una parte, poi dall’altra, quindi tirarsi immediatamente su e poi subito giù di nuovo, e questo per circa mezz’ora o forse di più. Questo era considerato un saggio ginnico, come mezzo di allenamento vero e proprio che ci portasse a riscaldare i muscoli per il lavoro poi che più tardi, poco più tardi, si sarebbe andati a fare. Molto spesso quattro o cinque persone rimanevano sul posto, morte. E non sempre erano i più malati o i più vecchi.
D: Leone, scusa, sempre quell’immagine del paesino lindo e pulito, il Waschraum com’era?
R: Il Waschraum era il blocco dei lavatoi. Ma ancor prima del Waschraum c’era il Block delle latrine. Dunque, lungo tutta la loro lunghezza, c’erano tre muretti di cemento, in senso verticale naturalmente, costellati di fori su cui bisognava… si doveva necessariamente sederci. Ma per pochi istanti soltanto però, perché davanti a ognuno di quelli che ci erano seduti sopra, lunghissime file di prigionieri con i pantaloni per un po’ calati, pronti per essere tirati definitivamente giù, sostavano in attesa. Ma ripeto, quelli che ci stavano seduti sopra a questi fori [rimanevano] solo per pochi istanti, perché venivano strattonati via, venivano malmenati da quelli che ritenevano di essere più in forza, da quelli che erano capi, quelli che erano i sottocapi, quelli che erano i servi dei capi. E poi si passava al Waschraum. Il Waschraum anche aveva tre – sempre in senso verticale – tre canali di cemento dove sgorgavano dai piccoli tubi dell’acqua puzzolente. Là ci si doveva in qualche maniera tentare di bagnarsi, non dico di lavarsi. Ma anche qui si subivano le angherie più feroci, perché c’erano quelli che erano definiti i capi, oppure i Prominenten, quelli che avevano certi incarichi e quindi erano abbastanza floridi, poi avevano la possibilità di organizzarsi, di cambiare facendo magari piccoli favori in cambio di saponette o di asciugamani, o di spazzolini dei denti: questi con tracotanza non volevano nessuno accanto a loro, e picchiavano maledettamente con quanta forza avevano per punire chi magari soltanto casualmente era passato loro accanto.
D: Scusa Leone, il tuo commando di lavoro dicevi era il commando dell’acqua.
R: Il Wasserkommando.
D: Tagliare queste canne di palude…
R: Sì, più che canne erano erbacce, erbe, molto folte, molto…
D: Quante ore voi dovevate lavorare?
R: Noi, salvo la quasi ora di riposo per mangiare quel po’ di zuppa che ci veniva distribuita – fredda oltretutto, perché veniva dal campo – dieci ore, all’incirca. Quindi, si dovevano percorrere i 9 chilometri per arrivare alla zona paludosa. Si lavorava pressoché nudi, perché altrimenti si sarebbe costretti poi a rimettersi la divisa bagnata. Quindi c’era quell’ora di riposo, si fa per dire, per mangiare quel po’ di brodaglia. Era circa un litro di acqua e cavoli, più acqua che cavoli in verità… Perché anche lì c’era un’angheria, perché quando ci si metteva in fila per passare davanti al Vorarbeiter – che era quello che col mestolo in mano travasava la zuppa in quella specie di scodella di metallo che ci portavamo sempre appresso – bene: non girava, non mescolava quanto c’era dentro, e quindi le foglie di cavolo, i crauti andavano a fondo, andavano a fondo e gli altri pigliavano soltanto un litraccio di acqua puzzolente. Ma quello che rimaneva a fondo serviva al Vorarbeiter e al sottocapo, di organizzarsi ancor meglio facendo… ricevendo poi dei favori più grandi, certo.
D: E non c’era giorno di sosta, diciamo la domenica?
R: La domenica. In genere la domenica non si lavorava, però si era obbligati. D’altra parte era anche necessario rivolgersi al Rasier della baracca. I Rasier erano piccoli capetti che avevano avuto la mansione di possedere un rasoio e un pennello da barba, e quindi radevano tutti coloro che dovevano necessariamente radersi, perché sarebbe stato oltremodo pericoloso non radersi, o comunque non farsi radere. Però per ingraziarseli, questi Rasier, bisognava portare loro una mezza razione di pane, o magari quel pezzettino di margarina che una volta ogni tanto ci passavano, allora uno la teneva da parte per poi darla a questo Rasier. E questi, senza scrupoli, si atteggiavano a capi, e quindi facevano il bello e brutto tempo. Se quanto il prigioniero, una volta davanti a lui, mostrava soltanto la mezza razione di pane, e non era gradita da lui, erano botte, oppure, con cattiveria, il sapone che era rimasto sulla lama del rasoio, te lo pulivano addosso alla casacca. Se reagivi prendevi botte da lui: non solo, ma diventavi il peggior nemico di tutti quei prigionieri che ti venivano appresso, che stavano appresso a te, perché dicevano che tu con quell’atteggiamento avevi creato che il Rasier si innervosisse e se la prendesse quindi con tutti. Quindi i tuoi stessi compagni erano diventati nemici.
D: E tu sei restato in questo commando di lavoro sei mesi?
R: Sei mesi. Poi fui trasferito con tutto il commando di lavoro nel campo di Stutthof, vicino Danzica. Perché il fatto fu piuttosto, come dire… piuttosto importante. Nello stesso tempo però un fatto eccezionale: perché il commando di lavoro che operava nel crematorio, che era nelle immediate vicinanze della zona paludosa, riuscì a far saltare e a distruggere il crematorio stesso. Ma questa fu una operazione andata a male, perché era stata organizzata in un’altra maniera, e quei prigionieri, quei componenti di quel commando non furono… non potettero essere avvisati, perché avrebbero dovuto soprassedere di fare quell’azione. Comunque, oltre cento di quel commando furono trucidati dai tedeschi, e noi del Wasserkommando fummo – nella tarda serata, nel tardo pomeriggio, poi venne la sera – dovemmo raccoglierli tutti e tirarli all’asciutto, tirandoli fuori dal fango dove erano mezzo affossati. Quindi arrivammo in campo, e un ufficiale tedesco ci parlò a lungo. Eravamo l’ultimo commando di lavoro che stava rientrando, perché da ore tutti gli altri comandi, oltre ventimila persone, erano in attesa che il quadro completo dei prigionieri dei comandi di lavoro fosse presente nel piazzale principale. Riuscimmo a capire soltanto che non avremmo dovuto fare parola di quanto avevamo visto e di quanto eravamo stati protagonisti, pena la eliminazione fisica di tutto il commando di lavoro. Quindi ci collocammo nel nostro… nell’assetto generale, quello che era il posto del Wasserkommando, e quando finì l’appello si entrò nella baracca. Ma poi non andammo più al lavoro perché fummo reclusi letteralmente per alcuni giorni, diciamo lontano da tutti, e poi aggregati a un Transport che ci condusse poi a Stutthof.
SECONDA PARTE
R: A Stutthof vi era impiantata una fabbrica per la produzione di sapone. E lì fui impiegato nei vari comandi di lavoro a trasportare pietre, a scaricare sacchi di cemento o a caricarli, a scaricare addirittura ghiaia dai carri ferroviari, in cinque persone, e soltanto con le mani nude perché gli attrezzi necessari non erano numericamente sufficienti. E poi ancora in altri campi, e sottocampi…
D: A Stutthof sei stato nuovamente immatricolato?
R: No.
Quindi, in una lunga serie di campi e sottocampi meno conosciuti, anche dislocati in zone remote e di difficile identificazione, e poi ancora nei campi di Hayingen – più che campi erano cave di pietra – per oltre 10 ore al giorno; e anche a Natzweiler, per le stesse ragioni e per lo stesso tipo di lavoro, a spingere i carri ferroviari, sì, ma anche carri da miniera carichi inverosimilmente di materiali ferrosi, in cinque persone, perché cinque era per le SS il numero esatto, non si doveva essere più di cinque. E quindi ancora un altro campo, e questo fu Dachau.
A Dachau il numero, oltre il numero tatuato sul braccio sinistro, ne fu dato un altro: il 150.319. Noi siamo arrivati a Dachau in un periodo sotto un certo aspetto fortunato, perché fino a poche settimane prima c’era stata una violenta epidemia di tifo petecchiale, che aveva letteralmente vuotato il campo. Comunque, una volta reso sovraffollato, il campo di Dachau appunto, che era semi circondato in quel periodo preciso – si stava verso la metà dell’aprile del ’45 – il campo superaffollato e semi circondato dalle truppe alleate, venne deciso dalle SS che tutti i prigionieri militari che erano rinchiusi nei campi di concentramento, appunto militari, esistenti nella vasta zona, fossero evacuati da quei campi e portati a Dachau. Però per far posto a loro, gli ebrei via via venivano trasferiti altrove, e non si sa dove. Anch’io fui tra questi.
Dopo alcuni giorni di viaggio in treno – non so se il treno andava soltanto in una direzione o se poi magari lo si faceva tornare indietro – fummo fatti discendere e incominciò una lunghissima marcia così incolonnati. Un tragitto stentato, colpi di arma da fuoco ma soprattutto di mitra colpivano tutti coloro che rimanevano addietrati. E comunque venivano uccisi anche coloro che in un impeto di solidarietà… cosa mai vista prima, la solidarietà, ma in quei frangenti sì, per aiutare il compagno che stentava a seguire il passo. E quindi ci si allontanava il più presto possibile da quel compagno che stava in difficoltà, perché ormai era diventato soltanto un bersaglio da colpire.
Ma intanto attraversiamo una collinetta innevata, e una frase corre tra la lunga colonna: “Ist fertig Krieg”. È finita la guerra. Ma è possibile? Sì, è possibile perché larga parte delle SS di scorta erano fuggite, ma quelli rimasti sparavano colpi di mitra indiscriminatamente su tutti. Alcuni prigionieri li vedo che si gettano a lato di questa collinetta innevata e io, facendo degli sforzi terribili, li seguo: e giù, un ruzzolare continuo sulla neve ghiacciata fino ai piedi di questa modesta altura. Ci ritrovammo, dopo poche centinaia di metri, davanti un cartello che indicava Innsbruck a 30 chilometri distante. I miei compagni erano tutti ungheresi, complessivamente eravamo in sei: cinque ungheresi più il sottoscritto. Con molta difficoltà raggiungemmo Innsbruck e qui qualcuno disse che i russi avevano liberato Vienna. Logicamente questi compagni di sventura andarono in quella direzione. Ed io continuai il viaggio verso il Brennero. Sono tornato a Roma – dopo una ventina di giorni circa nell’ospedale civile di Vipiteno – e sono tornato a Roma, appunto, il 27 maggio 1945. Inutile dire che appresi con gioia che i miei più diretti familiari si erano salvati, sani e salvi. Piuttosto, o meglio, più tardi, appresi dolorosamente che altri sedici nostri parenti, più lontani, erano stati catturati dai fascisti e consegnati ai tedeschi. Purtroppo di loro nessuno è tornato.
Mi ricordo un particolare a Vipiteno, o meglio… sì, a Vipiteno, perché dal Brennero mi fu fatto prendere il treno che non andava oltre Vipiteno. Ero stato indirizzato presso una famiglia che [era] originaria di Trento e che aiutava tutti coloro che rientravano e che avevano bisogno di… in qualche modo, essere aiutati. Mi disse: “Lei” – mi dava del lei – “lei non deve temere più nulla, qui non ci sono più né tedeschi e né fascisti. Vedrà. Lei è ancora giovane, si rimetterà presto. Quanti anni ha? Sessanta?”
D: Leone, allora: Fossoli, Birkenau. Birkenau, ci rimani sei mesi, circa?
R: Sì, oltre sei mesi.
D: Quindi fino al dicembre, gennaio?
R: No, a ottobre, perché a ottobre Birkenau incominciò ad essere in qualche misura evacuata. Poi come si sa fu liberata il 27 gennaio del ‘45 dalle truppe sovietiche. I continui spostamenti nei vari campi, piccoli e grandi, sconosciuti o meno, in una certa maniera, non so se si può valutare più pesante quel periodo di quello trascorso a Birkenau o meno, o viceversa. È stato un continuo temere di morire ammazzati o di morire sfiancati dalla fatica.
D: Ecco, proprio questo. Quindi a ottobre riparti da Birkenau e ti portano?
R: A Stutthof.
D: E lì ci rimani più o meno quanto tempo?
R: Non molto tempo. Non molto tempo perché quando eravamo a Stutthof i sovietici erano, se non vado errato, a una ottantina di chilometri dal campo.
D: Da lì ripartite?
R: Sì, per altri campi, sconosciuti, in zone deserte, di difficile identificazione.
D: Non te ne ricordi?
R: Come? E come è possibile? Uno me ne è rimasto impresso: era un hangar, un vecchio hangar, circondato naturalmente dai reticolati. E in questo hangar, in metà… la metà di questo hangar era occupato dai castelli di legno sovraffollati di prigionieri, l’altra metà invece era adibita a movimenti di camion, di soldati, era la parte dove la mattina, o meglio all’alba, si faceva l’appello e dove poi lo si ripeteva alla sera.
D: Il luogo non te lo ricordi?
R: No.
D: Poi altri campi ancora?
R: Altri campi, sempre in zone desolate e deserte. Desolate… che cosa potevamo, con quali mezzi potevamo dire “ci troviamo in questa zona”? Era assolutamente impossibile.
D: Fino ad arrivare a Dachau.
R: Fino ad arrivare a… Ma prima di Dachau ci fu Natzweiler, e ancor prima Hayingen. Hayingen era poi il campo principale di una zona dove c’erano altri campi di concentramento di cui poi c’era Natzweiler.
D: Tutti questi trasferimenti come li hai fatti?
R: Su carri bestiame.
D: Ed eravate solo uomini?
R: Sì, si era rigorosamente, come dire… si era rigorosamente divisi. Ci si poteva anche incontrare durante il lavoro con altri comandi di lavoro che magari erano composti esclusivamente da donne, ma questo avveniva non molto spesso comunque. Per esempio, questo particolare [lo] voglio dire, che mi sono dimenticato. Nel campo di Auschwitz, o meglio di Birkenau, le categorie da eliminare erano: i politici, gli ebrei, i testimoni di Geova, gli omosessuali, gli zingari, i russi, i triangoli verdi e i triangoli neri. Però non è come si può credere. Ognuna di queste categorie di prigionieri erano contrassegnate da triangoli di colore diverso. Non è come si può credere che si stesse tutti insieme, perché le varie categorie erano suddivise, diciamo, erano rinchiuse in campi diversi: gli omosessuali con gli omosessuali, gli zingari con gli zingari, e via dicendo. Comunque, questi campi, che erano anch’essi circondati da filo spinato con il passaggio della corrente ad alta tensione, erano distanti soltanto poche decine di metri l’uno dall’altro. Era una serie di campi. Solo nel campo principale, che aveva rinchiusi dentro oltre ventimila prigionieri, era costituito da politici, ebrei, triangoli verdi e triangoli neri, e tutti dalla diversa nazionalità. I politici non subivano le selezioni così come avveniva esclusivamente per gli ebrei, però i politici avevano un vantaggio penso su tutti gli altri, perché la loro ideologia politica li teneva, ecco come dici tu, più sostenuti, più sollevati. E comunque avevano una bassissima percentuale di salvezza, perché il duro lavoro lo subivano, le sevizie le subivano, le malattie, il freddo, la diarrea e quanto altro, li colpiva maledettamente. I russi, come contrassegno avevano una ulteriore striscia di rasatura sulla testa che partiva dalla fronte fino alla nuca, e come segno di riconoscimento ulteriore un disco rosso di stoffa appiccicato, o comunque cucito dietro la casacca, che era il simbolo inequivocabile dal significato ‘bersaglio da colpire’. Gli ebrei invece venivano uccisi o per le sevizie o per il lavoro forzato, ma più spesso ancora la selezione e quindi la morte per gasazione.
D: Scusa Leone, Fossoli, Birkenau, Stutthof, e poi tutti gli altri campi che tu hai fatto, durante tutto il tuo periodo di deportazione, non hai mai potuto comunicare con l’esterno del campo? O ricevere…
R: Ma come si poteva? Auschwitz, o comunque Birkenau, poiché era soltanto a 2-3 chilometri, distava dal confine italiano, se non vado errato, qualcosa come 3000 chilometri. Questo poteva succedere con i polacchi, poteva succedere, e sicuramente sarà accaduto con i russi; ma ai francesi, ai turchi – perché c’erano anche turchi – ai greci, agli italiani, ai francesi l’ho detto, e a quante altre nazionalità ci fossero, non era assolutamente possibile avere contatti con altre persone.
D: Durante il tuo periodo di deportazione non sei mai stato ricoverato al Revier?
R: No, mai. La prima cosa che si imparava, poi era difficile metterla in atto, era quella di non presentarsi mai nel cosiddetto ospedale, nel Revier, perché di là non si usciva vivi. E allora se avevi la febbre alta, se avevi il mal di gola, se avevi magari la polmonite, e se ancora avevi un po’ sano il cervello, non ci andavi.
D: Hai mai subito punizioni?
R: Io le punizioni me le sono andate a cercare, ne ho prese quante ne ho volute, ma questo ricevere colpi dappertutto e da tutti, anche dai miei stessi compagni, non italiani, non perché gli altri mi portassero rispetto, ma dava a me la forza di resistere, perché mi dicevo: se io cerco in qualche maniera di non fare questo lavoro o di non farlo comunque come lo si vuole, cercando di non farmi vedere, magari adottando piccolissime astuzie – mi dicevo – è preferibile rischiare di prendere delle bastonate che perdere un etto di ciccia, perché non si rimette più.
D: Quindi hai ricevuto punizioni?
R: Sì, sì. E ne ho fatte anche prendere, incolpevolmente, perché chi lavorava con me era destinato a prenderle anche lui. Erano diventati tutti nemici praticamente.
D: Questo a Birkenau?
R: A Birkenau, sì. A Birkenau.
Io ho avuto un carissimo amico, diventato carissimo amico nella prigionia, e con lui ho trascorso molti mesi di prigionia. Eravamo arrivati a dividerci quanto riuscivamo a racimolare, cambiando la zuppa con altre cose, e poi tornando a cambiare queste cose per il pane e via dicendo. Un lavoro difficoltoso, perché era vietato entrare nelle altre baracche diverse da dove si era alloggiati. E quindi questo rischio lo si correva per cercare di mandare giù nello stomaco qualcosa che ci desse – come potevano essere le bucce di patate – che ci potessero dare una maggiore sensazione di sazietà. Questo caro amico, anche perché lui, anche lui romano, piccolo di statura come me, grossomodo avevamo la stessa età, a volte passavamo… ci scambiavano per fratelli, e noi non avevamo assolutamente niente da dire su questa fratellanza inesistente. Purtroppo lui non ce l’ha fatta. Quanto io ho scritto, quanto ho scritto l’ho dedicato a lui.
D: Che si chiamava?
R: Renato Sonnino.
D: È mancato a Birkenau?
R: No, non l’ho visto. Dopo Birkenau noi abbiamo passato lunghi mesi insieme. Tanto è vero che io, quando mi trasportarono a Natzweiler, credendo che fosse l’ultimo viaggio, sperando che fosse… non sperando, credendo, che si andasse verso il crematorio, poiché avevo avuto l’impressione… Ma poi, fatta ragione che era stata una vera e propria selezione, ci portarono dentro questa grande baracca e prima di essere trasportato comunque, ad un comune amico dissi: “Se… quando torna Renatino, abbi la cortesia di dirgli che se ha la fortuna di tornare a casa dicesse ai miei che sono morto.” Fortunatamente arrivati in quel campo fummo fatti spogliare e una volta denudati fummo fatti entrare dentro questa baracca che era stata una baracca adibita a camera a gas, ma fortunatamente incominciò a uscire dell’acqua, puzzolente, giallastra, ma comunque, comunque acqua.
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- Fiorentino Leone: testimonianza sonora, 1° parte (64′) (29,7 MB – MP3))
- Fiorentino Leone: testimonianza sonora, 2° parte (29′) (19,4 MB – MP3)
Martini Marcello
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Mi chiamo Marcello Martini. Sono nato a Prato, in Toscana, il 6 febbraio 1930. La mia è stata prettamente una vita di un ragazzo nato e cresciuto sotto il regime fascista, che fin dagli inizi, fin dai 6 anni, uno era iscritto al partito fascista automaticamente, appena si presentava a scuola.
Nel giugno del ‘44 mio padre – saltato tutto il periodo ovviamente… – mio padre era comandante militare della zona di Prato alle dipendenze del CLN pratese. E nell’ambito di questa attività era stata organizzata una radio a Firenze, detta Radio CoRa, il nome in codice, dalla quale venivano trasmesse tutte le informazioni militari relative ai passaggi di truppa, ai depositi di munizioni, alle prime postazioni che venivano costruite sulla linea gotica. E tutte queste informazioni di carattere militare venivano trasmesse a sud tramite questa radio, che era una radio messa su un po’ alla bell’è meglio, da due radiotecnici fiorentini, padre e figlio, Morandi si chiamavano, e trasmetteva un giorno da una parte un giorno da quell’altra, per non essere identificata dai radiogoniometri. Questo servizio funzionava talmente bene che fu deciso, appunto, dal sud, cioè dal primo nucleo del ricostituito esercito italiano, di inviare dei radiotelegrafisti con altrettante radio, più efficienti e più forti di quella, ripeto, messa su alla bell’è meglio. E questi cinque paracadutisti si lanciarono durante la notte del – se ben ricordo – del 2 di giugno del ‘44, lì nella zona di Prato, ricevuti da mio padre, da mio fratello. Il giorno dopo andai anch’io a portare da mangiare, all’epoca avevo 14 anni quindi non potevo sicuramente fare il partigiano. D’altra parte, la zona lì, la campagna intorno a Prato era messa in maniera tale che era impossibile praticamente fare una lotta armata, come è possibile invece fare qui nel nord dove le montagne permettono un rifugio più sicuro: lì sono colline, la più alta di Prato era 900 metri di altitudine, quindi poi due passi più in là uno scendeva in Emilia, quindi non era il caso; e poi le rappresaglie che sono state fatte in Toscana, per azioni appunto di guerriglia, sono state veramente tremende, quindi c’era da mettere a rischio la popolazione civile per magari ammazzare un tedesco e ritrovarsi con un paese bruciato, come è successo purtroppo in tanti paesi, della Toscana in modo particolare. Quindi questo servizio di informazioni era tutto quello che potevamo fare.
Pochi giorni dopo, appunto, questo lancio, purtroppo la radio stava trasmettendo, radio CoRa stava trasmettendo… che ci sia stata una spiata, che sia stata localizzata dai radiogoniometri, fatto sta [che] irruppero nell’appartamento di Piazza Massimo d’Azeglio, sempre lì a Firenze, e trovarono caldi caldi sia il radiotelegrafista, che trasmetteva con la pistola accanto al tasto, e uccise i primi due tedeschi e poi fu a sua volta ucciso. Dicevo appunto il radiotelegrafista, Luigino Morandi, riuscì a sparare prima ai due tedeschi e poi fu fatto fuori. Tra parentesi, questa… come si può dire… questa occupazione, invasione, questo intervento era stato fatto dalla SS italiana e tedesca, c’erano tutte e due. Malauguratamente, non solo c’era nello stesso momento una riunione del CLN fiorentino, ma c’era anche tutto l’archivio delle attività svolte. E praticamente tutti i componenti del CLN furono catturati, arrestati e portati in via Trieste dove c’era la sede della SS, con relative carceri, tremende, o meglio, carceri… erano delle cellette nello scantinato di questa villa [Villa Triste, ndr] che esiste tutt’ora, via Trieste numero 10. Ma dall’archivio, dai documenti che erano ancora lì, fu possibile risalire al fatto che era a Prato che [si] dava la maggior parte delle informazioni. E a Prato c’era questo maggiore Niccolai, che venne identificato come il maggiore Martini [Mario, ndr], maggiore dell’allora esercito, Regio esercito italiano. Morale, qualche giorno dopo – nessuno appunto ci aveva avvisato di questa retata, cioè aveva avvisato il mio babbo il CLN, noi eravamo sfollati in una cascina vicino a Prato, tutta la famiglia – ci siamo ritrovati con la casa circondata, sempre da SS italiana e tedesca, e catturati, praticamente… Mi ricordo, io ero proprio di fronte alla porta che stavo studiando, poi nella stessa posizione in cui sono ora, lì dove c’è la macchina da presa, c’era la porta interna, perché era uno stanzone che occupavamo appunto… sfondò la porta e mi ritrovai la pistola, una pistola sotto il naso da un certo Rabanser, che era un sergente delle SS, era un altoatesino, quindi parlava benissimo l’italiano. Morale, portarono giù nell’aia mia mamma, mia sorella e il sottoscritto, mio babbo, e il quinto paracadutista – gli altri quattro erano già stati catturati a Firenze – il quinto paracadutista che aveva cercato rifugio in casa nostra. Mia mamma, mia sorella e il sottoscritto fummo messi in una parte, mio padre in mezzo a due militi della SS italiana, con tanto di mitra. E giocando il tutto per tutto mio padre si mise a correre in un campo di grano, e cercò appunto di chiudere… no, più che di scappare, di chiudere subito l’argomento, perché ovviamente, siccome riuscivano a far parlare, avrebbe potuto compromettere, appunto, l’organizzazione, anche l’organizzazione pratese. Invece, fortunatamente, nonostante il grano fosse stato falciato da quanto gli hanno sparato dietro, riuscì a cavarsela, riuscì miracolosamente a passare in mezzo alle pallottole.
La sera stessa, mia mamma mia sorella ed io, e questo Franco, il quinto paracadutista, fummo portati appunto alla sede delle SS a Firenze, sempre in via Trieste al numero 10. Lì, una specie di interrogatorio, ma neanche tanto… Ecco, lì ebbi la prima botta, la prima sberla dalla SS. Perché eravamo stati tutto il pomeriggio lì nell’aia di questo contadino guardati a vista, e non si poteva parlare ovviamente, né niente, ero piuttosto stanco, m’appoggiai ad un tavolino lì nell’ufficio e venne, c’era un tedescone: mi lasciò andare la prima sberla che ho ricevuto da prigioniero. La sera stessa poi, nella nottata diciamo, fummo internati, io nelle carceri maschili delle Murate, lì di Firenze, mia mamma e mia sorella in quelle femminili di Santa Verdiana, sempre lì a Firenze ovviamente. Diciamo subito che mamma e sorella furono liberate poi dopo circa due mesi da un colpo di mano del Gap fiorentino, che fece uscire tutte le detenute politiche e razziali dalle carceri, con un colpo di mano, al quale partecipò anche un ex ufficiale tedesco che era passato dalla parte dei partigiani. Il sottoscritto invece, dopo tre giorni neanche – tutto avvenne il 9, sì – nella notte tra l’11 e il 12 di giugno, caricato su un pullman e portato a Fossoli. A Fossoli poi fui… Fossoli vicino a Carpi, in provincia di Modena, dove stetti pochi giorni, ecco… io ricordo il periodo di Fossoli un po’ come un periodo felice, tra virgolette.
D: Marcello, nel campo di Fossoli, ti ricordi se ti hanno immatricolato?
R: Sì, sono stato immatricolato. Non ricordo il numero di matricola preciso, ma mi sembra fosse sull’ordine del duemila, che poi fosse 1.900 o 2.100 questo non lo potrei precisare, perché a Fossoli ci sono stato talmente poco…
D: Un’altra cosa Marcello, ti ricordi se lì a Fossoli con te hai visto anche dei religiosi?
R: No, sinceramente a Fossoli non lo ricordo. Come vi ripeto, io a Fossoli sono stato dal 12 fino al 21 di giugno, quindi è stato un tempo talmente breve… Ho visto diverse persone, ricordo di aver visto diverse persone, ma più che altro mi sono state indicate, ecco, compreso anche Todros, di qui di Torino, e altri… poi ci siamo ritrovati su a Mauthausen. Però appunto, come dicevo, il 21 fui imbarcato: le solite tradotte, vagoni piombati… Il viaggio non fu tanto tremendo per quello che posso ricordare, perché i contadini lì della zona misero nei vagoni, mentre eravamo fermi in attesa di partenza, cassette piene di frutta – eravamo appunto a fine giugno, quindi la campagna era al massimo della produzione – e quindi non soffrimmo sete e neanche fame, perché molti lì a Fossoli potevano ricevere pacchi, vestiti, e quindi erano abbastanza agiati da un punto di vista [di] autonomia mangereccia. E quindi durante il viaggio non mancò… non posso dire fosse un viaggio comodo perché in cinquanta in un vagone con un bugliolo per fare i propri bisogni, ma comunque non fu tremendo. L’unico particolare fu che prima di partire dissero: “Se qualcuno tenta di fuggire facciamo fuori dieci di voi.” Dal mio vagone ne scapparono otto, quindi non saremmo stati neanche sufficienti per fare pari con la cosa. A parte il fatto che almeno a quello che ci dissero, quattro erano morti nel tentativo di fuggire, perché buttarsi dal treno in corsa dall’altezza del finestrino del vagone bestiame non è… è un bel salto, e atterrare sulla massicciata non è sicuramente un materasso. Altri due dei quattro furono ripresi e furono poi mandati a Mauthausen. Però questa minaccia ci pesava, era palese, era stata molto chiara, e quando si imboccò il Brennero, la salita lì del Brennero, e il treno cominciò ad andare a passo d’uomo, tutti quanti eravamo convinti, anche se nessuno diceva nulla all’altro, che nel momento in cui veniva trovato uno spiazzo, un posto, uno slargo per mettere in atto la minaccia, sarebbe stata lì… Ecco, questa paura sinceramente, penso abbia fatto da vaccino, abbia procurato gli anticorpi necessari per superare poi tutto l’anno successivo, un anno di paura completo. Dove anche lì, la paura… Ecco, l’uomo è una bestia strana: si abitua anche alla paura, sa benissimo che da un momento all’altro può essere l’ultimo, [di] questo eravamo tutti quanti coscienti, però nello stesso tempo speravamo di respirare per il minuto successivo. Questa era un po’ la psicosi del lager, o almeno era quello che sentivo io, anche se inconsciamente, perché di tante cose mi sono reso conto dopo ritornando nella vita normale.
Dicevo, il 24 di giugno si arrivò su a Mauthausen, eravamo circa 450, il trasporto mio se ben ricordo. So solo che in base ai conti di Tibaldi nel suo libro, appunto ‘Compagni di viaggio’, la sopravvivenza del mio gruppo è stata del 7,8%. Mauthausen, la solita cerimonia di ingresso, cioè rimanere due giorni lì all’addiaccio nel cortile lì a destra, il discorsino di presentazione del campo “questo è il portone dove siete entrati questo è il camino da cui uscirete”, insomma. E poi la doccia, la depilazione, il taglio dei capelli rasati a zero. Io ero fortunato allora perché avendo solo 14 anni non avevo la barba, e questo era un punto di vantaggio enorme, perché essere massacrati da rasoi maneggiati da mani inesperte, rasoi che non tagliavano, maneggiati poi da persone che per avere un mezzo mestolo di zuppa si professavano anche barbieri, quindi era un macello settimanale. Lì fui fortunato. Dopo il bagno internato nella baracca, se ben ricordo la numero 17, e dove sono stato lì poi fino a tutto luglio, fino al 31 luglio, quando rivestito a festa con la bella divisa a righe – ero immatricolato come 76.430 – quindi con il mio vestitino a righe nuovo di zecca, il cappellino, i ‘mützen’, per carità, necessario per fare l’appello, venni inviato a Wiener Neustadt. Wiener Neustadt era un’officina, era del Reichswerke, apparteneva a uno delle fabbriche di Goebbels, dove – questo ovviamente l’ho saputo dopo – doveva avere delle commesse proprio per costruire V1, V2, e razzi del genere, e poi invece erano state date delle commesse per costruire dei vagoncini porta-carbone, dei tender per le ferrovie, e, almeno la linea dove mi misero a lavorare, dei battelli fluviali a fondo piatto, dei pontoni con motore interamente metallici. Fui messo a chiodare le lamiere che congiungevano il fasciame.
D: Scusa Marcello, queste fabbriche qui dov’erano allestite? All’aperto?
R: Questa era una fabbrica vera e propria, un capannone lunghissimo, sull’ordine dei 200 metri, che era stato bombardato. Il tetto praticamente non esisteva, o meglio, era rimasto riparato su nella parte dove c’erano le macchine utensili. Lì dove veniva fatto l’assemblaggio di questi barconi, di questi pontoni, il tetto praticamente non esisteva, quindi era come lavorare all’aperto, almeno per la pioggia. Per il vento invece avevano un certo riparo, insomma.
D: Siete stati in molti che da Mauthausen siete stati mandati in questo sottocampo?
R: No, non eravamo molti, anzi eravamo abbastanza pochi. Wiener Neustadt… Io ho avuto la fortuna, diciamo, di capitare in due sottocampi, prima Wiener Neustadt, poi Hinterbrühl, due sottocampi abbastanza piccoli, di centinaia di persone, non di migliaia di persone, perché appunto il sottocampo di Ebensee era più, ad esempio, era più popoloso rispetto a Mauthausen stesso. Io invece ho avuto la fortuna di capitare in due campi, non attrezzati, con tanto di camera a gas, forno crematorio ecc., ma proprio dei campi, ora si direbbe in senso eufemistico ‘a dimensione d’uomo’, insomma.
Infatti, nel lavorare, siccome si scaldavano alla forgia dei chiodi, questi chiodi che andavano ribattuti a caldo, uno di questi chiodi mi si infilò nello zoccolo bruciandomi ben bene il piede. Dopo qualche peripezia, quando cioè il piede mi andava in cancrena – bello gonfio, verde, giallo, di tutti i colori, gonfio come un pallone – allora mi ricoverarono in infermeria. E questo perché lì c’era appunto un’infermeria per i casi traumatici più che per le malattie. È stata forse una delle cause della mia sopravvivenza. Perché non solo ho avuto una prova di solidarietà non indifferente, perché l’infermeria era gestita, cioè, comandata, sempre parlando di prigionieri, da un certo Otto, austriaco, meccanico dentista, che curava i denti un po’ anche lì ai soldati delle SS, ai kapò, eccetera eccetera, quindi aveva una certa, non dico autonomia ma insomma… Poi c’erano i due medici francesi, uno di Cherbourg, l’altro delle Antille, e l’infermiere russo. Insomma, com’è come non è, sono riuscito a tenermi per due mesi e passa lì in infermeria, con questo piede che veniva curato con delle spennellature di permanganato e rifasciato con la carta igienica, perché queste erano le uniche cure appunto disponibili. Poi appunto Jack che era il medico Cherbourg, riuscì, non so come, a trovare di quelle matite emostatiche a base di nitrato d’argento, e me la passava su questa bruciatura che era di discrete dimensioni, e me la passava per cercare di farmela cicatrizzare, e ci riuscì poi piano piano a riformarsi una pellicina leggera leggera. Però appunto due mesi stare a riposo, mangiare le stesse cose che mangiavano quelli che lavoravano dodici ore – perché il turno era di dodici ore – al caldo, se non altro al coperto, con una coperta propria, in un letto proprio: insomma è stata per me proprio toccare il cielo con un dito, una manna. E per di più, come dicevo, questi francesi facevano di tutto per rendermi la vita più semplice possibile, rischiando loro di proprio, perché un controllo delle SS, un prigioniero che stava lì due mesi diventava una bocca inutile: se fosse stato probabilmente in un campo più attrezzato sarei stato inviato sicuramente alla selezione. Invece riuscirono a tenermi lì, e poi purtroppo dovettero risbattermi fuori, di domenica, si dice “c’hai un giorno di più”, insomma furono proprio dei fratelli. Io in compenso imparai – siccome c’era un professore della Sorbona lì in infermeria, anche lui ricoverato – imparai a parlare il francese correttamente e correntemente, tanto che spesso venivano a guardarmi il triangolo, perché mi prendevano per francese insomma. Riuscivo a pensare in francese, a quell’epoca ovviamente. Tra parentesi dico, questo tizio, questo francese, questo professore, era arrivato da Parigi in centoventi per vagone, vagoni scoperti, nudi, nudi come vermi, in pieno inverno, e quindi ne erano sopravvissuti pochissimi a questo viaggio, e lui era uno di questi.
Comunque, dicevo, ritornato a lavorare, quando ci fu – io non ero sicuramente uno dei più brillanti chiodatori della storia di Wiener Neustadt perché il martello non lo potevo maneggiare, perché stava fermo il martello e vibravo io, insomma, non avevo sicuramente ‘le phisique du rôle’ per fare il ribattitore, allora – ci fu appunto uno spostamento di prigionieri al campo di Hinterbrühl e fui trasferito là. E passai dalle navi agli aerei. Il trasferimento fu abbastanza, più che pericoloso, pauroso, perché ci caricarono a mezzanotte, dopo aver lavorato tutto il giorno, essere rimasti nell’Appelplatz tutta la notte fino a mezzanotte, sotto la tormenta, senza mangiare assolutamente, neanche la zuppa serale, poi caricati in un camion sulla matrice, sul rimorchio, c’erano un gruppo di soldati con tanto di mitragliatrice puntata contro. Anche lì si pensava: ora si arriva da qualche parte, ci fanno scendere. E invece verso le 4 di mattina si vide le luci di un altro lager che era quello di, allora Mödling, poi diventato Hinterbrühl.
D: Scusa Marcello, ma sei stato selezionato tu per andare in quest’altro sottocampo?
R: Io ho sentito chiamare “sechsundsiebzigtausend vierhundertdreißig”,”jawoll”, sono andato lì, mi hanno detto “mettiti da una parte.” Questo succedeva all’appello delle sei, succedeva all’appello delle sei e fino a mezzanotte siamo rimasti lì sotto la tormenta, che nevicava quanto voleva, lì sull’attenti, immobili, e poi caricati sul camion. Che sia stato richiesto… beh, la mia manodopera non era qualificata. Anche lì c’era stato un altro colpo di fortuna, o di qualcuno magari che mi teneva una mano sulla testa, perché in questo trasporto da Mauthausen a Wiener Neustadt erano stati presi tutti i tecnici, ingegneri, meccanici, un mio amico era meccanico dentista, poi lo misero davanti ad un tornio e gli dissero “lavora qui”, dice “ma io veramente…”, “Sei meccanico quindi devi lavorare.” Io ero l’unico studente, infatti ero l’ultimo, proprio l’ultimo della fila, l’ultimo. Vedevo appunto che chiamavano tutti e a me non mi chiamavano, comunque…
D: Quando è avvenuto questo secondo trasferimento? Te lo ricordi più o meno?
R: Sì, è avvenuto nella notte tra il 18 e il 19 dicembre del ‘44. Questo me lo ricordo benissimo. Arrivammo poi lì all’altro campo di Hinterbrühl, e solita fortuna, senza aver riposato né il giorno prima né la notte, solo quell’oretta dall’arrivo, ci fecero stare poi tutto il santo giorno in piedi dentro la baracca, per fortuna dentro la baracca, e poi la sera fui mandato a lavorare giù nella galleria. Quindi, stanchi morti. Ah, prima ci fecero fare una mezz’oretta di ginnastica, cioè saltare tutto il circolo dell’Appelplatz come ranocchi, così, per darci un po’ di benvenuto, insomma.
D: In queste gallerie qui cosa realizzavate voi, qual era la produzione?
R: La produzione era, i primi… uno dei primi aerei a reazione dell’Heinkel. Ora non ricordo il numero con precisione, il numero, la sigla dell’aereo, comunque era della fabbrica Heinkel. Veniva prodotta tutta la fusoliera, l’assemblaggio, stampaggio e assemblaggio della fusoliera in duro alluminio, tutto l’equipaggiamento elettrico: cioè l’aereo usciva fuori completo, ad eccezione delle ali, del motore e dei piani di coda. C’erano solo dei simulacri in una parte larga della galleria dove venivano provate l’assemblaggio di queste parti, anche perché c’era un cunicolo molto stretto per l’uscita degli aerei, per cui passava a malapena già solo la carlinga. Però la carlinga usciva completa, anche di armamento, c’erano montate due mitragliere da 20.
D: E il campo era distante molto dall’ingresso di queste gallerie?
R: No, assolutamente, c’era solo da attraversare la strada. Il cancello era prospiciente, si può vedere ancora, appunto, quando vado su, basta vedere il cancello che è di fronte al pozzo; c’è ancora il pozzo, ora è chiuso sopra – tra parentesi è in un giardino privato – si vede la copertura del pozzo e di fronte c’è un cancello. Ora è un cancello di ferro, eccetera eccetera, di una villetta, perché tutto il terreno lì del campo è diventato terreno edificabile. E quindi il campo era un po’ a forma di ‘U’, era rivolto, era su verso la collina, e si usciva dal cancello, inquadrati, contati, numerati, eccetera eccetera, si traversava la strada e poi scendevamo giù dal pozzo, in una scaletta, poco più che una scala a pioli. Bisognava scendere giù di corsa e salire di corsa perché eravamo gentilmente, tra virgolette, accompagnati da colpi di bastone, del tubo di gomma, di scudisci, e quello che c’era da alcuni kapò che si disponevano lungo questa scala e menavano, quindi per attutire il colpo bisognava correre il più possibile. E poi c’era da fare il turno, il cambio di turno, perché lì il lavoro era una settimana di giorno e una settimana di notte, sei la mattina alle sei della sera, dalle sei della sera alle sei della mattina successiva. Anche lì, solito colpo di fortuna, dopo un breve periodo all’aggiustaggio – poi, siccome avevo dei reumatismi tali che non potevo muovermi, io limavo i pezzi tenendo la lima ferma e muovendomi sulle gambe, perché le spalle non le potevo muovere – mi misero invece a lavorare all’impianto elettrico, cioè a montare l’impianto elettrico dell’aereo. C’era una specie di simulacro, bisognava preparare prima tutti i vari… condensatori, non so che cosa, tutti i comandi elettrici, poi assemblarli tutti insieme, e questi pezzi venivano man mano provati [ad] ogni passaggio, insomma. Questo lavoro durò fino… Ah, parentesi, il piede, questo piede bruciato, ricominciò a darmi noia, infatti mi si era formato un flemmone, cioè una raccolta di pus sotto questo leggero tessuto cicatriziale. E quindi dovettero riaprirmelo in infermeria: non avendo né bisturi né niente, con mezza forbice un buco da una parte, un buco dall’altra, infilata la forbice sotto e poi trac, han tirato su. Anche lì erano medici francesi, però fui meno fortunato, lì me la cavai con soli quindici giorni, quindici o sedici giorni. Ricordo che ci passai il compleanno, ecco, il mio compleanno lì dentro. Succedeva nel febbraio, o giù di lì.
Questo lavoro andò avanti fino al primo d’aprile del ’45, quindi ero uscito dall’infermeria poche settimane prima. Il primo d’aprile ci inquadrarono, ci dettero – mi ricordo – una pagnotta a testa. Ci dissero di prendere una coperta, e partenza per ritornare a Mauthausen a piedi, tirando anche una grossa diligenza, altri carretti. La diligenza a cui erano state messe tre lunghe funi, con cinquanta prigionieri per ogni fune, questa diligenza [era] carica di masserizie e di tutta roba della SS, dei kapò. Eravamo scortati di qua e di là da soldati e kapò, che erano stati rivestiti in divisa e armati, e avevano la voglia di adoperare quei fucili. Proprio si vedevano, avevano tanta voglia, e purtroppo li hanno adoperati. Quindi si cominciò a zoccolare per le strade, tutte strade secondarie, salire, scendere, perché le strade principali erano ingolfate dal traffico militare. E infatti le prime notti – chiamiamole notti di riposo – si dormiva in un primo campo, il primo campo aperto che trovavano appena imbruniva, venivano messi i camion a ferro di cavallo con i fari accesi e motori accesi in maniera da illuminare questo prato, ci si buttava lì in mezzo al fango perché piovve per tutta la settimana. Abbiamo dormito solo una volta al coperto, in una casa, non lo so che cosa… in costruzione, poi il resto ho sempre dormito in mezzo ai campi. La mattina, appena faceva un po’ di luce, di nuovo alzarsi, mettersi in fila, l’appello. La sera anche c’era l’appello, prima di potersi buttar giù in mezzo a quest’erba bagnata. E la mattina di nuovo l’appello, la conta – per carità, sempre file tirate come spaghi, perfettamente sincrono il movimento del ‘mützen ab’, sennò appunto… – e poi rincolonnati si partiva. Chi barcollava o chi cadeva veniva giustiziato immediatamente. Io ho vari ricordi di questa marcia, tra cui quello di un russo che s’era appoggiato a me e a un altro e gli hanno sparato nella nuca a una distanza di un venti centimetri dalla mia testa. Insomma, non fa tanto piacere vedere fracassare… comunque. Quello [che] fu più caratteristico, purtroppo, fu il fatto che una mattina – era la quarta o quinta mattina, salvo il vero – l’appello si prolungava: ci avevano contato e ricontato una decina di volte, l’appello seguitava, seguitavamo cioè a rimaner lì. L’appello non terminava. Il gruppo di ufficiali delle SS che era lì si misero a discutere fra di loro, poi finalmente hanno preso la decisione, passò davanti a noi, indicando “te, te, te, te”, ne tirò fuori cinque, li fece mettere a sedere, bontà sua, tirò fuori la pistola, cinque revolverate. Perché sì, praticamente non tornava il conto – s’è saputo dopo – tra quelli uccisi il giorno prima e i presenti, figuravano cinque persone in più. Allora, per semplificare i conti, perché i conti dovevano tornare alla perfezione, furono fucilate, cioè, fucilate… uccise, queste cinque persone.
L’ultima notte poi che fu quella più vicina alla bolgia infernale dantesca, fu quando arrivammo… Appunto, io solite fortune sfacciate che ho avuto. Facevo parte proprio dell’ultima parte della colonna, era già buio quasi. Arrivammo lì, ci dividevano in gruppetti da una decina di persone, poi c’era un ufficialetto della SS, con due bellissimi cani, ai quali allungava il guinzaglio, e nonostante i 50 chilometri o giù di lì fatti, bisognava mettersi a correre. Si vedeva tutti, secondo il solito, tutti i camion a ferro di cavallo, a cerchio, con i fari abbaglianti, quindi uno [rimaneva] abbagliato. Correre, poi ad un certo punto mancava il terreno sotto i piedi, e uno rovinava giù nel buio senza capire più nulla – che fra i rumori del camion, eccetera eccetera, uno non sentiva niente – fino a che rotolando sentiva urlare lamenti, e così via. Comunque, la mattina dopo si scoprì appunto quel che era successo, quello cioè che ci avevano fatto fare: praticamente si trattava di un… in questo campo, in questo prato, c’era un enorme buco, tipo tronco di cono rovesciato, il diametro superiore sarà stato un centinaio di metri, quello inferiore forse 50 o giù di lì; quindi c’era questa ripa scoscesa, e noi senza vedere assolutamente niente, perché fra il buio e essere accecati dai fari, precipitavamo lungo questa… uccidendo praticamente i nostri compagni che erano arrivati prima di noi. Infatti, la mattina dopo quando si ripartì, quelli che erano tutti intorno a questa voragine – a dormire erano arrivati prima, si erano messi giù a dormire – erano quasi tutti morti, o quelli che non erano morti poi si sentì dei colpi di pistola, di arma fuoco, furono fatti fuori. Morale, di quel viaggio lì c’è proprio lì a Mauthausen, al museo, c’è un cartellone “sono morti più di duecento per la strada.”
Mi ero dimenticato di dire una cosa, che prima di partire c’erano in infermeria cinquanta prigionieri che non potevano camminare: questi furono uccisi con una puntura di benzina nel cuore, e lasciati lì. Poi furono sepolti non so dove. Il fatto era che io ero uscito poche settimane prima dall’infermeria, e con un piede appunto malridotto come avevo, se i tempi non coincidevano bene ero il cinquantunesimo. Oggi come oggi, lì dove c’era l’infermeria, è stato costruito… nel prato è stata messa una lapide, comperato questo pezzo di terreno, e realizzato una specie di serraglio di memoria, lì all’aperto. Questo terreno è stato comperato proprio dai cittadini di Hinterbrühl, e ora lì c’è tutti gli anni appunto, quando si va si porta una corona a questa specie di memoria.
D: Questa marcia della morte, Marcello, questa marcia di trasferimento fu una marcia della morte in realtà. Quanto è durata?
R: Sette giorni. Sette giorni per un totale di circa 220, 230 chilometri. Particolare pietoso: nulla da mangiare eh! Niente, assolutamente niente da mangiare, salvo qualche manciata di erba strappata lì dai cigli della strada. Arrivati poi a Mauthausen ci fu lo stesso trattamento di ricevimento, solita doccia e l’internamento nella baracca, mi sembra baracca 24. Ma mentre la prima volta ci hanno dato all’uscita delle docce una camicia e un paio di mutande, la seconda volta non ci dettero niente, assolutamente niente. Quindi rimanemmo per diversi giorni nudi come vermi. Però poi ci dettero qualcosa con cui coprirci, non mi ricordo cosa. Anzi, il problema fu quello di procurarsi la gamella, o qualcosa in cui mangiare.
D: Scusa Marcello, quando tu parlavi durante la marcia della morte di questa buca che siete rotolati giù, ti ricordi più o meno in che zona era?
R: No, sinceramente non… Se la vedessi la riconoscerei ovviamente. Non eravamo tanto lontani da Mauthausen, perché appunto arrivammo o il giorno dopo o due giorni dopo, quindi deve essere nel raggio di massimo di una ottantina di chilometri, o giù di lì, da Mauthausen. Però sinceramente ero troppo impegnato a mettere un piede davanti all’altro più che guardare il panorama. Ricordo, così, dei nomi, di ‘San Georgen’, di ‘Polten’, ma proprio son quei ricordi che non potrei identificare o dire in tribunale, insomma.
D: Arrivato lì a Mauthausen, nel blocco, nella baracca, vi hanno sempre tenuto in baracca poi?
R: Sì, io sono sempre stato nelle baracche di quarantena. Sapete che i campi di quarantena erano un sistema completamente diverso dal cosiddetto campo libero. Lì nelle baracche di quarantena si dormiva in terra, su pagliericci messi appositamente in terra, ci si buttava giù come le sardine, testa e piedi testa e piedi. In una notte su quattro pagliericci dormimmo in ventidue, non c’era la pancia come ora a creare tanto ingombro, ma insomma, in ventidue su quattro pagliericci larghi 70 centimetri, uno può capire quanto fosse gradevole il riposo.
D: Quando siete arrivati lì a Mauthausen, poi vi hanno messo, vi hanno impiegato in altri lavori oppure no?
R: No. Praticamente sia nel primo periodo di Mauthausen sia nel secondo, dalle baracche di quarantena ogni tanto venivano a prendere delle persone. So che alcuni venivano fatti lavorare anche alla cava, però chi era in quarantena normalmente non lavorava, normalmente, perché poi tanto lo facevano lavorare dopo. Lì tutti i blocchi di quarantena erano praticamente il magazzino umano da cui venivano prelevati man mano che c’era bisogno per essere mandati da altra parte, però lì a Mauthausen il personale che lavorava al campo, o nelle officine, o alla cava, o per la manutenzione del campo, erano tutti nel campo libero, sempre definizione eufemistica anche questa.
D: Ecco e lì sei rimasto fino a quando?
R: Sono rimasto fino alla liberazione, fino al 5 maggio. Il cibo era diventato scarsissimo, anzi il pane… Mi ricordo appunto la liberazione, fu il 5 maggio, quindi sarà stato forse il 30 di aprile, o giù di lì, che praticamente non si vide più pane. Tra parentesi, le ultime tre pagnotte erano state divise le ultime due in sedici persone, l’ultima in ventiquattro. Dopodiché sparì, ci davano anche la sera una mezza mestolata di zuppa di rape, quindi nutrientissima. Io ho il ricordo appunto… Siccome mi avevano chiamato per fare lo Stubendienst – cioè rimettere a posto i pagliericci, pulire in terra, grattare tutto il pavimento, grattare con dei pezzi di vetro tutto il pavimento per poi ridargli la cera ex novo, quindi la macchina dell’universo concentrazionario ha funzionato regolarmente fino all’ultimo minuto, praticamente – e quindi ogni tanto riuscivo ad avere qualche stecca, qualche mestolata in più di brodaglia, così era l’unica cosa favorevole.
Poi il 5 di maggio, come ripeto, cioè prima si vide sparire dalle garitte le SS, però per me – ero già in uno stato semi confusionale, o giù di lì – che fossero vigili del fuoco, fossero polizia urbana o che, per me era gente in divisa armata che stava nella garitta, non me ne fregava nulla di sapere che cosa fossero. E poi finalmente si vide venire quelli del gruppo internazionale, e arrivare, questo lo ricordo perfettamente, l’arrivo degli americani su una jeep, un’autoblinda, un qualche cosa del genere, si vede scendere – ero sul tetto della baracca – questi due esseri vestiti di quel giallo, o giù di lì, quel verdolino, che per me potevano essere benissimo marziani perché chi aveva mai visto un americano in vita mia. Poi ho un periodo invece di totale azzeramento, cioè non ricordo assolutamente più niente per un certo numero di giorni. So solo che ero nella baracca 24. Quando uscii dal campo di quarantena per vedere l’arrivo degli americani, sentii tutto questo clamore e allora andai anch’io a vedere. E poi mi ritrovai, da quando ho il ricordo cosciente, mi ritrovai invece in una baracca insieme a tutti gli italiani. Quindi in quel periodo, in quei giorni – io non posso dire se sono stati tre, quattro, dieci, non lo so – quei giorni per me è un buco nero nella memoria. Ho solo dei flash. Ricordo di uno spagnolo che sgozzò uno dei kapò, di quelli che avevano accompagnato queste marce della morte appunto, e… aspettava dietro un angolo, questo era inseguito da un’orda di gente: no no, questo qui era tranquillo, lì appoggiato dietro l’angolo di una baracca; correva, girò l’angolo e si ritrovò una seconda bocca da orecchio a orecchio, con un gesto talmente veloce, talmente rapido, che quasi quasi uno, se non fosse stato per il sangue, non se ne sarebbe accorto insomma. Ho questo ricordo, e altri così. Ma il ricordo più gradito fu quando ripresi coscienza, e vedere gli amici, appunto, i compagni miei. Erano usciti, avevano rubato un grosso papero, e quindi ci mettemmo a cucinare questo papero con due latte di pomodoro da bere – quelle le avevo rubate io. E questo è stato il primo ricordo cosciente dopo la liberazione.
D: Marcello, il rientro in Italia.
R: Beh, il rientro, è stato un po’ particolare il mio, perché… Dunque, io non sapevo nulla dei miei naturalmente, e neanche i miei amici toscani che erano con me avevano saputo più niente dei loro. Quindi, al rientro a Bolzano, ci dissero che fino a Bologna c’era la possibilità di essere portati a Bologna. Da Bologna in poi non c’erano più comunicazioni sicure. Allora decidemmo di andare a Milano dove c’erano dei parenti di Focacce, di questo mio amico, “se sono ancora vivi si sa qualcosa, se non ci sono più neanche loro tante vale da Milano o da Bolzano la cosa è la stessa.” Invece avemmo notizie, sia i miei sia i parenti dei miei amici avevano superato il passaggio della guerra bene. Insomma erano tutti vivi, tutto a posto. Io avevo lasciato babbo, non sapevo dove, avevano detto che l’avevano ferito. Mio fratello non sapevo assolutamente dove, mamma e sorella in galera. E di me ovviamente non avevano nessuna notizia.
È stato più triste casomai, in un certo senso, il ritorno a scuola. Perché io sono rientrato il primo di luglio e poi, come se nulla fosse, mi sono presentato in ottobre a declinare ‘Rosa, Rosae’, lì al liceo scientifico di Prato, con una grossa incomprensione assoluta proprio sia degli insegnanti, ma anche della popolazione stessa che non si poteva assolutamente render conto del passaggio di quello che era un campo di concentramento. Ricordo appunto, l’ho raccontato tante volte, che il direttore lì del liceo scientifico, dopo aver sentito un po’ da mia mamma, insegnante anche lei, che avevo avuto queste peripezie, per un paio d’anni quindi non avevo frequentato non solo la scuola, ma non sapevo quasi neanche più scrivere. Stette a sentire molto interessato e poi alla fine concluse dicendo “sì, ma se non avrà seguito un corso regolare di studi, qualcosa avrà sicuramente letto nella biblioteca del carcere!” Questo tanto per far capire qual era il livello di conoscenza da parte dell’intelligenza di questa persona, su cui poi avevo dei dubbi già all’inizio, ma furono confermati ‘sti dubbi. Comunque, era una cosa abbastanza comune: cioè nessuno sapeva niente dei lager, quello che era successo, quello che era accaduto. In classe poi mi ritrovai un professore giovane, che aveva insegnato Mistica fascista fino a poco tempo prima, quindi fu una cosa molto… Io posso dire che tutti i miei studi, la mia avventura non mi ha fatto fare un passo avanti, diciamo, assolutamente. È stato solo quando, recuperando un anno, il commissario – che non mi conosceva per niente, però seppe un po’ della mia storia – cercò di aiutarmi perché io mi ero rifiutato… cioè, rifiutato… non avevo preparato due materie del terzo liceo scientifico: feci il salto in quinta, e lui venne lì a insistere perché dessi anche Storia e Scienze, che non avevo preparato. Questo è stato l’unico aiuto, se così si può dire, che ho avuto durante il mio corso di studi insomma.
D: Marcello, tu complessivamente quanti mesi hai fatto nei lager?
R: Dunque, io sono stato arrestato – si fa subito i conti – il 9 giugno del ‘44. Sono arrivato a Mauthausen il 24 giugno, sono stato liberato il 5 di maggio e sono rientrato il primo di luglio. Totale sono tredici mesi, di cui nove tutto di lager.
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