Punto di fuga (ted.).
Contrassegno cucito sulla divisa del prigioniero che ha tentato la fuga dal campo. Si tratta di un distintivo in stoffa, con cerchi concentrici di colore rosso in sfondo bianco.
Punto di fuga (ted.).
Contrassegno cucito sulla divisa del prigioniero che ha tentato la fuga dal campo. Si tratta di un distintivo in stoffa, con cerchi concentrici di colore rosso in sfondo bianco.
Polizia del campo, composta da prigionieri con diverse mansioni: scorta, servizio d’ordine, sorveglianza, perlustrazione, segnalazione dei prigionieri responsabili di infrazioni. I componenti della Lagerpolizei indossano al braccio una fascia su cui è scritta la specifica funzione.
Uscire.
Ordine intimato ai prigionieri di lasciare le baracche per recarsi all’appello.
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Sono Marinari Giuseppe, nato a Firenze, il 3/2/1921.
D: Quando ti hanno arrestato, Giuseppe?
R: Mi hanno arrestato l’8 marzo 1944.
D: Dove?
R: A Firenze, nel Rione di San Frediano.
D: Ecco, chi ti ha arrestato?
R: Erano militari… fascisti insomma, ecco.
D: E perché ti hanno arrestato?
R: C’era degli scioperi alla Tabacchi, ma noi non è che si fosse… Io ero lì, si era usciti di casa per andare dal parrucchiere, e ci presero, e ci arrestarono.
D: Ecco, ma ti hanno arrestato per strada?
R: Per strada, per strada, come un rastrellamento. Durante un rastrellamento.
D: Cioè, voi uscivate dalla fabbrica?
R: No no no. Noi durante un rastrellamento. Durante un rastrellamento.
D: Ed eri assieme ad altre persone?
R: No no. Io… dopo lì ci presero in questo rastrellamento, ci presero altri miei amici che erano lì, nella piazza, o per la strada eh.
D: Ecco, ma era durante il giorno, questo?
R: Sì sì, durante il giorno, la mattina.
D: Erano italiani quindi?
R: Italiani, quelli che ci arrestarono erano italiani. Italiani.
D: E poi, Giuseppe, dove ti hanno portato?
R: Alle Scuole Leopoldine. Alle Scuole Leopoldine
D: Cosa c’era alle Scuole Leopoldine?
R: Niente, era lì, ci portarono tutti lì, e cominciarono lì a beffeggiarci, a tirarci qualche scapaccione ma…
D: Hanno preso i tuoi dati?
R: No no no, non hanno preso niente. Non c’hanno preso niente.
D: E ti ricordi se eravate in tanti lì alle Scuole?
R: Tanti tanti tanti tanti. Eravamo… ora non mi rammento di preciso ma eravamo parecchi già, perché ci fu un rastrellamento in tutta Firenze, e nei comuni limitrofi.
D: Giuseppe, ma ti è stato detto perché sei stato arrestato?
R: No, niente, niente.
D: E tu cosa pensavi?
R: Beh, non si pensava niente perché non si sapeva nemmeno dove ci avrebbero portato perché altrimenti… si era dei ragazzacci eh, non si era mica della gente che si dormiva. Non so mica se si sarebbe arrivati a Mauthausen, magari… La speranza, si diceva: “e intanto ci porteranno a lavorare”. Nessuno sapeva indove, indove…
D: Ecco, e lì, alle Scuole Leopoldine, fino a quando siete rimasti?
R: La mattina e nel pomeriggio con dei camion ci portarono alla stazione di Santa Maria Novella.
D: Ah, con dei camion!
R: Con dei camion della SS… dei fascisti, della Banda Carità, insomma, ecco… della Banda Carità, fascisti insomma.
D: E vi hanno portato…
R: Alla stazione Santa Maria Novella. Era lì vicinissimo, però coi camion, sopra a dei camion. E poi ci misero in dei vagoni merci.
D: Scusa Giuseppe, tu sei riuscito a comunicare con i tuoi familiari?
R: No no no no. C’era mio fratello lì nella piazza mentre mi portavano via, ma non si rendeva mica conto della situazione.
D: Quindi vi hanno messo sui Transport.
R: Sì, sui Transport e ci hanno portato direttamente a Mauthausen.
D: Ecco, ma proprio dalla stazione siete partiti?
R: Dalla stazione siamo partiti.
D: Quindi le persone potevano vedervi?
R: No, no perché avevano chiuso tutto. E c’era un binario, un primo binario, e sopra questo [binario] c’era tanti vagoni merci, e lì c’erano tutti sopra. E via, partenza.
D: Nessuno v’ha detto dove vi portavano?
R: No, no. Niente niente niente niente.
D: E anche qui, che ora era più o meno?
R: Che era, pomeriggio eh? Pomeriggio, vero? [Marinari si rivolge a Piccioli, compagno di deportazione presente durante l’intervista]. Pomeriggio verso le 2, le 3, anche le 4.
D: Ascolta, c’erano delle guardie?
R: Sì. Dopo da… subentrò l’SS. L’SS, sì.
D: Quanto tempo è durato il viaggio, te lo ricordi?
R: Io non me lo ricordo… Tre giorni, tre giorni, sì. [suggerito da Piccioli]
D: E non si è mai fermato il treno?
R: A qualche stazione ma… mangiare non s’è visto nulla. La prima [sosta] a Vienna, io me lo rammento. Di notte, ci dettero della minestra nelle mani. Era calda, sicchè andava tutta via. Ecco il Monti, viene anche il Monti [compagno di deportazione presente durante l’intervista].
D: Allora, tre giorni e due notti. Tu eri nel tuo Transport, nel tuo vagone, eri su con altri amici?
R: Tutti, s’era tutti insieme: lui, lui [indica probabilmente Piccioli e Monti], io, Enzo Peri, un altro che è morto. Tutti insieme eravamo.
D: Dopodiché siete arrivati a Mauthausen.
R: A Mauthausen.
D: Che tu non conoscevi, non sapevi…
R: No. Durante il viaggio però furono… arrivati a Fossombrone… vero? Mi pare… indove? No, in un campo… [dove] arrivarono tante persone da militare. Ci si fermò, e tra queste persone nel nostro vagone io mi rammento, entrò uno, e disse “Mamma mia, Mauthausen!”, appena si arrivò. Era stato prigioniero di guerra, in questa fortezza, sì sì.
[Voce fuori campo:] ’15-’18.
D: Ascolta, quando il treno è arrivato in stazione a Mauthausen, si è fermato…
R: Si è fermato e poi a piedi siamo andati al campo.
D: Ti ricordi più o meno: la strada era in mezzo al paese di Mauthausen?
R: [Interviene Piccioli:] Non ci siamo fermati alla stazione. Si stava proprio su un binario, quello che si attraversa ora e che si porta su, per andare a Mauthausen.
[Riprende Marinari:] Ecco, e ci portarono su a Mauthausen. Appena s’arrivò lì si apre subito lì indo’ s’era. C’era un gruppo di prigionieri russi subito dietro la porta, d’entrata no? Tutti… tutti poveracci, tutti messi lì… Poi ci fecero ignudare, tutti ignudi lì. Quanto ci tennero?
[Piccioli:] quattro o cinque ore.
[Riprende Marinari:] quattro o cinque ore. Era già freschino. Era freddo là, eh. Tutti ignudi. E poi ci portarono giù, e ci rasarono tutti, di dietro, davanti, dappertutto, dappertutto. E poi il bagno. E poi io avevo delle bollicine, mi mandarono in infermeria. Ecco, e forse lì fu la mia salvezza.
D: L’infermeria quella giù?
R: Sì. Ero scalzo, m’avevano dato un paio di zoccoli, c’ho il 42, m’avevan dato il 38, sicché con le gambe non c’entravo dentro. E c’era la neve alta. Tutta a piedi, sino all’infermeria. Poi arrivai lì… mamma mia! C’era… nei letti dove misero a me c’era altri tre: due di qui e due di là, in infermeria. Chi c’aveva la scabbia, chi c’aveva … tutte queste malattie.
D: Quindi scusami, tu la quarantena non l’hai fatta su al campo?
R: No, l’ho fatta lì. Tant’e vero che loro partirono, e io seppi che erano andati a Ebensee. Quando ci fu un trasporto che andava a Ebensee io mi misi in fila, per andare a Ebensee a trovarli, che… Uno spagnolo – che poi era italiano, diceva che era spagnolo ma non era vero, era italiano, aveva combattuto contro Franco no, in quei campi lì – e mi tirò addietro, mi disse “Brutto” [Marinari indica no con la mano], tanto è vero che mi disse questo: “il peggio campo che ci sia di tutti i campi che erano nei dintorni”. Poi è venuta un’altra chiamata, quella per il lavoro, a Wiener Neudorf. Si mise lui e [disse] “mettiti anche te dietro a me”. Ci andai, e arrivai a Wiener Neudorf.
D: Ecco, in tutto il tuo periodo di Mauthausen tu sei rimasto giù al Revier?
R: Sì sì sempre al Revier, sempre.
D: Come te lo ricordi il Revier? Ti ricordi in che baracca eri?
R: Era il 5, baracca 5, malattie infette.
D: Ti ricordi se c’era qualche medico italiano?
R: Sì, sì. Eh, mi ricordo, lì c’era un capoblocco tedesco che aveva fatto la boxe. E mi rammento sempre, “chi ha fatto…?”. Io un pochino in palestra ero sempre avanti, ma poca roba. Uno studente di Milano. Me lo rammento come se fosse ora, io che ho fatto: presi certe botte e stetti giorni senza mangiare. Poi sempre lì in infermeria ho conosciuto uno di Milano che si distingueva perché aveva un naso… si chiamava Nicola, Nicola. E poi c’era un altro, che poi ho saputo che era al tram, era al tram A… cominciava con A. Era una persona grande, di Milano, sempre di Milano. Poi niente, ho conosciuto il senatore Caleffi, il senatore Albertini, Giuliano Pajetta, il […], l’altro, oppure poi chi c’era… Ce n’era di gente altolocata, insomma, ecco.
D: Beppe Calore te lo ricordi?
R: No, non me lo ricordo. Ho conosciuto ‘sta gente perché stavo… E poi andetti [andai] a Wiener Neudorf.
D: Scusa, quando ti hanno immatricolato a Mauthausen, il tuo numero?
R: Cinquantasette due quattro sei, o due quattro cinque [57246 o 245], di preciso non lo so, insomma l’è questo eh.
D: E ti hanno dato anche la zebrata?
R: Sì, la zebrata, subito.
D: Quando da Mauthausen ti hanno mandato nel campo dipendente di Vienna, con cosa vi hanno portato?
R: Sempre co’ camion. Camion e via.
D: Ah, in camion.
R: Camion, camion, sì, sì, camion.
D: E lì, vi hanno portato in questo campo dipendente…
R: In questo campo che era vicinissimo a una fabbrica di di… la fabbrica di… madonna, me lo rammento sempre… Le pinne, le pinne, le pinne! Le pinne per il mare, per il mare, sì. A Wiener Neudorf.
D: E lì ti hanno immatricolato ancora o no?
R: No, no, no, sempre perché… dipendevamo sempre da Mauthausen. Eran campi chiamiamoli di lavoro lì eh.
[voce fuori campo:] di smistamento.
D: Ecco, cos’è che facevi tutto il giorno lì in quel campo?
R: Tutto il giorno? No al campo non si stava mai, [solo] a dormire. Noi s’andava via alle 7, all’8 s’era… a un quarto alle 8 s’era in fabbrica, e ci smistavano nei vari posti per lavorare. La maggior parte era… Io, per esempio, ero a portare i ferri. C’erano delle seghe, no? Allora si portava dei ferri perché c’era… e si portavano direttamente lì sopra, sopra insomma alla via, per farli segare.
D: C’erano anche dei civili in questa fabbrica?
R: Sì, uh… mamma mia! I civili eran peggio di quegli altri. Sì, sì, c’era anche dei civili.
D: Ecco, e oltre agli italiani c’erano altri deportati?
R: Sì, c’erano polacchi, c’era qualche spagnolo, russi, polacchi. I russi da ultimo da noi vennero, tutta gente giovane.
D: Ti ricordi il nome della ditta?
R: No, non me lo rammento. C’è anche sul libricino ma ora non me lo rammento. [voce fuori campo. Marinari si rivolge un ex deportato]. Perché l’ho visto lì nel libro… quel campo lavorava solamente per quella ditta.
D: Ecco ascolta, e poi ritornavate nel campo.
R: Sì… No, nel campo lì eh! No a Mauthausen. Lì. Sì, sì, lì.
D: Lavoravate solo di giorno o avevate anche dei turni di notte?
R: No, no. Noi si lavorava sempre, sempre di continuo, mentre gli altri [i civili] andavano a mangiare. A noi davano il mangiare che l’era il mangiare lì su, ci davano da mangiare anche lì. E poi si lavorava 12 o 13 ore. Ma insomma non era come loro a Ebensee, ecco [fa cenno al compagno deportato Piccioli presente]. L’era dura però non era…
D: E lì Beppe, lì sei rimasto fino a quando?
R: Sono rimasto per 10, 12, 11 mesi… 12. Perché dopo siamo dovuti rientrare a Mauthausen, perché avanzava le truppe, da una parte russi e dall’altra … facevano picca a chi arrivava prima e loro ci portarono via. Si fece una marcia, si partì in circa 600. S’arrivò 150, così.
D: Ecco tu dicevi, scusa, ritornando lì alla fabbrica, tu facevi solamente quel lavoro lì, il fatto di trasportare questi ferri?
R: No, a volte, a secondo di quando c’era bisogno. Si è fatto anche la prova dei famosi… Quando venivano gli aeroplani, con la contraerea, han fatto un rifugio e gli han fatto delle fondamenta co’… non so, con qualche cosa. Insomma, ce lo facevano provare a noi, quel giorno. Saranno stati cento aeroplani americani, pareva un terremoto. Da tutte le parti s’andava, in questo casermone no, però non andava giù. Ce lo facevano fare a noi. […]
D: Ascolta, e poi stavi accennando alla marcia di trasferimento.
R: La marcia di trasferimento: ci portarono via, a piedi, di lì a Mauthausen. Capitò acqua, vento, capitò ogni ben di Dio. Si dormiva proprio in terra. Mangiare nulla: ortica o lumache, quel che si trovava.
D: E chi vi faceva da guardia?
R: Oh, la SS.
D: E siete arrivati a Mauthausen.
R: Sì, siamo arrivati a Mauthausen però non c’era posto. Allora s’è dovuto aspettare. Ma siamo arrivati in pochi eh, un centinaio […]. Eh sì, quando si fermavano pum, […] e l’ammazzavano. E arrivati su ci misero in una quarantena, però si vedeva che era la fine, insomma.
D: Più o meno ti ricordi in che periodo sei arrivato lì a Mauthausen?
R: Io sono arrivato, sono ritornato a Mauthausen nel mese di aprile, ma ai primi eh … gli ultimi di marzo, gli ultimi di marzo.
D: E vi hanno portato dentro nel campo?
R: Prima ci hanno fatto aspettare fuori perché non c‘era posto, e poi arrivarono a liberare il posto e ci hanno portato su.
D: E lì sei rimasto fino a quando?
R: Fino alla liberazione.
D: Come te la ricordi la liberazione?
R: Eh. [Al]la liberazione morì tanta gente, perché la gente non faceva che mangiare. Gli americani ci portava… il mangiare l’era… si buttava via, allora [al]la gente ce lo diceva: “Non mangiate, state attenti a mangiare perché può essere pericoloso”. Invece mangiavano e li trovavi morti la mattina.
D: Ti ricordi in che baracca eri tu?
R: Baracca 4, tutti italiani; perché dopo ci divisero, fecero tutti italiani e tutti… ci divisero no, ognuno il suo blocco. Era proprio lì all’entratura, dopo un 100 metri dall’entratura, tutte baracche, a sinistra.
D: Ecco, e lì sei rimasto fino a quando?
R: Fino alla liberazione, fino a maggio.
D: Ecco, ma dopo la liberazione del 5 maggio tu sei rimasto lì?
R: Eh sì eh, noi si aspettava sempre di… Ogni tanto partiva una delegazione però non ritornava mai indietro e si rimaneva lì.
D: E fino a quando sei rimasto lì?
R: Sino alla liberazione, sino al 12… mi pare il 15 o il 12 di maggio.
D: E poi cosa è successo?
R: Nulla, che è successo… è successo tante cose dentro. Aguzzini ammazzati, SS, e il capo del campo lapidato, proprio messo ‘ndo c’era le fosse biologiche, dentro e tirato su, dentro e tirato su. Ma noi… io in quel momento non ero in condizioni tanto… ma dopo un po’, insomma, si sortì fuori anche noi.
D: Ecco, e quando è iniziato il tuo viaggio di ritorno?
R: Alla fine di maggio, ai primi di giugno.
D: E dove ti hanno portato?
R: Noi si è fatto la Svizzera. Noi ci hanno fatto passare dalla Svizzera, di molti in ambulanza, e di molti con dei camion coperti, insomma dei pullman, ecco.
D: Ma in Svizzera vi hanno fatto entrare?
R: Sì sì, sì sì sì. Ci hanno fatto anche un’accoglienza, ci hanno fatto, eh… bene, siamo stati lì tre giorni lì. E poi di lì siamo entrati in Italia. In Italia però non c’era nulla, bisognava arrangiarsi per arrivare a casa.
D: In Italia dove siete entrati?
R: A Bolzano. Di lì ci hanno fatto fare un giro, rientrare a Bolzano. Sono stato all’ospedale di Bolzano perché a quell’epoca avevo la pleurite. Ecco, all’ospedale della Svizzera non ci hanno fatto… non m’hanno fatto passare, no, tanto è vero che tanti si è dovuto andare dalla Svizzera a Bolzano, qualche ricoverato.
D: Ti ricordi con chi eri?
R: Ero con Vittorio Baldini, famoso combattente di Spagna, poi ero … eh ma ce n’era: Caleffi, Albertini. Poi c’era… c’era tanta gente ma… insomma, avevamo 20 anni, noi ci si conosceva così.
D: Ascolta, ti ricordi se c’era la Pontificia Opera a darvi una mano?
R: No no no, non s’è visto nessuno.
D: Quindi sei arrivato a Bolzano, ti hanno messo in ospedale…
R: In ospedale, e poi son ripartito, son partito col treno e… due settimane tre per arrivare a casa.
D: Ascolta Giuseppe, dici “attraverso la Svizzera con dei camion”, ma li guidavate voi?
R: No no no.
D: Che organizzazione c’era?
R: L’organizzazione della Croce Rossa insomma. Coloro che stavano bene erano questa specie di […], coloro invece che non potevano, che non potevano… erano nella misericordia.
D: Beppe, tu non sei più ritornato a Mauthausen?
R: Una volta solo. Una volta, poi non son più ritornato, perché la prima volta non feci che piangere, dissi: “Beh, non ci torno più”.
D: Quanti anni fa sei ritornato?
R: [Marinari si rivolge a un presente:] Il primo o il secondo?
[Intervento esterno:]’77, ‘76.
[Marinari:] Il primo o il secondo, via.
D: Poi basta, non sei più ritornato?
R: No no no no no.
D: E nel campo dipendente lì di Wiener Neustadt non se più tornato?
R: No, non c’è più niente. Dice chi c’è stato che non c’è più niente. Niente niente, proprio niente. Perché eran baracche di legno: finito tutto via via, aria.
D: Cosa ti è rimasto come oggetti, come documenti, se ne hai portati a casa?
R: Nulla, nulla nulla. Io non c’ho nulla di documenti. La Croce Rossa Internazionale… Ora i documenti che ci hanno fatto ora del KZ, dopo la pensione, poi altri documenti io proprio…
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Dunque, io mi chiamo Levrieri Vessillo, sono nato a Poviglio di Reggio Emilia l’1/10/’22.
D: Vessillo, quando ti hanno arrestato?
R: Eh… nel ’45… ’44, nel ’44. Però i giorni…. non so il mese.
D: Non te lo ricordi il mese?
R: No. So che sono andato a casa perché è finita la guerra. Nel ’44… eh, ci sono stato un po’, ma non so quanto tempo.
D: Ma ascolta Vessillo, e chi ti ha arrestato?
R: Eh sono venuti i cosi… i fascisti, ma non mi ricordo, sa c’ho la memoria… Sono venuti… saranno stati i fascisti.
D: E dove sono venuti?
R: Eh, abitavo a Sorbolo Levante…
D: E son venuti in casa?
R: Eh, mi hanno suonato, non mi ricordo…stavo… parliamo di tanti anni eh!
D: Ma son venuti in casa a prenderti, ad arrestarti?
R: Eh, non mi ricordo. Non so se mi han suonato o se sono andato giù, ma chi è che lo sa di preciso.
D: Ecco, ma perché ti hanno arrestato?
R: Eh, perché ero partigiano. Allora c’erano dei fascisti. Io come partigiano erano contro… i fascisti contro di me. E allora hanno saputo che ero partigiano, e che ero contro di loro… eh, per questo.
D: Ma tu facevi il partigiano in che zona?
R: Beh, lì a Sorbolo. Io abitavo a Sorbolo Levante, a Sorbolo insomma, in paese.
D: Come azioni partigiane cosa facevi, cosa facevate?
R: Cosa vuole, non potevamo fare… Tra noi ci parlavamo, così, eravamo contro… però sa, noi non pensavamo che mi arrestavano. Si vede che hanno saputo tutte quelle cose lì e…
D: Ma tu lavoravi?
R: Beh, nel ’45 dunque, beh… non mi ricordo se avevo già cominciato a lavorare. Ho fatto dei lavori ma, cosa vuole, sono anni… tanti anni. E poi, la memoria… ho perso un po’ la memoria eh.
D: Ascolta, dopo che ti hanno arrestato dove ti hanno portato? Nelle carceri?
R: Eh sì eh!
D: Di dove?
R: Dunque, non mi ricordo se è stato a Parma, ma… So che mi hanno arrestato… o Sorbolo, ci sono le carceri a Sorbolo? Non mi ricordo, parliamo di… No, mi hanno portato a Parma, nelle carceri.
D: A San Francesco?
R: Eh, guardi, non posso dire certe cose perché son passati troppi anni.
D: Capito. E dopo San Francesco ti hanno portato al campo di concentramento?
R: Eh sì.
D: Dove?
R: A Bolzano.
D: A Bolzano. Eh ma con cosa t’hanno portato su?
R: E chi è che lo sa. Eh, sarò venuto col pullmino o con qualcosa.
D: Ma eri da solo o c’erano altre persone con te?
R: Ma non mi ricordo.
D: Non ti ricordi…
R: Eh, ma guardi, son passati troppi anni. E poi l’età, ho tanti anni, e poi c’ho… ho un po’ la memoria un po’… che mi è andata un po’.
D: Però del campo di Bolzano ti ricordi qualcosa?
R: Cosa vuole, andavamo là, ci facevano lavorare di qua, ci facevano fare dei lavoretti, quando avevano bisogno di fare qualcosa ci facevano lavorare.
D: Ma dentro nel campo o fuori?
R: Beh dove c’era da andare, dipende.
D: Ecco, ma lì cosa avevi su, i tuoi vestiti o ti hanno dato una tuta?
R: Beh, non mi ricordo, su. Io ero vestito però non so se mi hanno fatto cambiare. È inutile, guardi, sono passati troppi anni eh. 1944, adesso siamo nel 2003…
D: Eh ma vedi che ti ricordi allora…
R: Cosa?
D: Che quando ti hanno portato su al campo era… il ’44 o il ’45?
R: Beh, sarà stata lì verso il ’44, la fine del ’44, pressappoco. Non mi ricordo.
D: Ascolta, ti ricordi se avevi un numero su al campo di Bolzano?
R: Ah no. Ma senz’altro ce l’avevo, non mi ricordo ma senz’altro avevamo i numeri.
D: Avevi il numero?
R: Ma senz’altro. No, ho detto che son passati troppi anni, quelle cose lì non le posso ricordare. Adesso, delle volte, mi scappa la memoria adesso di certe cose, sa, allora… però sto abbastanza bene, insomma.
D: Ecco ma ti ricordi che lì al campo lavoravi?
R: Eh sì lavoravo, di qua di là, andavamo di qua di là, dove c’era bisogno di andare.
D: E c’era da mangiare?
R: Beh, mangiare, insomma, si mangiava. Adesso, cosa vuole.
D: Ma vi picchiavano anche?
R: Beh, insomma, picchiare no. Qualcuno… se uno faceva delle cose sbagliate sì, però insomma… Dovevamo stare attenti eh, di non andare, di non fare dei lavori che non andavano bene eh.
D: E tu sei rimasto lì fino a quando lì, a Bolzano?
R: Eh… fine del ’44… alla fine, pressappoco, perché finita la guerra sono venuto a casa, dunque.
D: Nel ’45.
R: Eh son venuto a casa nel ’45. È finita la guerra, e allora ci hanno mandato a casa.
D: Vi hanno liberati.
R: Ci hanno liberati.
D: Ascolta, qui di Parma e provincia eri solamente te o c’erano altri…?
R: Quello lì non lo posso dire, non mi ricordo. Eravamo qualcuno là, ci conoscevamo così… ci siam conosciuti là, pressappoco. Dei miei amici non ce ne avevo insomma… della gente che conoscevo. Cosa vuole, sono tutte cose di troppo tempo fa eh.
D: È passato troppo tempo.
R: Eh mi dispiace, è che non posso rispondere a certe domande perché è inutile, troppi anni.
D: Ascolta, ti ricordi quando sei tornato a casa, se sei tornato a casa in treno, in pullman?
R: No, non mi ricordo. Sarò venuto a casa con un pullmino, senz’altro.
D: E il nome della brigata partigiana dove operava a Sorbolo?
R: La Brigata Garibaldi. La Garibaldi.
D: E lì eravate in tanti, che vi trovavate?
R: Sì, giravamo, insomma, un po’.
D: Ma ragazzi giovani però.
R: Eh, pressappoco la mia età, pressappoco eh.
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Si segnala la presenza di espressioni verbali riconducibili al dialetto toscano, anche in forme arcaiche. Tra le più ricorrenti ‘andette’ (andò), ‘s’eramo’ (si era/eravamo), ‘vense’ (venne).
Io mi chiamo Castellani Roberto. Sono nato a Prato, e tutt’ora vivo a Prato. Sono nato il 23 del 7 del 1926, da una famiglia d’operai, e qui a Prato sono stato arrestato dai fascisti per lo sciopero del 1944, che fu dichiarato qui in Toscana il 4 di marzo del 1944. Invece nel resto dell’Italia era stato dichiarato nel 1944 lo stesso, e di marzo, però il primo di marzo, qui in Toscana per ragioni di organizzazione fu fatto il 4. Riuscì in pieno. E qui in Toscana si è fatto il 4 di marzo per ragioni organizzative. Lo sciopero è riuscito in pieno. C’è una cosa da dire però, che mi preme farlo sapere a tutti perché è ben che sia, perché è la verità: anche gli stessi industriali hanno collaborato allo sciopero. Perché? Perché c’era un interesse anche suo. Perché lo sciopero, come era stato dichiarato in Toscana, credo in tutta l’Italia occupata dai nazisti, diceva: questo sciopero è per la fine della guerra, per avere più pane, e perché i fascisti e i nazisti non portassero via i nostri macchinari all’estero. Allora anche gli stessi industriali avevano un interesse che questo sciopero riuscisse in pieno. Effettivamente riuscì in pieno. In tutte le industrie pratesi riuscì completamente. Però è successo la fine dello sciopero, il 7… il 6 maggio finisce lo sciopero. Finisce lo sciopero…
D: Scusa Roberto non il 6 maggio.
R: Sì scusa, dio bono, il 6 marzo. Il 6 marzo finisce lo sciopero e si deve ritornare a lavorare. E praticamente noi si torna a lavorare. Però a Prato succede una cosa straordinaria: un grande bombardamento, la mattina del 7 marzo. Ci fu un grande bombardamento delle industrie pratesi. In via Bologna fu distrutto tutto, in via Bologna tutte le fabbriche, e io con altri ragazzi, finito il bombardamento – sapevo che il lanificio dove lavoravo io era stato bombardato – gli chiesi: “Posso andare a vedere la fabbrica indove lavoro io? M’hanno detto che l’è stata bombardata, è distrutta si vede”. Dice: “Sì”. E in quattro ragazzi da via del Purgatorio si partì e si andette al lanificio di San Martino. Il lanificio di San Martino, il proprietario era un ebreo, Bemporad, una fabbrica [dove] si stava di molto bene, perché si stava meglio delle altre fabbriche, però il proprietario non c’era, perché si sa, con le leggi razziali non aveva diritto a nulla. Il direttore faceva da direttore più da proprietario.
Io arrivo alla fabbrica, trovo il direttore, si chiamava Bruno, mi fa “Roberto, l’ha vista la nostra fabbrica come è ridotta?”, “davvero! – dissi – quando si ritorna a lavorare?”. Dice “vai a casa ora perché tra un po’ c’è il coprifuoco, ti si avvisa noi quando sarà il momento di tornare a lavorare”. “Va bene”, e io parto con quegli altri quattro ragazzi e si passa dal centro. Arrivai in centro, gli erano le 5, alle 6 c’è il coprifuoco. Arrivo in piazza delle Carceri, e ci sono dei repubblichini e dei carabinieri. Avevano un gruppetto di persone lì, e io… non fo il nome di quello che m’ha arrestato perché non mi piace, perché c’è ancora dei viventi in Prato, e mi fa “hei, vieni qua!”, e io di corsa corro da questa persona. Perché di corsa? Perché io lo conoscevo. Sapevo chi era. Era colui che mi faceva gli esami, marciare, insomma gli era il nostro capo manipolo, si diceva allora. Io mi metto sull’attenti, gli dico che vuole, e mi fa “dammi la carta d’identità”, e io subito prendo la carta d’identità e gliela do, perché non avevo nessuna paura, avevo 17 anni. Prende la carta d’identità, mia e di un altro, un certo Cherubini Bruno, che è stato arrestato anche lui, poi c’è morto a Ebensee. E fa… Gli altri due invece avevano 12 anni, gli fa “voi andate a casa”, e difatti quei ragazzi andettero a casa e noi si restò lì. E le carte d’identità le dette al carabiniere, il carabiniere le guarda e fa “guarda – dice – questi sono ragazzi, mandiamoli a casa, non hanno neanche 18 anni”, e lui gli disse “zitto”, questo lo sentii io, ai carabinieri disse “zitto, se no tu ci vai a finire anche te indo’ vanno loro”. Ma noi non si capiva che volevano dire queste parole. E il carabiniere si strinse le spalle come per dire “non posso far nulla”. Ci prese e ci mise… c’era un bar di fronte a ‘ndo c’è ora una fontana, la chiamavan il Bar La Rosa, e c’erano già una cinquantina di persone, tutti arrestati da queste persone. Siamo lì e si discute del più e del meno, siamo tutti ragazzi giovani, meno giovani, di tutte fesserie: indove ci porteranno? ci porteranno a smassare, è stato bombardato lì, ci porteranno a fare questi lavori. Gli arrivano due ragazzi, due repubblichini dalla fortezza, ci mettono in fila. Ben premesso: noi si poteva benissimo scappare, però nessuno tentò di scappare, perché non si sapeva mica che ci facevano. Ci portano in fortezza. Si arriva in fortezza: ce n’è tanti pratesi, tanti già arrestati. E arrivano i pullman da Firenze, e ci mettono in pullman, 50, 60 in massimo ogni pullman. Anche lì, come dico, si poteva benissimo scappare. C’erano i ragazzetti più giovani di me che erano sui pullman, gli bastava avergli fatto “bo” e gli scappavano, ma nessuno s’azzardò a fa’ questo, e si arrivò a Piazza Santa Maria Novella, alle scuole Leopoldine. Ci scaricarono e ci mandarono su. Arrivati su nelle aule, si cominciò a trovare altri pratesi. Ecco quelli erano veramente gli antifascisti, che conoscevano e li avevano arrestati prima, tra cui c’era il Pitigliani, c’era il Franchi, ce n’era tanti, altri che conoscevo- Pitigliani specialmente conoscevo bene, perché lavorava dalla Gronda con il mio babbo. E gli fo “signor Alessandro, c’è anche lei?”, dice “davvero” – tra l’altro è un ebreo lui – dice “davvero Roberto, ma sta tranquillo non ci fanno nulla, non c’è problema, ora ci porteranno a fare qualche lavoro e poi ci rimandano a casa”. Va bene. E così io presi e andai a raccontarlo a altri, che c’erano lì tutti pensierosi, gli feci “ragazzi stiamo tranquilli, perché mi ha detto il Pitigliani che non c’è nulla di pericolo. Sapete, gli è un uomo intelligente, perché sa leggere e scrivere, e in più sa scrivere a macchina, è impiegato dalla Gronda, pensateci bene, è veramente un uomo da credere”. E tutti ci si mise… il morale si rialzò. Arriva, ci fanno una specie di interrogatorio con un ufficiale delle SS, dei repubblichini, e l’interprete, e ci domandano “te hai fatto sciopero?” e io francamente “sì ho fatto sciopero”. Dice “che lavori tu fai?”, “sono alle filandre”, disse “va bene” e segnano, e mi mandano via. E così.
E la mattina cominciò ad arrivare tante altre persone, tanti tanti tanti. Di pratesi si suppone che ne abbiano arrestati su 7-800. Però hanno fatto poi una selezione, una selezione fatta proprio alla nazista, non era una selezione mirata, era una selezione fasulla, te qui te là ci mandavano. E fecero due squadre, ma nessuno sapeva l’una ‘ndove l’andeva l’altra. Il fatto sta che tanti che erano dall’altra parte vensero con la nostra, e tanti dalla nostra andettero di là, senza sapere il che poteva succedere. E lì, poi presero una squadra, la portarono da un’altra parte, e un’altra squadra a un’altra. A noi ci presero, ci portarono subito alla stazione. Alla stazione di Santa Maria Novella c’era una tradotta lunghissima, indove c’era scritto sui vagoni, sulle porte “operai volontari per la Germania”, con un gesso bianco.
Noi si guardava questa scritta, ma non ci si rendeva conto. Io quanti si eramo nel vagone lo posso dire chiaro e tondo in verità, perché cominciarono a contare “uno, due, tre…”: arrivarono a ottanta. Allora, finito di contare, l’SS con gli interpreti chiese “chi è il più vecchio?”. Se ne presentò tre, pensando questi, dice “ci rimandano a casa”. Invece no, gli disse poi “io, io, son io, son io”. La carta d’identità non ce l’aveva più nessuno, bisogna credere la fisionomia. Lui fa “si va beh tu sei te – dice – allora te tu sei responsabile di questo vagone, se quando si arriva a destinazione manca uno tu sarai fucilato”, allora questo avviò a dire “ma io non sono il più vecchio”. “No no – disse – tu sei te”.
Allora però noi s’eramo stati arrestati la sera del 7 marzo. Era l’8 marzo, la sera delle cinque, le sei, che s’eramo nel vagone, e nel vagone c’era tanto pane, tanto tanto, e tanta pasta d’acciughe. La fame era tanta, si cominciò tutti a mangiare, però c’era per tutti il pane, anzi ce n’era anche troppo. Io presi un pane, l’aprii, messi tanta pasta d’acciughe – ero un po’ golone anche di certe leccornie per noi, perché non sapeva mai, la pasta d’acciughe non sapevamo neanche che voleva dire – ce ne messi di più che non si doveva mettere. Però fu un danno, perché mancava l’acqua. Quando ci si accorse che veniva la sete, dice “ma l’acqua?”, “eh, l’hanno messa”, e invece non ce l’avevano messa. Noi da quel momento si incominciò a entrare nei KZ, nei campi di concentramento di sterminio, senza saperlo, senza le SS fare nulla. Le SS da Firenze a Mauthausen, con quattordici SS ha scortato 1.600 persone, lassù, senza avere una minima sorpresa, perché noi si pensava solamente alla sete. Guardate, KZ, i triangoli rossi, i triangoli neri, come uno vuole, triangoli gialli, si è sofferta tanta fame, io penso non ci sia persona nel mondo che ha sofferto la fame quanto queste persone, quanto noi. Però la sete l’è più brutta. Noi si è fatto tre giorni di viaggio e quattro notti, si è patito la sete, che è una cosa da nemmeno paragonarla a nulla! Né alla fame, né a nulla! È una tortura tremenda. Noi non si pensava a scappare, si pensava solamente all’acqua. Quando si passava sui binari, sui ponti, e sotto si sentiva scorrere l’acqua, li sentivano il profumo, bensì che l’acqua non ha profumo, ma noi si sentiva addirittura il profumo, e si gridava “mamma, mamma, portami acqua, dammi l’acqua mamma”, così, tutti. E come si poteva fare a pensare a scappare, perché c’era la possibilità di scappare. Non si poteva scappare perché il nostro desiderio era solo uno: quello dell’acqua.
Passato, finito questo viaggio tremendo – guardate, io non voglio stare a dire il dormire, i nostri bisogni, la popò, la pipì di fronte a tutti, no – si arriva a Mauthausen, la mattina. Si arriva la mattina, ci aprono i vagoni, e ebbi una grossa sorpresa, sembrò la manna dal cielo: era nevicato da allora, c’era la neve fresca. Allora quando ci davano l’ordine solamente di scendere per pigliare la neve e calmarci la sete, si scende, si prende la neve e ci si calma la sete. Calmandoci la sete si comincia a discutere tra di noi. Si fa: “o’ ndo’ siamo?” “boh, Mauthausen, ma ‘ndo gli è?” E c’è un signore di Prato, un certo Bertazzi Ruggero, prigioniero con noi, e fa “io lo so”, “eh – fanno lui lo sa! lui è gigolò, gira il mondo lui”. Per allora, sa, il mondo si gira… Dice “guardate io l’ho girato ma per tutte disgrazie – dice – perché io sono stato prigioniero alla guerra ‘15-’18 qui, a Mauthausen. E guardate, sono stato tanto male, e ho patito tanta fame”. Allora io gli fo “si starà anche male, non ci sarà neanche da mangiare, però gli è la mattina presto e si sente che fanno la carne arrosto, o di pollo o di maiale o di vitello”, dice “t’hai ragione, sì”, invece gli era il forno crematorio, che non si sapeva neanche che esistesse queste cose. E ci fa… mi fa “t’hai ragione Castellani, davvero, e speriamo che sbagli io”. Ci mettono tutti in fila e si parte per su. E c’è… dalla stazione arrivare a Mauthausen c’è 8 chilometri. Si cammina, cammina, cammina, si arriva. Perché c’erano quelli presi nelle fabbriche, c’erano due fabbri presi dai Campolmi e dai Lucchesi a Prato, che aveva ripreso il lavoro perché non raggiungevano il numero la mattina dell’8 che fresano in fabbrica, che erano vestiti come si stava a lavorare, scalzi, con le camicie tutte rotte, non è come ora, eh. E mi ricordo c’era babbo e figliolo che lavorano dai Lucchesi, si chiamano Ciabatti, e mi fa Maggiorano il figliolo – aveva un anno meno di me – mi fa “vedi Roberto, te tu sei vestito benino, t’hai le scarpe, tu hai pantaloni alla zuava, t’hai tutto la tua camicina, il tuo blusettino, invece io va: tutta la camicia di lavoro, pantaloni non si sa che colore gli erano dalle toppe che c’ha, una rossa, una verde, una gialla, non si sapeva che erano, la camicia lo stesso, fa un freddo boia, sono scalzo, ho gli zoccoli, sulla neve così..”. E si cammina e si trova, e si vede apparirci una grande fortezza, ed era Mauthausen. La faceva paura, e la fa paura ancora, uno deve pensare allora.
Si arriva lì, e ti vedo ‘sta fortezza brutta. Si cammina ancora un altro po’, ci sono due case – quelle case lì innanzi arrivare al campo di Mauthausen, c’erano anche allora – e c’è il filo spinato che traversa […] C’è tutto il filo spinato percorso a corrente elettrica, e c’è un grosso cancello, lo aprono, e si entra all’interno. Si entra all’interno noi, e si comincia a trovare gli abitatori del campo di concentramento, questi vestiti a strisce, celesti e bianche, col numero. E noi si guarda, “ma guarda come sono brutti” si faceva, “guarda come sono secchi. Che v’han fatto? Oh ‘ndove sei stato? Oh che siete, scheletri beduini?” E questi non ci rispondevano perché non capivano la nostra lingua. Si va un altro po’ avanti, si trova un altro gruppo. E gli si fa il solito discorso, questi ci rispondono, e mi fa “tu te ne accorgerai tra tre giorni” ma non in italiano, in ispagnolo. “Beh, ma che vuol dire questa parola?” E “sotto c’è un altro e mi fa “io posso ringraziare le camicie nere italiane, e l’è andata poco bene”. “Questi che vol dire? Che vol dire?”, poi l’ho capito dopo che vol dire: gli erano spagnoli arrestati dalle nostre camicie nere. E si arriva a Mauthausen, apre un portone, il portone nero lì. Entro dentro. Sono tra i primi io, son lì davanti…
D: Scusa un attimo Roberto, c’erano delle donne con voi?
R: No.
D: E ti ricordi se c’erano dei religiosi, dei sacerdoti?
R: No, con noi no. Lo posso dire ora? No, con noi non c’era né donne e né religiosi, in quel trasporto.
E arrivo qui di fronte al portone e l’aprono. Io sono proprio in prima fila e sulla sinistra… sulla destra. E c’era stato l’appello da allora, si sa che all’appello si deve portare i morti, io lo seppi dopo, prima non lo sapevo. Arrivo lì, [si vede] una sfilata di morti. Quando mi vense la visione… io quando dettero l’ordine di partire non mi mossi, dalla paura. Dissi “ma qui ‘ndo siamo? o sono morto, dormo, sogno?” perché mi vense una visione, e a me mi vense subito la visione di un disegno che avevo visto sulla Divina Commedia di quando Dante è all’inferno. Dissi “no sono morto, perché una visione così…”, tutta una sfilata di morti, ma non morti normali, morti tutti… lo scheletro ricoperto di pelle. Ecco, questo gli era il discorso.
E mi riebbi subito, perché sarà stato questo discorso che mi feci io nel mio cervello di 3-4 se… macché secondi, una frazione di secondo. C’era una SS, mi lasciò andare una pedata e dissi “ma allora son vivo, e vivo bene, sveglio anche!”, e mi portarono di fronte al muro del pianto. Ci portarono tutti. Vense il comandante Zeus… Zeric [forse Franz Ziereis, ndr], vense lì, cominciò a parlare. La prima parola fu questa: “Signori deportati, qui siete in un campo di concentramento di rieducazione dei nemici del terzo Reich. Se darete retta ci sarà anche la possibilità di tornare a casa. La fuga non è ammessa. Chi tenta di scappare se è ripreso viene o fucilato o impiccato. Perciò pensateci bene. Questo gli è il muro di 3 metri, c’è un metro e mezzo di filo spinato percorso a corrente elettrica che rientra all’interno, ogni 20 metri c’è una SS, di guardia, perciò la fuga non è ammessa. Ma se uno tentasse di scappare, se riesce o viene – ve l’ho detto prima – o impiccato o [fucilato]. Ora andate tutti a fare il bagno.” Ci portarono giù nel sottosuolo. Ci dettano un sacchetto di carta con un lapis e un fogliolino. E dissero “mettete tutta la vostra biancheria dentro, ci scrivete il nome e cognome, poi ognuno riprende la sua biancheria.” Allora tutti contenti si fece “guarda come sono organizzati questi tedeschi”, si diceva. Ora, finito il bagno, si ripiglia ognuno la nostra roba, pensando. Fatto questo ci sono dei parrucchieri, che danno dei rasoi, ci tagliano il pelo – io non ce ne avevo, per fortuna, qui allo stomaco – ci levano tutto il pelo ‘ndo s’ha, ci fanno la rapa e più la strada del paradiso. Poi fatto tutto questo ci mandano in un’altra stanzina, e ci sono due inservienti spagnoli, ed hanno dei pennelli da imbianchino, lo infilavano in un liquido e ce lo davano addosso, e bruciava talmente, e gli dissi “ohi, che voi ci fare?”, e fece uno “ora vi si incaffina – così disse lui, mi ricordo come fosse ora – e poi vi si dà fuoco.” E io avviai a piangere. […] Allora disse l’altro spagnolo “no no, lui gli è un burlone, questo gli è un disinfettante”. E basta. Fatto questo ci mandarono a far la doccia. Si va a far la doccia, e s’eramo tanti, tutti non si poteva entrare, però sintanto si potette entrare s’eramo pressati. S’eramo completamente pressati, c’è sempre il più forte e il più prepotente che si mette proprio sotto ‘ndo casca l’acqua, e noi che s’eramo più deboli stavamo ai margini. Mandano l’acqua, regolare, 27-30 così, che ci stavano lì tranquilli sotto, e invece a noi ci venivano tutti gli spruzzi marginali. Tutto a un tratto smette e viene sottozero. Allora volevamo scappare, ma non c’era più verso. A noi ci venivano degli spruzzi, ma erano marginali. Poi smette anche quella, dopo due minuti, e viene a 80 gradi sopra zero, vedi la […] faceva delle bolle così: gli urli, i cazzotti tiravano ma non c’era verso di scappare. Ecco, questa, non dolce ma… l’era la presentazione dei KZ. Finito qui, ci dicono di prendere degli zoccoli olandesi in un mucchio. Sicché ognuno cerca di prendere lo… suo, i numeri. Ma noi non si sapeva che voleva dire capò allora, c’erano i capò non volevano, botte ti davano, legnate, si diceva “oh dio boia, e che s’è fatto? ora ci dite di prendere gli zoccoli dopo ci tirate le legnate?”, e loro botte tiravano, ma tiravano! Allora si capì, bisognava piglià du zoccoli e scappare. Io ne presi due, me li misi sotto bracci, e tutti nudi in quella maniera si andò nel blocco della quarantena. Nel blocco della quarantena ci siamo stati quindici giorni noi.
D: Ti ricordi il numero del tuo blocco di quarantena?
R: Il blocco della quarantena no, non me lo ricordo, ma gli erano i blocchi indove c’erano i capò russi, era lì, quello sì, ma il blocco, il numero non me lo ricordo. E non c’è nella baracca nessun mobilio. E ci misero 800 per Stube. A dormire ci mettevano a giacere un capo un capo un piede, per fianco, stretti, talmente stretti che quando uno si rizzava per andare al gabinetto non poteva più rientrare. E durante la notte – si rientrava la sera alle sette e sino alle sette della mattina a fare una doccia… a fare, a dormire in quella maniera – era un patire, succede di bocciare, “oh sta attento tu mi metti il piede in bocca”, “oh sta attento tu mi fa lì”, “con questo gomito tu mi dai noia”, e via. Allora che succede? Succede che i capò capivano questo, gli era [quello] che cercavano loro, per arrivare lì per divertirsi: invece che passare in mezzo, c’era un viottolino, montavano sopra, indove mettevano piede gli spezzavano l’ossa, e ci aprivano le finestre, perché noi siamo arrivati era freddo, e pigliavano gli idranti e ci bagnavano. Ecco la nostra… E dopo ci dettano una camicia e un paio di mutande. Poi dopo un altro colpo… fu mortale fu, quando mi dettano il numero. Ci chiamavano uno per uno, mi chiamano e fanno “Castellani Roberto?”, “sì”, “te non sei più Castellani Roberto ma sei cinquantasette mila zero ventisette [57.027], il tuo numero”. Perciò, quando si chiama, sarà chiamato solamente in una lingua, se il capò gli è russo lo chiama in russo, se gli è tedesco tedesco, se è francese francese, se gli è polacco polacco. Sicché uno lo deve capire. Se ti richiama la seconda volta sette legnate, la terza quattordici, se ti chiamano ancora ventuno, se son sette [volte], se poi sono dieci aumentano sempre uguale. Questo gli era un po’ il regolamento che ci dissero allora. Finito la quarantena ci…
D: Ecco, scusa, quando è avvenuta l’immatricolazione, vi hanno anche fotografati?
R: Aspetta… No, lì no. Ci hanno fotografato dopo.
E lì ci hanno fatto tutto questo. Finito i giorni [di quarantena] ci danno il vestito, a strisce, gli zoccoli, la camicia, le mutande, il cappello, e tutto. A noi ci dicono sempre, tutte le volte che noi si vede transitare di fronte a noi una SS o un capò bisogna levarsi il cappello, mettere sull’attenti. Questo gli era il regolamento. Noi ci inquadrarono tutti, ci portarono a Ebensee, a costruire le fabbriche sotterranee dove dovevano costruire i famosi missili. I missili – si è saputo successivamente che noi si faceva le fabbriche per i missili, appena si arrivò, no – sono missili, i V2, i V4, e i V9, il missile intercontinentale. Arrivati a Ebensee, era un campo nuovo…
D: Da Mauthausen a Ebensee come vi hanno portati?
R: Da Mauthausen a Ebensee ci hanno portato coi vagoni civili – noi, io ragiono di noi – con gli scompartimenti, ci misero una ventina ogni scompartimento, s’eramo stretti ma si vedeva però, c’erano i vetri. Ecco, noi da Mauthausen a Ebensee siamo arrivati con gli scompartimenti. Tanto vero che quando si passava dalle città, da quei piccoli paesi, quando si arrivò vicino a Ebensee non si sapeva che si andava a Ebensee. Si vide questo bel lago, questo bel paesino, tutti a dire “ma se ci fermano qui – il treno rallentava – se ci si ferman qui, guarda che bello! guarda che paradiso! Oh la domenica quando si fa festa si va a pescare”, tutti discorsi così si faceva. Difatti quando si arriva a Ebensee ci portano, non alla stazione prima lì di Ebensee, alla seconda stazione, sul piano caricatore, ci fanno scendere, i civili li mandano tutti via, ci resta solamente dei giovani, dei ragazzi. Questi ragazzi – c’era la neve – avevano fatto tante palle di neve, ce le tiravano dietro, ma forte, ci facevano anche male. E tutti ce la si pigliava con questi ragazzi. Io, essendo 17 anni, avendo fatto la scuola sotto il fascismo, capivo il perché quei ragazzi ci tiravano le palle. Perché gli dissi “ma sapete, io ho fatto la scuola sotto il fascismo, io [quando] m’hanno arrestato non ero mica antifascista, non ero mica contro nazisti né contro fascisti, perché io ero avanguardista, perché la dittatura la m’aveva insegnato che non c’era altra libertà che quella fascista, perché noi s’eramo superuomini, sapevamo che si doveva dominare il mondo, e questi ragazzi io li capisco.” Dice “ma tirano”, “eh tirano… tirano perché loro credono che noi si sia suoi nemici”, ecco.
E ci inquadrarono e ci portarono a Ebensee. A Ebensee ci dettano ognuno il nostro letto. Dapprima, in un primo tempo, si dormiva uno per letto; dopo neanche quindici giorni due, poi tre, quattro, cinque: siamo arrivati a sei, in un letto da 80 centimetri per un metro e ottanta. Il mangiare, gli ultimi cinque mesi, un chilo di pane ogni 15 giorni, un cucchiaio di marmellata in mese, un cucchiaio di formaggio in mese, 4 grammi di margarina in mese, un cucchiaio di carne in scatola in mese, e mezzo di litro di zuppa tutti i giorni. Quando l’era bona c’erano delle bucce di patate, qualche altra robuccia, se no c’era tutta erbaccia, tutta robaccia. Ecco, rapportato in caloria, giornalmente, il nostro gli era dalle 700 alle 750 calorie al giorno. Lavorare 12 ore il giorno nelle fabbriche, sottoterra, come uno poteva fare a vivere? S’aveva un giorno di riposo il mese, l’ultima domenica del mese la si aveva di riposo. Io, il vestito che mi dettano a Mauthausen, me lo sono tolto il 6 maggio del 1945, il giorno della liberazione degli americani. Ecco, questo gli era Ebensee. Ebensee non è tanto piccolo, era piccolo in partenza, però è venuto grande nel passare il tempo. Siamo arrivati ad essere alla liberazione 18 mila prigionieri in un campo di concentramento che ne poteva contenere 7-8 mila. Ecco, uno si può immaginare già la tragedia che c’era all’interno di questi campi.
Poi, un’altra tragedia, grossa, era per noi italiani, era che noi non s’eramo visti bene. Perché noi s’era fatto, dire o non dire, la guerra a tutti. C’erano jugoslavi, “a me m’hanno preso gli italiani, mi hanno le camicie nere, i carabinieri, quelli con tante penne”; poi c’era i greci, “a me m’hanno preso gli italiani”; gli albanesi “a me mi ha arrestato la polizia italiana, eh sai – dice – te tu sei italiano e qualche schiaffo bisogna te lo lasci andare”. Non era giusto, però lo facevano. C’erano gli spagnoli, e gli spagnoli ce l’avevano, forse qualcheduno più che di altri, perché dicevano “noi, se si può ringraziare l’avvento di Franco si può ringraziare gli italiani, se non c’erano loro si vinceva”. E allora ce l’avevano di molto con noi. Non avevano ancora capito che noi s’aveva la solita disgrazia. Io non glielo potevo spiegare, non ci si capiva. Ma c’era alcuni che dei russi parlavano l’italiano, qualcheduno parlavano il tedesco, c’erano francesi, c’erano jugoslavi, chi parlava un po’ la nostra lingua, gli si spiegava, e lo capivano, dice “ma come si fa a spiegarlo a tutti? – dice – io lo so che ora voi siete il mirino di tutti, delle SS, dei capò, e nostra”. C’era Bartan, il cecoslovacco, gli era uno scrivano di blocco, gli era lì con me, me lo spiegò tante volte, dice “oh, pazienza, bisogna fargli dare un punto che loro tocchino con mano la vostra presenza, che è qui come la nostra, che voi fate parte integrante del comitato di resistenza. Bisogna trovare il sistema.”
Per la fotografia, ecco, me… non credo a tutti, ma a me mi fu fatta la fotografia proprio lì a Ebensee. Fui chiamato ad andare a fare la fotografia. Io me lo ricordo, non mi ricordo il giorno ma mi ricordo perché, disgraziatamente, feci tardi, tornai dal lavoro, mi disse lo scrivano “vai a farti la fotografia” e andai. C’era una fila enorme. Mi fecero la fotografia con il numero, di fianco, profilo e di presente… e di faccia. E poi tornai al blocco, tornai tardi, non lo so che ora gli era perché non c’avevo orologi ma io penso vicino a mezzanotte. C’è lo scrivano, mi fa “oh indove tu sei stato?”, “non m’avete mandato a fare la fotografia?”, e mi dette il pezzetto di pane, e mi dettano… mi ricordo c’era la margarina, e mi dette un pezzettino di margarina e la mangiai. “Sai – dice – guarda ti chiamavo per andare a monda’ patate, perché tu sei giovane, non t’ho trovato, ho mandato un altro” e io avviai a piangere, “come come?”, “no ma t’ho trovato un posto buono, ti mando a fare il giardino alle SS”. Perché a andare a mondare le patate bisogna andare la mattina alle quattro, presto, bisogna partire, invece al giardino delle SS tu parti quando tutti gli altri […] “Ti mando te e un certo Nanni, di Prato, Mario”, “oh, bene, dorme insieme a me” gli ho detto. Il che mi disse il Nanni “O Roberto, domani mattina si va a fare il giardino alle SS”, “sì”. E difatti la mattina si parte, si va a fare il giardino alle SS. Vo a fare il giardino alle SS e c’è… e siamo un comando di trenta, quasi tutti polacchi e qualche russo, perché il capo, non il capò, il capo gli era un polacco. E siamo lì, e dissi “lascia fare Mario, un po’ d’erba la si mangia qui”. Ma gli era pochino però che s’eramo prigionieri eh, sarà stato neanche dieci giorni, ma neanche. E lì si lavora. Alle 11 spariscono a tutti. “O ndo’ gli è andati Mario? O ndo’ gli è andati? Non saranno mica andati via e ci hanno lasciato?”, ho detto “ma, vedi che succede ora”. E noi si guardava ma non si vedeva nessuno. Dopo un quarto d’ora, non lo so preciso, ma venti minuti, e arrivano tutti e ricominciano a lavorare, e ci fanno a noi [espressione gestuale che indica l’azione di mangiare, ndr], e noi “ora si va, a mezzogiorno si va a piglià ‘na zuppa”, no, mi facevano [gesto come prima]: mi volevano dire loro, che loro gli eran stati a pigliare da mangiare ai cani. E ci dicevano a noi di andare anche noi perché ce n’è tanto, e non capivo. Allora viene questo… specie di capo, parlava un po’ di spagnolo, un po’ di… e ci dice che “domani, quando si va noi, venite anche voi; e lì c’è i cani gli portano da mangiare, e non lo mangiano: c’hanno riso cotto nel latte, carne, pane, c’hanno di ogni ben di Dio, non la mangiano, si mangia noi!”; “oh, hai sentito che han detto, Mario? domani si va”, “sì”. Difatti il giorno dopo, io stia attento, appena li vedo sparire lascio la carretta e corro con loro. E lì c’è tutti cani, gli erano lì a dormire tranquilli. E lì gli pigliavano la sua ciotolona e se lo mangiavano, e io lo stesso, me e Mario lo stesso, si mangia tutta ‘sta roba, e poi dopo si piglia la nostra gavetta, la si riempie con questa scodella, la si riempie di roba soda, e ci si mette sotto la giacchetta per portarla nel campo. A mezzogiorno ci portano nel campo, i nostri amici, italiani o altri, gli si dà da mangiare, si piglia la nostra zuppa e gli si dà ad un altro: s’era mangiato troppo noi.
E ci si stette lì un po’ di tempo, ma pochino perché, per l’appunto, Mario, si ritorna da lavorare, una sera mi fa “Roberto ho la febbre”, “va a passar visita – dissi – però sta attento Danilo… Mario, perché ci vuole che tu abbia superiore a 39, se no tu non sei riconosciuto”, dice “ma ne ho tanta, bisogna che andìa”. E va. Torna alla sera, gli fo “allora Mario?”, dice “sì, m’hanno dato un bigliettino e tre giorni di permesso”, “il bigliettino? fammi vedere”, dice “c’ho una sigla ma io non la so, c’è scritto ‘tbc’, ma io non so che vuol dire”, “sarà una sigla che hanno dato loro – non lo sapevo nemmeno io – va bene va’, si dorme ora.” La mattina si fa l’appello e poi ci dan tutti, a te e a tutti ognuno ha il suo lavoro no, e ognuno si doveva andare al nostro comando. Mi fa “Roberto non mi lasciar solo, se tu mi lascio solo oggi quando torni non mi ritrovi, che io solo non posso stare”. “Mario – ho detto – ma io non ho il permesso, tu lo sai se mi trovano come va a finire. E bisogna che andia al lavoro, poi dopo il lavoro ti porto da mangiare anche a te, a perdere un comando in quella maniera non è possibile”. Allora appena ci danno l’ordine proprio di andare al comando mi piglia per la mano, mi tira. Io non ebbi il coraggio di lasciarlo. E dissi “sarà quel che Dio vorrà”, e stetti con lui. Stetti con lui, si girava per il campo, perché per il campo s’eramo liberi, c’era tutte strade, però ci sta la polizia nel campo [Castellani indica l’avambraccio, ndr], lì c’è scritto ‘Polizei lager’. Ci trovano e ci fermano. S’eramo a braccetto, e s’aveva un bastone. Arriva Mario e gli dà il bigliettino, loro appena pigliano questo bigliettino s’allontanano da lui, e lo buttano in terra e lo lasciano stare. E mi chiamano a me, mi fanno a me, io non avevo nulla, mi frugava, c’erano due tasche sole in quelle giacchette, mi frugavo mille volte ma non l’avevo. Non ti dicono mica nulla, mi pigliano il numero qui e il blocco, era il blocco 18. Intanto a desinare ci vengano. A mezzogiorno vo a prendere la zuppa, chiamano il mio numero, lo capii subito perché tanto lo sapevo, “oh dice – mi fa l’interprete – perché tu non sei andato a lavorare”, “mi sento male”, “se ti senti male dobbiamo andare a passare la visita, ora tu lo sai che succede. T’hai risposto subito però le sono sette bastonate.” Mi metto a diacere, senza buttarmi giù i pantaloni e cominciano a dare, e c’ho quella specie di catenella sul culo, la ta sona… Madonna non l’avessi fatto, “giù pantaloni” […] Mi butto giù i pantaloni, invece che sette me ne dà quindici. Io stetti una settimana senza mettermi a sede, e la sera stessa mi mandarono a lavorare in galleria. E io sono entrato in galleria allora e sono riuscito fuori nel ’45, il 5 di maggio. Insomma, ho sempre lavorato nel sottoterra. E Mario ritornò a passare la visita, gli dettero altri giorni, poi ritornò a passare la visita e non tornò più. Io ho saputo, quando sono tornato, che è morto a Mauthausen il 5 di maggio del 1945.
E ero a dormire con un altro italiano, un ragazzo straordinario. Un ragazzo che non c’è n’è punti nel mondo: Danilo Veronesi. Ha una storia bellissima, perché lui non voleva pensare solamente per sé, voleva pensare anche per gli altri. Disse a me: “Roberto bisogna fare qualche cosa”. “Ma che bisogna fare Danilo? Tu lo vedi, qui ci fanno ammazzare per nulla, la gente non capisce più nulla, per una cicchina di tabacco s’ammazzano!” Dissi “vedi Danilo, per fa’ codesto ci vorrebbe tanto pane e tanta carne”, “no, bisogna fare qualche cos’altro.” Lui inventò questo. Dice “quando si torna da lavorare…”, ma già era un pezzo di giovane, aveva anni avanti a me, ma alto, forte, grosso, e aveva forza. Dice “quando si torna dal campo, dal lavoro, tu lo sai, gli ultimi che restano dietro sono i più malati, le SS e i capò non gli aspettano altro che caschino in terra per finirli”, “allora che tu faresti?”, “appena cascano me lo carico sulle spalle e lo porto nel campo, almeno uno si salva.” Dissi “io Danilo, non me lo chiedere, io non ce la fo”, “ma io sì, tu mi dai una mano a caricarmelo”, “sì – dissi – questo sì, ma io sai, a mettermi ultimo mi garba poco, dato che noi si ha la possibilità di sta’ da primi, ma per codesto ci sto.” E difatti noi si stava sempre gli ultimi quando si tornava da lavorare, appena cascava uno non guardava lui se l’era un polacco, un russo, un ebreo, no no, se lo caricava sulle spalle e lo portava nel campo. Io mi ricordo sempre d’uno, d’un polacco, un polacco ebreo, lo messe in terra, e lo guardò questo ragazzo. Non parlava la nostra lingua e né noi si parlava la sua, però io capii tutto che gli volse dire, con gli occhi lui lo guardava e gli diceva “non è vero che tutti gli uomini sono diventate delle bestie, questo ragazzo ha dimostrato di essere un vero cristiano, lui non ha guardato nulla quando sono cascato in terra, m’ha caricato sulle spalle a rischio della sua vita e m’ha portato qui. Sintanto ci sarà di questa gente c’è speranza che il mondo ritorni veramente in pace.” Queste sono le parole che ha detto questo ragazzo.
E poi Danilo… l’è una cosa lunga da parlarne di Danilo, ci vorrebbe tanto tempo, però in poco tempo cerco di fare alla svelta. Io mi ricordo c’era da scappare due, e volevano far scappare un russo e un polacco. Il cecoslovacco Bartan decise di far scappare due italiani, perché noi s’eramo nel suo blocco. Disse: “io c’ho due italiani in gamba, per fa’ dimostrare che gli italiani fanno parte integrante del comitato di resistenza di Ebensee, e che non sian più discriminati dalle altre razze.” Dice: “va bene, allora va bene.” E chi è? E vense da noi e disse “siete disposti a scappare?”, “io no – dissi – Danilo sì”, “però – dice – bisogna essere in due”, “via – mi disse – Roberto, tanto qui si muore, o morire per morire si tenta e non se ne parla più. Io se sto qui piglio un SS per il collo e lo strozzo, sicché è meglio scappare”. “Va bene”, allora accettai. Ci dettano un foglio, bianco, indove era scritto dove noi si doveva firmare, Salisburgo, tutti i posti, e indove si doveva andare nelle case. Poi ci dettano marchi civili, e poi ci dovevano dare il vestito, ci doveva essere, i vestiti da civili. Succede così: che nel campo gli era da costruire ancora, e dovevano costruire una baracca, allora per andare a portare questa baracca indove volevano costruire non c’era strada, allora bisognava tagliare i fili spinati, levare la corrente elettrica, prendere gli alberi e portarli fori, prendere le baracche e montarla lì. Questi sono comandi fittizi, si dice, non ci si conosce l’un con l’altro, c’è un capò quaggiù che ti para, un capò qua, una SS qui e una SS qui, e basta. C’è la possibilità di scappare e ci dicono dove hanno messo – se si va a Ebensee lo fo vedere, i cespugli non c’erano più eh, ci sono le case ora – il cespuglio indove hanno messo gli abiti. Io non so se sono stati civili di Ebensee o altre persone, so solamente che ci dovevano essere i vestiti, e c’erano. Ci doveva essere per due. Noi si doveva scappare il 9 di maggio, invece il 9 di maggio, invece che tutti e due scappò uno solo, perché c’era vestiti per uno solo. Danilo si raccomandò di scappar lui, dissi “va bene scappa te”. E difatti…
D: Scusa il 9 di maggio?
R: Sì, di maggio del ‘44.
D: Ah, ecco, del ’44.
R: Ora scusami, non ho detto… del ’44. Il 9 di maggio del ’44. E difatti la mattina io dissi “io vo a lavorare…”, no ero di notte, s’eramo di notte, io ero di notte, s’eramo di notte. E lui disse “io mi fo assumere a questo comando” perché questi comandi li facevano fittizi, pigliavano gente e s’eramo a dormire, e lui si fa proprio prendere. Dice “se a mezzogiorno non ci sono a prendere la zuppa io sono scappato”. Difatti a mezzogiorno vo a prendere la zuppa, guardo e non c’è. “Ah, Danilo è scappato. Stasera all’appello il minimo gli ha 7-8 ore di vantaggio, non lo ritrovan più, non lo beccan più!”, dissi io. Eh, s’arrivò all’appello, e come venne l’SS, si portano morti come sa, come di regola, e fa, e conta, e conta, conta… e “manca uno!” C’era il capò che non capiva più nulla, lo scrivano lo stesso, se c’erano cento morti non era nulla di male, purché torni il numero, ma se ne manca uno gli era un guaio. E non capivano più nulla loro. Io dicevo “speriamo che non mi faccia piglià dall’emozione e faccia capire che è un italiano”. Allora prendono a tutti i cartellini e cominciano a leggere. E arrivano a “Veronesi Danilo”, non risponde. “Veronesi Danilo italiano”, non risponde. E allora l’allarme subito. Dice “gli è scappato un italiano”, e io c’avevo lì d’intorno a me russi, polacchi, jugoslavi. Il polacco mi fa “[…] italiasco”, il russo lo stesso m’abbracciò “bravi”, i francesi, “bien bien”, gli spagnoli “dobra, dobra”; un po’ di dobra, un po’ di quello un po’ dell’altro, insomma ci si intendeva, e tutti dicevano “bravi, bravi”. Ecco da quel momento, la nostra situazione all’interno del campo la cambiò da… da tutta. Tutti ci consideravano come loro, perché gli era scappato. Dettero l’allarme, portarono i cani, io la mia paura dissi “allora tu m’ha dire”, s’eramo io e un polacco, si dormiva in tre, dissi “tu m’ha dire”, il numero 31, l’hai visto [Castellani si rivolge all’intervistatore, ndr], “tu m’ha dire ‘ndo gli arriva…” e i cani sentono l’odore vengono subito da me. Io sai, al polacco non gli dicevo nulla, io tremavo dalla paura. Gli vanno a lasciare andare i cani, corrono, e infatti dopo du secondi gli eran lì da me, gli avevano una bocca grande così. Ecco io devo dire la verità, mi si fermò a due metri, non mi fece nulla, nemmeno toccato! Pareva ci fosse un vetro di fronte a me! Vense l’SS, perché c’ha il numero del letto, io c’ho il numero del letto, sapevano chi ci dormiva, mi venne lì e mi fa, con l’interprete, “che sai qualcosa te?”, “io no nulla, nulla nulla” e mi dette du schiaffi. Disse “domani”, lui disse “morgen” ma l’interprete dice “allora domani ti fanno un interrogatorio”. “Oh tu m’ha dire, speriamo non parli, io non credo di non resistere, e parlerò e dirò anche quel che non dovrei dire”, la mia paura l’era quella, e che anche il polacco lo stesso, che s’eramo sette a lavorare, io avevo il pensiero solamente della mattina.
Arrivo la mattina all’appello, dice [dico, ndr] “ora mi chiamano, tu m’ha dire che mi fanno”. Dico la verità: nessuno m’ha trovato, nessuno m’ha chiamato e nessuno m’ha detto nulla, per fortuna. Passa tre giorni e non sapevo nulla, passa tre giorni e viene ripreso Danilo. Viene ripreso in una baracca perché lo trova un guardiacaccia. Lui gli era entrato dentro di questa di baracca perché c’erano delle mele, per mangiare. Lui lo vede, non disse nulla, dietro c’era una pala, gli tirò una palata nel capo e lo fece svenire. Chiamò le SS, vensero a prenderlo, lo riportarono nel campo, la sera, portato nel campo la sera il comandante gli era al cine con la ragazza, a Ebensee, andettano giù a chiamarlo con la motocicletta, “si è ripreso l’uccello che ha tentato la fuga”, dice “davvero?”, “sì”, “e allora vengo subito su” e lasciò. Gli arrivo lì, io… parole dette da uno che è stato presente all’interrogatorio, questo Bartan, e gli disse il comandante “te tu volevi correre? Ora ti fo correre io. Io ero al cinema con la mia ragazza, stevo bene, per colpa tua mi toccò lasciarla e non vedere un bel film, e venir qui per interroga’ te, e te non vuoi di’ nulla. Non importa. Ma ora te tu volevi correre? ti fo correre io”, e gli aizzò il cane e lo fece sbranare dal cane […], e lo fece morire. Ecco, Danilo morì così.
D: Roberto, scusa, tu sei andato a lavorare nelle gallerie di Ebensee. In cosa consisteva il tuo lavoro?
R: Il mio lavoro gli era… C’ho dei plastici… Quello della galleria noi si parte, la prima è una squadra e si fa 4 metri per 4, siamo una squadra di quindici; poi un’altra squadra di quindici dopo 10 metri nostra, partono e fanno 8 per 8; poi dopo ancora 10 metri parte un’altra squadra e fa 15 per 12. Ecco, era un lavoro a catena, e s’andava avanti così.
D: E come perforavate la montagna? Che strumenti usavate?
R: Noi, gli strumenti che si aveva noi e avevano loro erano tutti strumenti modernissimi, non si faceva con le mani, e né con il picco, ma tutti mezzi moderni, tutta aria compressa. Però bisognava sapere adoperarli, io non le ho mai viste queste macchine. Insomma, me la imparai, s’aveva le […], si metteva lo scalpello che fora il centro e si faceva fori, fori di un metro e mezzo, poi mettevano la dinamite e facevano saltare per l’aria. Fatto saltare per l’aria, poi prendevano sempre una specie di gru piccolina e caricava i vagoncini. Noi s’eramo dietro, si spingeva via questi carrelli e si mandavano via, e li portavan fuori, il materiale fuori. Ecco, il lavoro si svolgeva così, 12 ore il giorno.
D: Dentro nelle gallerie, umidità…
R: Umidità… Per esempio, si va avanti, si trova una vena d’acqua: bisogna star lì. Si smette e si trova invece asciutto, tutta polvere. Poi si ritrova l’acqua, e bisogna stare lì sotto. Il peggio era quando si trovava l’acqua no a scrocio, l’acqua a gocciola, ci cascava sulla testa ed era un disagio e non ci si poteva muovere eh. E tutti molli in quella maniera, con tutta la polvere, s’eramo […], non ci si conosceva l’un l’altri.
D: E tu quanto hai fatto in galleria?
R: Io in galleria ho fatto dal maggio, dai primi di maggio, alla fine. Un anno. Io sono stato 15 mesi nel campo di concentramento di Ebensee: non ho mai avuto una linea di febbre, non ho mai avuto un colpo di tosse. Solamente, quando mi hanno liberato, ero 28 chili, ecco, questo sì. Però camminavo.
D: Come ti ricordi la liberazione?
R: Eh, la liberazione me la ricordo bene io, ero fuori, non ero in infermeria come tanti. Perché a mezzogiorno – io penso sia stato mezzogiorno – a mezzogiorno c’era… vense una camionetta americana, sembrava. Dice “ci sono gli americani! ci sono gli americani!”, poi sparirono. Invece alle 14 e 45 t’arrivarono tre autoblindo americani, entrarono nel campo. Ecco, noi siamo stati liberati alle 14 e 45. E lì gli entravano gli americani, con queste autoblinde, e s’eramo, io dico, un diecimila fuori ancora dai campi, e gli altri erano a giacere, a dormire, e aspettavano la morte. Stesso eravamo applauditi tutti, gli americani quando sortirono… gli aprirono la… il carro-armato, che l’era l’autoblinda, sortirono fuori: restarono imbambolati, non impauriti, ma non si aspettavano… A noi non ci faceva nulla, perché ci eravamo abituati a vede’ tutti secchi, ma loro restarono lì impietriti, però capirono subito che bisognava che ci dessero da mangiare. Loro gli avevano gli zainetti, c’avevano da mangiare per tre giorni a quanto sembra. Cominciarono a distribuire a tutti, ma s’eramo tanti, non c’era verso, non toccò a nessuno si può dire. Allora io poi dopo andei – non c’avevano più nulla – io vo da uno di ‘sti americani, coi pantaloni, lo prendo dal carro e lo tiro, e mi fa quello “eh”, gli fo “oh tu nun c’hai nulla per me?”, “italiano!” dice, “sì”, “io paesano, siciliano, io americano ma siciliano! Mi dispiace” ed avviò a piangere, “io non c’ho nulla, non c’ho nulla. ‘petta però…”. C’aveva un pacchettino – io non sapevo neanche che l’erano – di gomme no, ora lo so, ma allora non lo sapevo: sentivo il profumo buono, me l’aprì, me la messe in bocca, e io la mangiai, non la ciucciai mica, e mi faceva lui, sai “no no no no”, “ma che no, bischettò!”, e la mangiai. Ecco, lui m’abbracciò, questo dice “non ce n’ho più, aspetta, ora vo a vede’ se trovo…”, e ma non trovò nulla. Insomma, ma poi dopo da mangiare, anzi…
D: Che giorno era la liberazione?
R: Gli era la domenica, il 6 maggio. Il 6 maggio. E gli americani… ce n’era anche troppo da mangiare, e purtroppo fu quello il guaio, perché di molti morirono perché troppo da mangiare.
D: Quando sei rientrato in Italia tu, Roberto?
R: Io sono rientrato il 19 di giugno del 1945, perché vensi via a piedi. Si scappò, si scappò… si vense via dopo 3 o 4 giorni, si disse “che si fa? si va a casa, si va a casa”. E i tre pratesi, io Gino e Vincenzo. Si traversò l’Alpe, a rischio anche di morire, scemi, però si tornò a casa.
D: A piedi.
R: A piedi. A piedi sino a… a piedi, stiamo bene attenti…
D: Nessuno è venuto a prendervi?
R: No, per dire la verità noi si è avuto di molta fortuna perché… un colonnello americano ci dette un permesso in tre lingue, russo, tedesco e inglese. Questo lasciapassare ci permetteva di fermarsi a tutti gli accampamenti militari e ci dovevano dare tutti da… l’assistenza, e accompagnarci.
D: Ma dico, dall’Italia, non è venuto su nessuno a prendervi?
R: No, io dall’Italia, quando sono arrivato in Italia, io sono passato da Bolzano. Per esempio, Bolzano, per dire la verità io ho attraversato le Alpi e da, mi pare si chiami San Martino, dall’Austria, gli è un passo, e poi si è trovato la divisione Folgore, italiana. E questa divisione Folgore ci prese lei, ci portarono sempre con le jeep, e ci portarono a Cortina d’Ampezzo. Poi da Cortina d’Ampezzo a Bolzano. A Bolzano ci misero in un ospedale, e i dottori ci dicevano “non andate via, non andate via! su, siete sani, ma non andate via! ora vi si rimette un po’, tanto si dà alla radio tutto il nome, i vostri familiari lo sanno poi”, “no no noi si vuole andare”, “allora se volete andare a casa domattina c’è un trasporto che parte da Bolzano e va a Verona, poi da Verona a Modena”. A Modena ci si stette 7-8 giorni, all’Accademia di Modena, poi da Modena ci portarono coi camion a Bologna. A Bologna con una tradotta ci portarono a Firenze.
D: Roberto scusa, delle 700-800 che sono state arrestate a Prato e provincia, quante sono state deportate?
R: Ecco. Noi si suppone che siano stati dai 700 a 800 persone arrestate, in provincia di Prato. Dopo la selezione… perché i nazisti volevano 500 persone, 500 persone da porta’ via, e tanto è vero che ne fu portati via 480. Di 480 siamo tornati solamente 17. Perché poi si fu divisi: più di 300 si andette a Ebensee, alcuni andettano a Melk, alcuni andettano a Gusen, e altri gli andettano anche a coso… a… Steyr, e così. E ora siamo solamente vivi in tre.
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Mi chiamo Mattia Alberto Ansaldi. Sono nato a Torino il 12 marzo 1927. Sono stato preso prigioniero a 16 anni, il 20 settembre 1943, da polizia politica fascista. Motivo. Il 10 settembre del ‘43 ci avevano comunicato… avevano parlato con i miei genitori soldati che erano scappati dalle caserme l’8 settembre a Cuneo, pregando di portare loro roba, vestiti, perché volevano ritirarsi sulle montagne e non andare coi tedeschi. Ragion per cui avevano bisogno di tutto. Entusiasta, sedicenne, per me una grande avventura, sono partito, ho portato su della roba a loro. Arrivato, mi chiedono per favore se posso trovare altre persone che vogliono andare a far resistenza sui monti con loro, di mandargliele. Dico “beh, volentieri”. Ritorno – perché in quel periodo noi eravamo sfollati nella città di Alba – ritorno a casa, spargo la voce, e diverse persone rispondono a questo. Gli indirizzo dove c’era questa riunione di soldati che erano scappati dalle caserme, dopodiché parto con loro, ancora un’altra volta, a portare altra roba, eccetera. Ritorno indietro. Il giorno seguente, che era il giorno 20, al mattino – stavo parlando con mia madre perché noi avevamo un negozio alimentari – una persona entra e mi chiede “tu sei Ansaldi?”. Io vedo che questa persona tira fuori una pistola di tasca, scappo dalla parte opposta, cerco di scappare. Dalla parte opposta c’era già un’altra persona, un altro giovane che mi aspettava, quindi perciò erano molto informati, informati benissimo dell’ubicazione in casa mia.
In seguito, tanto tempo dopo, ho saputo il motivo di questa cosa: una delazione involontaria di una persona che proprio non mi era nemica per niente. Trasportato prima a Savona, alla Casa dello Studente, dopodiché immediatamente portato la notte stessa a Marassi, nell’ultima sezione in alto. Là sono stato, diciamo, in isolamento dal 20 di settembre ai primi di gennaio. Il giorno esatto che mi hanno fatto uscire non lo so, perché non lo ricordo assolutamente, sono ricordi che sono rimasti confusi. Non so se fosse il 2, il 3, il 5 o il 6.
D: Ecco, scusa Mattia, dove ti hanno arrestato?
R: Ad Alba. Alba. Gliel’avevo già detto prima, avevo accennato che io abitavo ad Alba.
Allora, si mettono con altre due persone, altre due o tre persone lì – non so, forse di Genova o che, abbiamo parlato molto poco – ci mettono in vagone e ci spediscono. Arriviamo dopo quasi un giorno e mezzo di viaggio – c’è una notte [di mezzo] – in un campo di concentramento, perché praticamente erano tutte baracche: non so quale fosse, ma penso fosse Dachau. Di buon conto, ci fanno passare lì un due o tre giorni, dopodiché ripartiamo, io e i due uomini, le donne non le ho più viste. Però, a un certo punto, loro sono spariti, sono rimasto solo, e mi trovavo – ho saputo dopo – nel bacino della Ruhr, dove non m’hanno dato nessun numero ancora, mi hanno soltanto tolto i vestiti civili e m’han dato dei… ma non degli abiti… un paio di pantaloni neri e una giacca nera. Dopodiché m’han fatto lavorare vicino alle grandi industrie lì, nel bacino della Ruhr. Dopo diversi altri bombardamenti che c’hanno preso, distrutto le baracche, sono stato mandato… almeno, penso che fosse il campo di Neuengamme. Però non sono stato immatricolato in Neuengamme, sono tornato direttamente – questo sempre nel… diciamo, tarda primavera del ’44 – verso la frontiera tedesca, e danese, a costruire le fosse anticarro, unico italiano fra tremila e più russi e polacchi. Questa è stata una cosa molto interessante perché praticamente durante tutto il periodo della mia prigionia ho incontrato soltanto un italiano: meglio che non l’avessi incontrato, che poi tra parentesi non era prigioniero, l’ho incontrato a Mauthausen, questo più in avanti.
Dopodiché dopo un po’ di tempo veniamo trasportati – finito di fare queste fosse – ci mandano a Sachsenhausen. Arriviamo a Sachsenhausen il 15 settembre del ‘43, qui adesso ho la documentazione […] posso dirlo in tranquillità, dove mi hanno dato il numero cento tremila sei otto sei, seicento ottantasei, centotre seicento ottantasei [103.686, ndr]. Durante il periodo di permanenza nel campo di Sachsenhausen sono stato addetto al ‘Bombe commando’, ovverosia una squadra, una piccola équipe di 5-6 persone. Lì ho avuto una grande fortuna, ho incontrato moltissimi belgi, specialmente, diversi belgi, che parlando francese ci siamo potuti capire, è stato il primo momento perché il mio tedesco era molto molto molto scolastico e lo sapevo molto poco; perciò, me la sono cavata sempre discretamente parlando un paio di lingue. Ragion per cui… parlando… questo è un eufemismo, ma non importa… sbrigandomi in questo modo. Durante il periodo del Bombe commando posso dire che è stato forse il periodo migliore, per il semplice motivo che vivendo praticamente nella città di Berlino, avevo la possibilità di racimolare qualcosa da mangiare in più, cosa che nel campo non succedeva. E nel contempo però venivamo sempre decimati, perché ogni tanto una squadra saltava in aria, e per fortuna mia sono rimasto, sono ancora qui tuttora, perciò mi è andata sempre bene.
D: Ecco, scusami Mattia, la vostra mansione in questo commando qui qual era?
R: La mia mansione in questo commando era il galoppino, essendo l’unico, come dico, che parlava un po’ di francese e un po’ di tedesco, logicamente venivo mandato da una squadra all’altra per fare cose… per i collegamenti. Per mia fortuna, perché anche quando sono successe le cose, tutte queste cose, praticamente io ho avuto la fortuna di salvarmi perché non era il momento giusto nel posto sbagliato. Perciò, diciamo semplicemente che la fortuna mi ha seguito, tutt’ora sono qui, perciò è logico questo. Fatto sta che dopo un certo periodo di tempo che eravamo su…
D: Voi dovevate recuperare gli ordigni inesplosi?
R: No, dovevamo disinnescare gli ordigni inesplosi più che altro, il recupero non era compito nostro, noi il disinnescamento della spoletta. Infatti siamo andati avanti per un bel periodo di tempo, per diversi mesi. Dopodiché, passato il… cominciato il ‘45, siamo rimasti un po’ nel campo. C’è stato un po’ di maretta perché praticamente stavano arrivando le truppe alleate. Cosa succede? Succede semplicemente che noi siamo trasferiti con trasporto di tremila e cinquecento persone e più da Sachsenhausen a Mauthausen, in Austria.
Ho avuto piacere di sapere questo: io di questo trasporto mi ricordavo quasi vagamente, era una cosa per me quasi inconsistente, una nebulosa. Ho avuto la fortuna di incontrare durante il recupero mio in Germania amici conosciuti tedeschi, danesi eccetera, che erano partiti con me da Sachsenhausen, sullo stesso trasporto, a distanza, poi sempre a distanza perché il loro numero era di poco inferiore e un altro poco superiore del mio, e questo mi ha dato una grande gioia perché ho detto “ci siamo trovati fratelli, uniti anche se forse di diverse nazionalità, non importa”. La cosa più interessante di tutte quando siamo arrivati a Mauthausen, ci fanno fare la scalinata. Noi era tre giorni che non si mangiava e non si beveva, su quella scalinata non so quanti sono rimasti, […] tanti.
Siamo arrivati, ci hanno passati alla doccia, spogliati, dopodiché non ci han dato nessun vestito perché non c’era niente da mettere addosso, ci han mandati nel sotterraneo che c’è all’ultimo edificio in fondo, c’era allora a destra, dove per fortuna nostra c’era del sale, rosso, in sacchi. Questo cloruro di sodio ci ha salvato la vita, perché succhiando quello siamo riusciti a produrre un po’ di liquido per il nostro corpo. Dopodiché ci hanno vestito, ci han dato qualcosa addosso, e siamo scesi al San Valentin [Sankt Valentin, ndr], alla miniera, alla mina, ci han mandati a lavorare, per un periodo di tempo abbastanza breve perché siamo stati sì e no un 20-25 giorni lì.
D: Ti hanno immatricolato di nuovo?
R: Certo immatricolato di nuovo, il mio numero di Mauthausen è centotrenta duecentotrenta [130.230, ndr]. E, come dicevo siamo scesi, dopo una ventina di giorni che facevamo la spola fra San Valentin e Mauthausen, ci hanno bloccato e ci han mandati alla stazione ferroviaria e ci han spedito ad Amstetten. Ho sempre creduto fosse Ebensee, poi finalmente sono riuscito ad appurare che era Amstetten dove c’han mandato. E lì nello stesso… in questa cittadina di Amstetten siamo andati a riparare la cosa… la stazione ferroviaria che veniva bombardata lì di notte, noi di giorno la riparavamo. Abbiamo continuato fino alla fine del conflitto. Ecco, questo è praticamente, diciamo, è il nesso di quello che è stata la mia deportazione.
D: La liberazione, il momento della liberazione?
R: La liberazione, 6 maggio 1945 alle 14 del pomeriggio, un carro armato statunitense abbatte la porta, abbatte il portale d’ingresso e si ritira. Non viene dentro.
D: Il portale d’ingresso…
R: Il portale d’ingresso del campo.
D: Di Mauthausen?
R: No, non di Mauthausen, di Amstetten, di Amstetten. Dopodiché si ritira. Noi usciamo, facciamo per andare fuori, ma eravamo talmente… siccome gli ultimi giorni del conflitto, gli ultimi giorni [in cui] eravamo rimasti le SS erano sparite tutte, era rimasto soltanto qualche vecchio soldato che poi tra parentesi anche quello all’ultimo momento era sparito, il vitto non c’era più, siamo rimasti a terra, quindi praticamente eravamo degli zombi diciamo.
Abbiamo cercato di uscire, di andare da qualche parte. Io ho avuto la fortuna di uscire, e andare verso… verso il dove non so. Mi sono trovato vicino a una fattoria, un casolare: sono entrato, vedo una donna che commossa mi dà una ciotola, dentro c’era della verdura, l’ho mangiato con avidità perché ovviamente avevo fame, poi sono uscito. Nell’uscire, diciamo, nel buio di quella grande camera dove… dello stanzone dove ero, ho visto delle divise: erano soldati tedeschi, anche loro tornavano a casa, più o meno facevano come noi. Dopodiché sono andato a… ho proseguito la strada, mi sono trovato in una piccola cittadina di Bad Ischl. A Bad Ischl ho incontrato, il comando di… il comando inglese, delle truppe inglesi. Sono stato portato al… diciamo, all’infermeria, dove mi hanno disinfettato, e mi hanno messo in infermeria; soltanto che non mi davano da mangiare, io avevo una fame tremenda, e logicamente mi sono alzato, ho preso qualcosa, me la sono messo addosso, sono andato fuori. Ho avuto la fortuna di trovare un altro, un italiano, un militare italiano, che mi ha aiutato ad andare sia verso il Municipio dove ci davano degli indumenti da metterci addosso, poi siamo riusciti ad avere anche qualcosa da mangiare. Dopodiché abbiamo peregrinato per un po’ di tempo, fino a che non siamo riusciti a trovare un mezzo che ci ha portati fino a Innsbruck. A Innsbruck ci siamo fermati perché tutte le macchine che c’erano a Innsbruck sono state sequestrate perché c’era la colonna del Vaticano che partiva da Innsbruck per portare giù in Italia. Però partiva diversi giorni dopo, e allora noi dovevamo arrangiarci anche per i viveri su a Innsbruck. Così abbiamo fatto, in qualche modo abbiamo vissuto, dopodiché siamo rientrati in Italia.
Io sono arrivato fino ad Alessandria, noi allora si abitava ancora… almeno, speravo che si abitasse ancora ad Alba, perché durante tutto il periodo della prigionia io non ho mai potuto né scrivere né ricevere, quindi praticamente ero all’oscuro di tutto, non sapevo se i miei genitori fossero ancora vivi o meno. Ho avuto la fortuna di arrivare fino ad Alessandria, dopodiché a piedi, fino ad Alba, perché da allora non c’erano né mezzi di comunicazione né niente, quindi praticamente l’unica strada era Cava di San Francesco, e siamo arrivati fino a… sono arrivato fino a casa. Certo, quella sera devo descriverla? No, è meglio di no. Devo descriverla?
Durante il periodo del ’45, come allora, praticamente la vita era ancora molto patriarcale, la televisione non esisteva, la radio era molto…
D: Ecco, scusa un attimo Mattia, allora la liberazione al 6 maggio del ’45, tu sei arrivato a casa ad Alba quando?
R:Era il 20 maggio, 20 maggio del ’45. Ovviamente io arrivo alla sera, era tardi, era verso le otto di sera, e c’era ancora un po’ di luce. Allora le persone, dato come dicevo, non c’era né televisione né niente, si radunavano in crocchio. Noi, essendo proprietari di un negozio alimentari, ci si metteva lì sotto un porticato a chiacchierare tra varie persone. Il mio papà seduto su una sedia, col sigaro toscano in mano, il fiammifero dall’altra, si volta e mi guarda. Però non ci crede ai suoi occhi, strofina il sigaro contro il muro e si mette il fiammifero in bocca. Dico: “Papà guarda che il sigaro è quello”. Butta via tutto, mi abbraccia, e poi… stop. Soprassediamo al resto.
D: Ascolta Mattia, facendo dei salti indietro adesso…
R: Sì, prego.
D: Hai subito degli interrogatori tu?
R: Interrogatori sì, ne ho subiti ma… Gli interrogatori per me erano una cosa… non c’entravo… Io praticamente, la mia giovane età, l’unica cosa che a me è stato chiesto tutte le volte che entravo in un campo, in qualsiasi posto arrivavo: “sei ebreo?”. Perché essendo molto giovane la prima cosa che ti domandavano era “sei ebreo?”. Ovviamente era quella. Io ho sempre risposto no. E poi, c’è una cosa molto lampante, che gli ebrei praticamente hanno il prepuzio del pene che è scoperto, mentre invece io non l’avevo scoperto, perciò praticamente sapevano che non ero ebreo. Ma la prima cosa che mi chiedevano per la giovane età era quella. Interrogatori veri e propri… non ne ho subiti interrogatori, nel senso… perché cosa potevo dire io? Assolutamente nulla.
D: Anche quando ti hanno arrestato?
R: Io sono stato arrestato dalla Polizia politica fascista come un grande traditore, perché avevo aiutato i ribelli. Ma io non ne sapevo assolutamente nulla di queste cose. Scusa, a un certo punto… Devo continuare o no?
D: Sì sì sì.
R: A sedici anni nel 1943 si era semplicemente dei ragazzi, io ero studente durante il periodo, diciamo, di vacanza: non si sapeva assolutamente nulla. Essendo cresciuti sotto il regime fascista, quando in casa non si poteva parlare di politica, anzi, poi a noi non interessava assolutamente, che cosa potevo sapere io? Io mi sono trovato a fare il saluto fascista davanti ai tedeschi e prendere un grande ceffone perché m’hanno detto che ero un traditore. È ovvio che… Io non sapevo cosa avevo tradito, eppure avevo tradito. Ovviamente poi in seguito ho capito tutto il perché. Io, non politico, sono stato politicizzato, e molto, di modo che alla fine se forse avevo delle certe idee ho dovuto cambiare completamente. Tutto lì. Domanda.
D: Ci parli del campo di Sachsenhausen?
R: Certo.
D: Come te lo ricordi?
R: In che senso?
D: Come era il campo.
R: Il campo era organizzato molto bene, c’era, diciamo, il Lagerältester, che praticamente… un Lagerältester che francamente parlando è stato uno dei migliori Lagerältester che ci fossero, che siano stati al campo di Sachsenhausen, uno degli ultimi che è stato. Era un criminale tedesco, però un criminale tutto particolare. Io non so cosa fosse o che, so soltanto che tutti i miei compagni di Sachsenhausen quando c’è stata la liberazione – io non ero in Sachsenhausen – loro l’hanno protetto, perché praticamente han detto che aveva fatto più lui di bene che tutti gli altri, io questo però non… queste sono le cose sentite dire poi in seguito.
Perché tu devi capire che le cose che in questo momento io sto dicendo, una gran parte io le ho riscontrate ripensando e parlando con i miei ex compagni. Perché la prima intervista che ho rilasciato tanti anni fa, o quasi venti anni fa, per me è piena di lacune perché avevo proprio la mente vuota. Sia forse perché ero rimasto per più di trent’anni che non ho più parlato di questo, dato che come sono arrivato, la prima cosa che m’han detto, quando ho raccontato a tre persone abbastanza importanti quello che m’era successo m’han detto: “impossibile!”. Questa parola ‘impossibile’ era rimasta fissa in me, io perciò avevo messo tutto in disparte, tutto, non ho più voluto parlare con nessuno, assolutamente di questo. Infatti, quando io per la prima volta mi sono trovato a Torino con uno dei nostri vicepresidenti, Dario Segre, a una manifestazione di deportati, mi fa: “E tu cosa fai qui?”. Dico: “Io sono deportato.” “Sì, ma son tanti anni che ti conosco, mai saputo!” E io dico: “E perché devo dirlo? Mai nessuno me lo ha chiesto.” Era diventata quasi una vergogna essere deportati, ragion per cui non si diceva più in giro, assolutamente.
D: Ecco, nel campo di Sachsenhausen erano molte baracche?
R: Sì, di baracche ce n’erano tantissime, ovviamente erano ripartite in vari settori. Io praticamente dovessi dirti quante baracche ci fossero non lo so, non l’ho mai saputo, non mi sono mai interessato al numero delle baracche. Io so soltanto che noi eravamo assegnati a quella baracca, la baracca numero 15, e sono stato lì per un certo qual periodo. Poi sono stato trasferito in un’altra baracca, però non ricordo il numero di questa baracca quale fosse, perché francamente parlando, il numero si ricordava soltanto per quando eri sotto, eri su all’appello per andare al tuo posto di dormire, cioè la tua cuccetta.
Ma… Il campo di Sachsenhausen era molto… era organizzato non solo militarmente, era organizzato, diciamo, con un criterio particolare, perché siccome il comando delle SS, la famosa Villa Eicke – quella che ora chiamiamo Villa Eicke, dove c’era il comando tattico delle SS, praticamente quelli che sovrintendevano a tutti i campi di concentramento – era proprio vicino a noi, quindi praticamente noi eravamo il campo scuola per loro, ragion per cui tutto doveva filare alla perfezione.
D: Ecco, un altro campo, che è Amstetten, era vicino al centro abitato oppure era distante dal centro abitato?
R: Il campo di Amstetten era semplicemente un grandissimo… era una… diciamo, una vecchia struttura austriaca, dove c’era un grande maneggio; noi eravamo ospitati… noi si dormiva tutti per terra sul terreno nudo in quel che era stato il campo del… la sala di maneggio, cioè una sala lunga, non so, un 350-400 metri, non so quanto fosse in larghezza, ad ogni modo noi si dormiva tutti lì. E il campo, il pezzo di campo, era recintato, dove c’era soltanto due baracche, dove ci davano la sbobba e il pane, tutto lì. Ecco, nient’altro. Il campo di Amstetten era… io quel che ricordo, perché francamente parlando non ricordo altro.
D: Ti ricordi, a Dachau hai detto, Sachsenhausen, e poi Mauthausen, e poi Amstetten, di aver visto delle donne?
R: Donne… A Mauthausen ho visto delle donne, ma le ho viste soltanto dietro una finestra. Aspetta… sì, a Dachau sì. Dachau… poi, non lo so, io ho detto Dachau però non ne sono certo di questo, perché sono passato da un campo che non conoscevo, quindi ragion per cui non posso dire con precisione che campo fosse. Penso fosse Dachau perché ci hanno detto che eravamo vicino a Monaco, quindi l’unico campo era Dachau. Io di donne ne ho viste semplicemente quelle che… le donne che erano con noi, quelle due donne che sono partite da Genova con noi. E poi altre donne, ci saran state ma non lo so.
A Neuengamme, di donne – quando son passato a Neuengamme – di donne non ne ho viste in assoluto. Alla frontiera danese, quando ho fatto le fosse anticarro – insomma, son stato per diversi per diversi mesi a far le fosse anticarro – non ho visto donne assolutamente.
Ecco, alla frontiera danese devo dire un piccolo particolare. I danesi sono stati molto molto molto gentili con noi, gentili in tutti i sensi. In questo senso. Noi si lavorava e si passava incolonnati, partendo da dove si dormiva per andare a questi campi di lavoro. Tantissime volte queste donne vedevano passare questa gente che aveva dei… era smunta, malandata, eccetera; eran piccole cose, ma tante volte si trovava sul lato della strada un pezzo di carta con dentro un pezzetto di pane, pane e margarina, per noi era come se fosse uno dei più grandi dolci, una torta o qualcosa di simile. Siamo stati… Un convoglio di rifornimenti è stato bombardato: eh beh, loro ci hanno aiutato, anche se magari avevano razziato già tutto i tedeschi, non importa, ci hanno aiutato con un po’ di patate e barbabietole e compagnia bella. Non saprei cosa dire. Infatti ho ringraziato, ho mandato al nostro compagno rappresentante di Sachsenhausen, danese, il dottor Petersen Skovgaard [probabilmente Inge Petersen Skovgaard, storico danese coinvolto nel salvataggio e trasporto di deportati negli ‘autobus bianchi’], che lui praticamente è il responsabile della deportazione di Copenaghen, una lettera dove ho ringraziato… ho voluto far ringraziare gli abitanti del paese della cittadina di Husum, perché avevano fatto a noi questa cosa, e ho avuto anche una risposta molto simpatica, e concreta.
D: Religiosi, ti ricordi di aver incontrato tra i deportati dei religiosi?
R: Religiosi in senso religiosi cattolici, no. Bibelforscher sì, Testimoni di Geova. Due. Che però, francamente parlando, l’ho saputo solo dopo che erano Testimoni di Geova, ed erano gli ultimi rimasti nel campo di Sachsenhausen, dove sono passati circa quattrocento e più testimoni di Geova. Sono gli unici religiosi con i quali ho parlato. Di religiosi della religione cattolica non ne ho incontrati assolutamente, come neppure di altre religioni perché, francamente, non li ho molto cercati. È questo.
D: E ragazzi più giovani di te?
R: Mai incontrati. Mai incontrati ragazzi più giovani di me. Io sono stato uno dei ragazzi più giovani che fosse nei campi, in quel periodo; almeno, nessuno che mi abbia detto che… e poi, io ero imberbe, ancora.
D: Ebrei ce n’erano nei campi?
R: Sì, ebrei ce n’erano. Ecco, ebrei ne ho incontrati un po’ da tutte le parti. Gli ebrei che ho incontrato più che altro gli ho incontrati nel campo di Sachsenhausen. Non molti, perché nel campo di Sachsenhausen ce ne sono stati pochissimi. Però loro erano, diciamo, una razza a parte, nel senso che loro facevano clan, erano sempre tutti uniti; mentre io, come italiano, essendo solo non avevo nessuno, non potevo [essere] seguito con nessuno. Ecco, l’unica cosa che mi ha colpito moltissimo è stato questo, che erano sempre molto uniti, molto vicini l’uno all’altro.
D: Tu non sei mai stato ricoverato nel Revier?
R: No nel Revier, ma… ci sono stato una volta per una… semplicemente per un… diciamo, una piccola ferita superficiale, sono stato disinfettato soltanto e basta. Come ricoverato mai.
D: Quindi non hai avuto quell’esperienza lì del Revier.
R: No no, io non ho avuto l’esperienza ma ho avuto… ho una tara mia personale che purtroppo mi porto dietro dal 1944, quando sono arrivato a Sachsenhausen, che ci hanno lasciato fuori nel cortile, all’Appellplatz, per quasi 47 o 48 ore, nudi completamente, perché non c’era… non so se non ci fosse posto nelle baracche o cosa, ma noi ci hanno fatto stare fuori, perciò… Quella [volta] lì ho preso una terribile pleurite che mi segue tuttora, e i miei bronchi sono quelli che sono. E ora ho i miei ricordi che purtroppo me li porto sempre con me. Stop.
D: Io volevo chiederle se ricorda qualche nome di qualcuno dei suoi compagni che sono partiti da Genova con lei.
R: Sì, ricordo un solo nome, Gino, è l’unico che ricordo, ma però il cognome non lo ricordo.
LA REGISTRAZIONE FINISCE QUI. SEGUE TRASCRIZIONE DELL’ULTIMA PARTE D’INTERVISTA NON RIPORTATA IN AUDIO.
D: E altri nomi di compagni di deportazione te ne ricordi?
R: No, perché praticamente devi capire una cosa: io di italiani non ne ho incontrati mai, e allora non posso sapere i nomi degli altri; praticamente con gli altri non ho mai avuto un rapporto vero e proprio. Ho avuto un rapporto con questi tecnici belgi che sono stati con me al Bombe commando di Berlino, però rapporti con… uno si chiama Charles, un altro si chiamava… mi sembra che fosse Jan o un nome simile. Altre persone non posso dire perché non ho mai incontrato un italiano. L’unico italiano che ho incontrato è un civile che non ha niente a che fare con la deportazione.
D: Un civile che hai trovato nel campo?
R: No, l’ho trovato nella galleria di San Valentin che lavorava. Il motivo è semplicissimo. Nel campo l’unica parola che campeggiava sempre era la parola ‘fame’. Io avevo trovato… anzi avevo trovato il mio vicino di castello, perché si dormiva in due sopra lo stesso… erano i castelli da tre piani ed eravamo in sei persone, cioè due due due. Al mattino mi sono svegliato ed era defunto. Aveva un maglione addosso, gliel’ho tolto, e ovviamente me lo sono messo. Nel contempo ho preso anche la sua razione di pane che davano al mattino, non dichiarandolo morto, perché la fame, come dico, era la prima cosa. Nella galleria di San Valentin, questo italiano mi vede questo maglione addosso e mi dice: “se mi dai quel maglione, io te lo vendo [compro, ndr] e ti dò tre filoni di pane.” Puoi capire! Accetto al volo. “Però mi devi dare il maglione adesso perché io devo portarlo fuori e poi ti porto il pane.” Devo ancora vederlo adesso.
D: Ascolta, in queste gallerie che cosa facevano?
R: Noi trasportavamo dei carrelli di pietrisco, di materiale, e basta. Io non ho mai scavato, ho sempre e solo spinto questi carrelli di materiale. Stop.
D: Ma stavano allestendo delle fabbriche?
R: Domanda alla quale non posso rispondere perché non ero all’altezza di capire quello che facevano, assolutamente.
D: Ma San Valentin, ha dormito a San Valentin?
R: Tutte le mattine si prendevano e si andava in cava, alla sera si ritornava su dalla cava. A Mauthausen. Al mattino si scendeva e alla sera si saliva.
D: Ti portavano giù con il camion?
R: No, no con le gambe, a piedi. Dalla cava a Mauthausen. Io dico San Valentin ma era sotto, la cava delle SS. Ci portavano giù a lavorare poi ritornavamo su alla sera.
PAUSA
R: Non è un trasporto il mio, noi siamo stati trasferiti da Genova. Praticamente il nostro non è stato un trasporto, noi eravamo cinque persone. Cinque persone, non apposta per noi, voi forse non avete presente i vecchi scompartimenti che c’erano nel periodo allora. [In] uno scompartimento c’erano quelle famose serrande di legno che bloccavano tutto: noi siamo partiti in quello scompartimento da soli, noi soli, noi cinque soli.
D: E chi vi faceva la guardia?
R: Di fuori c’era una guardia sulla porta.
D: Italiano?
R: Certo italiano, ovvio, fino alla frontiera. Alla frontiera ci hanno… non so cosa fosse, quando siamo arrivati erano tedeschi e ci hanno fatto scendere.
D: Ma tutto il resto del convoglio erano civili?
R: Il convoglio… il treno era un treno civile, normale, è quello. Eh, sì.
D: E perché Mario Miroglio?
R: Mi suonava un nome che avevo sentito da qualche parte, ma ovviamente della deportazione si possono trovare dei nomi, poi e…
D: Quindi tu non sei partito con un transport?
R: No, assolutamente no, era un trasporto particolare quello.
D: Per voi e basta?
R: Per noi e basta.
D: E non avete scambiato delle parole, voi all’interno di questo.
R: Ma a distanza di 56 anni io quando dico, sinceramente, se anche avessimo scambiato delle parole proprio non le ricordo in assoluto. Anche se avessi avuto una conversazione, la conversazione sarebbe stata dove andiamo, dove ci mandano o cosa, non saprei altro. Non sarebbe esistita una conversazione in questo campo.
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Mi chiamo Pierini Pietro. Sono nato il 6/5/1928 a Pietrasanta, provincia di Lucca. In quel periodo, dalle nostre parti, era fermo il fronte tedesco e americano. Di là dall’Arno di Pisa c’erano gli americani, di qua dall’Arno c’erano i tedeschi. Nella vallata della Versilia – Versilia, Ca’ Majore, Pietrasanta, Forte dei Marmi, le zone della vallata della Versilia – c’era il forte di tutta la truppa tedesca. I tedeschi fecero sfollare Pietrasanta perché doveva passare il fronte, e fecero mandare tutte le popolazioni verso la montagna. Su, nelle colline, nelle alte colline, c’era il paese di Sant’Anna, di Val di Castello, di Mauthau… di Monteggiori, e mio padre, che aveva cinque figli, era un uomo povero, non aveva soldi d’andare a rifinire dentro un caseggiato, ci portò in una baracca nell’uliveto della Versilia. La zona si chiama La Rocca.
Il 12 di agosto, all’improvviso, arrivò la famosa… sterminio di Sant’Anna: arrivarono i tedeschi all’improvviso, e casolare per casolare, distrussero tutto Sant’Anna. Nel ritornare indietro da questo eccidio passarono dalla parte dell’uliveto dove noi eravamo nascosti. Mio padre, mio nonno e altre persone erano nascosti in punti dove non potevano essere trovati dai tedeschi; noi che eravamo dei bambini, perché io avevo 16 anni, mio fratello appena 17 e qualche mese – che ci corrono 16 mesi da me a lui – entrarono in questa baracca, e ci videro, e ci presero dalle braccia di mia madre, e ci portarono, non dico il carcere di Pietrasanta, ma nel salone al carcere di Pietrasanta. Assieme a noialtri portarono anche dei partigiani che avevano preso durante il rastrellamento; che questi poveri ragazzi venivano torturati per sapere, perché da noi nella nostra zona c’era una zona chiamata ‘Casa Bianca’, che è tutt’ora nella vallata di Strettoia, Vallecchia, e Capriglia, c’è una zona chiamata Casa Bianca. Pare che a quell’epoca la storia della Casa Bianca, che fosse un nome convenzionato dei partigiani dove fosse il comando, il rifugio. Allora i tedeschi chiedevano di dove sei, dove abiti; se disgraziatamente una persona diceva “vengo dalla Casa Bianca” o “abito alla Casa Bianca”, quello era un uomo morto perché volevano sapere e veniva torturato.
A Pietrasanta, in questo casermone, questo stanzone, radunarono parecchi rastrellati di queste zone, di Sant’Anna e tutte queste zone. A un certo punto, fatta la colonna di un circa due o trecento persone, ci incollarono da Pietrasanta a Lucca a piedi…
D: Scusa Pietro c’erano anche delle donne?
R: No, donne non ce n’era, erano tutti uomini. Arrivati a un certo punto, vennero i tedeschi e ci incolonnarono, era di mattino, e ci portarono verso Lucca. Strada facendo, io dico nella zona del camposanto di Pietrasanta, vidi mia mamma e i miei due fratelli, con una scatola di scarpe, non riesco a parlare… con una scatola di scarpe che era piena di patate e polenta fritta, che ce la allungò, e io e mio fratello quel giorno mangiammo. Facemmo 32 chilometri a piedi. Ci fermammo al castello di Monsummano, dove anche lì c’erano altri partigiani presi nel rastrellamento che fecero durante i rastrellamenti che facevano in quel periodo nelle zone di Pietrasanta, Ca’ Majore. Da lì poi ci presero e ci portarono alla Casa Pia di Lucca.
D: Ecco, ti ricordi quando era questo?
R: Sì, mi ricordo il periodo, i giorni: io penso che fosse stato dal 12, dunque dopo siamo stati verso il 13, 14 di agosto; sì, dopo quattro giorni dal rastrellamento.
D: Del ’44?
R: Del ’44, del ’44. A Lucca ci fu una selezione di tutte queste persone: i vecchi che avevano preso li scartavano, i ragazzi li avrebbero scartati, ma siccome io, essendo già un ragazzo abbastanza ben messo, purtroppo non sapevamo di andare a finire in Germania, ci dicevano che ci avrebbero portato a fare le trincee lungo Pisa, nelle retrovie di Pisa. Invece un bel giorno, non so, verso il 24, 25 – che ci abbiamo passato un po’ di giorni tra Monsummano, tra il castello e tra la Casa Pia – ci presero, ci caricarono sopra dei mezzi, dei camion, e ci portarono a Bologna. Partimmo di notte. Però non sapevamo dove andavamo.
Arrivammo a Bologna e arrivammo qui alle Casermette Rosse di Bologna. Alle Casermette Rosse di Bologna io credo che ci sarò arrivato verso il 24, così, ma ancora non sapevamo di essere andati in Germania; infatti, io dico sono stato portato in Germania il 26, ma io sono stato preso ben molti giorni prima della deportazione. Qui alle Casermette Rosse di Bologna fecero una selezione: numero 1 per la Germania, numero 2 lavoravano in Italia, numero 3 erano quelli senza un occhio, senza un braccio, presi durante altri rastrellamenti. Fui preso e trasportato… ossia, mi dissero che mi avrebbero portato in Germania, deportato per la Germania. E da quel momento, non potendo dare comunicazioni ai miei genitori, incominciai a scrivere nei muri, qui delle Casermette Rosse, “Pierini Pietro e Pierini Franco deportati in Germania”. Che poi dirò il perché di questo scritto. Da Pietrasanta…
D: Qui a Bologna, le Casermette Rosse dove si trovano? Cosa sono, in periferia?
R: Sì, sono qui in periferia, qui verso la parte di San Donato, nella zona qui della Bologna bassa, adesso io come bolognese… come toscano non gli so spiegare le zone buone di Bologna, ma…
D: Pietro, perché si chiamano Casermette Rosse?
R: Perché dicono che erano le caserme dei soldati, erano di mattone chiamate Caserme Rosse.
D: E quando tu sei stato portato lì alla carcerazione, chi c’era a fare le guardie, italiani o germanici?
R: No, eran tutti tedeschi. Tutti tedeschi. C’erano medici tedeschi che facevano la visita a coloro che venivano, e infatti ci facevano andare a petto nudo, e sopra il petto scrivevano: numero 1 Germania, numero 2 lavorare in Italia, numero 3 erano quelli che venivano scartati. Dopo due o tre giorni che eravamo lì in attesa di dove ci avrebbero mandati, mi… arrivò un ordine di caricarci sopra dei pullman e ci portarono al campo di concentramento di Fossoli. Io a Fossoli, assieme a mio fratello, siamo stati a Fossoli due o tre giorni, adesso non ricordo preciso se sono stati due giorni o due notti, non mi ricordo con esattezza, ma non più di tre giorni. Da lì a un certo punto arrivò un ufficiale che caricò dei pullman, e ci portarono verso le parti di Peschiera… di Verona! Preciso, di Verona.
D: Ecco, scusa Pietro, scusa se ti faccio queste domande ma è importante. Nel trasferimento dalle Casermette Rosse a Fossoli, c’erano solamente germanici, o come quando ti hanno arrestato…
R: No, solo tedeschi.
D: Solo tedeschi?
R: Solo tedeschi.
D: Non come quando ti hanno arrestato, che oltre ai tedeschi c’erano anche…
R: C’erano anche le MM. No, io…
D: Cioè, degli italiani erano…
R: Italiani. Gli italiani li ho visti solamente nel rastrellamento, a Lucca e basta. Ma a Bologna, a Fossoli, e tutto il tragitto, eravamo con la SS.
Dunque, posso proseguire. Allora, portati a Fossoli arrivò un ordine, ci caricarono sopra dei pullman, e per sfortuna mio fratello rimase a Fossoli. A me mi presero e mi portarono a Verona. Verona in un salone. In questo salone dopo otto giorni arrivò mio fratello. Sentii della confusione e ritrovai mio fratello, mi ricongiunsi con mio fratello. Da quel momento sapemmo che noi si doveva essere portati in Germania, ed era più o meno il 26 di agosto. Da quel giorno io ho detto: il 26 di agosto sono stato deportato in Germania, perché prima parlavano di lavorare in Italia.
D: A Verona dicevi in un salone. Ma dove, in una caserma?
R: In una caserma. In una caserma. Che anzi, io dico ‘il carcere di Peschiera’ ma non credo che fosse il carcere di Peschiera, perché ho notato che il carcere di Peschiera è un po’ più lontano da Verona, ecco, ma più o meno, come si dice… tutto il concentramento era a Verona. Poi a sua volta un giorno, una mattina, ci riunirono tutti in un piazzale, e cominciarono a fare l’appello, a chiamare a nomi per rifare un’altra volta la colonna, per portare la deportazione in Germania. Certamente, io essendo arrivato un po’ prima fui chiamato Pierini Pietro, ma d’accordo con mio fratello dissi “ci hanno diviso a Fossoli, non vogliamo più essere divisi, perciò come ci chiamano Pierini Pietro, Pierini mi chiamo io, Pierini ti chiami te, facciamo i finti tonti e andiamo assieme.” E andammo assieme sul carro bestiame. Sul carro bestiame, eravamo circa una quarantina dentro il carro bestiame.
D: Ma alla stazione di Verona?
R: Di Verona. Da Verona a sua volta ci portarono a Innsbruck. A Innsbruck ci rifermarono, ci riportarono dentro un’altra volta dei saloni, non so che saloni erano, se erano caserme o che non glielo so dire, e di lì ricominciarono a richiedere chi era meccanico, chi era… Ah no, torno indietro, scusate mi sono confuso. Ci portarono… da Verona ci portarono a Bolzano. A Bolzano ci portarono in una caserma, un campo, non lo so, perché siamo stati un giorno e una notte. A mio fratello gli chiesero… Siccome sui documenti che ci presero, che avevamo in tasca, mio fratello era allievo fochista delle ferrovie, e gli fecero la proposta di fare il ferroviere insieme ai tedeschi. Allora lui gli disse: “Io accetto di fare il ferroviere pensando di andare in Germania, ma se fate stare con me anche mio fratello.” Loro gli dissero: “Il ferroviere sei tu non tuo fratello, in Germania ci va tuo fratello e tu stai in Italia.” Allora mio fratello disse: “No, io seguo mio fratello, e vado in Germania con mio fratello Pietro”.
Arrivati a Innsbruck. A Innsbruck purtroppo si riebbe un’altra volta la divisione fra fratelli, perché a me, sul mio foglio, sulla mia carta d’identità, c’era scritto apprendista meccanico, mio fratello c’era scritto allievo fochista. Lui era messo da una parte, perché lì facevano dei gruppi: dodici imbianchini, dodici contadini, facevano gruppi a seconda dove loro avevano bisogno di portare a lavorare. Però ci portarono di nuovo e rifecero, riformarono un’altra volta la tradotta. Mentre che eravamo alla stazione di Innsbruck rincontrai mio fratello, per puro caso, e ritornammo sopra il carro bestiame assieme, solamente che invece di essere quaranta praticamente eravamo in quarantuno, perché loro quando è… insomma, eravamo con una persona in più. Da Innsbruck a Berlino noi siamo stati sempre rinchiusi in questa tradotta, e lì è stato l’inferno che io ho potuto passare nel tragitto tra Innsbruck e Berlino. Ho subito un bombardamento nelle retrovie di… no, lo spezzonamento nelle retrovie di Monaco, poi il treno… la tradotta proseguì la corsa; a Norimberga ci riportarono su uno scartamento ridotto, sempre rinchiusi dentro: fame, sete, ogni tanto ci passavano con dei bicchierini di cartoncino della sbobba, una specie di riso bianco, non so cos’era, e ogni tanto qualche goccia d’acqua ci davano, ma comunque eravamo come bestie. E da lì risubimmo un’altra volta un altro bombardamento. Ma a Monaco spezzonavano e non cadevano gli apparecchi, ma a Innsbruck cadevano anche gli apparecchi, perché il cielo sembrava come gli storni di aeroplani, e cadevano bombe a tutto spiano.
D: Dopo Monaco questo?
R: A Norimberga, a Norimberga. Finito il bombardamento riparte la tradotta e arrivammo notte tempo a Berlino. Non so come si chiama la zona di Berlino perché Berlino ha molte zone, non so, ma comunque era un grandissimo campo anche a Berlino. E noi dicevamo sempre che arrivavano i compratori di bestie, perché venivano queste persone che avevano bisogno di 10, 20, 30, manodopera, braccia da lavorare, e compravano a noialtri, perché noi ci eravamo bestie, perché ci trattavano come bestie, dentro i vagoni, come le bestie. A sua volta, da Berlino, si venne a sapere che ci avrebbero portato, ossia ci fecero un gran numero di deportati, però non sapevamo noi dove dovevamo… la nostra destinazione. Però le voci, si svociferava “ci portano in un campo triste, in un brutto campo, che dice che di là dentro non si ritorna fuori, non si ritorna vivi”. Queste erano le chiacchiere che svociferavano nel momento della preparazione della traduzione. Arrivammo a Nordhausen, arrivammo…
D: Ecco, scusa, il campo di Berlino non te lo ricordi?
R: No, non mi ricordo il campo di Berlino.
D: Ti hanno immatricolato lì?
R: No.
D: Ah, niente?
R: A Nordhausen. Arrivati a Nordhausen ci buttarono dentro una caserma, non so se era una caserma, perché era roba in muratura. Da Nordhausen ci dettero una tuta, una tuta blu, in più ci dettero un numero, questo numero il mio era venticinquemila duecento sessantacinque [25.265]. Assieme a mio fratello ci portarono in una vallata – io sono venuto a sapere che adesso si chiama la Vallata della Dora, ma a quell’epoca, ragazzo com’ero o che, io non pensavo a questa Vallata Dora – e ci portarono in una baracca. Se dovessi dire il numero della baracca non la ricordo. Ricordo solo che alla mattina alle 5 arrivavano i tedeschi e cominciavano a dire “Italiener, raus für Arbeit”, e a piedi si percorreva una strada innevata, perché c’era già la neve; dovevamo passare due posti di blocco, che erano due cancelli, e fra questi cancelli c’erano i tedeschi con dei… non so se era chiamata la gendarmeria, avevano come dei medaglioni di traverso, e si arrivava all’imbocco della V2, della galleria, all’imbocco della galleria. Spiego l’imbocco della galleria.
L’imbocco della galleria era, come si vede nelle gallerie dei treni, c’erano due panzer all’ingresso della galleria, due tedeschi, come ripeto, con questi medaglioni, e noi passavamo tutta la colonna perché nella colonna dove eravamo noialtri di questa tradotta che durante il… veniva insomma caricata… la colonna dei deportati veniva aumentata da altre baracche, c’erano anche delle donne, polacche, che poi queste polacche dove andavano a finire non lo so. Comunque, si percorreva la galleria della famosa V2, il tunnel, e noi italiani andavamo oltre il ventesimo reparto. Io ero addetto a una fresa, a fresare un blocco di… non so se era un motore della V2 o di che cosa era. Questo blocco, io facevo con la fresa due piani, fresavo due piani di questo blocco, però il capò, il comandante, che ci dava questi ordini, mi spiegava come dovevo lavorare la fresa, ma io non capivo la lingua, non sapevo come adoperarla: tutte le volte che il mio blocco che andava al collaudo era sbagliato, perché ci mancava un millesimo da sbassare, e quando lui ritornava gomitate, gomitate, e io piangevo e non capivo, e lui mi diceva che io dovevo… ma non capivo niente. Finché ci fu una brava persona, una donna che teneva dietro alle donne polacche – perché c’erano alcune donne polacche che loro pulivano la fresa, pulivano il reparto, levavano i trucioli – mi disse che gli assomigliavo ad un suo fratello “tal egal mein Bruder” [così riporta il testimone, ndr], un affare del genere. Poi mi disse in parola tedesca “leise”, insomma “piano”, che mi fece capire che la fresa io la dovevo girare una manopola in più, che allora si alzava il piano, la fresa si abbassava e avrei corretto quello sbaglio che io facevo. Era una cosa semplice, che se questo capò me lo spiegava con delicatezza io può darsi che lo capivo e non prendevo botte. Questo capò lo chiamavamo ‘scimpanzé’, perché sembrava una scimmia, tutto peloso. Infatti mio fratello doveva prendere questo blocco come io prendevo, che lo fresavo orizzontale, mio fratello lo doveva fresare verticalmente. Se non lo bloccava bene veniva sbagliato. Infatti, a volte non lo bloccava bene, al collaudo era sbagliato, lui tornava là e lo menava, lo picchiava. E infatti a suon di calci e pugni gli fece andare quasi in cancrena una gamba, che poi gli americani, dopo, con le cure, gliela guarirono.
Io ci ho passato in questa galleria 12 ore di lavoro di notte, 12 ore di lavoro di giorno, una settimana di notte e una settimana di giorno. Una zuppa di carote e rape quando si lavorava, e una zuppa di carote e rape o quel che poteva essere quando si rientrava. Si dormiva in castelli di legno, io assieme a mio fratello, lui da piedi io da capo, quando eravamo in tanti. Quando eravamo in pochi…
D: Ma fuori dalla galleria dormivate, no?
R: Fuori dalla galleria.
D: Nel campo?
R: Nel campo fuori dalla galleria. Non ricordo la zona. Io ricordo la vallata della Dora, perché era una grandissima montagna fatta a ferro di cavallo, dalla parte diciamo sinistra c’erano tutte le baracche, mentre nel giro della collina sulla parte destra c’era l’imbocco della V2, della fabbrica.
D: Ecco, ma c’erano dei deportati che dormivano dentro nella galleria?
R: Ecco, noi sapevamo che oltre il ventesimo reparto c’erano deportati militari o tedeschi, o… che dormivano là dentro e che noi si diceva che erano… c’erano tedeschi giurati perché lì c’era l’assemblaggio del V2. Nei due ingressi della galleria, perché la galleria era formata da due ingressi con binari, entravano i vagoni del treno, uscivano anche i vagoni del treno coperti, e all’interno del vagone del treno sapevamo che dentro c’era – si svociferava perché non si poteva andare a scuriosare perché se no erano botte – dice che c’erano le famose V2 che uscivano. Subimmo – il secondo giorno di Pasqua in quel periodo – subimmo un bombardamento, che venne il lunedì di Pasqua. Questo bombardamento… Venne un bombardamento la sera alle 6, e ruppe i reticolati dove noi eravamo, e riuscimmo a scappare. Però mio fratello non era con me, era ancora… perché ci divisero, dal giorno che fu picchiato lo divisero, ci divisero, lui faceva la notte io facevo il giorno, ma eravamo quasi all’ultimo. Alla mattina alle 9 io ritrovai mio fratello, perché sfollai su per la collina, e ritrovai mio fratello nella confusione dello sbandamento. Poi cosa successe? Che quando mio fratello ci siamo ritrovati, alla mattina alle 6 ritornò un secondo bombardamento. Il secondo bombardamento che tornò la mattina fu più pesante di quello della sera alle 6. Incominciarono a venire gli apparecchi dalla parte, posso dire, opposta dalla collina, che andavano verso Berlino, per dire adesso la posizione, mettiamo da sud a nord. Noi spaventati già dalla sera cercavamo di scappare, vedevamo gli apparecchi lì, cercavamo di scappare. Invece ci fu – anzi questo particolare lo dico perché l’ho sempre tenuto in mente – un militare che ci chiamò e disse: “No, andiamogli incontro agli apparecchi, che andandogli incontro agli apparecchi può darsi che nel cadere le bombe noi ci possiamo salvare”. E infatti fu così, che mentre si sentiva il fischio delle bombe che cadevano, questo militare ci dava – lui era più pratico per l’aver fatto il militare – ci dava praticamente gli ordini, di fare come si poteva fare: “buttatevi a terra, perché se state in piedi lo spostamento d’aria vi può sfondare lo stomaco”. E infatti arrivò il primo fischio delle bombe che cadevano. Arrivò il primo fischio delle bombe che cadevano. Quando cadevano queste bombe lui: “buttatevi a terra, buttatevi a terra”; noi ci buttammo a terra, poi dopo ci buttammo dentro un buco di bomba, esplosa pochi attimi prima. Dopo, dentro questo buco di bomba, passammo tutto il periodo… perché finito il bombardamento c’era il mitragliamento degli apparecchi, perché c’era uno sbandamento, persone che andavano a destra, persone che andavano a sinistra.
Dopo il bombardamento c’era i tedeschi che sparavano a chi scappava. Allora ci disse questo soldato: “stiamo fermi, aspettiamo che si calmi, facciamo imbrunire, venire verso sera, facendo finta di esser morti, e poi cerchiamo di scappare”. E così facemmo. Cercammo di scappare e andammo a rifinire su per delle colline, e giravamo per queste colline, il giorno si stava rinchiusi in un fiume e la sera si girava verso l’Italia. A un certo punto avevamo fame, dalla fame cosa si fece? Si raccolse della roba che trovavamo, rape, barbabietole, qualche cosa: il fumo fece scoprire dove eravamo. Arrivarono dei ragazzi vestiti, li chiamavano ragazzi della Todt, vestiti con vestiti della Todt, e ci presero e ci portarono dal borgomastro del paesino. Borgomastro del paesino – ormai la guerra stava per finire – ci disse: “noialtri non vi possiamo dare manforte o aiuto, queste sono delle patate lesse, lì c’è la ferrovia, andate via perché se sanno la SS che noi vi abbiamo dato un aiuto fanno lo sterminio anche su di noi”. Infatti salimmo sopra un carro bestiame, un carro di carbone. Questo carro di carbone, questo treno di carbone, arrivò ad Halle. Ad Halle ci fu un bombardamento. La tradotta, il treno si fermò e ci ripresero di nuovo, ma però ci prese la Wermacht. Non ci prese la SS, ci prese la Wermacht che ci portò dentro un altro campo di concentramento, ma non era più un campo di concentramento come quello dove io… era un campo di concentramento dove si lavorava… dove lavoravano otto ore, era una raffineria di benzina, dove lavoravano otto ore, dove davano da mangiare due volte al giorno. Infatti noi quando arrivammo, che eravamo pieni di pidocchi, e avevamo la scabbia frammezzo alle dita, mal vestiti come eravamo, con qualche straccio levato ai morti, quando ci fu il bombardamento: perché noi buttammo via ciò che avevamo addosso, perché prima di tutto era tutto sporco, pieno di morca, poi pidocchi che ne avevamo a volontà, e prendevamo i vestiti che trovavamo ai morti. Arrivati a questo campo ci fecero la disinfezione e poi ci dettero la possibilità di andare a un’infermeria a curarci i nostri guai.
Una sera, verso le sette, venne un allarme. I tedeschi ancora lavoravano, e noi si diceva: “ma come fanno ancora a lavorare, che sentiamo i carri armati che sono qui a pochi chilometri e ancora lavorano”. Alla sera andammo a rifinire dentro un bungalow insieme ai tedeschi, alla mattina alle cinque arrivò la liberazione degli americani, e ci liberarono gli americani. E io credo che fosse stato dopo Pasqua, non ricordo però, è sempre in aprile, ma i giorni non me li ricordo.
La grande confusione dello sbandamento, l’arrivo degli americani, c’era… Io, non era il mio campo, non avevo odio con nessuno di lì perché non erano i tedeschi che mi avevano tenuto prigioniero nella zona della Dora, ma quelle persone che stavano lì da mesi, c’erano anche i militari, si buttarono a cercare i loro comandanti per cercare di menarli, di picchiarli. Invece io e mio fratello andammo a rifinire in un magazzino dove c’era ogni ben di Dio, e io riuscii a raspare e prendermi una bracciata di salami, che dalla voglia di mangiare ne mangiai uno, che mi bloccò l’intestino che poi gli americani – mi vennero dei dolori atroci di stomaco, di pancia – mi fecero una specie di lavaggio, mi svuotarono, e riuscii a liberarmi. Lì sono stato… siamo stati in una baracca per venticinque italiani, fra cui una ragazza, Despina, una certa Despina, greca, che era sposata a un toscano, un alpino, e questa ragazza – tutt’ora vive in Toscana – questa ragazza aveva perso, nel campo di Buchenwald, aveva perso il babbo e la mamma, ed era orfana. Allora questo soldato poveretto l’ha… ne ebbe compassione e la sposò per procura. Lì passammo parecchi mesi. Passò maggio, aprile, marzo, maggio, giugno, però arrivò che gli americani non ci rimpatriavano, poi gli americani ci lasciarono, se ne andarono perché fu divisa la Germania, e vennero i russi. Con i russi, a sua volta, decidemmo di ripartire, perché coi russi non è che ci dassero da mangiare come ci davano gli americani. Il capo baracca decise di poter rientrare.
Scappammo, da soli, insomma, sempre con questi mezzi, col treno, e arrivammo a Zuf, un paesino chiamato Zuf, che era al confino fra russi e americani. Solo che i russi non ci facevano passare, e si stette lì altri due o tre giorni in attesa di poter passare il confino. Finché un bel giorno ci fu un’anima buona, ci fece passare e rimanemmo tra il tratto neutro tra i russi e gli americani. Lì c’era seminato il segale, non è un grano ma ha la spiga come il grano. La fame, noi mangiavamo il segale strogolato così perché era nel periodo di giugno, finché uno dei più anziani del nostro gruppo si avvicinò ai confini degli americani e lì c’era un paisà, un americano che disse: “io non vi posso far passare dal posto di blocco ma passate dalle retrovie, che io farò finta di sparare per aria ma voialtri continuate”. Infatti noi riuscimmo a passare, oltrepassammo il confino degli americani e andammo nella zona degli americani. Ci presero di nuovo gli americani, la Croce Rossa, ci dettero da mangiare, una carta annonaria che aveva valore di 24 ore, poi ci avevano detto: “lì c’è una tradotta pronta, prendete la tradotta e uscite da Zuf”. Noi prendemmo questa tradotta e arrivammo a Norimberga.
Arrivati a Norimberga la tradotta si fermò, solamente che c’era una truppa negra, i negri, gli americani neri, e c’era la storia della quarantena. Noi la quarantena non la volevamo fare, e allora si diceva: “ragazzi, qui se ci fanno fare altri quaranta giorni quando ritorniamo a casa?” E cercammo di andare per conto nostro. Trovammo un treno che andava verso l’Italia, salimmo su questo treno, ma per disgrazia ci riportò di nuovo a Zuf. Ritornammo indietro, con fame, un’altra volta con la fame, sete, trovavamo quel che trovavamo da poter mangiare. A sua volta decidemmo, si disse “beh, a questo punto qui è meglio decidere, faremo la quarantena ma ritorniamo dove vogliono”, e ritornammo a Norimberga. A Norimberga, convinti che ci riprendessero, che ci portassero a fare la quarantena, invece arrivammo ad Innsbruck. Arrivati ad Innsbruck ci fecero una disinfezione, fecero la disinfezione con ddt sotto le ascelle, fra le gambe. Poi ci inquadrarono, ci ricaricarono sopra una tradotta, e riuscimmo a passare il Brennero.
Passati il Brennero ci prese in consegna la Croce Rossa. Dal Brennero arrivammo – strada facendo – arrivammo a Bologna, ma non più coi vagoni chiusi, ma bensì coi vagoni aperti, con le gambe di fuori a sedere, e arrivammo a Bologna. Da Bologna proseguì il treno per Ancona, noi toscani proseguimmo per Pietrasanta. Proseguendo per Pietrasanta passammo da Porretta, perché la direttissima era stata buttata giù, non c’era più la galleria, non c’era la possibilità Bologna-Firenze da passare. Arrivammo a Pisa, con il treno. Da Pisa a La Spezia tutta la ferrovia fu saltata da pezzi, pezzetti, da… ogni quattro metri facevano saltare. Si venne a sapere che a Pietrasanta c’era stato fermo sette mesi il fronte, e si disse “va a finire che se siamo noialtri salvi e troviamo a Pietrasanta come abbiamo lasciato, tutti morti”.
Arrivammo a Pietrasanta, arrivammo in un posto chiamato Ponte della Madonnina, e c’era un casolare che era chiamato il Carraio, che era un signore che faceva i carri. Arrivammo, eravamo in sette pietrasantini – io, mio fratello, la Despina e altri pietrasantini – arrivammo in questo casolare, gli si dice: “guardi siamo dei deportati, siamo i figlioli del Pierini, chissà se…”; e ci fu una ragazza, dice: “guarda il tuo nonno è passato stamattina col carretto, e lui è vivo, e tutti vivi, i tuoi genitori sono tutti vivi”. Ma siccome noi a Bologna, qui, si vide un esempio che fu brutto, perché una mamma con la fotografia girava vagone per vagone per vedere se avevano trovato o se avevano visto il fratello, vi incontrò il figlio, e l’impatto con il figlio si venne a sapere che a lei gli venne male. Allora con quell’esempio lì, noi si disse a questa gente: “volete andare sotto casa ad avvertire i nostri genitori, a dirgli insomma ‘ci sembra di aver visto… mi sembra di aver visto, andate a vedere’…”. Infatti mio padre non c’era, c’era mia madre. Mandò i miei fratelli, Davide e Bruno, a vedere se effettivamente c’erano Pietro e Franco. Infatti io vidi scendere da questa salita della Madonnina Davide e Bruno, che… anche loro un po’ sbandati, perché eravamo vestiti male, magri, con dei vestiti con delle stoffe tedesche, una giacchetta tedesca, un paio di pantaloni tedeschi. Allora questi ragazzi, che fra i sei, quattro, sette prigionieri che eravamo lì, guardavano: “O Davide”, “o Bruno”, “son Franco”, “son Pietro”. E ci siamo rincontrati coi fratelli: “come sta la mamma?”, “la mamma è nella contratoia”, la contratoia sarebbe una traversa di strada. Andammo coi miei fratelli, e lei si può immaginare, dopo un anno non aver visto la mamma, a rivedere questa faccia di questa povera donna… non riesco a parlare.
D: Pietro, che mese era?
R: D’agosto.
D: Del ’45?
R: Del ‘45. E rividi l’immagine di mia mamma che ci venne incontro a braccia aperte: “Sono ritornati i miei figli, son tornati i miei figli. Il babbo è in piazza, adesso lo andiamo a chiamare”. Ci riunimmo in casa, e fra me e mio fratello ci abbracciammo. Siccome c’era un detto in Germania, dai vecchi, che dicevano “cerchiamo di arrivare a stasera, cerchiamo di arrivare a domani mattina, cerchiamo di portare il telaio a casa”, e io mi abbracciai con mio fratello Franco, e gli dissi: “O Franco, abbiamo riportato il telaio a casa, cerchiamo di riempirlo”. E abbracciai mia madre. Dopo venne mio padre, e assieme papà disse: “Finalmente sono arrivati i miei figli”. Però io chiesi a mia mamma, e mia mamma disse: “Abbiamo saputo che siete andati a rifinire in Germania da quando sono cominciati a rientrare alcuni prigionieri, perché vi hanno letto, che noi chiedevamo ‘avete visto i miei figli? Dice, ‘io non ho visto i vostri figli, però ho visto scritto sia a Bologna, nei muri di Bologna, Pierini Pietro e Pierini Franco deportati in Germania, l’ho visto scritto a Bologna e l’ho visto scritto a Verona’…” – o questo carcere, non so se era Verona o se era quello di Peschiera, io dico sempre Peschiera ma era Verona, la zona di Verona. Da quel momento siamo stati riuniti con la famiglia e questa è un po’ la mia storia. Ci sarebbe tante cose da dire, se ho tempo da dirle, se mi fate asciugare un po’…
D: Scusa un attimo Pietro, quando sei arrivato a Nordhausen, che vi hanno immatricolato, vi hanno dato anche il triangolo?
R: Sì ci han dato il triangolino rosso, che tenevamo sopra la… come si dice… tuta.
D: I campi che tu hai fatto in Italia sono stati: Fossoli…
R: Fossoli.
D: e Bolzano.
R: Bolzano.
D: Poi invece dall’altra parte, in Germania cosa hai fatto?
R: Berlino, da Berlino a Nordhausen, da Nordhausen in una baracca nella vallata dicono della Dora, non so se era quella della Dora o… perché lì c’erano tante baracche, non lo so. Comunque so che ero sotto Buchenwald.
D: E dopo hai fatto un altro campo?
R: Dopo il bombardamento sono andato a rifinire in un altro campo ad Halle, però non lo so come si chiama, non so se è quello che si dice che si chiama ‘Scopau’ [dizione corretta: Schkopau, ndr] o si chiama non lo so. C’era una raffineria di benzina. Io, vorrei saperlo anch’io cos’è questo campo, perché io ho fatto le ricerche, ossia anche mio padre. E io ho un documento a casa, che adesso oggi non l’ho portato convinto che andasse bene questo, della ricerca dei miei genitori, che c’è scritto che Pierini Pietro è stato a Scopau. Ma questo Scopau io non lo so cos’è, se è ad Halle, se è a Nordhausen, o se è dopo il bombardamento, i campi che noi abbiamo trovato dopo il bombardamento.
D: Pietro, scusa, ti ricordi… già hai detto che le donne le hai trovate durante la deportazione.
R: Sì, sì. Polacche erano.
D: Durante la deportazione ti ricordi se c’erano tra i deportati anche dei religiosi?
R: C’era un prete. C’era un prete, che era di Trieste, però non è che lui facesse… so che c’era un professore. Era gente di Trieste, che noi eravamo in mezzo a parecchi polacchi. Nella baracca dove eravamo noialtri c’erano pochi italiani, ma quei pochi che c’erano c’era un professore, un religioso – se era poi prete – a Nordhausen, insomma nella zona di Nordhausen, sempre dalla parte dove lavoravamo, della galleria.
D: Pietro…
R: Dimmi.
D: Oltre alle violenze che tu hai subito, le botte dei capò e anche tuo fratello che dicevi della gamba eccetera, tu sei stato testimone di altre violenze all’interno dei lager?
R: Vedevo picchiare altre persone, ma c’era poco da muoversi perché tu non ti dovevi muovere dalla tua macchina, dovevi solamente stare lì a … e vedevi, ma non ti dovevi interessare di quel che facevano gli altri… che facevano agli altri.
D: E atti di solidarietà, te ne ricordi?
R: No, non mi ricordo, perché io pensavo solamente a poter mangiare, quel che potevo trovare e basta. Ero un ragazzo, non avevo la furbizia che poteva avere un militare, avere una persona anziana.
Io volevo dire più o meno come facevamo ad arrangiarsi in questo campo. Porto un esempio, non so, per i vestiti, perché nessuno ci aveva dato dei vestiti da poterci cambiare, avevamo dei pidocchi addosso…
D: Ma in quale campo?
R: Nel campo sempre quando lavoravo dentro il tunnel della V2. Siccome lì passavano dei pezzi di stoffa da pulir la macchina, da poter pulire le frese, noi prendevamo questi pezzi di stoffa, ce li mettevamo come pezze da piedi. Oppure prendevamo della stoffa, ne mettevamo un pezzo davanti, un pezzo di dietro, una cordella di traverso; per metterli assieme quando si rompeva una cinghia della macchina prendevamo i filini della cinghia, e con un ago rudimentale che avevano fatto i vecchi mettevamo assieme ‘sto corpetto. E assieme a questo corpetto noi lo chiamavamo lo ‘spidocchiatoio’ perché ci andavano a finire i pidocchi, perché pidocchi ne avevamo a volontà. Eravamo rapati a zero, perciò in testa non ne avevamo, ma ne avevamo parecchi addosso.
Come pure… come si dice… l’arrangiamento per poter mangiare non so, una patata o una carota che potevi trovare nella spazzatura, nell’immondizia che andavi a raspare, che trovavi anche con quelle persone quando tu rientravi nelle baracche che lavoravano all’esterno, se gli portavi un pezzetto di stoffa loro ti davano il pezzetto di patata; c’era lo scambio per avere ‘sto pezzetto di stoffa per mettere dentro gli scarponi, che erano scarponi di legno con sopra… non erano di cuoio ma erano di tela, che erano chiamati volgarmente gli ‘sgroi’, alla toscana, non so se voi conoscete… noi si diceva gli ‘sgroi’, che è un legno ricoperto sopra con della tela. Allora c’era questo piccolo scambio, e allora si vedeva chi aveva, lo vedevamo e lo facevamo, bucce di patate, pezzetti, dito di carota. I vecchi avevano fatto un lambicco di ferro, un bussolotto che mettevano un filo attaccato al recipiente e un filo nell’acqua, attaccavano dietro la macchina della fresa, bolliva l’acqua e bolliva dentro quel pezzetto di carota o quella rapa che ognuno riusciva a trovare. Questo era un po’ il sopravvivere, oltre alla sbroscia che ci davano in questa gamella. E quando distribuivano il pane – questo ci tengo a dirlo – quando ci distribuivano il pezzetto del pane che era fatto a cassetta, che era pieno con la muffa sopra, un pane grigio, scuro, di segale, ne davano mettiamo, non so, a seconda la giornata, a seconda anche quanto loro ne avevano per distribuire, ne davano un pezzo e dicevano “questo è per quattro, o per cinque, o per dieci persone”, allora venivano fatti i pezzettini precisi e poi facevamo girare una persona e si diceva “a chi lo diamo questo pezzetto? a tizio, un pezzetto a caio, quest’altro a caio”. Invece c’erano alcune baracche che avevano i vecchi, polacchi o ucraini – perché con noi c’erano anche gente ucraina – avevano fatto una specie di bilancino con due affarini, quattro fili e due piattini di legno che bilanciava, mettevano un peso specifico da una parte, dall’altra doveva essere pari, quella era la razione da dividere. E quello era il nostro, più o meno, modo di vivere.
Poi c’era alla sera quando, la sera o la mattina, quando si rientrava dal lavoro, che ci mettevamo a sedere sopra ‘sto benedetto letto, e cercavamo di toglierci questi animali da dosso, che eravamo pieni di pidocchi o semi di pidocchi, che stavano in mezzo alle cuciture. E questa era un po’ la vita del campo.
D: Pietro, tu non sei mai stato intervistato in questi 55 anni?
R: No, mai stato intervistato.
D: È la prima volta?
R: È la prima volta che mi hanno intervistato. Perché io poi, essendo militare non ne potevo nemmeno parlare, perché una volta mi sono azzardato – e questo lo voglio dire con orgoglio – mi sono azzardato che sono stato prigioniero in Germania, mi sono sentito dire “tu in Germania sei stato a rubare”, perché nessuno ci credeva che a 16 anni un ragazzo fosse stato prigioniero in Germania. Siccome io ho vissuto da 50 qui a Bologna, e qui i bolognesi son bolognesi, si conoscono tutti, io sono una pecora bianca a Bologna come deportato, io sono conosciuto più come deportato in Toscana, in Versilia. Poi per disgrazia è morto anche mio fratello, nell’83, perciò non posso neanche dire mio fratello…. Sì, poter far parlare anche mio fratello.
LA REGISTRAZIONE FINISCE QUI. SEGUE TRASCRIZIONE DELL’ULTIMA PARTE D’INTERVISTA NON RIPORTATA IN AUDIO.
D: E in famiglia non hai mai raccontato della tua deportazione?
R: Nella mia famiglia da ragazzo se ne parlava. Da ragazzo se ne parlava, ma si parlava del più o del meno così, non è come adesso che viene più richiesto, vengano più fatte le domande, perché a quell’epoca, quando siamo ritornati dalla prigionia, chi comandava lì era chi era rimasto a casa, chi era stato prigioniero… Io perché sono stato nell’arma dei carabinieri? Sono stato nell’arma dei carabinieri perché quando sono tornato a casa – lo devo dire con orgoglio – aver fatto la prigionia della Germania se ne son fregati tutti, tutti. E dovevo andare a lavorare o in Belgio o andare in Canada o andare altrove, e io per poter sbarcare il lunario imparai a suonare la musica nel paese di Pietrasanta. Feci domanda come arma dei carabinieri. Quando sono stato a Roma sono stato a cavallo, nella fanfara a cavallo; quando sono tornato a Bologna ho chiesto che ero stato nell’arma dei carabinieri, nessuno ci credeva, ossia che sono stato prigioniero in Germania, nessuno ci credeva. [Finché] feci la richiesta a mio padre se mi mandava questo documento che io ho… che c’è scritto che sono stato prigioniero. Infatti, il mio foglio matricolare fu riconosciuto che io avevo fatto la deportazione in Germania, che mi fu dato un anno di anzianità nell’arma dei carabinieri come deportato in Germania. Ma di Germania ne parlavamo poco. Io ho cominciato a parlare di Germania da quando ho cominciato a conoscere l’… di Bologna, perché qua c’è un po’ più libertà di parlare, mentre fuori molti ci credono e molti non ci credono.
D: Tu hai figli?
R: Ne ho tre di figli
D: Lo sanno?
R: Io ho scritto un diario per i miei figli, una bella mattina mi misi a letto e dissi su una cassetta: voglio scrivere un ricordo, voglio lasciare un ricordo ai miei figli. E c’ho tutta la mia tragedia della Germania dal giorno che mi hanno preso al giorno che sono rientrato, sono 21 pagine. E c’è tutta la mia storia. Adesso io questa storia che ho raccontato qui a voi l’ho raccontata in breve perché avete il tempo che ci date, ma se dovessi raccontare… poi, raccontandola così, sotto queste luci e compagnia bella ci si confonde anche un po’. Poi ci si commuove.
Il Dado ce l’ha un libro che c’è il mio racconto quando sono arrivato in Germania.
È intitolato ‘Il viaggio’. Ce l’ha il Dado, dal giorno che mi hanno preso al giorno che sono entrato nel campo. Han fatto solamente quel pezzo lì, poi quello che ho passato nel campo non c’è scritto, però io ce l’ho scritto a casa.
Germania. Campo dipendente di Buchenwald.
Germania. Campo dipendente del lager di Buchewald, nei pressi della città di Halle.