Caloisi Alfredo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

La trascrizione inizia in uno scambio di conversazione avviato.

D: Non è che sono morti sul lavoro, Alfredo.

R: Ma no, son morti sparando, certo.

D: Perché voi, quanti anni avevate?

R: Vent’an, vintidü, vinti… [20, 21, 2..]

D: E avete fatto la scelta della libertà.

R: Non una scelta… non tanto per la libertà, tanto perché non ci piacevano i soprusi, non ci piacevano… pur nessuno che ci ha invitato a capire, nessuno ci ha consigliato a fare disfare, eccetera eccetera, a fare i confronti. Saran stati gli studi, sarà stato tutto, però abbiamo condotto con noi anche i cosiddetti operai che si sono aggregati, insomma.

D: Tu a quel tempo abitavi a Rho?

R: Io a quel tempo abitavo a… no, io ero in Marina io, eh! Sono stato anche marinario, tra parentesi.

D: Ah, e quindi quando sei tornato.

R: Sono tornato dall’8 settembre [1943].

D: Ma abitavi a Rho però.

R: Sì sì sì, Rho.

D: Quindi è lì che con i compagni di Rho avete maturato questa scelta?

R: Ma, insomma, i compagni di Rho… più che altro è stata la zona di Lesa, vicino al Don Faix, Lesa, Stresa, Laveno, quella zona lì. Poi dopo c’è stato la Valtoce [formazione partigiana, ndr], lì, la prima Valtoce. Capisci?

D: Tu ti sei… quando sei rientrato dalla Marina…

R: Adess m’è scapà ‘l mument [non ricordo il momento]. […] i tedeschi dietro che ti rincorrevano su là.

D: Ecco, ma perché sei andato su da quelle parti lì, verso Laveno? C’è un motivo ben preciso?

R: Ma no, c’è un signore lì, un ragazzo anche lui, insomma, che conosceva la zona, e conosceva il gruppo della Valtoce; che allora non si chiamava Valtoce, si chiamava ‘gruppo sbandati’, che ne so io come si chiamava insomma… Allora ci ha portato su lì. Allora lì ho cominciato a entrare dentro in circolo…

D: Nella formazione?

R: Nella formazione, ovvero la prima vera Valtoce, insomma, che c’era il Tom Mix, il Velli… che poi c’era Edo. Poi Edo è passato con i garibaldini, con i comunisti; poi dopo noi lo abbiamo abbandonato perché coi comunisti non ci trovavamo, coi commissari del popolo, quelli erano delle carogne. E allora… noi gruppo, diciamo, benpensante, gruppo moderato, ecco: gruppo moderato, giusto, è la parola esatta, gruppo moderato insomma. Ossia, l’assolutismo non c’è mai andato a genio.

E di conseguenza noi… m’hanno accompagnato su lì, gruppo moderato, e c’era Edo, che poi dopo è passato, ripeto, ai comunisti, e ha fatto fortuna lì, insomma. Invece noi siamo andati avanti con il famoso professor Boeri di Milano, il ‘Renatino’, il professor Boeri del Besta di Milano. Abbiamo fatto appunto… un po’ di bagarre con lui, e abbiamo costituito appunto la Valtoce, la Beltrami, e tutte le varie suddivisioni e roba del genere insomma.

D: Ecco, lì che periodo era quello lì?

R: eh, quel lì l’era… nel quaranta… quarantaquater insomma al sarà sta’.

D: Il ’44.

R: Il ’44. L’8 settembre cos’è che è venuto, nel ’43?

D: Nel ’43.

R: ’44, sì.

D: E avevate tutti più o meno quell’età lì?

R: Ma sì, eravamo dei ragazzini, insomma ecco, dei… non dico le parolacce, degli stronzettini che facevamo baccano, e l’unico scopo, che di fatto anche il professor Renato Boeri, amico mio… e tenevamo impegnato appunto un paio di battaglioni di SS, un po’ di camicie nere, dei famosi, famigerati rastrellamenti insomma. Che rastrellamenti… è stata una cosa ridicola per loro, perché venivan su e avevan più paura di noi, perché noi conoscevamo i posti, di sera si andava dentro, si passava in mezzo, ma loro invece avevano una paura matta. Poi veramente, insomma… E di conseguenza… Tante volte mi facevano anche pena loro eh, intendiamoci bene, perché erano dei ragazzi anche loro, insomma, che han scelto… han scelto, non lo so, perché li pagavano bene anche, invece mi […] pö, pagavan nient … [a me non pagavano niente], e in maniera tale che…

Noi eravamo i padroni della zona, gran padroni di tutto: perché la popolazione ci ha aiutato, non per altro. I contadini, i mattai, mattai in dialetto locale, mattai vuol dire ragazzi, questi qua, ragazzi… così, ecco. Insomma, sai, sono momenti che adesso, ritornando dopo cinquant’anni uno diventa, diciamo un po’… non dico commosso perché non bisogna mai commuoversi, però… però fa senso, ecco, dà fastidio. Tu sei contrario perché dici che bisogna sempre ricordare, io invece dico che bisogna sempre dimenticare, perdonare, dimenticare, perdonare fino ad un certo punto, però intendiamoci… dimenticare tutto, cancellare tutto dalla memoria, tutte le memorie negative che abbiamo, e tenere quei pochi elementi positivi che ci sono rimasti.

D: Ecco Alfredo, ascolta, lì nella formazione voi cosa facevate? Quali erano le vostre azioni?

R: Le nostre azioni erano queste: bisognava andare intanto a pigliare qualcuno per liberare quell’altro. Non so se sono stato un po’ troppo conciso. Bisognava andare a fare ostaggi per liberare i nostri che avevano catturato. Allora scendevamo a valle, a Baveno, a Stresa, a Lesa, e prendevamo qualche fascista o qualche… sì, un paio di tedeschi gli abbiamo presi anche loro, e facciamo i baratti. Si facevano solitamente nella zona di Omegna, che era una città libera, una cittadina libera, zona libera, ecco, si calcolava. E lì… allora era ridicolo anche quello, perché c’erano tutti i partigiani, scalcinati, svestiti, tutto quanto, da una parte, i fascisti e i tedeschi dall’altra, e non ci si sparava perché eravamo in zona libera. E lì si facevano gli scambi. Poi ogni tanto insomma c’era qualche treno da fermare perché ci segnalavano che c’era su X che c’era su Y, e allora bisognava per forza per fermarli insomma. E allora… sì ma degli incoscienti però, eh!

D: E le armi? Avevate armi?

R: Molto poco, molto molto poco. E io ero uno dei fortunati che aveva una pistola, un’Astra, me ricordi sempre. Non dovrei dirlo ma dev’essere ancora in giro da qualche parte che adesso non so, non mi ricordo più dove sia, insomma. E poi qualcuno aveva… No, finalmente c’è stato un lancio, nel ‘Lagun’ sopra Massino, nel ‘Lagun’ c’è stato un lancio, allora sono arrivati con degli Sten e il mitra, c’era qualcuno con il mitra italiano, abbiamo preso, poi con quello si andava nelle caserme e si metteva la gente al muro, senza accopparli, perché non si accoppavano, e allora si pigliava un po’ d’armi insomma. E ciao così ci siamo armati, oh Dio mica tante pallottole, poca roba! Si risparmia anche sulle pallottole perché non ne avevamo tante, insomma.

D: E dicevi prima che la gente vi aiutava però.

R: La gente più che aiutarci ci ha assistito, non c’ha fatto rimpiangere la famiglia lontana, ecco. Questa è stata una cosa… una cosa… Le ragazze facevano a gara per volerci bene, per cucire, per legar un butun [attaccare un bottone], tutte quelle robe lì insomma. Ed era una cosa commovente.

D: Da mangiare anche?

R: Ah, beh beh, sì sì. Ma però… io c’ho due amici, Finotti Leonida e Finotti Walter, che son di Rho ferrarese, perchè io ero di Rho milanese, loro erano di Ro ferrarese, ed erano buoni a cucinare. Ciao, noi le donne cuoche non le abbiamo mai avute, abbiamo avuto… ci siamo arrangiati da noi insomma. L’unica cosa positiva ecco che… che a noi arrivavano i quattrini, ecco.

D: E da chi?

R: Dal CLN Milano [Sezione milanese del Comitato di liberazione nazionale, ndr]. Difatti noi quando pigliavamo un vitello, pigliavamo una vacca, una mucca, un toro, una […], una capra, si pagava sempre.

D: Ai contadini?

R: Ai contadini.

D: Quindi i partigiani mica è vero che andavano, facevano razzie?

R: Noi no. Da altre parti onestamente devo dire che… specialmente i garibaldini. […]

D: Della tua formazione?

R: No no, la mia formazione… quella parte lì non era… era benvoluta, era conosciutissima e benvoluta insomma.

D: Quanti eravate?

R: Ma nün [noi]… Ma nün s’era stati, al massimo, al tempo di… in piena estate, eravamo in 40-50 insomma, ma dislocati a destra e a sinistra che sembravamo chissà quanti. Poi dopo durante l’inverno, c’era anche il famoso editto di… cus’è l’é… Alexander[Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate in Italia, ndr], che ha detto “andate a casa, non state qui a pigliare freddo”. Poi dopo siamo rimasti su in 20-25 insomma. Poi, i nostri amici sono andati a ballare al Mottarone. Lì c’è stata la solita spia, la solita ragazza, che li ha segnalati, li han presi quasi tutti. Allora dopo noi siamo andati a Ornavasso per fare appunto gli ostaggi, per liberare quei cretini che sono andati a ballare. Difatti a Ornavasso…

D: Era la fine dell’anno no?

R: Esatto. E a Ornavasso siamo arrivati là il 5 di gennaio [1945]; al 6 gennaio stavamo facendo, mi ricordo, il risotto, con la stufa… arrivano dentro due tre raffiche dalla finestra, padelle e riso dappertutto, tim tum tam, ci siamo buttati per terra. E lì era scappata una spia, tenente… un certo tenente Gallina, non so se è ancora vivo, ‘sto cretino, che non ci aveva avvertito che gli era scappata la spia. E quelli ci han proprio presi con le mani nel sacco insomma. E lì mi abbiamo avuto… mi pare solo un morto. Per forza! Intontiti dalle bombe a mano che tiravano sotto la cascina, tu saltavi per aria con la stufa che l’andava… riso da tutte le parti. E poi ciò, ci siamo arresi insomma. Noi ci siamo arresi, ci han messo al muro e han detto “no no, vi fucileremo dopo”, “boh, ormai siamo in mano vostra”. Invece poi a Ornavasso… perché non ci han portato a Domodossola, ci han portato in regione di Ornavasso. A Ornavasso eravamo dentro sempre in tredici in quella benedetta cella. E io mi ricordo sempre un particolare, stupido ma… però sempre sintomatico. Io li contavo, e siccome partivo da quello vicino a me, ero sempre il tredicesimo, “porca miseria che menagram della miseria del sacripante”. E invece no, m’ha portato fortuna! Perché sono entrati dentro e ne han presi cinque o sei, a pedate nel sedere li hanno portati fuori e li hanno accoppati. Non so dove, sopra le montagne non so… dalla parte di là del Lago Maggiore. Li han fucilati insomma. E noi ci siamo…

D: Subito?

R: Non so, subito… io non credo, grazie a dio. Quelli che han preso li hanno fucilati e noi ci siam salvati perché ci han portati a San Vittore.

D: Ecco ma, scusa, prima era già successo però l’eccidio di Fondotoce […]

R: No, non era ancora successo quello…

D: Non era ancora successo quello?

R: O sì? Ecco, adesso mi prendi in contropiede… No ma mi ricordo, perché c’è una foto con su una ragazza, in stato interessante anche, che porta… quand’è che è stato… non me lo ricordo, mi dispiace…

D: Allora dopo da lì ti han portato a San Vittore…

R: San Vittore, tutti e sei-sette rimasti insomma. Era San Vittore, era quinto e sesto raggio, difatti io ho chiesto anche le carte di Milano San Vittore… di… un certificato di detenzione in questo – difatti le ho qui – in questo carcere. Perciò dalle carceri di Domodossola siam partiti il 10 gennaio del ’45 e siamo arrivati a San Vittore. Non è vero, vedi qua? Non avevano nemmeno la carta da rispondere, no. Allora m’han dato un’altra matricola che era uno tre sei sette [1.367, ndr], dal 19 gennaio al 14 febbraio ’45, poi sono partito per Bolzano.

D: E beh ma lì a San Vittore però cos’è successo? Perché la mamma tua nel frattempo…

R: E, nel frattempo poi si sono mossi tutti quanti, no, perché avevo potuto avvertire i miei, la mia mamma, eccetera. E un bel giorno uno chiama me, chiama con il mio nome. Perché poi tante volte si dava il nome… io davo il nome di Biffi perché era il nome della mamma, e Caloisi che è il nome del papà. E allora […] invece qui a San Vittore davo Caloisi. Mi chiama… e lì pien de pagüra ho dì [pieno di paura ho detto] “Cristiani, è arrivato il mio turno!” e ho salutato tutti, perché naturalmente in quei casi lì ci si saluta, con una certa freddezza, tanto per mantenere un certo contegno. Un contegno del cavolo! Gh’avevi ‘na pagüra de la madòi [avevo una paura della madonna].

Mi hanno portato dentro tutti i corridoi, dentro in di qui [in quelle] tende, erano… lo chiamavano lo scopino, non il carcere, o scopino no. Tim, tum, tam, m’han portato avanti, c’era una suora, e altri due o tre, ho cominciato a stare sul chi va à. E quelli han cominciato l’interrogatorio da terzo grado: poverina, è stata brava, aveva uno sguardo veramente… brava, veramente santa si può dire. E allora “come ti chiami? Di dove sei?”, eccetera, “la tua mamma, sa la fa [cosa fa]?” e tüt chi rop lì, e io… “cosa faccio con questa qui? Cus’a l’è, l’è ‘na falsa suora, l’è una spia, l’è una madonna di quelle lì che stanno torturando la gente?”. E invece no, e invece dopo alla fine ho detto “senti, io tanto ormai qui sono… perso per perso, insomma se la parla più, se la parla”. […] tutta la rava e la rava della mia famiglia, insomma di dov’ero, di Rho, la Piazza San Vittore, la drogheria, la mia mamma, eccetera eccetera… Eh, quell’incosciente di mia mamma, ma roba, son qua che pensi, ancora adesso la pelle d’oca.

D: Perché incosciente?

R: Ma perché la mia mamma è sempre stata una… una donna abbastanza sfegatata perché aveva il negozio in piazza, però parteggiava naturalmente per la mia corrente insomma, no. Lei era distributrice dello zucchero, per chi aveva la tessera, tüt in mezz ai sac, gh’era là i mitra, gh’eran là i rob, i bumb a man [in mezzo ai sacchi c’erano i mitra e le bombe a mano].

D: Questo in piazza San Vittore…

R: In piazza San Vittore a Rho.

D: Aveva il…

R: Sì, sì, era il negozio, sì. E allora, ritornando alla suora, mi dice “e allora tu sei l’Alfredo?”, io ho detto “ma nessuno mi chiama Alfredo”.

D: Che nome di battaglia avevi?

R: Era il Dino. “Tu sei il Dino!” E allora ho detto “vabbè, questa qui, se pö fidass di quéla dona” [ci si può fidare di quella donna]. E insomma m’ha imbottito di marmellatine, di pacchettini, pacchettoni, tim tum tam, denta de chì, föra de là [dentro qui, fuori di là], con tutti ‘sti camiciotti: fatto sta che sarò aumentato di 30 o 40 chili, insomma, con tutte ‘ste robe qua, no! E poi dopo, il brutto era tornare indietro. Per tornare indietro al povero scopino a momenti gli viene un infarto, perché abbiamo incontrato il famigerato Franz, figlio d’un cane lì [Franz Staltmayern, SS-Rottenführer, carceriere di San Vittore, ndr]. E allora quando si incontrano quelli lì ci si mette sull’attenti. Siamo sull’attenti, ma m’è venuta una pancia che non la finiva più, e invece lui era con ‘sto cane, con ‘sto maledetto cane, un bellissimo cane, quello lo devo dire, eccetera… Insomma, è andato. Sono andato in camera, mi sono saltati addosso tutti, tim tum tam, infatti…

D: In cella sei andato…

R: Come?

R: In cella, non in camera.

R: Sì, in camera, pardon, in cella. Sì, scusa, sono andato in cella… Lì han tirato fuori loro, naturalmente ho diviso quello che c’era, si divide e non se ne parla più. Allora uno accende ‘sta sigaretta, non tira, “o porca miseria, cos’è? che sigarette mi ha dato la mia mammina?”. E invece no, erano tutti bigliettini dentro! Difatti io ne conservo ancora qualcuno, difatti, dov’è che è, dovrebbe essere qui dentro… perché il bigliettino è quello che ha scritto mia mamma e mia sorella, eccetera eccetera. Poi, siccome arrivava il cagnolino… eccolo qua! Io ero molto magro no, con le gambette: “Caro bambino… gambino, io sto bene, il latte e miele anche, Enrico pure, stiamo facendo un mese di campagna, bacioni tua sirocchialina”, mia sorella questa qui; invece la mia mamma “tanti bacioni grossi, grossi, anche dal micino e da Jolie”, che l’era il micio del micio, Jolie era il cagnö [cagnolino], difatti mi ha messo le impronte del gatto e del cane.

D. Sul biglietto.

R: Sul bigliettino, un pezzo di carta…

D: … che aveva nascosto dentro nel pacchetto.

R: Nel pacchetto delle sigarette, insomma… Questo… E ci han detto appunto – non li trovo tutti, chissà dove sono messi gli altri [bigliettini] – e ci han detto nel trasferimento di scappare. Perché tanti scappavano, [nei] trasferimenti da Milano a Bolzano, in pullman, riuscivano a scappare. Di tentare di scappare che “ti presenti”, m’han fatto dire anche che “ti presenti dalla zia”, che c’era lì per andare a Lainate, che “qui in piazza non farti vedere però, perché, insomma…” E invece no! E invece, quando c’han portato via, c’han portato via… io non so… io sono convinto che ci abbiano un po’… non dico drogato, però ci han dato un sacco di calmante: che ci siamo non addormentati, però eravamo in uno stato di ebbrezza, uno stato di relax ecco, diciamo. E siamo arrivati a Bolzano.

D: Questo era? Te lo ricordi quando?

R: Eh sì. Me l’han detto il San Vittore, il carcere di San Vittore, figurano dagli archivi del carcere di San Vittore. L’ho legiü chì [l’ho letto qui]…

D: Poi la tua accusa: tu eri stato accusato di cosa?

R: Dal 19 gennaio al 14 febbraio. 14, 15 febbraio del ’45. Son partiti per Bolzano, insomma.

D: Con altri?

R: Erano sette o otto pullman.

D: Ah, in pullman, in corriera.

R: Pullman, corriera, corriera. Difatti noi siamo [a] pensare “adesso qui tu lo prendi, lo blocchi, noi saltiamo giù dal pullman, tu vai di là, vai di qua” e invece eravamo rimbambiti, ci han dato del tè. Io non so che cristiani c’han dato bere. E non abbiamo fatto niente.

D: Così siete arrivati a Bolzano.

R: Siamo arrivati a Bolzano.

D: E lì a Bolzano, come sei entrato…

R: Eh, Bolzano lì cominciamo con la storia della croce in testa, la croce sul vestito, la croce sulla tuta, tutte ‘ste robe qua che… che quello che ha talmente, diciamo, impressionato noi, e dopo anche adesso impressiona solo a pensarci, è il fatto che devi metterti sull’attenti quando passava un tedesco. E c’era quella… – non dico le parolacce perché non si possono dire le parolacce – c’era quella fanciulla delle SS che era la più cattiva: era una donna, più sé cattiva. Ecco, da lei ho fatto a tempo a prendermi 3 o 4 nerbate perché non l’ho vista, la veniva dé dré [da dietro], e allora le ho prese. Ma il resto me la sono cavata bene, insomma.

D: Le hai prese ma non avevi fatto nulla.

R: No, non ho fatto niente, però se non ero sull’attenti quando passava lei… perché stavo, non so, parlando con qualcuno, e non ero sull’attenti. Allora, non essendo sull’attenti, quella si è permessa… si è permessa, si è sentita in dovere di… di darmi un paio di nerbate. Sì perché il terribile, lì a Bolzano, non è tanto il fatto di essere dentro – va beh, di esser dentro, mangi poco, diventi magro – il fatto di non entrare dentro in quelle famose carceri, diciamo.

D: Nelle celle.

R: Nelle celle. Perché quando entri dentro lì c’erano gli ucraini mi pare – ecco, vedi che ricordo bene – c’erano gli ucraini che davano botte della madonna, dell’accidente insomma. Chi entrava lì pigliava una batosta dopo, una legnata di quelle, difatti ogni tanto vedevamo le casse da morto che uscivano insomma. Arrivava un bolzanino diciamo, cul caretìn e la cassa da morto… È il novantasette sessantuno, triangolo rosso.

D: Perché avevi il triangolo rosso?

R: Perché il rosso erano i famosi politici, erano i famosi partigiani politici, quelli presi con… si può dire con le armi. Perché il giallo erano gli ebrei. Che anche lì, va beh, ‘sti ebrei, son brava gente, intendiamoci, però loro avevano il pane e noi non l’avevamo. Questo che non riuscivo…

D: Lì a Bolzano?

R: Anche a Bolzano. Loro viaggiavano con le pagnotte lunghe, loro riuscivano ad averle insomma, erano organizzatissimi. Difatti è un popolo abituato a lottare, abituato a dar da mangiare, ad arrangiarsi insomma. E loro… ogni tanto qualcuno si muoveva a pietà e me ne dava un boccone.

D: Ascolta, il blocco non te lo ricordi?

R: Eh no caro, no no. Io mi ricordo solo, io non so nemmeno se sono sicuro se ero dentro o fuori, se ero lì vicino… il fil di ferro, c’era del fil di ferro lì, dei recinti, adesso non so se ero dentro, non mi ricordo più se ero dentro o fuori insomma. Fatto sta che per poter avere il pane lì, cambiando discorso, bisognava andare alla stazione, a cercare le bombe. Ci incolonnavano, ci portavano là, bisognava pulire dove avevano bombardato i cosiddetti alleati insomma. Allora ciao, lì un po’ di pane te lo davano insomma. Sì, però rare volte m’è capitato. Delle volte… perché poi ti danno ‘sta tuta, la tuta con la bella croce rossa sulla schiena, caro mio: non te podet scapà lì [non puoi scappare lì], sei subito individuato.

D: Eri un bersaglio…

R: Ma sì, ma anche quei ragazzi tedeschi lì che – non so se erano tedeschi o se altoatesini – non erano delle carogne onestamente, non c’hanno mai maltrattato, salvo le nervate che davano quando… la SS non ti mettevi sull’attenti. Ma tutto sommato tranquillo lì. Anzi me ne ricordo uno che… Una volta siamo andati verso le Gallerie di… [suggeriscono Vipiteno, ndr] Vipiteno, che c’era da spostare dei torni. ‘Ste gallerie erano piene di ogni ben di dio, torni, miga torni, frese, macchine, utensili vari, roba del genere insomma, perché loro spostavano per portarle in Germania. Là c’era uno che veniva dalla Russia, aveva perso un occhio, e appoggiava lì il mitra e se ne andava per i fatti suoi. Il mitra senza caricatore, eh! Difatti noi si pigliava in mano ‘sto robo – non il mitra, loro avevano il Maschinenpistole – si pigliava in mano ‘sto Maschinenpistole, tant gh’era lì nient, gh’era nün [non c’era lì nessuno, c’eravamo solo noi], perciò si guardava come era fatto, eccetera eccetera; poi si metteva lì e si andava avanti a pulire la sterpaglia lì, cosa diavolo ci portavano a pulire insomma. Ma maltrattamenti no, salvo appunto le legnate come si era detto.

D: Ecco però tu hai visto all’interno del campo delle violenze?

R: Eh sì, per forza, insomma, quello sì. Specialmente c’era uno… mi ricordo di uno che rientrava da Mauthausen, era uno scambio, ed era pelle e ossa. Nonostante fosse quello lo picchiavano a tutto andare, ‘sto povero cristo, non so nemmeno io, è successo verso il mese di… sarà stato aprile, così, aprile-maggio. Non so perché lo picchiavano, dovevano fare il cambio, l’han portato, è stato uno scambio di prigionieri come al solito. E invece… E poi dopo no, ogni tanto quando ci mettevano sull’attenti se non eri allineato, t’arrivavano dietro. Io non le ho mai prese grazie a dio, perché allora ero giovane, allora avevo l’occhio clinico, a stare in marina mi avevano abituato a stare in fila. Invece qualcuno magari, poveretto aveva una certa età, allora lì sì poveretti, li pigliavano e non potevi nemmeno aiutarli ad alzarsi perché altrimenti le pigliavi anche tu. Allora dovevano stare in terra, poi si tiravano su e si mettevano lì. Il famoso ‘appello’ lo chiamavano loro. Appello, sì. Quello era l’appello della morte.

Poi invece, io sono dovuto andare in infermeria perché… ce l’ho anche adesso una punta di pleure. Mi ricordo il nome Ferrari – non so se era un infermiere, se un professore, se è un medico che era lì – ecco, m’ha dato delle pastigliette, aspirine probabilmente erano, “cerca di stare lì sdraiato, non muoverti, in branda, è l’unica cosa”. Difatti anche adesso, quando vado dal dottore “ma lei qui deve fare delle analisi”, “no non no, non faccia nessuna indagine perché io so, la punta [di pleurite] ho avuto, eccetera” e allora c’era ancora l’acqua, sentono [espressione onomatopeica] i dottori […]

D: Ascolta, ti ricordi se c’erano anche delle donne lì nel campo?

R: Sì, c’erano le donne. Anzi le donne erano… Quando c’è stata la cosiddetta liberazione, mi pare in maggio, le donne… mi sembra d’aver sentito che le donne sono riuscite a mettere le mani addosso alla SS femminile insomma, la ‘Tigre’ sì [Hildegard Martha Luisa Lächert, anche Hilde Lächert), ndr], e l’abbiano fatta fuori, però non sono sicuro di questo qua perché l’ho sentito dire, perché noi eravamo fuori, per lavoro.

Allora una bella mattina siamo tornati indietro – ripeto, era maggio – siamo tornati indietro nel campo, abbiamo visto tutto un caos, roba tutta per aria, e tutto quanto, gente che si dava da fare, gente che scappava di qua, gente che andava di là, “i tedeschi?”, “eh, i tedeschi non ci sono più”, “porca miseria!”. Allora mi ricordo che c’è stato uno che, un bolzanino, il quale si avvicinava e diceva: “sentite, voi siete giovani, siete partigiani col coso rosso lì, il triangolo rosso, venite su in montagna con noi.” Al che, gentilmente, gli ho fatto il gesto dell’ombrello, perché ho detto, ho salvato la pelle fino ad adesso, non vorrai mica che venga su in montagna a crepare proprio qui a Bolzano!” Perché normalmente, essendo un estraneo del luogo, questi nelle faccende pericolose mandavano avanti te, che non sai chi è, che non ti conoscono. Difatti ho detto “no guarda, ti ringrazio, dobbiamo rientrare in famiglia noi, ne abbiamo sufficienza di armi, di partigiani”.

D: Nel periodo in cui sei rimasto a Bolzano la tua mamma non ti ha più contattato?

R: No. Eh no, non poteva.

D: Quindi non facevi…

R: No, la mamma aveva tentato onestamente… aveva tentato di mandarmi su un tedesco con il sidecar, quelle macchine che avevano loro. Mi ricordo che aveva detto che ‘sto tedesco doveva avvicinarmi nel campo, mi prendeva, mi sdraiava nel sidecar e mi portava a Milano, sdraiato nel sidecar, figurati che viaggio avrei fatto! Però poi non l’ho più visto. Si capisce che l’hanno ammazzato loro o… si capisce che lo faceva per affari, per soldi. Però non l’ho mai visto, insomma.

D: Quindi ti faceva fuggire, in poche parole.

R: In poche parole ha tentato di farmi fuggire da Bolzano.

D: Ecco, che tu ricordi, da Bolzano qualcuno è riuscito a scappare?

R: Sì sì sì. C’era un francese che è scappato tre volte. Non so come faceva. Era un ragazzotto anche lui eh, avrà avuto diciotto, vent’anni, ventitré. Tre volte l’è scapà, tre volte l’han sempre ciapà e l’han purtà indré [è scappato, l’hanno preso e portato indietro]. E noi una volta abbiamo tentato di muoverci, ci siamo trovati in mezzo a un’antiaerea, [vocabolo tedesco incomprensibile, ndr]. Perché si sentiva nell’aria che c’era già un rilassamento, che c’era già una certa… non c’era più quella disciplina ferrea dei primi mesi di febbraio, così… gennaio, ormai lasciavano un po’ correre. E allora anche noi non si rischiava più, era inutile rischiare: se resisti, se non crepi di fame prima, non devi rischiare. E difatti noi tre, che stavamo sempre uniti, quelli là di Ferrara e io, quei due là e io eravamo sempre assieme ma… La cosa buffa è stata quando siam tornati. Quando siam scappati noi anche noi perché… scapan tüt scapam anca nün, sem miga stüpid del tüt, insomma [scappano tutti scappiamo anche noi, non siamo del tutto stupidi]. E allora quando si incontravano le colonne dei tedeschi si aveva paura, perché quelli lì mi pigliano e mi sparano alla schiena per vendetta. Allora era un via vai continuo, tra la strada, la stradina […] e la campagna, che si vedeva una fila di tedeschi: bom, scapa denta a nasconderti perché avevi paura, insomma, abbiamo salvato la pelle fino adesso, adesso dobbiamo… forse qualche esaltato che spara. Siamo arrivati al lago di Garda.

D: Sempre a piedi.

R: Ah beh naturale. Al Lago di Garda incontriamo il primo negro, americano, un bel negrotto, bel rotondo, bel… Allora cominciamo a parlare un po’ in italiano, tutto quanto, e mi ricordo che dice “voi Germania, dalla Germania?”, “sì dalla Germania, vado a Milano”, e l’altro “io vado a Ferrara”, “e allora venite con me”, “va beh, d’accordo”. E ci ha portato su questo carro armato. Ve beh. “sedetevi, sit down”, “va beh, setas giö” [siediti giù]. Questo qua si muove, [pensiamo]“forse abbiam trovato un mezzo di trasporto”. ‘Sto carro armato si avvicina e va verso il lago. Cominciamo a guardarci in faccia noi no, “oh, verso il lago, ma questo qui cosa fa? Ci vuole far annegare tutti quanti?” Si avvicina e non si ferma! Insomma, fatto sta che abbiamo fatto ridere quegli americani là, perché noi, 21-22 anni, mai visto un mezzo anfibio, e di quelle dimensioni poi, no. Invece lui tranquillo è entrato in acqua, toc-toc-toc, è andato e ci ha portati dall’altra parte. Ecco, una cosa ridicola che mi ricordo molto bene nel rientro è stato quello lì, insomma. E ci hanno ringraziati loro, ci han dato… solita storia, un po’ di cioccolato, qualche sigaretta, eccetera eccetera, “ah, tu non lavoratore?”, “no, io no”, “toh, cioccolatino, teh!”, e ciao insomma. Brava gente questi americani.

D: E poi sei arrivato a Rho?

R: Siamo arrivati a Milano. A Milano ho trovato i miei, i miei della Valtoce. Il professor Boeri l’ho trovato a Milano, il Renatino, e difatti “menomale che sei qui…”, tim tum tam e dopo sono andato a Rho. Lì, con la mia mamma che mandava il fidanzato di mia sorella con le macchine che c’eran lì, con il biroccio – c’era il biroccio – col cavallo, verso Milano, per tentare di trovarmi. Invece io, non lo so come ho fatto, sono arrivato a casa. Lì dopo, sono stato intervistato anche lì, nella mia Rho. Sai, ero diventato un po’ un eroe nazionale. Adesso però mi viene da ridere a pensarci.

D: Come, ti viene da ridere?

R: Mi viene da ridere a pensarci perché per me son tutte – ripeto, tu sei contrario – tutte cose da dimenticare, da non ricordare più… perché quando le vedi ti manca un po’ il fiato, ti manca la parola, non va bene. Non va bene, non è giusto, non è giusto, io la vedo così, non dobbiamo rivangare sempre, se no la finissum più de [non finiamo più]: noi odiamo loro, loro odiano noi, basta. Io non sono un cristiano al cento percento, cattolico praticante. No, sono un cattolico, normale, però, per questa cosa qui invece… perché dimenticare non puoi, insomma ecco, non puoi dimenticare.

D: E perdonare?

R: Ma io non perdono, è un fatto mio personale, capisci, è una sensazione psicologica che tu c’hai dentro nell’animo e te la devi tenere. Ed è un diritto il fatto di trasmettere questo tuo odio interno sugli altri affinché odino questi? No, basta, se no la storia non è mai finita, santo cielo, insomma, mai mai… Anche lì, quando son tornato, sono andato lì a Baveno, nella nostra sede. Ho fatto un mese d’ospedale no, per rimettermi un po’ in sesto tra la pleurite, la rogna, la scabbia, tüt qui rob lì che g’evi doss [tutte quelle cose che avevo addosso]. E anche lì “dovete odiarli!”, “no, non odiamo nessuno, abbiamo salvato la pelle, state buoni, non vale la pena diventar scemi, per che cosa dobbiamo odiare? non odiamo più, basta, non parliamone più”. E invece tu mi fai parlare, e ciao, adesso io stupidamente ho parlato.

D: Quanto pesavi, ti ricordi?

R: Sui quarantasett’, quarantott’ chili, insomma. Eh beh, sum màgher [sono magro] di costituzione. Ah, la mia mamma… magro di costituzione, questa croce qui in testa, màgher cum’è un picasch [molto magro], come si dice dalle nostre parti. La mamma diceva: “Madonna fiö, cum’è te sé mai brüt, cum’è te sé mai brüt” [figlio, come sei brutto]. Mia mamma me lo diceva, ogni tanto me lo diceva, poverina. Santa donna.

D: E i tuoi amici invece? Non gli amici della formazione, non i compagni… ma gli amici di Rho.

R: Eh, gli amici di Rho ogni tanto li trovo qualcuno. “Oh sai dov’era questo?”, “sì, dove?”, “nella Decima Mas”, “ah, figlio di un cane!”. Però basta insomma, se no…

D: No, dico, quando sei tornato, i tuoi amici, il lavoro, hai trovato…

R: Eh no, mi son messo a studiare. Ho voluto fare il furbo, mi son messo a studiare. Anche qualche esame l’ho fatto bene. Dopo ho voluto esagerare, preparare 5, 6, 4, 3-4 esami alla volta, difatti poi dopo è stato un esaurimento nervoso dopo l’altro insomma. Io ho dovuto anche… all’università ho dovuto anche… non dico che ero uno studente modello, intendiamoci. Sì, un po’ un lazarun [lazzarone] insomma. Però tra tutti ‘sti esaurimenti, e tutte queste… abbattimenti che avevo, basta, sono andato a lavorare. U truvaà lì el me amis Peppino, un altro lui buono, come partigiano, come… Pino Restelli, e m’ha messo dentro alla Snam, che allora c’era un certo rispetto, insomma…

D: Nei vostri confronti?

R: Sì sì sì, un certo rispetto. Però ripeto, io non sono… Mi ricordo che… adesso mi vien da ridere, pensando che i comunisti ci chiamavano l’Opera pia. Perché noi avevamo il fazzoletto azzurro no, la Valtoce, fazzoletto azzurro “ehi, Opera Pia!”, “ué, tass lì, delinquent d’un Stalin” [taci delinquente], ed è risolto il problema. Ci scambiavamo così, ecco. Sì, perché loro erano dei mostri. Quando c’è stato il lancio nel lago di Lesa loro tentavano di rubarci le armi, abbiamo dovuto difendere le armi con le armi, insomma, perché altrimenti erano… Avevano… Loro organizzatissimi, più di noi. Avevano i commissari loro. Ammazzavano quello, un colpo, tac, l’ammazzavano come niente. Perciò non era un assolutismo che andava bene a tutti. Ma anche non solamente a chi aveva studiato, anche a quegli altri ragazzi. Infatti con noi avevamo, mi ricordo, questi due ragazzi qui, di Ferrara, questo qua di Milano, il ‘Mentino’, il panettiere, e poi il Patissi di Varese, di Stresa, eccetera, e anche a loro non andavano questi metodi da… Però i comunisti […] avevano messo tutti dentro nelle bande garibaldine, insomma, loro dovevano tenere per forza questa disciplina ferrea. Infatti… i garibaldini bisogna levare tanto di cappello anche a loro, intendiamoci bene. I garibaldini han combattuto bene anche.

D: Han dato un grosso contributo anche loro…

R: Sì sì, no… ci mancherebbe altro, per forza. Però non devono egemonizzare, non devono “che siamo stati solamente noi garibaldini, noi…” comunisti, o che diavolo sian. No no no, questo… Tutti abbiamo fatto la nostra parte. Basta, insomma…

D: Ecco, ascolta, questa tua scelta poi, sia di partigiano, l’esperienza di S. Vittore, l’esperienza del lager su a Bolzano, t’ha pesato poi nella vita, dopo?

R: Cosa vuoi che ha pesato, insomma, devi solo pensare di reagire. Ecco qui… io mi sono salvato perché ho sempre reagito in modo positivo, no! Ho sempre combattuto l’abbattimento. Quando ti passava ‘sto […], ti mettevi sull’attenti, guarda che quello distrugge la psiche dell’individuo, la personalità dell’individuo, rovinarlo, renderlo… abbrutirlo – tipo gli ebrei che erano nei campi di sterminio – abbrutirlo, renderli proprio degli esseri amorfi. […] magari con parolacce eccetera, però bisognava per forza reagire, se no ti lasciavi andare ed eri finito.

D: Ecco, cos’è che ti teneva, avevi un progetto speranza, un ideale, dei valori che ti caricavano?

R: Ma no, no, non andate nel difficile con tutte ‘ste belle domande. Non c’era né speranza né… gh’era dumà [c’era solo] la volontà de tornare a casa e di resistere fin quando l’era possibile ecco, di ritornare sano e salvo a casa, di portare a casa la pelle, ecco, come volgarmente si dice. Salvà la pèl [salvare la pelle] e nient’altro. Che ideali! La patria! Ormai, dopo, la patria, di fronte ai mitra e ai tedeschi la patria la va un po’ nel limbo, insomma. Tu ti devi per forza rinchiudere un po’ in te stesso e pensare di salvare le apparenze, di salvare la tua pelle, in poche parole, capisci? Tutti questi ideali scompaiono di fronte… in quei momenti, quando sei preso e messo al muro non ti vengono mica in mente gli ideali. La pagura de scapà [paura di scappare]. È tutto lì il pasticcio. Capisci?

D: Ecco, e lì hai raccolto in questi anni…

R: Eh, queste qua sono cose che…

D: … non tutto, però parte di questa tua storia, di questa tua esperienza. I documenti…

R: Sì, i documenti della divisione Valtoce, della divisione… no, questo qui è di quando ero in Marina, no, non si vede, non era qui. Forse questo invece, quello dove si vede la croce in testa insomma. Poi dopo qui sono tutti i miei documenti, tutto quanto, che m’ha scritto appunto la commissione… il comandante Brigata il Mottarone. Ah già, perché pö gh’era anca il Giulio, il Tom Mix, il mio capo diretto allora, quando eravamo ancora nella cosa… Poi dopo c’era Commissione qualifiche partigiani, boh… Alla fine dopo si è inflazionato anche ‘ste storie qua insomma. Son lì, i primi che ho raccolto e me li son tenuti. Poi vediamo qua, divisione Valtoce, brigata Mottarone Abrami Franco, “La mia vita per l’Italia”. Sì, son tutte belle cose, che ci vogliono intendiamoci […] questa lettera che ho scritto io … carcere di San Vittore in Milano, sottoscritto eccetera eccetera, quando m’han detto che… Il tuchett’ de carta qui, che la fanciulla la conosce.

D: Cos’è quel pezzo di carta lì?

R: Ah, me lo son fatto tradurre. È stato rilasciato dal lager di passaggio Bolzano. Perché Bolzano forse per loro era un lager di passaggio, perché da lì poi dovevi andare a… noi eravamo destinati a Mauthausen, o a Mauthausen o a tanti altri campi che voi conoscete, insomma. Dice qua “quando è arrivato a destinazione, rendere noto e firmare. Il Comandante del lager”, toh l’umbrèla! [gesto dell’ombrello], e così sono venuto a Milano [ride]. Eh sì, mi vien da sorridere, se no caro mio la vita è triste, osti, dai su. I più bei pezzi di carta che ho qui sono questi qua della mia mamma che l’aveva mandà cun sü i sciampin del gatt e del can [con su le zampe del gatto e del cane]. La mia mama l’è propri ‘na bella sagoma, anche lei. I scampin del gatt e del can. Ve beh, questa l’è propri la fantasia di una donna, una Biffi di… milanese proprio.

Marchetilli Francesco

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

Marchetilli Francesco, nato a Roma il 12/8/[1]926. Incomincio adesso a dire…? Allora, 7 febbraio 1944, Piazza… vicino Piazza Venezia… Non mi ricordo più il nome della piazza, guarda un po’, me mancano le parole. Come se fa?

D: Dopo ti verrà in mente dai.

R: Mannaggia la miseria…

D: Vicino a Piazza Venezia cosa è successo?

R: È successo che… ma tu guarda te… La piazza… la piazza era occupata da tutte le macchine tedesche, dalla armata tedesca, tra cui c’era un camion e io, insieme con un altro compagno, eravamo… andavamo a caccia per portarselo via, insomma. Non ci è riuscita, la macchina non è partita, i tedeschi ci hanno corso appresso, ci hanno sparato e ci hanno portato a via Tasso. A via Tasso sono stato 14 giorni. Da quel momento, dal momento che sono stato arrestato, non ho conosciuto altro che botte da tutte le parti.

D: In via Tasso vi hanno messo in una cella?

R: In una cella che era una stanza con la finestra murata senza mobili, con una pedana, solo che faceva da sedia, da urino, da letto, e ogni volta che entrava il tedesco mi dovevo alzare appena sentivo aprire la porta, dovevo stare in piedi sull’attenti. E la prima volta me l’ha fatto capire a forza, a suon di calci in pancia, in testa, da tutte le parti. Poi mi hanno messo in cella insieme a me della gente che non era… che il mio sesto… sesto… come si chiama? sesto senso mi ha avvertito che erano spie, che volevano solo sapere: parlavano troppo, io non parlavo per niente, loro volevano sapere, volevano sapere, e poi li hanno levati. Poi un giorno mi hanno fatto uscire dalla cella…

D: Ecco, scusa un attimo Francesco, perché ti hanno arrestato?

R: Perché… perché ci stavamo portando via una macchina, tipo camion, quelle militari cariche di armi e di munizioni, che non è partita.

D: Ma tu e chi?

R: Io e un altro compagno.

D: Ma eravate in un gruppo partigiano?

R: In due, in due. Eravamo in due.

D: Facevate parte di una formazione partigiana?

R: No. No no.

D: Poi dopo via Tasso una mattina ti hanno…

R: A via Tasso… Poi, un giorno, la sentinella mi ha fatto uscire dalla cella, mi ha fatto fare dei piani. In uno di questi corridoi mi sono incontrato con un prigioniero come me che era portato a braccia da queste SS, era tutto sanguinante sul volto, era tutto pieno di sangue ed era privo di sensi. Lo portavano via, lo strusciavano. Poi mi hanno aperto una porta, mi hanno scaraventato dentro e dentro c’era un campione di lotta libera, un pugile, coi pantaloni di cuoio, con la canottiera a torso nudo che mi ha fatto poggiare le mani sopra una sedia e io mi sono risvegliato nella cella, mi sono preso un gran colpo sulla… qui, sulle spalle. Poi mi sono risvegliato nella cella, stavo sdraiato per terra che non mi potevo muovere dal gran dolore che avevo in tutte le parti. Ero a pezzi.

Dopodiché, dopo altri giorni mi hanno fatto rialzare, mi hanno portato in una stanza normale, tutta piena di poltrone, di macchine da scrivere, liquori, sigarette. Una stanza normale. C’era un interprete, c’era la macchina da scrivere, c’erano gli ufficiali tedeschi che mi hanno interrogato su fatti accaduti, su sabotaggi che erano stati fatti in tutta la città prima e dopo. Al che io non sapevo niente e dopo ho fatto una deposizione, nel senso che Radio Londra diceva che a ognuno che se portava via un camion, una macchina lì ai… ai tedeschi, rimaneva di loro proprietà. Tutto lì, è finito così. Mi hanno fatto firmare e m’hanno mandato via. Mi hanno portato a via Lucullo, al Tribunale militare tedesco. E lì c’era un grande salone, un grande tavolone ovale, con la bandiera tedesca sopra il tavolo, e… la fotografia di Hitler. È stato un processo regolare, e sono stato condannato a due anni insieme a quell’amico mio. Mi hanno chiesto se invece di passarli in campo di concentramento, se li avrei voluti passare lavorando in Germania, cosa che ci siamo guardati e abbiamo detto di no. Preferivamo il campo di concentramento. Siamo ritornati al terzo braccio, a Regina Coeli. Sono passato indenne dalle Fosse Ardeatine, e alla fine di aprile siamo stati chiamati, io e 80, 70-80, insieme ad altre donne, che erano ventina. A piano terra c’era una… un’interprete polacca chiamata Elisabette, che ci ha detto che eravamo stati tutti condannati e dovevamo scontare la condanna in campo di concentramento in Germania, in campo di concentramento in Germania. Dovevamo essere quelli che eravamo lì, ci dovevamo contare perché se ne mancava uno, dieci li avrebbero fucilati.

Siamo stati portati fuori da Regina Coeli, fuori c’erano dei camion. Ai bordi della strada c’era mia madre, mi ha chiamato, e gli ho fatto un salto per andarle incontro, e qui c’ho una cicatrice, non so co’ che m’è stata fatta, insomma… da un soldato tedesco che stava lì, e mi sono svegliato sul camion di notte che stava in marcia diretto a Firenze. A Firenze, a Campo di […] alla stazione, ci hanno portato sopra i vagoni ferroviari. I vagoni ferroviari… Era un treno che andava pianissimo, che uno poteva saltare giù, si poteva buttare, e nessuno si è mosso. Si fermava alle stazioni, noi scendavamo, andavamo al bagno e rientravamo. Ad ogni stazione agganciavano vagoni, vagoni di roba. Noi speravamo in un bombardamento, i Partigiani, per una fuga in massa, cosa che non è avvenuta. All’ultima stazione abbiamo lasciato gli indirizzi a un ferroviere che ha spedito una cartolina a casa, l’ultima… l’ultima notizia di noi, insomma, che stavamo per passare la frontiera. Arrivati a Bolzano era notte. Era tutta bombardata, era tutta a ferro e fuoco. Ci hanno portato nel campo di concentramento, e la mattina sulla piazza del campo di concentramento ci hanno ordinato di spogliarci tutti nudi. Cosa che noi ci siamo guardati… e lì c’era l’interprete e diceva: “nudi, tutti nudi, tutti nudi”. Abbiamo cominciato a spogliarci “Nudi, nudi!”, proprio nudi nudi. Spogliati tutti, i detenuti come noi, i detenuti insomma, già lì del campo, hanno preso tutto.

D: Scusa Francesco, dicevi il campo di?

R: Dachau.

D: Ah no, perché avevi detto Bolzano…

R: Ho detto Bolzano? Dachau.

D: Quindi a Dachau.

R: Dachau. Dachau. Roma – Dachau tutto dritto. Ci hanno tosato, una squadra di tosatori ci hanno tolto tutti i peli del corpo, tutti i capelli, poi una squadra con dei pennelloni con disinfettanti che un bruciore… che ci ha fatto rotolare per terra dal gran bruciore. Poi di corsa dentro al bagno dalla doccia che l’acqua ci ha lavato, ci hanno passato una divisa e il numero. E lì siamo andati nella baracca.

D: Ti ricordi il tuo numero?

R: Sì. Sessantasettemila duecentotrentasei [67.236].

D: Assieme al numero ti hanno dato anche qualche altra cosa?

R: Mi hanno dato… Me l’hanno scritto loro il numero, scritto… perché prima ci siamo scambiati… perché a me la giacca era lunga, l’ho data a uno che me l’ha data più corta, i pantaloni abbiamo fatto un cambio, fino che tutta la roba che ci hanno dato ci siamo vestiti. Poi c’è stata una persona che ci ha cucito sopra la giacca il numero e il triangolo rosso con la I, Italia, anche sui pantaloni, anche qui sui pantaloni. No, numeri… numeri niente. I numeri… [indica l’avambraccio, ndr], i ta…

D: Cioè non ti hanno dato un braccialetto?

R: No, no, no. Tatuaggi… niente.

D: Dicevo, un braccialetto di metallo con il numero tuo? No?

R: No. No.

D: E poi ti hanno messo nella baracca di quarantena?

R: Tipo di quarantena, perché il martedì e il venerdì il nostro gruppo sparivano due, tre, due, tre, due, tre, alla fine che… poi sono stato chiamato io e m’hanno portato a lavorare al Kabel zelegum [Kabelzerlegung, ndr].

D: Il numero della baracca di quarantena… della tua baracca te lo ricordi?

R: Non me lo ricordo. Io penso che ero in quarantena, non lo so.

D: Ti ricordi il numero della baracca?

R: Quella nostra italiana era… 25.

D: Di Dachau?

R: Di Dachau, sì.

D: Ecco, poi dicevi che lì sei stato chiamato per il lavoro.

R: Ho cominciato a lavorare, m’hanno mandato a Kabel… era chiamato Kabel Zelegum, Zelegum, e con me avevo… ho trovato il nome lì e adesso non mi ricordo… Mario…

D: Ed era un altro italiano?

R: Un altro italiano. Abbiamo lavorato insieme, facevamo dei lavori sopra il ferro lì, un freddo che non finiva mai.

D: Ma dov’era il posto di lavoro, nel campo o fuori?

R: Era… era… non mi ricordo, o fuori, proprio al limitare, o dentro. Una fabbrica che stava proprio lì attaccata, proprio vicino. Kabel Zelegum.

D: E cosa facevate voi?

R: Eh, il lavoro sul ferro, su dei cavi di ferro… di… di togliergli l’involucro, di tirare fuori il metallo da questi ferri, da questi tubi che erano.

D: E questo fino a quando?

R: Eh, non me lo ricordo quanto tempo ci sono stato lì. Poi sono… m’hanno mandato alla Messerschmitt. Alla Messerschmitt che era dentro al campo, era proprio dalla cucina, quando incomincia il viale che c’erano tutte le baracche, a sinistra, o primo o secondo, o secondo… era il Messerschmitt. E lì lavoravamo, facevamo dei lavori per questo aeroplano, che poi venivano controllati da un Obermeister privato, non era del campo di concentramento. Poi lui li sigillava, e poi c’è stato quel… quell’ufficiale russo che aveva trovato il sistema, dopo che l’Obermeister l’aveva sigillati, li manometteva, aveva fatto il sabotaggio. Scoperto, è stato impiccato davanti a noi. Di notte c’hanno svegliato e abbiamo trovato la forca già preparata. Abbiamo assistito a questa impiccagione.

D: Lì in questa fabbrica qui della Messerschmitt c’erano altri italiani con te?

R: Ma non mi ricordo perché… non era facile… non mi ricordo adesso.

D: Ascolta, e quante ore lavoravate al giorno?

R: Eh… non me lo ricordo. Chi ci sta a pensà alle ore? Non me lo ricordo.

D: E lì sei rimasto fino a quando a questo lavoro della Messerschmitt?

R: Eh, non me ricordo il tempo pure lì. E dopo so’ passato in cucina. Alla Kische. Kische [prob. Küche], Kartoffelschäler. E lì c’era da scaricare i carri di rape, di patate, poi c’era da lavarle nei vasconi, e poi c’era da sbucciarle, da sbucciarle. Tutto questo lavoro è durato quasi fino alla fine, fino alla Liberazione.

D: Ecco, proprio fuori dal campo…

R: Mai uscito. Mai.

D: Ascolta una cosa, ti ricordi quando tu eri deportato a Dachau, se hai visto anche delle donne…

R: No.

D: …nel campo?

R: No.

D: Quelle donne che son partite con voi…

R: Non l’ho viste più. Non l’ho viste più. So che c’era il Burdel [Bordell]. C’era il Burdel che era per le SS e era per i Blockältester, per tutti quelli che sostituivano la SS nel campo di concentramento, che erano peggio d’a SS.

D: E tu sei rimasto sempre nella baracca 25?

R: Sempre. Sì, io penso di sì.

D: Ascolta, ti ricordi se hai visto dei religiosi?

R: Ho visto…?

D: Dei religiosi, dei sacerdoti.

R: Sì, come no! Eh! Sono stati loro che ci hanno – una volta per uno, a turno – ci hanno permesso di proseguire nella vita. Tra cui don Giovanni Fortin, che la sera passeggiavamo lungo il viale lì del campo e ce faceva la comunione, ce confessava, e ce diceva delle belle parole per sopravvivere. Qualche volta ce portava pure qualche pacchetto de roba da mangiare, le patate, e compagnia bella.

D: Anche lui deportato.

R: anche lui, sì. Lui lavorava al Plantage[n]. Al Plantage, Plantage, insomma nelle piantagioni, in campagna.

D: Ci puoi descrivere il tuo lavoro nella cucina?

R: La cucina, c’era da uscire fuori, dal caldo della cucina al freddo, c’era la neve, c’erano i carri da scaricare e da portare dentro alla cucina. Poi, una volta dentro, c’era da… queste rape, carote o patate che erano portate dal campo piene di terra, venivano messe dentro dei vasconi grandissimi, poi in piedi, in piedi, sopra il bordo del vascone, con delle pale li giravamo fino a che non si levava tutta la terra. Poi dal primo vascone passavano al secondo. Al secondo vascone era più pulito fino a che venivano al terzo, insomma, che erano pronte per essere cucinate. Poi c’era il Kartoffelschäler, c’era da ripulirle, decaparle, e poi venivano portate lì alla… marmittona grande dove le cucinavano. Quando stavo sopra in piedi sui vasconi, dal finestrone vedevo il bunker… il bunker dove vedevo passeggiare dei prigionieri che non facevano parte di noi insomma, tra cui c’era un pope, un prete che non era italiano, e mi dicevano pure che c’era Léon Blum… un francese. Léon Blum, ecco.

D: La cucina, quella dove tu lavoravi no, rispetto alle baracche, dov’era?

R: Dunque, quando dall’entrata principale del campo de concentramento, che ancora esiste l’entrata principale, sulla destra, è dove adesso c’è la mostra fotografica, c’è il cinema, lì era la cucina, e là fuori avveniva lo scarico e il carico. Tanto è vero che una volta, era d’inverno, era pieno di neve, mentre noi stavamo dentro a lavorare, è entrato un nugolo di SS, di pezzi grossi della SS e portavano un detenuto, detenuto come noi, era un albanese. Dopo abbiamo saputo che… non so che aveva fatto, o stava a rovistare in mezzo alla neve, a trovare se erano cadute delle carote, delle patate per mangiare o qualche altra cosa. Fatto sta che a due di noi gli hanno imposto di prenderlo, e di affogarlo dentro la vasca delle… dove lavoravamo le patate con le carote. Questi qua si sono rifiutati, sono rimasti interdetti nel fare una cosa del genere, allora hanno tirato fuori le pistole, capito, e hanno dovuto prendere per il collo, uno da una parte e uno dall’altra, questo albanese e metterlo dentro il vascone ed affogarlo.

Quando sono ritornato in campo di concentramento ho visto la mostra fotografica che c’era lì, ho riconosciuto in mezzo a quella gente Himmler. Allora ho ricollegato che era l’unica volta che io m’ero trovato, che c’era stata una… un’ispezione nel campo, e ho riconosciuto Himmler in mezzo a tutte quelle persone che avevano fatto quella ispezione nel campo.

D: Lì, alla cucina quante ore lavoravate al giorno, non ti ricordi?

R: Eh… entravamo la mattina e uscivamo la sera.

D: Ma quella era la cucina per preparare, chiamiamolo vitto per i deportati?

R: Sì, per tutti, per i deportati.

D: E tu lì ci sei rimasto fino a quando?

R: Fino alla fine.

D: Fino al giorno della Liberazione?

R: Fino al giorno della Liberazione.

D: C’era qualcuno che comandava in cucina?

R: Sì, era un tedesco. Era uno dei primi tedeschi internati da quando era stato costruito il campo di concentramento, perché aveva il numero 70, qui su [indica il lato sinistro del petto, ndr] 70, aveva il [triangolo] rosso, e lo chiamavano tutti Otto, “Otto, Otto, Otto…” Era una persona gentilissima, garbatissima, sempre sorridente, sempre… non è stato mai cattivo, non ha mai infierito sopra di noi.

D: Franco, anche voi partecipavate all’appello?

R: Come no! L’appello era l’Austen [pronuncia del testimone di: Ausgehen]. La mattina, coi fischietti [mima il fischio], “Austen!”, ti dovevi alzare di corsa, eravamo già tutti vestiti, una sciacquata al viso lì… e di corsa dovevamo andare tutti sul piazzale del campo de concentramento. Lì facevano la conta, quelli che eravamo lì e quelli che erano rimasti morti sopra i letti. E dovevamo fare mitze ab, mitze ab… [Mützen ab, Mützen auf] e poi dopo “rompete le righe” e ognuno andava a lavorare. Io mi ricordo che noi italiani e i russi avevamo, oltre ai capelli tagliati a zero, una ‘Straβe’, una striscia, una striscia in mezzo, per riconoscimento che eravamo o italiani o russi, non me ricordo perché, per quale motivo. C’era… una ragione c’era, che non me la ricordo.

D: Ascolta, ti ricordi attorno al campo se c’erano delle torrette, delle garrite?

R: Sì, c’erano delle garrite, che c’era il faro… c’era il faro, c’era la mitragliatrice, e c’era tutto il reticolato con la corrente ad alta tensione e la notte era illuminato. C’era un fosso con l’acqua e la notte era illuminato, poi di colpo ad un certo momento non lo hanno più acceso, perché? Perché illuminato di notte faceva da riferimento agli aerei che indicavano che a un passo c’era Monaco di Baviera. Abbiamo subito anche dei bombardamenti.

D: Al campo?

R: Dentro al campo, sì.

D: Questo non ti ricordi più o meno quando?

R: Eh no, magari! Oggi come oggi mi sarei… chi pensava di uscire vivo, chi pensava lì…

D: Franco, nel blocco con te c’erano altri italiani?

R: Sì.

D: Ti ricordi qualcuno di questi italiani?

R: Ma, oltre a italiani c’erano anche altri di altre razze. E il posto, quando uno andava a dormire, dove trovavi dormivi, non è che ognuno aveva un posto suo assegnato, al punto che se la notte t’alzavi per andare al bagno, quando ritornavi, il posto non lo trovavi più. Allora ti dovevi fare largo a forza di bracciate, de spinte.

D: La baracca 25 è quasi alla fine del campo di concentramento.

R: Sulla destra. Sulla destra.

D: Poco più in là, al di fuori dal primo recinto, dal primo reticolato, cosa c’era, te lo ricordi?

R: Io so che ci doveva essere il Burdel sulla destra, e sulla sinistra c’era il campo… c’era il forno crematorio. Sapevamo che era forno crematorio perché c’era la ciminiera che ha fumato ininterrottamente! Tutto il periodo che sono stato ha sempre fumato. Era una ciminiera normale di un’industria, come di uno stabilimento, de un cantiere.

D: Franco, le baracche avevano tutte un numero?

R: No, c’era il numero 1, numero 2, numero 3, erano 30.

D: Ed erano tutte numerate.

R: Sì, sì, erano numerate.

D: Ascolta, tra una baracca e l’altra, c’era dello spazio libero o c’erano dei reticolati?

R: No, c’era dello spazio libero che era quello che noi usavamo perché una volta, usciti la mattina dalla baracca dopo l’appello, non potevi più rientrare in baracca. Pioveva, nevicava: tu dovevi stare tra una baracca e l’altra e lì stavamo tutti uniti, attaccati, tutti fradici, tutti… così, se non c’avevi il lavoro. Se c’avevi il lavoro invece andavamo alla cucina, o alla Messerschmitt, o alla [Kabelzerlegung] dove ho lavorato io, come chi lavorava su Schneiderei [sartoria], lì. Insomma, è tutta la vita del campo de concentramento era mandata avanti da noi. La SS stava tutta su ai bordi del campo. Chi comandava era dentro, erano i Blockältester che erano detenuti come noi, e c’era il capo dei Blockältester che era un armeno, un armeno che conosceva tutte le lingue, sapeva tutte le lingue. Quando dal comando della SS chiamavano “Blockältester” di un blocco, con l’altoparlante chiamavano “Blockältester, fünfundzwanzig!”, poi la voce si ripercuoteva dai Lagerpolizei che chiamavano, e quegli altri che rispondevano, come il tam-tam dell’Africa. Quello era il telefono.

D: Ascolta, lungo il viale dove sono allineate le baracche, ecco, lì c’erano dei reticolati, c’erano dei cancelli?

R: Non mi ricordo se qualche baracca era verso… so che la Revier, la Revier era… non se sapeva mai quello che … se entravi dentro non uscivi più. Guai ammalarsi. Io per fortuna non ho avuto mai nessuna malattia, per fortuna. Ma si sapeva che entrando là dentro, non uscivi più.

D: All’interno del campo, ti ricordi se c’erano dei cartelli, delle scritte?

R: Sì sì sì.

D: Cosa dicevano, te lo ricordi?

R: Sì: “Sauberkeit und Ordnung” [ordine e pulizia], poi c’era scritto “Es gibt einen Weg zur Freiheit”, cioè una strada verso la libertà. Tutte scritte di questo genere. Noi la strada sapevamo qual era, quella del forno crematorio. Quella era la strada. Uscivamo da lì.

D: Il giorno della Liberazione, come te lo ricordi te?

R: Me lo ricordo benissimo perché il giorno prima c’era stata un’evacuazione di sei mila di noi, gli hanno dato una coperta, una fetta di pane ed erano usciti. La domenica mattina – già si sentiva i cannoni, si sentiva sparare, era allentata la vigilanza – la domenica mattina altri sei mila di noi ci hanno dato una coperta, tra cui c’ero pure io. Ad un certo momento è venuto un grande… un nubifragio, si è fatto tutto nero, vento, vento, acqua a catinelle: c’è stato un fuggi, fuggi generale nelle baracche. Intanto si sentiva sparare, si sentiva sparare. Ad un certo momento, nel pomeriggio, una voce: “americani, americani, americani!” Allora dalle baracche tutti di corsa siamo usciti sul vialone, da tutte le uscite, e andavamo verso la porta centrale per gli americani. Gli americani c’erano davvero, sulle jeep, sulle jeep in piedi, c’era pure una ragazza con una macchina da ripresa. Però nello stesso momento da sopra, dalle torrette sparavano contro di noi. C’è gente che è morta l’ultimo giorno. Morti accatastati uno sopra l’altro e io stavo in mezzo a quelli là. Poi gli americani hanno preso prigionieri, quelli che erano rimasti vivi dalle torrette, gli hanno chiesto se erano della SS. Loro dicevano che non erano della SS, poi gli hanno strappato le camicie e hanno trovato che erano… il tatuaggio delle SS, ce li hanno dati a noi. E lì so’ stati subito, al momento, ipso fatto, sono stati linciati, botte… io mi ricordo con gli zoccoli di legno in piedi a saltarci sopra. Poi so’ stati presi, so’ stati buttati nell’acqua, gli americani gli hanno sparato e le teste saltavano per aria. Perché per loro la SS era… la Wermacht era… come se dice, militari, [per] la SS non c’era pietà.

D: Ecco, e dopo la Liberazione che è avvenuta quando, te lo ricordi?

R: No, non me lo ricordo, però dai dati so che è stato il 29.

D: Aprile?

R: Aprile, sì.

D: Ecco, dopo cosa è successo a voi?

R: Dopo è successo che gli americani hanno circondato il campo de concentramento, c’è stato chi è scappato subito, chi so’ usciti fori. Ci sono stati dei russi che hanno fatto giustizia subito, so’ usciti fuori, hanno ammazzato, hanno fatto quello che hanno fatto, cosa che noi avevamo detto che avremmo fatto, invece poi non abbiamo fatto. Poi gli americani ci hanno dato dei pacchi da mangiare, sono entrate le autoambulanze a passo d’uomo, piano piano, hanno preso tutti i feriti, quelli che erano rimasti per terra, che erano malati. Hanno cominciato a farci delle iniezioni, a curarci, ecco. E il [campo di] concentramento era di nuovo in quarantena, dapprima dai tedeschi, invece dentro c’erano tutti americani. Sono stati puniti i capi baracche di tutte le nazionalità, francesi, slavi, tutti hanno avuto i loro collaboratori dei tedeschi: il campo di concentramento veniva mandato avanti da noi, la SS stava a guardare dal di fuori.

D: E tu sei rimasto lì a Dachau liberato fino a quando?

R: Fino ad una ventina giorni stavo dentro. Io stavo bene, mi sentivo bene, c’avevo la smania de venì a casa. Me so’ messo a un angolo del campo di concentramento fino a che un americano m’ha fatto passare, e me so’ trovato libero. Me so’ trovato a Dachau, poi dopo, piano piano, a piedi, in bicicletta, con tutti i mezzi, sono arrivato fino al Brennero, al confine, dove gli americani mi hanno arrestato, mi hanno portato in una caserma e lì c’erano ancora altre centinaia e centinaia di gente che voleva passare il confine, ma non erano italiani, erano di tutte le razze. Arrivati a un numero considerevole di italiani, accertato che eravamo italiani, c’era una commissione che con i camion ci hanno portato in Italia.

D: In Italia dove?

R: Lì… eh, io penso che era il Brennero. Al Brennero.

D: E poi?

R: Al confine di Stato, poi… ce l’ho quel foglio a casa… non so se era a Pavia. Mi ricordo Pavia, Pavia, Pavia – Voghera, Voghera – Genova. Genova, poi… a Genova c’erano dei treni che funzionavano con delle motrici americane, e ci hanno portato a Roma.

D: Ecco, quando sei rientrato a Roma?

R: Il giorno di Santa Rita. Mi ricordo che era di Santa Rita perché sulla piazza dove abito io c’era la chiesa di Santa Rita, e c’era la festa.

D: Ascolta, Ti ricordi quando tu eri a Dachau se per caso hai visto tra i deportati anche dei ragazzini?

R: Uh! Tanti. I ruschetti li chiamavamo, non i russi, i ruschetti, i ruschetti, proprio ragazzini, erano russi, e ogni capobaracca ce ne aveva nella sua Stube, nella stanza, cinque, sei, sette, otto, dieci. I ruschetti li chiamavamo.

D: Ah, non c’era una baracca solo per i ragazzini?

R: No, no. Che io abbia saputo no, perché con tutto che noi stavamo là dentro, mica sapevamo tutto.

D: Ti ricordi se a Dachau c’era una baracca dove si poteva comperare delle cose, degli oggetti?

R: No. Io mi ricordo che nella Stube, ogni baracca, c’era un barilotto di birra dove i collaboratori della SS del campo de concentramento avevano dei buoni, non erano soldi, erano dei buoni che avevano diritto per prendere un bicchiere di birra, per andare al bordello.

D: Ma tutti i deportati o solo i collaboratori?

R: Io parlo di deportati.

D: Sì, ma anche tu potevi prendere…

R: No, magari! [ride, ndr] Solo loro, i Blockältester. Quelli stavano bene, quelli non gli mancava niente. Come vestiario mica andavano vestiti a righe, loro erano vestiti con abiti civili, però abiti civili che c’avevano dei buchi sulle spalle, qua dietro, e dei buchi ai pantaloni. In più avevano delle strisce, delle strisce fatte con la stoffa a righe, e quello significava che era un deportato.

D: Ti ricordi se all’interno del campo c’erano dei deportati con delle fasce al braccio?

R: Sì, erano quelli che facevano la Polizia del campo. Perché noi in più di tre, in più di tre non potevamo stare. Allora loro erano la Polizia del campo, e cioè se commettevi… a secondo di quelli che facevi c’era la punizione. Allora loro erano… c’erano le ‘Fünfundzwanzig’, le 25 nervate al sedere, o 50. Con le 25 te potevi salvà, coi 50 andava il sedere in cancrena. Chi fuggiva, e veniva ripreso, regolarmente ripreso perché lì la popolazione non t’aiutava, anzi, te faceva subito riprendere, veniva tenuto per un giorno intero – pioveva, nevicava, faceva di… – davanti alla porta del campo de concentramento dell’entrata, con un cartello, un cartello dove c’era scritto: “Ich bin wieder dà” Io sono nuovamente qui. E poi c’erano le ‘Fünfundzwanzig’, non lo so, c’era il bunker, dice che c’era un armadio dove tu entravi dentro e rimanevi dritto per un giorno, due, non te potevi muovere. E in più questi che fuggivano, dopo avevano sulla giacca un cerchio, un cerchio bianco e rosso mi ricordo, e stavano tutti in una baracca che la chiamavano il Fluchpoint [Fluchtpunkt], non mi ricordo adesso se la pronuncio bene questa parola, Fluchpoint.

D: Ti ricordi dei tentativi di fuga dal campo? Cioè, deportati che hanno tentato di fuggire?

R: Sì, sì, ma erano più che altro… perché dentro il campo di concentramento, oltre ai politici, per dire, c’erano anche delinquenti, e questi erano classificati col disco verde. Il disco verde erano criminali. E quelli, conoscendo la lingua, conoscendo… trovavano la maniera di scappare però che regolarmente venivano ripresi e…

D: Franco, tu quando sei stato deportato, non hai potuto scrivere a casa, comunicare?

R: Mai! Mai! Noi… Tutti quanti ricevevano i pacchi della Croce Rossa, tutte le nazionalità. Noi vedevamo loro con questi pacchetti dalla Croce Rossa Internazionale, scrivevano e ricevevano lettere. Noi niente. Dalla Croce Rossa non abbiamo mai avuto niente, mai potuto scrivere, e a casa mia hanno saputo che ero vivo dalla fine della guerra, quando gli è arrivato dalla Croce Rossa Internazionale un telegramma dove c’era scritto: Franco Marchetilli sta bene, campo Dachau, invia saluti, firmato don… come se chiama là? Era… di Milano… Monsignor Montini! Monsignor Montini che poi è diventato papa era vescovo di Milano. Ci è venuto a trovare, ha preso l’indirizzo di tutti noi, e a tutte le famiglie ha dato… io ce l’ho ancora a casa questo… questo telegramma.

D: Ascolta Franco, quando tu dici ‘noi non ricevevamo i pacchi’, intendi …

R: Gli italiani.

D: Mentre invece le altre nazionalità…

R: Sì sì, ricevevano dalla Croce Rossa i pacchi.

D: E anche la corrispondenza?

R: Anche la corrispondenza. Per quello che mi è riuscito di vedere. Noi no, noi niente.

Martini Nando

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

Dunque, mi chiamo Martini Nando, nato il 28/2/1926. Il 28/2/1926.

D: Dove?

R: A Noceto.

D: Allora, adesso ci racconti un attimo quando sei stato arrestato e perché?

R: Sì, va bene.

D: Prego.

R: Ecco. Sono andato dai partigiani, bene, in aprile, nel ‘44, mi sa che sem ‘ndà lì [siamo andati lì, ndr], più o meno. Poi nell’inverno sono tornato a casa perché avevo il papà all’ospedale. Quella notte lì è venuta molta neve. Abitavo in un paese fuori la città, abitavo a Eia, in un paese che loro sanno [ex deportati presenti all’intervista, ndr], e mi son preso su dei panni puliti da portare al papà, la mamma m’aveva dato… Sono andato all’ospedale, a Parma. Quando sono stato all’ospedale, avevo i panni sporchi, li portavo a mia zia in via Cavour, qui a Parma, gli sporchi per averli puliti.

Quando sono stato davanti a UPIM, in via Mazzini, loro sanno dov’è, sa dov’è UPIM? Va bene. Davanti a questo grande negozio UPIM, ho trovato uno… ho visto uno della Brigata Nera, vestito… Via delle Rose… vedo che era il mio amico, che era nei partigiani con me, che lui “sono qui, sono là…” Io credevo che lui fosse stato giù in missione da partigiano, e invece no, era in missione da Brigata Nera! Ha capito? E allora io cercavo… quando ha capito che volevo scappare, lui m’ha preso perché era più forte, m’ha preso, tira fuori la rivoltella e dice: “Dove vai? Vieni con me”.

Mi porta dentro in via Cavestro, dove c’era la Brigata Nera e c’erano anche i tedeschi, le SS. M’ha messo lì e lì m’ha interrogato un ufficiale tedesco. Proprio così come eravamo adesso. Molto gentile, era lì: “Zigarette?”, il tedesco eh. Non fumavo […]. E questo qui non l’ho più visto [l’amico, ndr]. Questo ufficiale vuole sapere i miei amici chi erano, dove abitavano, eccetera. Non ci ho mai parlato. Allora fa: “Io essere capace a parlare…”, farmi parlare me. Ha aperto un armadio,ha tirato fuori una… un affare di cuoio, al ‘m’ha dà tant [strenghi?]! [mi ha dato tante botte, ndr]! M’ha dato ‘na dose… Poi mi ha portato in cantina dove c’erano degli altri, pieno, un odore della Maremma perché…. puoi immaginare! Sono stato lì una quindicina di giorni. E poi di lì per andare a San Francesco, che sarà, al su mia, un chilometro sì e no… l’è mia [non è, ndr] un chilometro, beh fa nient’, vedo una ragazza che volevo che mi vedesse per dire ai miei genitori che m’avevano preso, ha capito? Non mi guarda! Non mi guarda perché… chissà, poverina… non mi guarda.

M’han portato in San Francesco, di lì mi han preso in San Francesco. Di San Francesco… ah no, prima, un momento, ho detto quel che m’ha preso eh… sì vabbè […] Di San Francesco una notte ci han portato via con le corriere, sempre in corriera, a Verona. A Verona. Ho preso tanti bott lì perché mi hanno interrogato, volevano sapere anche loro… Mai parlato. M’han dà una botta con il legno in testa… ho perso… ho perso la parola, mi son trovato in campo di concentramento a Bolzano e mai più parlè. Son stato lì che dopo è finita la guerra e [sono] tornato a casa.

Quando son venuto a casa, mica vero che ho incontrato quel tizio lì? Era nei partigiani di San Pancrazio, in un paese. Lui passa in bicicletta, e allora c’era il brigadiere dei Carabinieri dei partigiani, c’ho detto: “Quello là è quello che mi ha preso”. Lui: “Davvero?” Ci sono corsi indietro, lo han preso e portato indietro. L’han portato in caserma, c’erano i Carabinieri. Ero così, così, magro, c’ho detto: “Guarda in che condizioni…” Beh, gli han dato un sacco di botte e poi l’han mandato in campo di concentramento a Mantova, a Mantova. A Mantova e… […] Quella è la mia vita.   

D: Nando, sì ho capito. Tu l’hai fatta a tuo modo, l’hai fatta… bello ristretto il succo…

R: Sì, ristretto, perché cosa devo dire, il campo di concentramento è stato…

D: Ascolta una cosa…

R: Dica.

D: Quando tu eri dentro nel campo di Bolzano, cosa ti ricordi tu del campo? Il tuo blocco te lo ricordi?

R: Il D.

D: Il numero te lo ricordi?
R: Sì, novemila… novemila e quattrocento ventisei [9426]. Ci han vestito… sì, come ha detto Cantoni, con quel camicione bianco e la striscia rossa di dietro lì. Il numero qua [segna il suo petto a sinistra, ndr], novemila e quattrocento ventisei, quello era il numero di matricola.

D: Nel tuo periodo nel campo di Bolzano sei stato impiegato in qualche lavoro? 
R: Ecco, quando sono venuti a vedere, chi dice “il falegname, il fabbro”, eccetera, “il falegname?”, e ho detto di sì, ma non savevi mia… non sapevo neanche com’era fatto il martello. M’avevan messo dalle donne a aggiustare i castelli, sa dove si dormiva sopra? Ecco, lì.

Quella era la nostra vita, però non eravamo liberi come diceva Cantoni. Io, sempre dentro.    

D: Cioè?
R: Sì perché a far quel lavoro lì dentro, nel blocco.

D: Ah quel lavoro lì lo facevate nel blocco?

R: Nel blocco, sì, e basta. Non è che andavamo fuori.

D: Cioè, tu non sei mai uscito?

R: No, mai uscito dal campo di concentramento. No.

D: Ti ricordi quando… nel periodo che cui tu sei stato dentro a Bolzano, se hai visto delle donne?

R: Oh, ce n’erano delle donne! È ben lì che avevamo… andavo ad aggiustare i castelli delle donne, capito? A mettere i chiodi […]

D: Ti ricordi di aver visto dei bambini?

R: Oh, c’erano dei bambini, poverini, ma piccoli! Ho visto anche quando han portato via i bambini dalle mamme. Che era venuta una corriera che voleva i bambini, e c’era la Croce Rossa, dicevano che la Croce Rossa svizzera che li portava via… Ci mettevano medaglie al collo, […], un dispiaser compagn mai visto al mondo [un dispiacere simile non l’ho mai visto al mondo, ndr].

D: Ti ricordi se hai visto dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì, ce n’era uno. Dentro in campo ce n’era uno. Ce n’era uno, c’era, sì sì. Era un frate, era un prete, era qualcosa del genar [genere, ndr].

D: Ti ricordi il nome?

R: No, guarda, no. Non mi ricordo niente. Ho perso la memoria, ma molto anche. Molto, eh…

D: Ascolta, e ti ricordi, di quando tu sei rimasto nel campo di Bolzano, se hai visto o hai subito azioni violente?

R: Sì, chi c’era? Sacchetti, quel del Guzzi di Parma. Il rappresentante della Guzzi, di Parma, si chiamava Sacchetti. [scambio con un ex deportato presente, ndr]. Ah, un’altra cosa. Dentro il campo io…

D: Cosa ha fatto questo qua?   

R: Ecco, io l’ho visto che aveva rubato un orologio a un tedesco […], i g’han dà tanti bott’ della madosca. L’avevano legato al palo […]. Ma stavo dicendo prima un’altra roba. Uno che m’ha portato via il pane a me… Sa che davan’ quel pane… Pane … l’era […], l’avevo nascosto sotto al pagliericcio che l’era pien de pioch [dove era pieno di pidocchi, ndr] e lui poverino me l’ha rubato e l’ha mangiato. Il tedesco ha saputo […] che lui m’ha portato via il pane: g’ha piantè ‘n pugn’ [gli ha dato un pugno!, ndr], e poi un secchio d’acqua fredda addosso, che l’era un frèd de la madòna… Non l’ho più visto. Non ho più saputo che vita l’ha fat’.  

Un’altra roba ricordo, che forse loro… ce n’era uno cieco, te lo ricordi quel cieco? Quello vorrei vederlo, poverino. [suggeriscono i presenti, ndr]) Morello, de La Spezia, era cieco poverino. Vorrei vederlo ancora.

D: Cosa ti ricordi di lui?

R: Di quello lì? Che gli è venuta la vista, [interviene un ex deportato, ndr], non che ci vedeva bene, l’ombra… però l’ombra…  Che bei ricordi.

D: Ah, erano bei ricordi?

R: Sì.  

D: Ascolta, tu nel periodo che sei rimasto lì, a Bolzano, hai potuto scrivere a casa?

R: No, ma neanca [neanche, ndr] Scrivere a casa? [ride, ndr], no […] Mai usciti, mai usciti, mai. A scrivere, ìn g’avem’ neanca […] la penna, allora! [non avevamo nemmeno una penna, ndr]. Niente, noi eravamo lì i più terribili, perché eravamo prigionieri politici, i partigiani g’avemo [condanna] a morte. Avevamo il triangolo rosso, e giallo gli ebrei, eh? Erano lì vicino.

D: Come ti ricordi la liberazione di Bolzano?

R: La liberazione di Bolzano? Niente, noi siamo andati a Trento, dove eravamo?

D: Una bella mattina cosa ti hanno detto? Voi siete liberi?

R: Mah “voi siete liberi, se fòra” [si rivolge ai presenti, ndr]

D: Non te lo ricordi?

R: So che son stato a dormire in un casolare, cos’era? Ah, non era mica un casolare, l’era un casott, l’era, che poi c’erano i tedeschi che ci [volevano] ammazzèr, nella notte. Pensa, ci siamo incontrati, loro erano armati e ci volevano uccidere. […] Eh, va bene.

D: La formazione partigiana tua come si chiamava?

R: Trent… Garibaldi. [poi suggeriscono, ndr] Trentunesima Garibaldi.

D: E come zona di operazioni quale era?

R: A Varsi. Varsi, Bardi, da quelle parti lì.       

Miola Elidio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

Mio nome è Miola Elidio, sono nato a Torino il 14/3 del 1924. Ero dipendente della Fiat dal 1942. Nel ’45…nel ’44, ’43-’44, mi hanno chiamato di leva, per la chiama di leva. Io mi son presentato, mi han destinato alla fanteria di Marina, e poi dopo ho continuato a lavorare. Dall’azienda, dato che non ero ancora operaio specializzato, non mi hanno trattenuto. E allora ho dovuto andar fuori, e andar fuori era andare a militare, e allora andare a militare lo sapevo dov’è che andavo a finire in Germania per l’istruzione. E allora mi sono… andato nei partigiani della zona, dalla parte di… della Valle di Lanzo, su vicino a Chialamberto, e han fatto quel famoso rastrellamento che io sono potuto fuggire e ho passato nell’altra vallata, nella Valle Locana. E dopo di lì non potevo più stare a casa, stare a Torino, perché da una parte ero renitente, dall’altra parte non potevo più lavorare, e sono andato nella zona lì di Trieste, che erano altri militari anche che erano lì. E abbiamo deciso… ci siamo trovati circondati dalle SS, perché qualcuno ha fatto la spia che c’era un gruppo di militari. E ci han portati nella Risiera di San Sabba. Dopo ci hanno chiusi nel secondo… al secondo piano.

D: Ecco, scusa, ti ricordi quando ti hanno arrestato e dove eravate?

R: Eravamo nella zona vicino a Redipuglia.

D: E quando più o meno te lo ricordi, quando ti hanno arrestato?

R: Ma, il giorno preciso non lo ricordo, so che era verso la fine di maggio i primi di giugno.

D: Di che anno? 

R: Del ’44.

D: Dicevi che ti hanno portato in Risiera.

R: In Risiera, tutti quelli che han preso lì li han portati in Risiera, e ci hanno rinchiusi sopra al secondo piano della Risiera, e poi ogni tanto veniva delle SS a prendere qualcuno per far fare dei lavori lì intorno. Poi è venuto il colonnello delle SS, quello che comandava lì, e allora lui, questo qui ha chiamato se si voleva collaborare con loro o essere fucilati o morire da partigiani, in parole povere è così. Eh, si capisce che a 20 anni nessuno ha voglia di morire, allora abbiamo deciso parlando tra di noi – che è ritornato poi una seconda volta con l’interprete – che si collaborava, tanto per avere un po’ di vita un po’ più lunga, per vedere. E poi un bel giorno chiamano 55-60 nomi, adesso non mi ricordo più quanti erano di preciso, e ci fanno andare nel cortile, e ci danno una pagnotta di pane e han detto che ci mandavano a lavorare in Germania. Si è sollevato quasi il cuore, perché abbiamo detto: meno male, piuttosto che combattere per loro, arruolarsi con loro, andare a lavorare in Germania sarà un lavoro ma il lavoro almeno non ti ammazza, non è lì a ammazzare nessuno. E così ci han portati, avessero ben detto che ci portavano a Dachau: nessuno sapeva cosa voleva dire Dachau eh, per me era un nome qualunque. Difatti siamo partiti da Trieste, insomma, in vagone dei carri bestiame, eravamo 50-55 per vagone, con la consegna che se scappava qualcuno ne avrebbero ammazzati altri dieci. E allora ci sorvegliavamo a vicenda. Comunque siamo arrivati a Dachau nella notte.

D: Ecco, dalla Risiera, dove vi hanno portati per mettervi sui carri?

R: Ci han portati alla stazione di Trieste.

D: Ti ricordi quand’era più o meno?

R: So che era verso l’8 o il 10 di giugno, io penso quell’epoca lì, perché a giugno eravamo già a Dachau, dopo [eravamo] arrivati a Dachau nel mese di giugno.

D: Ecco, scusa Miola, in Risiera ti hanno immatricolato?

R: No no no in risiera niente. No.

D: E anche i tuoi vestiti, t’han lasciato i tuoi abiti?

R: Ci han lasciato i vestiti che avevamo indosso.

D: Ti ricordi se hai visto delle donne in Risiera?

R: Io donne non ne ho viste in Risiera, perché… magari erano chiuse in altri, perché c’erano tre piani, cioè il primo il secondo e il terzo piano, io non so sopra. Ho capito che sopra c’erano degli ebrei, perché Milani, non so se l’hai intervistato, era anche lui in Risiera, lui lo prendevano sempre per fare dei lavori sotto, e aveva visto un po’ di più. Noi si sentiva sempre della musica forte o dei rumori di camion, così, e sentivo a volte anche un odore acre che non capivamo cosa fosse. E poi abbiamo poi saputo che…

D: Ascolta, e dalla Risiera per fare dei lavori non siete mai usciti?

R: No no.

D: Cioè, i lavori li facevate ma solamente lì.

R: No lì eravamo in attesa di destinazione, noi non si sapeva noi… cosa avrebbero fatto di noi, in parole povere.

D: Ecco, poi ti hanno portato alla stazione di Trieste.

R: Trieste, un bel giorno, dopo che ci han chiusi, isolati dagli altri, e ci han caricati su questi carri bestiame, han fatto una tradotta che siamo partiti per Dachau. Adesso non so se sono scesi tutti a Dachau o no. Noi, perché nel nostro vagone di sicuro, ma il treno è arrivato a Dachau.

D: E lì a Dachau cosa è successo?

R: Lì siamo arrivati… no alla stazione, perché a Dachau non c’era una stazione, c’era un binario che portava vicino al campo, so che c’era come una riva, il treno era […] dentro, ci facevano uscire di lì, e ci siam trovati circondati dalle SS coi riflettori, i cani lupo, e siamo rimasti lì perché non sapevamo cosa significasse. Allora gridavano 5 …, 5 per 5 e ci han fatto mettere in colonna, e siamo arrivati che era di notte, era verso mezzanotte. E ci han portati dentro il Lager, non ho neanche capito bene da dove siam passati o non passati. Ho visto poi che al mattino, quando ci han messo dentro il camerone, dove adesso c’è il museo, lì c’era i posti che ci spogliavano, prendevano la roba, ti immatricolavano, ti depilavano, ti disinfettavano, ti tagliavano i capelli, facevano tutte quelle cose lì. E siamo stati lì dentro fino all’alba. Quando è venuto chiaro io sono andato a vedere dalla finestra, sono stato il primo a vedere, saran stati anche altri. Ho visto uno vestito a righe, e ho detto “ehi ragazzi c’è uno che gira in pigiama lì fuori”. Non era una battuta, è capitato proprio così. E poi difatti il pigiama ce l’hanno dato anche a noi. Ci han tagliati e rasati con la creolina, e poi ci hanno dato il numero, 69.786, il triangolo rosso, e ci han mandato al blocco numero 15. E io sono rimasto lì al blocco numero 15 per la quarantena. Io di Dachau ho sempre visto la Stube dove ero io dentro, il di dietro della baracca che c’era davanti, e da dove siamo entrati c’era il portone di legno tra una baracca e l’altra. E l’appello lo facevano lì, sul posto, non siamo mai andati sulla piazza dell’appello. Poi dopo un certo periodo che non mi ricordo bene, sarà stato poi fine di giugno, i primi di luglio, un giorno ci fanno andare nudi dietro in un’altra baracca, in mezzo a due baracche, eran tutti nudi, c’era un tavolo con un SS che non so più, non so che grado avesse allora, e ci faceva passare uno per volta davanti a lui: ti guardava in bocca, ti guardava, poi… da una parte, l’altro dall’altra, e ci han mandati a Allach. E a Allach siamo andati, io sempre… chiedevano che mestiere uno faceva, io ho sempre detto [che] io ero lavoratore specialista della Fiat, ma non era vero, era solo per poter lavorare al coperto, perché ho fatto dei lavori lì a Allach, che han fatto un campo per gli ebrei lì vicino a Allach, di smistamento per gli ebrei, ci hanno fatto lavorare a picco e pala, scavare buche, spingere i vagoni di terra sulle rotaie, ed era un lavoro mica tanto piacevole. Allora io partivo sempre con la storia che io ero uno specialista, ero specialista, finché un giorno mi hanno poi mandato a Blaichach, un altro sottocampo, ma prima che succedesse quello io ho avuto un’infezione nel pollice del piede. Lì marciva no, allora sono andato all’infermeria. All’infermeria mi hanno strappato via la pelle, il marciume così, e han preso un pezzo di carta igienica, me l’hanno medicato così, mi han dato un giorno di riposo. In quel giorno di riposo, neanche fosse stato tutto combinato, tutti quelli che erano con me sono partiti in trasporti e non li ho più visti. Ero solo in mezzo a francesi, russi, polacchi, non capivo più una parola da nessuno. Mi son trovato perso, son sincero, in quel momento lì me la sono vista brutta perché non avevo più dialogo con nessuno, ero un po’ abbattuto. E ho trovato un francese, che parlava un po’ di Patois piemontese, allora io con lui ho poi dialogato. È lui che mi ha scrollato, mi ha detto “ehi ragazzo, se sei qua, se non vuoi lasciarci la pelle, non pensare agli altri, né ai tuoi, né alla famiglia, pensa a vivere da un giorno all’altro!”, era già più tempo che era lì. E allora mi ha scosso un po’, e dopo ho fatto diversi lavori del campo, sono andato anche a pelar patate, spaccare legna, finché battevo sempre il mio mestiere: “meccanico, meccanico”. Allora mi hanno poi, dopo un paio di mesi, mandato in quel sottocampo di Blaichach… no prima – un momento – prima ad Allach ho lavorato alla BMW, dove facevano i motori d’aerei, i motori stellari d’aerei, e poi han bombardato la fabbrica. È quando han bombardato la fabbrica che io ho avuto quella storia lì: gli altri sono partiti e io rimasto lì, non lavoravo più in fabbrica, e ho sempre detto che io ero meccanico. E [mi] hanno poi spedito a Blaichach, che abbiamo attraversato Monaco che era tutta bombardata la stazione, dicevo: “qua porca miseria c’era solo pipinare, non c’era più niente altro”.

E ci hanno portato a quel sottocampo. Quel sottocampo lì di italiani eravamo un 25 massimo, erano tutti russi, polacchi e francesi, ma la gran maggioranza erano francesi. Lì andavo di nuovo a lavorare a un reparto sfollato della BMW, perché si faceva sempre le bielle piccole e la biella madre dei motori stellari. E lì lavoravo… mi avevano messo addetto ad una stabilizzazione delle bielle. Difatti si prendevano ‘ste bielle e si mettevano in un forno che le portava a 500-600 gradi, dopodiché li prendevi con dei ganci così e li mettevi dentro i sali fusi a 900 gradi, e si schiacciava una lampadina. Schiacciando ‘sta lampadina dopo, quando si accendeva di nuovo, era rossa, si accendeva il verde e li tiravi su e li mettevi nell’olio, e poi li passavano nei forni, li pulivano, era la stabilizzazione. Un giorno, queste bielle si deformavano. Allora sono venuti lì tutti i dirigenti, le SS, e come dire che noi si dormiva, non si faceva il lavoro bene, che se era qualcosa che era colpa nostra ci avrebbero ammazzati tutti, “Alles kaputt”. E allora noi abbiamo detto “provate, fate la prova!”. Allora abbiamo fatto di nuovo la prova, messe prese, messe lì, messe là, si è accesa la luce e poi dopo si è di nuovo acceso il verde, le abbiamo tirate fuori, messe nell’olio, poi le han controllate e si deformavano lo stesso. Allora non era più colpa nostra, abbiamo già tirato un po’ il fiato. Poi era quella lampadina che era un relè: invece di durare un minuto durava un minuto e 15 secondi, bastavano quei 15 secondi in più che si deformava. E lì l’abbiamo messa bene così. Poi ho lavorato un po’ ad un tornio, prima, adesso ricapitolo a Allach. A Allach alla BMW, mi avevano messo a un tornio, perché io ero un tornitore no, e c’era un cecoslovacco che mi preparava la macchina, e mi diceva sempre “mi raccomandato fai attenzione” mi faceva “guarda bene” e mi diceva “guarda dentro il cassetto dei ferri, ma occhio, guarda in giro prima di…”, e mi metteva sempre una fettina di pane in mezzo ai ferri… io si capisce bene, che io dovevo guardare bene, in un boccone la mangiavo e via. E questo cecoslovacco era un lavoratore libero là, praticamente. E lì un giorno siamo ritornati al campo di Allach e c’era la forca, pronta, “adesso qui marca male”. E allora ci han fatto… c’era l’appello prima no, ci han messo tutti squadrati per dice, tutte le file, ogni baracca per baracca, blocco per blocco, e poi chiamano un russo, e lo fanno andare fuori, leggono la sentenza in tedesco, che io non ho capito niente. Comunque, poi l’hanno impiccato e noi si doveva stare tutti a guardarlo impiccare, non voltarti perché i capò giravano, se giravi la testa ti picchiavano. Poi, ho poi saputo che questo russo lo hanno impiccato per sabotaggio. Sabotaggio che faceva ridere perché quando ho saputo che aveva sabotato un bel niente… praticamente aveva preso un prezzo di cinghia, buttata via insieme al pattume, aveva gli zoccoli e camminava storto, l’aveva messa sotto, potuta inchiodarla sotto, non so come, e han detto che aveva fatto sabotaggio, ha portato via un pezzo di cuoio, e lo hanno impiccato per quello.

Ritornando poi a Blaichach, lì abbiamo sempre lavorato, in quella fabbrica si faceva il turno, 12 ore di notte e 12 ore di giorno, da 6 a 6 della sera e da 6 a 6 al mattino, e alla domenica qualche volta si andava anche a lavorare la domenica. Però la vita era un po’ migliore che a Allach e che a Dachau, perché il campo non era grande, era un sottocampo, eravamo 1.500-2000 persone al massimo, e si faceva i due turni, dalle 6 del mattino alle 6 di sera di giorno, come ho detto prima. Quando si faceva la notte si smontava al sabato sera no, alla domenica invece non ti davano più il mangiare a mezzogiorno, te lo davano alle 4, perché poi ti facevano andare a lavorare la notte, ti facevano partire alla sera alla notte della domenica andar a lavorare. E il mangiare della sera te lo davano a mezzanotte, facevano il giro così. Ma lì insomma, era dura, perché era dura, 12 ore erano dure, ma eri al coperto, il campo dalla fabbrica c’erano sì e no 400-500 metri, non di più, però faceva un freddo cane perché la sera andava fino a 20 sottozero. E noi avevamo solo e sempre la solita camicia, la solita giacca di tela, avevo una giacca un po’ pesante, non l’avevo mai cambiata per quello, pieni di pidocchi, perché poi avevi i pidocchi non contiamo più i pidocchi, si ammazzavano i più grossi.

Si cercava di tirare avanti così. Una volta ho provato, mentre ero lì che facevo la tempra delle bielle, che sgrassavano le bielle dall’olio no, abbiamo detto “proviamo a mettere la camicia per ammazzare i pidocchi”, e l’abbiamo messa. Poi l’ho tirata fuori quasi quasi si smontava tutta, ho detto “porca miseria guarda che rimaniamo senza camicia, teniamo i pidocchi che è meglio”. È andata un po’ avanti così la storia, finché un giorno – mi ricordo era verso il Natale, Capodanno tra il ‘44 e il ’45 – il comandante che comandava quel campo lì era poi un maresciallo maggiore delle SS, viene su e mi ricordo sempre che ha fatto un discorso che io sono rimasto un po’ lì, ha detto che sperava che il prossimo anno ognuno passasse il Natale a casa sua. Porca miseria sentir dire quelle parole lì da un comandante del campo, qui le cose vanno male, perché se viene a fare un discorso così si vede che cerca di riabilitarsi da solo. E difatti poi a Natale avevano fatto un po’ da mangiare, avevano fatto un po’ di pasta, con il sugo, una roba, loro lo chiamavano il gulasch, un po’ di carne dentro perché avevano ammazzato diversi cavalli, che bombardavano nella zona. Ha suonato l’allarme che era quando è ora di mangiare, abbiamo mangiato ‘sta pasta che era verso le cinque così, comunque era pasta, abbiamo mangiato quel pasto lì, il pasto più buono che ho mangiato.

Dopo bombardavano sempre, e siamo arrivati fra bombardamenti e una cosa e l’altra fino ad aprile. Ad aprile dovevano portarci via, difatti una sera ci hanno incolonnati tutti, cercavano di portarci a Mauthausen. E abbiamo camminato due giorni e due notti, ci facevano dormire nelle campagne, dentro quelle baracche per gli attrezzi, per roba di campagna. E poi arrivati ad un bel punto sentivo, abbiamo visto che discutevano fra di loro, che non potevano più andare avanti perché c’erano gli americani che arrivavano di là, e da dove eravamo noi arrivavano i francesi. Allora ci han fatti a marce forzate a tornare indietro, e ci han di nuovo chiusi nel campo, ci han bloccati, chiusi dentro; poi han detto così, che chi metteva il naso fuori gli avrebbero sparato, avrebbero sparato contro. E allora siamo stati un po’, poi la curiosità era grande, e abbiamo guardato, uno fa “non ci sono più le sentinelle”. Quando abbiamo sentito così abbiamo sfondato la porta, siamo usciti fuori, e abbiamo visto che non c’erano più sentinelle. E poi abbiamo visto arrivare una camionetta, con dei marocchini sopra vestiti da militare, “la guerra è finita! meno male arrivano questi qua”. Poi sono andati via. Dopo è arrivato un carro armato. Qualcuno dal paese, si vede di questi fissati, han sparato qualche colpo no, l’avesse mai più fatto, questo qui ha sparato una cannonata, ha messo tutto a tacere e il campo è stato liberato così. E poi siamo rimasti, era verso la fine di aprile, mi ricordo che dopo qualche giorno i francesi hanno celebrato il primo maggio, e abbiamo cantato la Marsigliese quando ci hanno liberato perché ci hanno liberato i francesi, e la maggioranza che erano lì erano francesi. Allora cosa è successo? I primi a rimpatriare son partiti i francesi, poi ci sono rimasti i russi che sono andati via anche loro, i polacchi sono andati, e sono rimasti solo gli italiani, nessuno si interessava di noi. Solo che avevano dato ordine, quelli che erano i militari che avevano occupato il paese, di farci da mangiare, di portarci il mangiare tutti i giorni. E poi un bel giorno noi abbiamo deciso, “ma dobbiamo stare qua fino a quando? nessuno si interessa di noi”. E allora abbiamo poi deciso di partire a nostra volta, tanti sono andati via per conto, e noi in 4 o 5 abbiamo preso un carrettino con un po’ di provviste, ci avevano detto che a 60 km, o 80 che fosse, c’era il presidio americano, che gli americani rimpatriavano. E allora noi siamo – perché i francesi, quando avevano occupato prima, ci han fatto un documento a tutti che eravamo nel campo di concentramento, ce l’ho ancora qua – siam partiti a piedi, si dormiva dove si poteva, andava bene che per la strada, dopo era già finita la guerra e tutto, mettevano il latte nei bidoni che passavano a caricare, noi si riempiva le borracce, almeno c’era da bere. E siamo poi arrivati in zona americana in quella maniera lì. Zona americana, siamo rimasti due o tre giorni lì, poi coi camion ci han portati a Innsbruck. A Innsbruck, sempre con carri bestiame perché vagoni non ce n’erano ancora, ci han portati a Bolzano. A Bolzano ci han dato qualcosa da mangiare, poca… un po’ di frutta, qualche cosa così, e chiedevano che paese uno era, fa[ccio] “io sono di Torino”, “beh, se volete partire, domani c’è dei camion che vanno a Milano, vi avvicinate già un po’”. Allora abbiamo preso questi camion, io e i due o tre degli altri, e siamo venuti a Milano. A Milano poi gli altri sono andati per altre destinazioni, io mi han detto che c’era un camion che faceva da Milano a Torino, un camion che viaggiava ancora a gasogeno, con quel legno che faceva… e ci ha messo 12 ore da Milano arrivare a Torino. E sono arrivato a Torino, aspettavo il tram a Porta Palazzo, il 14, perché prima di andare via c’era il tram numero 14. Il tram numero 14 non arrivava mai, allora chiedo “ma non c’è il 14 oggi? come mai?”, “eh non c’è più, adesso è il 17, non c’è più”, no il 17 aveva un altro numero, non ricordo più neanche il numero, ma avevano cambiato il numero al tram, però faceva lo stesso tragitto. Allora ho preso questo tram.

Quando arrivo nella mia zona… perché sono venuto a casa con i pantaloni a righe, li avevo portati a casa, poi mia sorella, Dio bono, li ha buttati via, volevo tenerli per ricordo. Comunque, prendo ‘sto tram e vado a casa. Il primo che incontro per la strada prima di arrivare a casa, trovo mio cugino, che era stato nei partigiani, allora gli dico “guarda, dimmi subito com’è la situazione a casa che… tanto sono abituato a sentirne di tutti i colori”. Lui mi disse: guarda tua mamma è all’ospedale, tuo fratello l’hanno ammazzato. Mio fratello era andato nei partigiani, avevano fatto la spia uno vicino e l’hanno ammazzato – mio fratello era nei partigiani, aveva fatto la spia uno vicino e l’anno ammazzato – e poi l’altro fratello è ancora prigioniero degli inglesi, non è ancora venuto a casa”, “beh, meno male io son già arrivato il primo allora”. Sono arrivato a casa, io avevo preso tutta la roba che avevo indosso, mia cognata ha fatto bollire tutto, perché mia mamma era all’ospedale, sono andato il giorno dopo a trovarla, e aveva una forte depressione, era qui proprio in questo ospedale qua, perché qua era l’ospedale psichiatrico femminile. Era sotto al pian terreno dove adesso c’è l’anagrafe. E sono andato vicino, l’ho salutata “mamma, non ti ricordi di me?”, e lei mi ha guardato bene e fa “sei Mario?”, “no non sono Mario, Mario è morto, sono Elidio! sono Elidio!”. E si è messa a piangere, poi non ha più parlato, non so se mi ha riconosciuto. Quindici giorni dopo è morta. Sei mesi dopo è morto mio padre di tumore, e sono rimasto quattro anni a casa di un fratello finché mi sono poi sposato.  E mio fratello figurati che l’hanno ammazzato per 5 mila lire, che uno ha fatto la spia, per prendere 5 mila lire lo ha fatto ammazzare. E l’altro fratello che era prigioniero è ritornato poi a casa nel ’46.

D: Ascolta Miola, tuo fratello che hanno ammazzato, dov’è che l’hanno ammazzato?

R: Proprio vicino a casa, perché era nei partigiani della… Lui era militare no, doveva andare militare sul fronte, quando è stato lo sfacelo che la Francia è caduta, lui era militare: non è più andato militare, allora è andato nei partigiani della zona di Casellette, da quelle parti lì, a quel tempo lui era più anziano di me, era del ’14. Eran venuti a Torino che gli avevano detto che alla [Michelin] davano dei copertoni dei camion che avevano perso; arrivando lì in via Terni, si chiamava la via, e c’era un’osteria che noi conoscevamo, come il padrone il mio papà lo conosceva bene. In questa osteria – erano lì che mangiavano no – qualcuno li ha visti che conosceva per prendere ‘sti soldi, che abitava mica tanto lontano, a cento metri da noi, gli ha fatto la spia: si son presentati i repubblichini, no. E l’osteria aveva l’ingresso verso la strada e uno dal cortile, sono entrati due dall’ingresso principale, lui si è alzato, il primo, e ha cominciato a sparare lui, ha sparato a ‘sti repubblichini. L’altro che era vicino a lui si è messo da parte, quelli che erano vicino a mio fratello sono scappati, gli altri tre, e mio fratello, sono entrati gli altri di dietro, gli hanno sparato dietro, lo han preso nella schiena e nella testa, lui è rimasto lì. E’ morto così. Difatti, sempre proseguendo la storia di mio fratello, quando è finita la guerra, quello che ha ucciso mio fratello, i tre che erano insieme, han saputo… son venuti a sapere chi era, sono andati a prelevarlo e l’han fucilato poi lì davanti a quell’osteria, lì. E mi ricordo di un vecchietto che mi diceva quando sono ritornato “le vedi queste scarpe qua? le ho preso io perché avevo bisogno di scarpe, sono di quello che aveva fatto ammazzare tuo fratello”. Se volete riepilogare qualcosa che… se mi viene in mente, se perdo il filo dopo…

D: Miola, ti ricordi se a Dachau, ad Allach, oppure nell’altro sottocampo, hai visto anche delle donne?

R: A Dachau no. A Allach nemmeno. A Blaichach ho visto quelli che lavoravano in fabbrica, a Allach nella fabbrica, nell’infermeria, in quei posti lì. No, nel campo non ho mai visto donne io, mai.

D: E dei religiosi, ti ricordi se c’erano dei sacerdoti?

R: No, con me no. Non mi ricordo. O perlomeno nessuno si è mai dichiarato tale, no.

D: Qualche nome di qualche tuo compagno te lo ricordi?

R: Sì, Milani, questo qui mi ricordo bene, poi c’era uno che si chiamava Todeschini, poi un altro che è morto adesso, non mi viene più in mente il nome, perché è difficile tenere in mente i nomi. Invece Moretti ha una memoria! Lo invidio per quello.

D: Elidio, da Allach quando siete partiti per Blaichach, più o meno?

R: Quando siamo partiti? Dopo la quarantena a Dachau, che quarantena si fa per dire, poteva essere venti, trenta giorni, quindici.

D: Poi siete andati a Allach.  

R: Poi siamo andati a Allach.

D: Però da Allach verso Blaichach, quando?

R: Dopo un paio di mesi, circa, più o meno, per preciso le date, non avevamo neanche da segnare, non potevi…

D: E come siete andati? Perché ho visto che Blaichach è abbastanza lontano.

R: Sì sì siamo andati in treno. Ci han portati alla stazione di Monaco, adesso non so che stazione fosse, e ci hanno messo in un vagone con le sentinelle, isolato, noi eravamo lì dentro. Eravamo mica tanti, eravamo dieci o dodici.

D: Però quando sei arrivato lì, il campo era già in funzione?

R: Il campo sì sì, il campo era già in funzione, certo.

D: Ecco, ascolta, invece Allach, il campo era grande?

R: Sì, a Allach c’erano… saranno state almeno 10 mila persone io credo, era grande il sottocampo di Allach. Difatti c’è un libro che si vede la liberazione di Allach.

D: E vicino lì ad Allach, al campo, c’era il paese, c’era qualcosa?

R: No il paese no, era abbastanza… non si vedeva il paese da vicino, il campo era isolato dal paese. Invece a Blaichach era nel paese, a Blaichach il campo era dentro un… come si dice, uno stabilimento che sopra i primi due piani, quelli che lavorano sopra entravano da un’altra parte che noi non sapevamo dove entravano, noi si entrava di fianco, avevano fatto una scala, si andava su per due piani, si era isolati. Dove c’erano le finestre che davano dalla nostra parte erano tutte bloccate, gli altri due piani sopra, e noi eravamo in quei due piani lì. Lì dietro, io mi ricordo sempre che c’era il reticolato, il cortile dell’appello e delle case… delle villette più avanti sulla… perché era fatto un po’ in salita così, e noi siamo rimasti sempre lì dentro. E mi sono accorto, perché da una parte fa ridere perché lì a Blaichach ero a dormire… eravamo in un castello che erano undici russi e io solo italiano, che dormivo con undici russi. Ho poi visto ‘sti russi che prendevano dei biglietti, non so come li facevano passare, c’erano tutte ragazze che lavoravano sopra, erano tutte russe, e allora si passavano dei biglietti così. Poi mi sono accorto per caso perché ho visto una volta che mi sono svegliato, ho visto che era chiaro, che prendevano ‘sti biglietti.

D: Miola scusa, ritornando indietro a San Sabba, tu sei riuscito a comunicare a casa tua?

R: No no no, niente, niente. Nessuno ha più saputo niente… Ah, adesso ti faccio sapere una cosa che mi è scappata, adesso parlando di quello mi è venuta in mente. Nell’ultimo sottocampo lì di Blaichach, dopo un periodo che lavoravo lì – lavoravo io dove temperavano ‘ste bielle, e c’era anche dei torni lì vicino – degli altri che lavoravano nella meccanica mi ha detto uno “te sei di Torino, c’è un torinese che lavora là dentro, civile, c’è un civile che lavora lì”, uno che abitava a Torino, abitava vicino alla Fiat Lingotto. Allora io ho detto “porca miseria, ma com’è? dov’è?” gli ho detto, “ma, è lui che lavora alla pulitrice, che lucidava ‘ste bielle; proprio vicino ai gabinetti, ci sono due linee, lui è lì in mezzo, te vai al gabinetto vedi che lo incontri”. Mi han dato tutte… E io di notte sono andato, perché di giorno non parliamone perché di solito c’è troppa gente, di notte c’era solo il turno di notte, e c’era meno sorveglianza. Comunque vado di notte al gabinetto, e vado lì vicino a questo qui, lui era lì vicino alla pulitrice che fregava ‘ste bielle, che puliva ‘ste bielle, e vado vicino e faccio in piemontese “l’è vera che […] de Turin?”, lui fa “sì, e chi te l’ha detto?”, “me l’han detto dei compagni, così – fa[ccio] – avrei bisogno di un favore grande da lei”, gli ho detto sempre in piemontese eh , “ho bisogno di un favore grande da lei: che mi mandasse a dire a casa solo che sono vivo, solo quello”. E lui fa “ma, adesso vedrò”, io gli ho dato l’indirizzo, lui l’ha tenuto a mente, e ha detto così “però non ti dico che te lo mando subito o come, perché io ho solo due cartoline da spedire al mese, e devo passare alla censura, devo fare in maniera che non dia nell’occhio”. E difatti poi ha mandato ‘sta cartolina, l’ha mandato, e ha detto ai miei che ero vivo. E i miei a casa, quando sono arrivato, credevano che fossi mutilato perché ho fatto scrivere da un altro, pensavano che io fossi mal messo.

Ricapitolando mi è venuta in mente quella cosa lì. E difatti dopo liberato, che sono poi tornato a casa e tutto, sono andato a cercarlo, e lui era ancora lì che abitava, dice che poi stava per partire per andare nel Veneto, lui era di origine veneta, E andava a lavorare laggiù. Io gli ho detto “vieni a casa nostra almeno a passare una giornata con me che mi hai aiutato”, perché mi aveva portato anche delle patate questo qui, mi faceva bollire delle patate allora, sempre di notte le prendevo no, perché poi le mettevo dentro alla camicia, e mi mangiavo ‘ste due o tre patate, tutto serviva. Mi è venuto a trovare, ha fatto tutta la giornata con me, ha fatto il pranzo dai miei, ha conosciuto mio padre perché mia madre era già morta. E poi è partito e non ho più saputo niente. L’unica cosa positiva di tutto, quella cartolina che aveva mandato. Peccato che non l’han tenuta.

D: Sempre alla Risiera in quanti più o meno eravate su al secondo piano?

R: Là dentro penso fossimo stati almeno un 150, 180 persone.

D: Italiani, solo italiani? 

R: Erano solo italiani.

D: Tutti militari?

R: Eh, quasi tutti militari. Poi c’era già un mucchio di scritte sopra, tante cose sui muri, io non ho scritto niente.

LA REGISTRAZIONE FINISCE QUI. SEGUE TRASCRIZIONE DELL’ULTIMA PARTE D’INTERVISTA NON RIPORTATA IN AUDIO.

Non ho scritto niente perché non avevo anche niente da scrivere, non avevo neanche una matita.

D: E quand’è che sei arrivato a casa?

R: Sono arrivato a casa il 15 giugno del ‘45.

D: Da solo. 

R: Da solo.

D: E a Bolzano dicevi che ti sei fermato?

R: Mi son fermato fino al mattino che è partito quel camion.

D: Sì ma in stazione in un edificio?

R: A dire il vero eravamo in un ristoro, che davano del ristoro a quelli che ritornavano. 

D: Vicino alla stazione?

R: Vicino alla stazione, davano qualcosa da mangiare. Mi ricordo che c’erano diversi che chiamavano “di dove siete? siete di qua? siete di là? Noi cerchiamo quelli di questo paese, di quell’altro paese, di quella città”.

D: Ti ricordi se era la Croce Rossa che faceva questo?

R: C’era la Croce però han dato poco lì, c’era poca roba da…

D: E questo Milani chi è?

R: Milani è uno che è stato con me, prigioniero lì a Dachau, che poi è partito. Lui è di quelli che erano partiti da Allach, che quando siamo ritornati mi ha detto così “te hai avuto un coso così per andare a finire lì, di non venire con noi”: sono andati a finire nell’Alsazia, lavoravano in galleria, sempre in galleria, e io l’ho schivata perché, praticamente un male mi ha portato del bene.

D: Si chiama come, Milani? 

R: Milani Gottardo

D: Era di Milano?

R: Sì, c’è nel libro qua, no non c’è, ‘La vita offesa’ c’è.

D: Era di Torino?

R: Sì sì di Torino. Lui aveva anche il padre in Germania, non solo lui

D: Cioè, tutti e due insieme?

R: No non erano insieme, però era andato a finire in Germania anche lui.

D: Ma è vivo ancora questo Milani?

R: Sì sì, adesso ha il cuore un po’ a pezzi ma vive ancora.

D: E questo Todeschini è vivo ancora?

R: Non lo so, non l’ho mai più sentito, ma deve essere ancora… adesso chiedo poi se è ancora scritto. Se guarda ne ‘La vita offesa’ c’è tutta la biografia, ognuno scrive la…

D: Non so se ho capito bene, la fabbrica di Blaichach era su più piani?

R: No non era la fabbrica, era dove c’era il campo che c’era due piani che faceva campo di concentramento. C’eravamo noi dentro, e sopra lavoravano dei civili, delle donne russe…

D: Tu non sei mai stato intervistato?

R: Sì sì, due o tre volte, da uno e dall’altro, solo che la memoria ogni tanto vengono delle cose a rate.

D: Sei bravissimo, ti ricordi tutto...

R: Ma proprio tutto, a volte quando vado via “porca miseria mi sono dimenticato”.

D: […]

R: Sì sì una volta sola, 69.786 a Dachau. E ho sempre tenuto quel numero lì perché erano tutti sottocampi di Dachau.

D: … sentivate rumori, musiche

R: Sì perché, quando volevano bastonare, torturare qualcuno allora facevano dei rumori, sentivi quei rumori, con quei rumori coprivano tutto, dalla musica al rumore dei camion.

D: Ascolta, tu ad Allach sei più ritornato?

R: Ad Allach non c’è più niente, sono andato una vola ma non c’era più niente.

D: Sai che hanno messo due targhe?

R: No.

D: Non lo sai? I francesi e i tedeschi.

R: Perché erano tanti francesi anche lì, bisogna che vada a vedere poi una volta, che fanno un viaggio che è da dirlo, perché adesso magari vai lì non ti orizzonti più.

D: No, adesso ci sono tutte le casette.

R: E’ come la prima volta che sono andato a Dachau, non si entra dall’ingresso del portone da dove sono entrato io, quando sono entrato lì sono rimasto, poi ho visto il fabbricato, che quello lì c’era già allora, fatto così.

Todros Carlo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.

Mi chiamo Carlo Todros, sono nato il 23 marzo del 1923 a Pantelleria, provincia di Trapani. E però posso dire di essere piemontese perché a Pantelleria sono solo nato, e poi mi sono trasferito a Torino, perché mio padre era torinese, mia mamma invece era nativa di Pantelleria e a suo tempo, in quei tempi si usava che la mamma quando aspetta famiglia andava dai genitori, e quindi io e mio fratello siamo nati tutti e due a Pantelleria, però effettivamente siamo torinesi. I nonni erano torinesi, una famiglia ebrea di Torino, molto importante, avevano una posizione molto rilevante in Piemonte, e quindi poi noi ci siamo – dopo un periodo di permanenza in Liguria – ci siamo trasferiti a Torino.  La permanenza in Liguria era derivata dal fatto che scoppiata la guerra, i bombardamenti a Torino erano molto pesanti, e allora mia madre, preoccupata, ci siamo trasferiti in Liguria a Imperia dove da giovani, da piccoli, avevamo fatto una parte delle elementari delle medie e una parte delle superiori, almeno mio fratello, e avevamo certamente delle conoscenze e il posto era molto più tranquillo, chiaramente.

Ci siamo trovati bene fino ad un certo momento, quando nel 1938 il governo italiano guidato da Mussolini, il fascismo, emette le prime leggi razziali, le prime leggi razziali che prevedevano l’espulsione dalle scuole statali del regno degli studenti italiani, ma di religione ebraica. Noi sino a quel periodo eravamo considerati ebrei, come in effetti risulta dai documenti a Torino, e quindi siamo stati espulsi dalla scuola pubblica; e abbiamo avuto la possibilità, chiamiamola possibilità e fortuna, di poter continuare a studiare, perché come sempre in Italia le leggi prevedono sempre delle scappatoie: la legge diceva che i cesarini italiani,  per quanto si riferiva agli studenti di religione ebraica, dovevano essere espulsi da  tutte le scuole statali del regno, quella parola ‘statali’ ci ha consentito di essere accolti da un istituto privato di sacerdoti, i Fratelli delle scuole cristiane, che ci hanno accolti, e quindi abbiamo potuto continuare a studiare. Chiaramente però, il fatto di aver subito questo affronto – che noi consideravamo un affronto non essere più uguali agli altri ragazzi e agli amici che avevamo – ha iniziato una contestazione. Una contestazione che non va intesa una contestazione come può avvenire oggi, con manifestazioni con… diciamo, sollevazioni o altro, era una contestazione basata su incontri che noi avevamo tra noi giovani, ebrei chiaramente, che erano stati espulsi, e quindi valutavamo la situazione. Non potevamo essere favorevoli, chiaramente, ad un regime che ci considerava diversi dagli altri e quindi in un periodo di dittatura, perché in quel periodo in Italia vigeva la dittatura fascista, siamo stati subito segnalati, registrati, controllati, e quindi abbiamo subito poi tutta la deportazione proprio a seguito di questa segnalazione. 

Noi come ho detto prima eravamo sfollati in Liguria, a Imperia, avevamo formato questo gruppo, piccolo gruppo di amici che si riunivano per valutare la situazione in cui ci si trovava; e sino al momento in cui, dopo l’8 settembre del ’43 – quando ritenevamo che tutto fosse finito, e invece è iniziato allora il nostro calvario – dopo l’8 settembre del ’43, con l’invasione tedesca dell’Italia settentrionale, chiaramente sono iniziate le persecuzioni perché i tedeschi usano dei sistemi diversi dagli italiani e appena arrivati in Italia, occupate le varie zone, si sono fatti segnalare le persone pericolose, o gli ebrei, o le persone che avevano avuto delle restrizioni della libertà prima. E quindi immediatamente dopo… dunque, l’8 settembre del ’43 l’Italia chiede l’armistizio… dopo quindici giorni i tedeschi invadono l’Italia settentrionale; a fine settembre del ’43 incomincia il nostro calvario perché arrivano i tedeschi a Imperia e su segnalazione veniamo immediatamente arrestati. Veniamo arrestati sia io che mio fratello, assieme a altre persone, e veniamo trasferiti nel carcere di Imperia per un primo interrogatorio, poi è durato…

D: Scusa Carlo, quando vi hanno arrestato?

R: Dunque, verso fino settembre del ’43, pochi giorni dopo l’occupazione nazista dell’Italia settentrionale. Veniamo trasferiti a Imperia, nel carcere di Imperia, dopo un sommario interrogatorio; veniamo trasferiti a Savona, nel carcere di Savona. I sistemi dei tedeschi sono diversi dai sistemi italiani, hanno una procedura che deve seguire un iter stabilito, dobbiamo seguire delle tappe, delle varie tappe, sino poi alla conclusione che è la deportazione.

D: Scusa, Carlo, vi hanno arrestato dove?

R: A Imperia, a Porto Maurizio, verso la fine di settembre del 1943. Veniamo trattenuti pochi giorni nel carcere di Imperia, poi veniamo trasferiti nel carcere di Savona. Dopo qualche giorno ancora del carcere di Savona, senza essere interrogati, veniamo trasferiti nel carcere di Marassi a Genova. E qui inizia il periodo tragico, perché siamo sotto la protezione delle SS tedesche. A Marassi veniamo trattenuti e ci fermiamo circa un mese, a Marassi in una cella eravamo in sette, io e mio fratello, Raimondo Ricci, Enrico Nicola Serra, Nino Esposito, e un altro che poi… quattro sono stati liberati e io e mio fratello e Raimondo Ricci e il Serra siamo stati deportati. Restiamo in cella un mese a Marassi senza interrogatorio, iniziano le prime… ci rendiamo conto subito che le cose sono cambiate perché siamo in mano alle SS. Sino al giorno in cui veniamo chiamati e trasferiti su un camion e portati… da Marassi veniamo trasferiti alla stazione, alla stazione ci caricano su un treno e veniamo trasferiti in un luogo che noi non conoscevamo, che è Carpi, Fossoli. Veniamo portati in un campo di concentramento, questo è un campo di concentramento certo, un campo di raccolta. Il campo di Fossoli si può dire ha raccolto il 90% dei deportati italiani, Bolzano è venuto dopo nel senso che dopo la liberazione, dopo diciamo… lo smaltimento del campo di Fossoli, i prigionieri sono stati portati a Bolzano. A Fossoli il 90% dei deportati sono dei prigionieri, poi sono stati deportati. Come ho detto prima, era un campo di raccolta: man mano che dalla Germania arrivavano richieste di lavoratori, chiamiamoli lavoratori, prelevavano dal campo di Fossoli la manodopera e la trasferivano in Germania. Eravamo divisi dagli ebrei, in questo campo c’era anche Primo Levi – che non conoscevamo ancora, lo abbiamo conosciuto dopo la liberazione – e una parte di questi ebrei sono partiti quasi tutti prima di noi e sicuramente sono andati ad Auschwitz. Noi, dopo tre mesi circa di permanenza a Fossoli, abbiamo… una mattina veniamo svegliati, veniamo raggruppati nella piazza dell’appello, vengono chiamati i nominativi, i nomi di quelli che devono partire, e partiamo per una destinazione ignota. E veniamo trasferiti su camion alla stazione di Carpi – noi eravamo a Fossoli, che sono cinque chilometri da Carpi, dove c’era la stazione – e qui inizia il viaggio verso la… verso l’ignoto perché noi non sappiamo assolutamente dove veniamo trasferiti.

D: Scusa Carlo, a Fossoli vi hanno immatricolato?

R: Sì, a Fossoli avevamo un numero. Questo numero non me lo ricordo perché non avevamo ancora bene la percezione di cosa volesse dire perdere il nome. Avevamo una vita abbastanza facile a Fossoli, certo, però non mi ricordo il numero di Fossoli.

D: Ecco, ti ricordi nel periodo che tu eri deportato a Fossoli, se c’erano anche dei religiosi?

R: Beh sì, molti religiosi c’erano. Adesso i nomi non me li ricordo, però dalla prigione a Mauth… al campo di sterminio i sacerdoti hanno sempre prevalso su tutti gli altri. Gaggero, Don Gaggero – adesso non ricordo se era a Fossoli, ma sicuramente era a Fossoli, io poi l’ho conosciuto a Mauthausen – era un uomo eccezionale come tutti i sacerdoti, perché i sacerdoti erano quelli che avevano pagato perché avevano dato aiuto o ai partigiani o agli ebrei, quindi erano moltissimi i sacerdoti nei campi di sterminio.

Quindi quella mattina partiamo per destinazione ignota. Qui un particolare va ricordato, perché mia madre… non perché è mia madre, ma mia madre ha sofferto come abbiamo sofferto noi, soprattutto perché aveva due figli. Io mio padre non l’avevo più, non l’ho conosciuto, è morto quando io avevo pochi anni, e mia madre ci ha sempre seguiti in tutte le traversie di questa nostra avventura; e nel periodo in cui noi eravamo a Fossoli lei si era trasferita a Carpi, si era trasferita a Carpi e ci portava aiuto, per quanto era possibile, in viveri, in abbigliamento, e quindi anche lei ha sofferto, forse più di noi, la nostra deportazione. Quella mattina, su informazione di una signora che ci ha aiutato parecchio quando eravamo a Fossoli, ha saputo che noi partivamo e quindi ce la siamo trovata di fronte alla stazione di Carpi, noi eravamo già sul carro bestiame, era ancora aperto. E poi siamo partiti, siamo partiti per una destinazione ignota, e non sapevamo dove si andava. Inizialmente avevamo capito dove eravamo perché chiaramente il carro bestiame aveva una feritoia da cui vedevamo fuori, e sino a Bolzano avevamo capito che eravamo in Italia. Poi dopo Bolzano non c’è stata più possibilità di sapere dove fossimo diretti.

D: Eravate in tanti sul tuo Transport?

R: Nel vagone eravamo una cinquantina. Una cinquantina di prigionieri che hanno provocato delle difficoltà non indifferenti perché intanto eravamo carichi di bagagli, questo era un nostro desiderio, portarci il più possibile roba, se avessimo saputo la fine che avremmo fatto non avremmo subito… sopportato quel sacrificio per portarci via la roba. Noi avevamo talmente tanti bagagli che non potevamo distenderci, dovevamo stare in piedi, e abbiamo fatto tre giorni di viaggio, tre giorni e tre notti sempre in piedi, perché pensavamo che quel bagaglio costituisse poi la nostra salvezza; invece non è servito a niente perché come siamo arrivati ce lo hanno portato via.

D: Ecco, in che periodo è avvenuto questo Transport?

R: Dunque, siamo partiti a fine… il 10 di maggio del ‘44. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti; e all’interno del vagone sono successe scene indescrivibili perché chiaramente i giovani hanno subito maturato l’idea di tentare la fuga, però dentro al vagone c’erano delle persone anziane, dei vecchi, dei bambini, e i tedeschi prima di partire ci avevano dato la solit[a] informazione: ognuno di voi che scappa fuciliamo dieci prigionieri. E allora abbiamo ritenuto di non sottoporre a questo rischio delle persone che non avrebbero potuto scappare con noi e quindi abbiamo desistito, anche perché come ho detto prima, ritenevamo di arrivare in un paese che non sapevamo quale per lavorare. Eravamo giovani, robusti e forti ancora – io in quel periodo pesavano quasi novanta chili – e pensavamo di superare quel periodo, e quindi abbiamo proseguito il nostro viaggio, tre giorni e tre notti.

Arriviamo di notte, perché poi una delle caratteristiche dei tedeschi era quella di non creare curiosità, o sollevare delle indagini da parte di nessuno, si arrivava sempre di notte. Siamo arrivati di notte in un luogo, ci fanno scendere dal carro bestiame, noi siamo scesi abbastanza sollevati pensando di aver terminato il nostro calvario. Siamo arrivati alla stazione di Mauthausen e la prima cosa che leggiamo appunto, Mauthausen, per noi un nome assolutamente sconosciuto, non sapevamo dove si trovasse questo paesino che oggi sappiamo bene dove si trova. Scendiamo dal treno e ci incolonnano con tutti i bagagli. Per andare al campo esisteva una strada, ma noi non facciamo la strada, ci fanno iniziare a conoscere il nuovo sistema a cui saremmo stati poi sottoposti, e ci fanno fare tutto il tragitto dalla stazione al campo, che sono quasi cinque chilometri, attraverso i campi in salita, attorniati da due file di SS, da dei cani lupo ammaestrati per quel compito in modo egregio, e soprattutto carichi di bagagli. Eravamo in cinque: io, mio fratello, Raimondo Ricci, Enrico e Nicola Serra; e Nicola era malato, era il più anziano di noi, e non riusciva a portare su i bagagli. Perché poi oltre a tutto il trasferimento non è avvenuto in forma normale ma abbastanza velocemente, di corsa, bastonati dalle SS quindi dovevamo fare doppia fatica. Il terrore nostro è che Nicola, non potendo trasportare i bagagli, li lasciasse, li perdesse, e allora ce li siamo caricati noi; oltre a quello che avevamo già ci siamo caricati i suoi bagagli. Abbiamo faticato. Chiaramente abbiamo faticato, però, a un certo momento, siamo arrivati in un piazzale, e qui è iniziato l’incubo. Perché di notte il campo di Mauthausen era al buio, esistevano solo due luci, uno sulla sinistra e uno sulla destra. La luce sulla sinistra era… proveniva da una baracca, era la baracca numero uno che era la lavanderia, l’abbiamo visto dopo, e sulla destra invece abbiamo notato una cosa per la quale noi non eravamo preparati: un’immensa ciminiera che fumava e che ogni tanto lanciava delle fiamme, e con un odore che dava fastidio, e non sapevamo che quello era il crematorio. Non conoscevamo ancora niente, assolutamente niente dei campi di sterminio, appena entrati nel campo poi le informazioni erano immediate, eravamo a conoscenza di tutto. Il crematorio fumava giorno e notte, certo. La baracca di sinistra sotto la quale siamo stati trasferiti era la baracca delle lavanderie, non era una lavanderia tradizionale certamente. Arrivati sotto questa baracca ci fanno spogliare, denudarsi completamente, e ci fanno lasciare tutto quello che avevamo portato davanti a noi. In quel momento arrivano dei prigionieri, con delle portantine, delle specie di carrelli, buttano dentro tutta la nostra roba: anelli, orologi, catenine, fotografie, tutto quello che avevamo viene portato via. La biancheria viene portata in questa baracca che era la baracca numero 1, dove veniva ripristinata.

Ecco, questa è un’altra cosa che va tenuta presente. Il sistema tedesco era arrivato a organizzare una cosa che nessuno forse avrebbe potuto pensare. In un periodo di guerra, dove l’industria era adibita alla produzione di armi, non avevano più tempo a produrre abbigliamento o cose di genere voluttuario, chiamiamolo così, e quindi se noi pensiamo che dodici milioni di persone sono entrate nei campi di sterminio con un bagaglio immenso di roba che si sono portati su, pensate che cosa abbiamo contribuito noi a fornire alla Germania. Loro non avevano più neanche bisogno di fare abbigliamento perché tutto quello che noi avevamo lo hanno distribuito poi alla popolazione. Veniva lavato, ordinato e messo in ordine in questa baracca numero 1, e poi distribuito alla popolazione. Nudi come vermi, e anche qui va fatto presente il fatto della nudità. Parliamo di 53, 54 anni fa, certamente le cose sono cambiate, ma il fatto di trovarti nudo in mezzo a delle persone, anche se uomini, a parte che c’erano delle donne, quindi quando parlo di queste cose, soprattutto quando parlo nelle scuole, dico: certo che noi abbiamo sofferto, però se consideriamo la nostra sofferenza in rapporto a quello delle donne, le donne hanno sofferto veramente! la donna nuda, in mezzo a degli uomini, trattata allo stesso modo nostro, perché quando si entrava in un campo di sterminio erano due le possibilità: lavorare, essere sfruttato o morire subito. Se eri nella possibilità di essere sfruttato, non esistevano più sesso, niente, tutti uguali, eravamo tutti dei numeri, vestiti tutti allo stesso modo, trattati tutti allo stesso modo. Quindi immaginate che cosa quella notte devono aver subito, sopportato quelle povere donne in mezzo a degli uomini nudi. Noi eravamo anche nudi ma eravamo anche in difficoltà noi.

Passa la notte con un freddo che non vi dico, poi il sistema nervoso cominciava a ceder. Alla mattina sentiamo suonare una sirena, anche qui il sistema tedesco. Vedete, noi siamo arrivati a Mauthausen e non siamo entrati subito nel campo, perché avremmo disturbato la vita normale del campo. Il campo riposava, lavoravano i lavoratori, i turni di lavoro a Mauthausen erano di dodici ore, dalle sei del mattino alle sei di sera, poi uscivano quelli delle sei di sera, [e tornavano] alle sei del mattino dopo. Il campo quel momento riposava, quindi noi non potevamo entrare a disturbare la vita del campo.  Alla mattina a una certa ora abbiamo sentito suonare una sirena, poi abbiamo sentito delle urla, dei conteggi, delle grida, solite scene allucinanti. Poi abbiamo sentito un rumore strano di zoccoli che uscivano, erano i lavoratori del mattino. Ecco, in quel momento allora, noi abbiamo la possibilità di entrare nel campo. Entriamo nel campo, eravamo all’esterno sempre del campo ma dietro la baracca della lavanderia, veniamo portati sotto la baracca della lavanderia dove c’è una doccia. Questa era una doccia, certamente noi non sapevamo ancora che due baracche, tre baracche dopo esistevano delle docce che erano delle docce finte che erano la camera a gas. E qui ci fanno fare una doccia che per quanto fredda o tiepida non ha importanza, ci ha dato sollievo perché dopo una notte di quel genere ci ha dato del sollievo. Abbiamo fatto la doccia e poi seconda fase dell’annullamento della personalità. Arrivano dei barbieri, dei prigionieri, come noi, come tutti, perché nei campi di sterminio tutto era in mano ai prigionieri, ad eccezione della camera a gas che veniva fatta funzionare dalle SS tutto il resto era in mano ai prigionieri. Arrivano dei barbieri, ‘Friseur’, che in genere erano spagnoli. Gli spagnoli erano quelli che erano arrivati prima e che quindi avevano occupato i posti diciamo migliori: barbieri, cucine, lavanderia eccetera. E quindi arrivano questi signori, e inizia la seconda fase dell’annullamento della personalità. Nudi – pensiamo sempre alle donne, assieme a noi – veniamo depilati completamente, rasati a zero, e depilati in tutto il corpo, quindi immaginiamo quello che devono aver subito quelle povere donne. Dopo veniamo… dopo questo trattamento che ci ha lasciati scioccati, perché non eravamo abituati, a gruppi di cinque veniamo portati sopra all’interno del campo dove ci sono dei tavolini, con delle SS sedute dietro, e vicino alle SS c’è un prigioniero italiano che conosce il tedesco. E qui ecco, io mi riferisco sempre alla scena del film ‘La vita è bella’ di Benigni, che… quel punto è un capolavoro, perché quando lui entra nel campo che arriva le SS, e chiede se c’è qualcuno che sa il tedesco, perché deve dare delle informazioni, lui che non sa una parola di tedesco, dice “ci sono io” perché c’ha il bambino vicino. E quindi traduce quello che ha detto il tedesco in un modo eccezionale eh, veramente un’opera d’arte quel punto. Invece noi che siamo già più grandi, abbiamo… dobbiamo sapere dove siamo arrivati, e allora vicino alle SS c’è un prigioniero italiano che traduce quello che dice il tedesco, nome cognome professionale, tutte stupidaggini perché avevano già tutti gli elenchi. E poi le solite frasi che iniziano a lasciarci scioccati perché la prima frase che ti dice, dice “tu di qua non uscirai più vivo, uscirai di là”, e allora ti faceva vedere quel famoso camino che la notte avevamo visto fumare. “Da questo momento tu non sei più un uomo, ma sei un numero, il tuo nome non esisterà più, il tuo numero è…”, e ognuno aveva il suo numero, io avevo il numero 76.604, che poi in tedesco, per uno che non sa il tedesco, non è semplice. E poi ti informava che se non rispondevi a una chiamata di quel numero eri passibile di morte, quindi noi i primi giorni eravamo tutti tesi a cercare di ricordare ‘sechsundsiebzig sechshundertvier’ [76 604]: non è semplice per uno che non sa il tedesco. Lo abbiamo imparato poi a nostre spese. “Dunque tu da questo momento non sei più un uomo ma sei un numero”, e poi la frase, ecco, questa è quella frase che noi ricordiamo, sempre la ricordiamo perché dimostra come si è trattato di una categoria di uomini, di un popolo, perché i tedeschi sono così sempre, ancora oggi sono di una precisione, sono, sono… stabiliscono una cosa e la fanno, non c’è niente da dire, non sono come noi che le leggi le facciamo e poi le variamo. Comunque, la frase che loro ti hanno detto in quel momento, dopo, quando siamo tornati a casa, ci siamo accorti di quale… di quale previsione erano riusciti a creare un sistema del genere, “nessuno di voi tornerà a casa, però può essere che qualcuno sopravviva. E quando tornerà a casa e racconterà quello che ha visto e che ha subito, non sarà mai creduto.”  Ecco vedete, proprio quello che si è verificato. E dirlo in quel periodo non era facile per vedere quello, invece si è verificato proprio quello, “nessuno di voi sarà creduto”. E in effetti quando siamo tornati, che abbiamo cercato di raccontare, ricordando quel periodo, ma anche gli stessi familiari, non erano in grado di poter recepire quello che noi dicevamo, e molto spesso preponevano ai nostri discorsi le loro sofferenze certo, la fame, i bombardamenti, il periodo di guerra che per noi erano cose ridicole. E quindi abbiamo deciso per un certo periodo di non parlare più, e non abbiamo più parlato, sino al momento in cui, per fortuna, è sorto dal nulla Primo Levi e ha iniziato a scrivere i suoi libri, ‘Se questo è un uomo’, ‘La tregua’, ‘I sommersi e i salvati’, che hanno fatto conoscere questo problema in modo più importante. E allora sulla sua scia abbiamo iniziato a testimoniare, sempre però su richiesta: noi non ci imponiamo mai, noi soprattutto nelle scuole, andiamo quando ci chiamano e ci pregano di raccontare la nostra esperienza.

Dopo questo primo contatto con le SS veniamo trasferiti in un blocco di quarantena. Questo si chiamava quarantena perché per loro era un blocco dove iniziava la prima selezione. I più robusti sopravvivevano, quelli che erano già deboli non gli servivano e quindi dovevano morire. Quaranta giorni in un blocco dove a malapena si stava in 200 persone – eravamo in 500 – dormivamo in terra, senza possibilità di avere materassi e niente, e stavamo tutto il giorno fuori, pioggia sole non ha importanza, sporchi come non vi dico. Io ricordo sempre, quando si arrivava alla sera che si doveva andare a dormire… dormire? no, si andava nella baracca, si dormiva in 500 in un luogo dove a malapena ci stavano 200 persone, allora si dormiva come le sardine testa e piedi, testa e piedi, no? Io ricordo che alla sera, quando si avvicinava il momento, ci avvicinavamo io e mio fratello, e stavamo vicini, perché perlomeno dicevamo “almeno dormiamo, so che dormo con i piedi di mio fratello, invece di dormire con i piedi di uno che non conosco”.

E quindi la notte passava, poi passava il giorno dopo e a questo ritmo su circa 500 siamo sopravvissuti in 250, 250 che erano quelli validi per poter essere sfruttati per il lavoro. E allora si usciva da questo blocco di quarantena e si veniva trasferiti nelle baracche, o trasferiti nei sottocampi, perché Mauthausen è il campo centrale, però Mauthausen aveva 52 sottocampi e quindi a seconda delle necessità… Perché loro avevano trovato anche un altro sistema, che era quello di evitare il trasferimento di persone avanti e indietro, nei luoghi dove esisteva un posto di lavoro una fabbrica o un  qualcosa creavano un piccolo campo, che era sempre soggetto alle angherie dei Kapò, i famosi Kapò che poi senza controllo si comportavano in un modo spaventoso. E qui va fatto presente – io lo dico sempre non ho vergogna, sono stato anche in Polonia, e lo dico anche a loro – i peggiori carnefici nei campi di sterminio sono stati le SS sì, però seguiti a ruota dai polacchi. Non c’è niente da fare, io capisco che per salvare la loro vita hanno dovuto comportarsi in un certo modo, però noi italiani queste cose non le avremmo fatte sicuro. Soprattutto nel campo, nell’infermeria di Mauthausen, che era in mano ai polacchi, i Kapò erano polacchi, “tanto eran gente che doveva morire”, quando arrivava l’ora della zuppa, o del pane, se lo tenevano loro, e facevano morire i prigionieri. Comunque, queste sono altre considerazioni.

Veniamo trasferiti nei blocchi… all’interno del campo e qui avviene il primo trauma, cioè il secondo trauma, il primo trauma come ho già detto è stato quello quando ci hanno tagliato i capelli a zero, che io non ero abituato e ho pianto la prima volta. La seconda volta invece, in quel momento i prigionieri dovevano essere distribuiti per i vari lavori, e fanno l’appello e chiamano me, e non chiamano mio fratello. Ecco, allora in quel momento mi sono sentito perso, perché dividermi da mio fratello ritenevo fosse una cosa molto pericolosa, e in effetti sarebbe stato pericoloso. Mio fratello allora con un atto di incoscienza, perché si può solo dire incoscienza, e senza sapere delle conseguenze a cui sarebbe stato assoggettato, vista… – anche a lui spiaceva dividersi da me – ha avuto un atto di incoscienza. È andato dal capoblocco che era un triangolo nero, un criminale, mio fratello un po’ di tedesco lo parlava, e ha avuto il coraggio di chiedere a questo Kapò se era possibile tutti e due fuori o tutti e due dentro. E questo qui non so neanche come mai, preso alla sprovvista, ma poi lui non gliene fregava niente, però il solo fatto di aver chiesto un qualcosa a uno di questi Kapò costituiva già una grave colpa; invece questo qui forse quella mattina era in buone condizioni, ha guardato mio fratello e gli ha detto “va beh, tutt’e due dentro”. E siamo rimasti tutti e due a Mauthausen per un anno. 

Un anno intero a Mauthausen… E poi anche questo è un fatto che va, e qui è sicuramente, io lo dico spesso, è sicuramente un miracolo che è derivato dalle preghiere di mia madre, perché non è possibile che tutto quello che è avvenuto, in contrasto con le regole di Mauthausen, sia avvenuto nei confronti miei e di mio fratello. Nei blocchi in cui noi dovevamo essere rinchiusi, non erano mai composti da prigionieri della stessa nazionalità, ed era un sistema che loro avevano trovato giusto: non creare solidarietà ma creare rivalità, anche nei blocchi; quindi, in un blocco non esistevano mai due della stessa nazionalità. Io e mio fratello siamo vissuti un anno assieme, nello stesso blocco, e dormivamo assieme io e mio fratello. È un miracolo che non ci sappiamo giustificare. Dormivamo in un castello di legno, dove a malapena ci stava una persona dormivamo in due. E dato che non dormivamo supini, ma dormivamo di fianco, perché non ci si stava, avevamo una coperta in due solo, e dormivamo avvolti in questa coperta. I blocchi erano costituiti da… tutto in legno, dalle finestre, che poi alla notte venivano tolte, perché loro dicevano che l’igiene era la prima regola [ride, ndr], pensate al freddo d’inverno in Austria. Eppure, con quella coperta e con il calore del nostro corpo io non ricordo mai di aver avuto freddo, non mi ricordo di aver mai avuto un raffreddore, e non ricordo di essermi mai ammalato. Questo è stato molto importante perché ammalarsi in un campo di sterminio voleva dire morire; quindi, è stata una condizione di favore, favorevole, molto favorevole. Mio fratello che, come ho detto, sapeva un po’ di tedesco, ha avuto la fortuna… mio fratello era ingegnere, si era dichiarato ingegnere, anche se non lo era ancora, ma lo era quasi. Ecco, qui un altro miracolo si è verificato. Nella nostra baracca c’era un austriaco che era il comandante del Baukommando che era il comando costruzioni. Perché Mauthausen aveva i vari comandi, il comando costruzioni serviva per dare schiavi nelle varie zone vicino a Mauthausen, per costruire qualcosa. E questo qua poi del Baukommando era un triangolo nero, cioè un criminale, che non sapeva neanche cosa volesse dire scrivere o fare un progetto. Quando ha sentito che mio fratello era ingegnere, gli ha chiesto se andava a lavorare da lui. E questo è stato effettivamente una fortuna enorme per mio fratello perché lavorava in una baracca al coperto, faceva progetti, progetti relativi alla costruzione di qualcosa. E ha avuto poi la possibilità di aiutare anche me perché mi aveva… mi distribuiva nei posti meno faticosi, e con me anche Raimondo, Raimondo Ricci che era con noi. I due Serra, invece, purtroppo sono stati trasferiti subito dopo il blocco di quarantena e non ne abbiamo più saputo niente, sino a qualche giorno prima della liberazione che io ho rivisto Enrico, Nicola era già morto. Appena dopo pochi giorni della deportazione quello era già andato perché era molto malato e debole, era morto subito. Enrico invece l’ho rivisto, pensate, l’ho rivisto qualche giorno prima della liberazione del campo.

Io lavoravo a costruire il rifugio antiaereo del comandante del campo, il colonnello Ziereis. Loro pensavano di vincere la guerra quindi i campi avrebbero dovuto essere mantenuti in efficienza ancora, quindi aveva bisogno di un rifugio antiaereo, e avevano chiesto degli scalpellini di professione; ed io, quando chiedevano… davano qualche incarico ero sempre il primo che alzavo la mano. Io ero scalpellino di professione, mai visto uno scalpello, mai vista una pietra; e quella notte mi sono accorto che forse avevo trovato il lavoro ultimo, perché il capo del blocco diceva “dovrai lavorare delle pietre, però se rompi la pietra sei considerato un sabotatore e quindi vai…”, quindi, ecco, ho trovato il lavoro finale.  Per fortuna invece ho trovato vicino a me Andrea, che era uno scalpellino di professione, che faceva la sua pietra e poi faceva la mia anche.

A mezzanotte avevamo mezz’ora di riposo, avevamo un bidone di acqua e rape in più degli altri, perché lavoravamo per il comandante. A mezzanotte avevamo mezz’ora di riposo, io ricordo che eravamo a fine aprile, e in occasione di quella mezz’ora di riposo uscivo dal bunker dove lavoravo per andare a pigliare una boccata d’aria fuori. Mi trovavo nel campo, ma fuori da questo bunker sotterraneo, e vedevo continuamente arrivare delle colonne di scheletri umani che li portavano nel campo 3 dove li raccoglievano per poi eliminarli. Io ero appoggiato alla baracca che mi riposavo, pigliavo una boccata d’aria fresca e passano queste colonne di scheletri, nudi, tutti nudi… [breve interruzione, ndr] E dopo quel periodo di lavoro in questo bunker sotterraneo, quella notte esco fuori a prendere una boccata d’aria e sono appoggiato alla baracca e vedo arrivare, passare, che passavano continuamente queste colonne di scheletri che andavano al campo 3 per poi essere eliminati. In un attimo mi sento chiamare “Uccio”. Io mi chiamo Carlo, Carluccio, in Liguria a Imperia, se voi andate a Imperia chiedete Todros non lo sa nessuno, ‘Uccio’ mi conoscono tutti, ero ‘Uccio’ io. Allora mi guardo, non riconosco, non lo riconosco, perché erano scheletri, tutti uguali, non facevi… facevi fatica a riconoscere una persona. “Sono Enrico, ho fame!”. Ecco, non mi ha detto niente, “ho fame”. Allora io dico “Enrico, un attimo!” Mi precipito nel bunker sotto, raccolgo un secchio di quelli della calce sporco, non ha importanza, lo infilo nel bidone della zuppa, lo porto su, e mi avvicino alla colonna che stava proseguendo, in fondo c’era le SS, gli dò questo secchio di zuppa, non so quanti litri contenga, 6, 5-6 litri: tutto d’un fiato se lo è bevuto, tutto d’un fiato. In quel momento arriva la fine della colonna, arriva la SS, mi chiama, e mi… Come succedeva sempre era obbligatorio, ti dovevi avvicinare, metterti sull’attenti, mützen ab, giù il cappello. Come mi tolgo il cappello mi arriva una sventola a questo orecchio di una potenza tale che sono rimasto intronato per qualche giorno. E poi mi dice [ripete il gesto della SS col braccio teso a ordinare il riposizionamento, ndr]: dovevo anche io andare insieme agli altri. E allora in quel periodo, sapevo parlare il tedesco, gli ho detto che io stavo lavorando per il colonnello Ziereis, per fare un lavoro speciale, allora lui sentendo parlare di Ziereis, mi dice “Raus”. Ma questo schiaffo lo ricordo per un motivo, perché dopo qualche giorno certamente lo avevo già dimenticato, però quando sono tornato a casa dopo la Liberazione, andavo d’estate al mare in Liguria come sempre – non nuotavo più come una volta a livello professionistico, ma a livello amatoriale – come entravo in acqua mi restava l’acqua nell’orecchio, e non usciva più. Una volta quando nuotavo entrava l’acqua ma poi facevi così e usciva, in quel periodo non mi usciva più. È arrivato un certo momento che mi ha formato del pus e mi portava infezione. Allora mia madre si è accorta che io non rispondevo più bene, che non sentivo bene allora mi ha portato da uno specialista a Imperia, il quale è rimasto meravigliato, dice “ma signora, suo figlio ha un timpano spostato”. Con quello schiaffo mi aveva spostato il timpano. Me l’ha messo a posto subito.  Quindi questa è la… diciamo, la nostra avventura. Tornati a casa abbiamo ripreso, per quanto possibile, dopo un periodo di ricostituzione fisica, perché non eravamo in condizioni…

D: Ecco, scusa un attimo

R: Prego.

D: Allora, la liberazione, come te la ricordi tu?

R: Beh, la liberazione me la ricordo in modo molto molto chiaro. Non sapevamo che era il 5 maggio chiaro, non avevamo né orologi né calendari, sapevamo solo che la mattina alle cinque suonava la sirena. Avevamo già delle sensazioni, perché vedevamo l’SS più umana, meno crudele, più che di umano meno crudele, non ci trasferivano a lavorare fuori lontano dal campo, vedevamo aerei in continuazione che passavano e bombardavano, quindi avevamo la percezione che qualcosa stesse succedendo. Quella mattina alle cinque non suona la sirena. Non suona la sirena allora scendiamo ugualmente, perché noi ci si svegliava sempre a quell’ora, scendiamo e arriviamo nella piazza dell’appello e Mauthausen, pur essendo costruita tutta in pietra – aveva sopra queste mura dei reticolati di filo spinato attraversati dalla corrente, le garitte delle sentinelle sempre con le mitragliatrici puntate dentro – quella mattina non c’era più nessuno. Allora, meravigliati, non avevamo capito bene cosa stesse succedendo, dopo qualche momento, un’ora non so quanto, si apre il portone principale del campo ed entrano i primi carri armati americani. Ecco allora in quel momento qualcuno dice “vi siete accorti di essere liberi?” “No, noi no non ci siamo accorti di essere liberi, ci siamo accorti di essere vivi”. E quindi in quel momento sono avvenute scene non di gioia, di esultanza: eravamo apatici eravamo scheletri umani, chiaro? Io in quel periodo non so quanto pesassi, ma dopo che mi han portato in quelle tende che gli americani avevano costruito al di fuori del campo – cercavano di darci un po’ di sollievo e di aiuto, e il medico che ci pesava – io pesavo 38 chili, un metro e ottantadue, 38 chili, si faceva fatica a stare in piedi. Però eravamo… eravamo vivi, ecco, eravamo liberi non ce ne siamo ancora accorti, perché non avevamo ancora ben capito… avevamo perso proprio il senso della libertà.

E questo, come aneddoto finale, va raccontato che dopo un certo periodo di permanenza ancora dentro al campo, perché non avevamo neanche la forza di camminare, gli americani avevano messo a controllare… non erano controlli erano persone, non so neanche chi fossero, erano dei militari, delle persone anziane, con delle divise azzurre, scure, erano lì solo per controllare che non succedessero fatti strani. Io quella mattina con un io amico sono uscito dal campo per andare a vedere cosa c’era fuori. Arriviamo davanti al portone del campo – questo per dire che non avevamo capito bene ancora che cosa volesse dire essere liberi – e mi presento davanti a questo signore, mi metto sull’attenti, mi tolgo il cappello, gli dico “76604, vorrei uscire dal [campo]” e lui mi guarda e mi dice “nein” “come – dico – no? e allora siamo prigionieri come prima”. E lui ha capito il mio stupore, e mi dice “no 76604, eine Mann, un uomo, prego”. Ecco, in quel momento abbiamo capito che eravamo tornati uomini liberi perché fino a quel momento avevamo solo capito di essere vivi, ecco, e nient’altro.

Usciamo dal campo, facciamo pochi metri, c’è un carro armato americano, e come al solito gli americani… c’era questo soldato ufficiale non so chi fosse, sulla torretta del carro armato che fuma. Ecco, in quel momento mi sono ricordato che io prima fumavo, e allora gli ho chiesto [Todros mima il gesto con cui chiese al soldato americano una sigaretta, ndr]. E scende sotto nel carrarmato, esce fuori, mi ricordo una stecca di Lucky Strike, una stecca di Lucky Strike, ce l’ha tirata. Abbiamo acceso la sigaretta. La prima, non ti dico… dopo due boccate eravamo dist… siamo, non so quante ore rimasti distesi.

Comunque, dopo questo periodo, il campo si stava svuotando, ogni nazione veniva a prelevare i superstiti, noi italiani… saremmo ancora là oggi, sicuramente saremmo ancora là oggi se non interveniva la Croce Rossa svizzera. Eravamo gli unici abitanti del campo di Mauthausen. Stavamo bene, perché avevamo una baracca dove avevamo tutto, io dormivo su tre materassi di lana che ero andato a rubare nelle ville delle SS e… però volevamo tornare a casa. E allora il comandante americano dice “io non posso perché noi siamo ancora in guerra ancora, non abbiamo terminato – dice – l’unica…”. Insomma, passano… passano circa tre mesi, e dopo dice “facciamo un ultimo tentativo, telefoniamo alla Croce Rossa svizzera e vediamo se possono darci una mano”. Per fortuna, dopo quindici giorni, sono arrivate cinquanta camionette, e hanno caricato i pochi superstiti. Eravamo 250, su 5.750.

E di lì è iniziato il viaggio di ritorno, che è stato faticoso, lungo, però un viaggio organizzato bene, infermieri, ci facevano fermare ogni tanto, ci visitavano. E quindi siamo tornati finalmente a casa. Mia madre…

D: Ecco, scusa Carlo…

R: Dimmi.

D: Quando, e le tappe di questo viaggio di ritorno, se te le ricordi.

R: Beh, le tappe, dunque il via… il quando è, dunque, 5 maggio a metà luglio, metà luglio del ’45. Le tappe… so che abbiamo attraversato delle… non so dirti che città abbiamo attraversato. Abbiamo fatto sicuramente la Germania, abbiamo visto delle distruzioni che non avevamo mai immaginato, città rase al suolo completamente. E poi siamo arrivati al confine svizzero. Qui, e questo lo ricordo sempre perché quando siamo arrivati al confine svizzero non c’hanno fatto entrare. Pensate che hanno dubitato della nostra condizione. Loro hanno giustificato dicendo “noi non sappiamo chi sono, non vogliamo che entrino persone che non siano gradite…”. Ma se veniamo da Mauthausen, chi possiamo essere? Niente, non ci hanno fatto entrare. Abbiamo dovuto girare, fare tutto un giro, siamo arrivati a Bolzano. A Bolzano siamo andati dai preti, come sempre ci hanno dato un po’ di aiuto. Poi abbiamo trovato – eravamo io e mio fratello Raimondo Ricci – abbiamo trovato un camion che caricava della merce e la portava a Milano, ci siamo saliti sopra, dietro, e ci siamo portati verso Milano. Arriviamo a Milano, figuriamoci, i treni in quel periodo non esistevano, rari… niente. Siamo rimasti alla stazione per un certo periodo, poi abbiamo trovato un treno che andava verso Genova.

Blaichach

Campo di concentramento dipendente dal Lager di Dachau istituito il 21 luglio 1944. I deportati furono impiegati nella produzione di armi per la BMW. Venne liberato il 1° maggio 1945.

Blockältester

Anziano del blocco (ted.)

Detto dai prigionieri italiani anche capoblocco o capobaracca.

Bordell

Bordello (ted.)

Con questo termine si indicava il postribolo del campo di concentramento.

Kartoffelschäler

Sbucciapatate (ted.).

Prigioniero appartenente alla squadra di lavoro che si occupava della sbucciatura delle patate.

Kabelzerlegung

Squadra di lavoro addetta allo smontaggio di cavi elettrici e al recupero dei materiali per reimpiego.