Sottocampo di Natzweiler-Struthof.
Autore: editor
Tauglich
Abile. Termine utilizzato dal medico del campo di concentramento per il prigioniero considerato idoneo al lavoro.
Buna – werke
Fabbrica chimica dell’azienda IG Farben.
Kommandant
Ufficiale delle SS con funzioni di comando e pieni poteri nel lager.
Capoblocco
Termine utilizzato per l’anziano del blocco (Blockältester), prigioniero con funzioni di responsabilità del proprio blocco. Anche ‘Capobaracca’.
Kabe
Infermeria del campo di concentramento (sigla che sta per Krakenbau).
Vedi Revier.
Benassi Roberto
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Mi chiamo Roberto Benassi. Sono nato il 28 novembre del 1915 a Genova, ed abito a Genova. Sono stato arrestato da… era l’OVRA allora, nel ’39 mi pare, nel ’39. E portato a Regina Coeli e condannato per reato contro lo stato fascista. Poi, di là, m’han poi portato a Porto Longone, e sono stato tre anni e mezzo o più a Porto Longone. Poi ci hanno fatto sgombrare…
D: Roberto, che cosa vuol dire a Porto Longone? Cosa c’è a Porto Longone?
R: È il penitenziario. Ce n’erano due di quelli lì in Italia. Uno Porto Longone e l’altro era giù a… che c’era i campi della mafia una volta… e sono stato anche a visitarlo dopo quello là. Nel ’44, quando ormai si avvicinava… c’era già lo sbarco in bassa Italia, c’hanno fatto sgombrare e in mano alle brigate… era la Guardia repubblicana e Brigate nere, e c’hanno portato a Parma. Tutti i politici che eravamo là ci hanno portato a Parma. Qualcuno è stato liberato col telegramma, qualche politico sì…
D: Cosa significa col telegramma?
R: Dopo la caduta del Fascismo, c’è stato qualche mese… e qualcuno col telegramma è riuscito a esser liberato, altri no perché erano molto lenti con i telegrammi. E allora poi furono… era tutto il braccio di politici [che] fu portato a Parma – a San Francesco – e lì eravamo in mano alle SS tedesche. Le SS. Poi abbiamo avuto il bombardamento a Parma, il primo bombardamento che ha avuto la città l’abbiamo avuto anche noi lì. Ha preso il carcere e ci siamo salvati quasi per miracolo perché nel cortile avevamo scavato dei camminamenti alti quasi due metri, coperti dalle griglie, e con un pezzo di legno per tenere la bocca aperta perché… E le bombe sono esplose talmente vicine che non abbiamo sentito nemmeno le botte. Ballava la terra ma le esplosioni no. Finito il bombardamento, era l’una [di] pomeriggio, col sole tutto non si vedeva niente, tutto calcinacci. Di lì, poi c’hanno sgombrato. Ci han portato alla Certosa di Parma, sempre in mano alle Brigate nere e SS.
D: Roberto, tu sei stato interrogato a Parma?
R: Ah no, a Roma fummo interrogati. A Roma, prima, quando eravamo al Tribunale speciale.
D: Ma per te il 25 luglio non ha comportato niente? Sei sempre rimasto a Porto Longone?
R: Quasi tutti. Tre o quattro sono riusciti a ricevere il telegramma.
D: Ma che cosa avevi fatto per essere…?
R: Reato… ma erano tutti reati politici. Era un blocco… eravamo un braccio… tutti politici. C’erano spionaggio, c’era organizzazione del Partito, c’era propaganda, e via di seguito.
D: Ma la tua attività, il tuo motivo personale?
R: [Il mio] era spionaggio politico-militare. Non volevamo la guerra, volevamo che non la facesse la guerra. E invece camminava verso l’imperialismo, verso la guerra e via. Tanto è vero che lì venne poi dopo un mese [dal mio trasferimento a Parma, mentre Porto Longone e l’Elba erano occupati dagli alleati] un Ufficiale dei Servizi a cercare di me, ma non c’ero più. Voleva liberarmi e portarmi a bordo, e farmi combattere, perché è durata poi un anno ancora [la guerra].
D: Ascolta, poi allora la Certosa di Parma…
R: Certosa di Parma… dopo Parma a Fossoli. A Fossoli ci han portato. A Fossoli eravamo in mano alle SS. E so che ci siamo trovati assieme con quelli di Milano, di Torino, della Breda. Anche loro [hanno] caricato lì. E fino al… mi pare attorno al 18 giugno del ’44.
D: Roberto, sei stato immatricolato a Fossoli?
R: No, no.
D: Ti ricordi in che baracca eri?
R: Mi ricordo il capo blocco perché è mancato. E lo conoscevo anche, era un maestro proprio di Genova, di Borgoratti. Vezzelli, Armando Vezzelli, buon’anima. Era capo blocco lui. E abbiam dedicato un’aula alla scuola di Borgoratti a lui.
D: E un giorno? Cosa è successo un giorno?
R: Beh, ci hanno imbarcati tutti e ci hanno portato a Carpi. Coi camion a Carpi, e a Carpi sui treni, sui vagoni, quei famosi vagoni… dei carri bestiame. Eran ventidue vagoni. Ventidue vagoni. E di lì c’han distribuito un pane a testa, una pagnotta, e poi la popolazione ha portato due o tre cestini di ciliegie e amarene. E quello era il nostro mangiare per tutto il viaggio, eh. E su su… insomma, tre giorni e due notti. Poi siamo arrivati a Mauthausen, di notte. Di notte, a Mauthausen, dalla stazione, giù [vedevamo] che è un paesetto vicino al Danubio. Di lì, tutti in fila – c’erano i cani – in fila, su in salita, su un altipiano, poi il campo, campo di sterminio. Pensi che mio padre, buon’anima, è stato a Mauthausen, ma [in] paese, nell’altra guerra. [Nel] ’15-’18 è stato, era vicino alla stazione, mi diceva… va beh, io invece da su. E i colpi nella schiena, “schnell, schnell”. Dopo tre giorni di vagone, o più, e col poco mangiare che avevamo e tutto…
Su siamo arrivati – tutta a piedi eh, è lunga, sono 3-4 chilometri buoni – siamo entrati nel locale… è uno… ci sono le porte grosse, non è la principale quella… E di là ci hanno spogliato, tutti nudi, tutta la notte nudi all’addiaccio. Per fortuna era giugno, era intorno al… il 24 mi pare che fosse, di giugno, 23 o 24 di giugno. E alla mattina poi giù a rasare capelli. Dove c’erano peli, rasare tutto, la disinfettata, poi la doccia. E poi ci davano un paio di mutande e la camicia. Scalzi, in quarantena. In quarantena, che erano le baracche 16, 17, 18, 19 e 20. Cinque baracche che erano in fondo all’Appellplatz. E c’era una porticina dietro a quel muro ed eravamo noi. E noi siamo andati alla baracca 17, la seconda era. E lì, alla sera… tutti i materassini alla mattina si toglievano, alla sera si dovevano mettere tutti in terra. E poi dovevamo metterci a dormire testa e piedi, di costa, se no non ci [si] stava: se uno si metteva con la schiena giù uno rimaneva in piedi. E allora col bastone, o con la ‘gumma’, die Gummi :“Se non vi mettete a posto passo e picchio”. Picchiava tutti, eh. E allora si trovava il posto, perché cominciavano a dare colpi di…
E sono stato 3-4 giorni lì. Poi m’hanno mandato al Baukommando. Baukommando sarebbe comando costruzioni [squadra di lavoro edilizia, ndr], nel campo stesso. Dovevamo costruire le fogne. Ecco, siccome io ero un pugile – ero stato pugile una volta, dicevano che ero bravo, ero prima serie d’Italia – e c’era l’organizzazione pugilistica nel campo. Francesi, c’erano cinque o sei pugili, spagnoli ce n’erano diversi, tedeschi… Italiano non ce n’era… Parlavo il francese abbastanza bene, e con i polacchi ho parlato, e francesi, allora m’han provato. M’han fatto fare i guanti con uno spagnolo. In mutande, camicia, scalzo. Ho messo i guanti. Sotto dal [forno] crematorio, c’era una saletta lì. Boxavo bene, e m’han fatto… Così dal Baukommando mi hanno portato in officina elettrica, sempre a Mauthausen. In officina elettrica stavo meglio perché non avevo quasi niente da lavorare.
D: Roberto, nel frattempo avevi ricevuto un numero di matricola?
R: Sì, a Mauthausen sì. A Mauthausen era – in italiano – settantaseimiladuecento e trentasette [76237].
D: Ma lo dicevi in italiano?
R: No! Oh, ci prendevano degli sganassoni se non si sapeva. In tedesco bisognava saperlo. E ho fatto presto a impararlo. Lo vuoi sentire in tedesco lo stesso numero? È sechsundsiebzigtausendzweihundertsiebenunddreizig. Perché invertono i numeri loro.
D: L’officina elettrica?
R: Ecco. C’era un capo, un capo che era un austriaco, era un socialista si vede. Ma ci vedeva volentieri noi, e mi trattava bene anche lui lì. E mi diceva “Quì – diceva così – aquì, quieren que tu trabaja como un caballo e te dona de comer como una gallina”: chiede che lavori come un cavallo, e ti danno da mangiare come una gallina. Lui trattava bene, infatti ho fatto quattro o cinque incontri di [pugilato]. E il primo incontro, m’è toccato un tedesco che era Heltzer. È quello che portava i detenuti giù a prendere le pietre squadrate giù alla cava, quelle pietre squadrate poi da portarle su. E ‘sto qui, lui era 74 chili, un armadio sembrava. E io sembravo un bambino. M’ha dato tante botte, tante botte che non le ho prese in tutti gli incontri che ho fatto, eh. Però non ho piegato le gambe, quando sono andato all’angolo – la terza ripresa – parlavo da solo, ho detto “Bacicin ten canun”. Il mio soprannome era Bacicin. Parlavo da solo, “sei un cannone”, perché non avevo piegato le gambe. Ero nero eh, dalle botte. E così, dopo il secondo incontro, dopo quindici giorni, c’era un polacco che io insegnavo a parlare italiano a lui, che lui parlava francese, col francese lui insegnava… Senza dire niente a me, ‘sto Stashek Gregor, ha combinato l’altro incontro con me, convinto di darmele, perché m’ha visto buscare [subire colpi, ndr]. I francesi m’hanno avvertito, erano amici. M’han detto “Fais attention que [c’est] lui qui a voulu tout ça”. “Ah, bon!”. E allora prima di andare sul ring gli ho detto “Moi, sur ring je ne connais pas des amis. Je fais du sport”. “Et moi aussi”. “C’est bien alors”. Ecco. Così siamo andati sul ring, ma l’ho preso in velocità. Invece in quindici giorni – il primo incontro ero duro, ero legato – mi son sorto [ripreso, ndr]. L’ho preso in velocità e arrivavo da tutte le posizioni e lui non poteva far niente. Alla seconda ripresa lo invito, destro d’incontro, fulminato. Poi, ko. L’arbitro contava lentamente, non un secondo, uno e mezzo, anche due. Ma dopo i dieci [conti] eran già quindici [secondi] e ha dovuto prenderlo di peso, all’angolo, coi sali… E siamo andati avanti, ho fatto ancora un altro incontro con… Ah! Non l’ho detto un fatto. Appena quella notte che siamo arrivati, alla mattina, quello che c’ha rasato era un pugile, non lo sapevo io, e m’ha rubato quello che avevo in mano: saponetta, dentifricio… Non ho potuto reagire che mi son preso una sganassata qui, e poi m’hanno impedito tutti di fare dell’altro. Poi ho saputo. Era il pugile che mi toccò lui. Venne a cercarmi, mi offrì da mangiare, mi disse: “Io sono tedesco, ricevo i pacchi da casa”. Gli ho detto: “Tu deutsche, io sono italiener. Du shlage, ich auch shlagen können [kann, ndr]”. Tu picchi ma anch’io so picchiare. Non ho accettato niente. Allora, era forte questo qui, eh. Era un bel pugile. Aveva però avuto paura… aveva visto quel destro, no. E mi son detto, se non sto attento me le dà, perché veloce e un bel pugno. Ho visto però che aveva paura del destro. “Oh”, allora ho detto, “sei fregato”, perché il sinistro è quasi uguale: io ero ambidestro. Difatti di sinistro, tum, pluf. Ko. Gli spagnoli m’han portato in trionfo: “Tan bien a manciana tiene oste”. Anche la sinistra c’hai, no.
D: Roberto, ascolta, dove venivano allestiti questi incontri di boxe?
R: Lì erano i polacchi e i francesi che gestivano tutto, lì.
D: Ma i deportati?
R: Sì.
D: E dove?
R: Nel campo.
D: Ma dove?
R: Lì, al blocco 16, che era quarantena. Oppure nella piazza, l’Appellplatz. L’Appellplatz che è grande.
D: E le SS non dicevano niente?
R: E c’era lì, si montavano lì. Era uno spettacolo che si godeva anche l’SS eh. Oltre quelli dei blocchi liberi – perché fino al 12 avevamo blocchi liberi che potevamo circolare – gli altri blocchi erano quarantena o i transiti o via.
D: Ma giocavate di notte o…?
R: No, no, alla domenica. La domenica.
D: E durante la settimana lavoravi a…
R: Eh, giù al lavoro…
D: E in che cosa consisteva il tuo lavoro?
R: Appunto, allora era un’officina elettrica, per quello m’hanno trattato bene come… eh, c’è un fatto, che chi mi aiutava da mangiare… perché era quello… E c’era un compagno che è mancato, era uno che l’han preso alla Benedicta [azienda di Genova, ndr]. Devo dire il nome? Salerno si chiamava. È mancato quattro anni fa. E lui era due, quasi tre mesi prima di me a Mauthausen. Era piazzato bene. Era Stubendienst, garzone di baracca. Era una baracca che erano tutti spagnoli e tedeschi. E la zuppa non la mangiava nessuno. La zuppa la dava… metteva in fila chi la voleva e la dava a tutti. Poi però loro rubavano anche il pane, e a me mi dava un pezzo di pane, un po’ di margarina. Due giorni soli me l’ha data perché in baracca con me eravamo cinque italiani… dividevo. Il terzo giorno qualcuno gliel’ha detto, m’ha fatto sedere là da lui. “Ecco, questo pane lo mangi te, perché te devi andare sul ring. E gli altri della zuppa ce n’è per tutti”. Eh, dovevo mangiarla lì.
D: Ascolta, ma il tuo lavoro all’officina elettrica in cosa consisteva?
R: Ero un muratore. Maurer, Maurer. Qualche volta ho lavorato… per lo più facevo… o limavo o facevo qualcos’altro. Perché era un po’ una copertura per aiutare il pugile, capisce? Per mascherare.
D: Ma giravi anche nel campo con il tuo lavoro?
R: Ero nell’officina elettrica. Siete stati a Mauthausen? La parte [del] museo, era tutto quello lì, e sotto c’era l’officina elettrica. Perché quello lì doveva essere il nuovo ospedale. Quando ci lavoravamo noi eravamo sotto. Era in costruzione sopra, no.
D: Eravate in tanti all’officina elettrica?
R: Eh, c’eran dei tecnici cecoslovacchi bravissimi. Avevamo sempre una radio… loro tenevano una radio, con la scusa di ripararla, per sentire le notizie, no. Eravamo una decina di uomini a lavorare lì. Questo m’è durato fino a quando ho fatto l’ultimo incontro con Hertzer, quel tedesco là, che gli ho fatto piegar le gambe. […] E l’ho rimesso in piedi l’ho rimesso. E poi è andato pari ma noi avevamo buscato. Già due giorni dopo io non ero più lì. Transport. E quella volta [quando] m’han fermato: “Italiano, back stay in block”. Ho sentito un freddo nella schiena, perché poteva essere il crematorio. Solo che dopo, quando m’han chiamato: “Hei, tu, transport”. “Ah beh, allora non è ancora…”. Infatti, poi a piedi di lì, a Gusen. Da Gusen a Lungitz. Abbiamo dormito una notte a Gusen. Da Gusen a Lungitz, altri dodici chilometri. E a Lungitz eravamo trecento, più o meno, trecento. Dovevamo costruire un Beckerei, un forno, per il pane.
D: Questo quando è successo? Questo trasporto, più o meno quando?
R: Dunque, compivo gli anni per strada, quindi fine novembre e i primi di dicembre [1944]. Il 28 compivo gli anni di novembre, perciò, era lì. Tra l’altro c’è stata… poco dopo c’è stata la prima neve lì, e l’unica fuga che han fatto da Mauthausen, dai blocchi là della quarantena, l’han fatta i russi, 19-20: i due blocchi ultimi, l’alta tensione intorno avevano. Me la raccontò uno: son cinque o sette che si son salvati, su settecento. Perché con la prima neve quei tetti lì eran piuttosto [appesantiti], minacciavano di sfondarsi. Allora [i tedeschi] han detto: “Un volontario per baracca, per andare a spalare la neve”. E loro erano organizzati come a casa, avevano un responsabile [per baracca]. È uscito il responsabile nell’una e nell’altra. Han spalato la neve e han guardato bene. Erano nell’angolo. Girato l’angolo, sui pali, c’era una garrita grande, con la Maschinengewehr, con la sega di Hitler, e c’erano cinque SS, tutti armati. Lui ha visto bene tutto, poi ha spalato tutta la neve giù… tutt’e due; la neve l’han buttata vicino ai muri, poi son rientrati. […] La notte li facevano uscire, perché non potessero orientarsi. E alla notte, come li han fatti uscire, con una coperta addosso, una spranga di ferro l’han buttata sui reticolati: corto circuito, tutto il campo al buio. Un attimo dopo avevan già disarmato quelli là su. Disarmati e buttati giù, via… I tedeschi non sapevano niente, han fatto per venire su, e questi han cominciato a sparare. Allora poi son tornati coi carri armati, auto blindo [e] carri armati. Hanno fatto una strage. Qualcuno se n’è andato ma c’era la neve, e tanti li han rintracciati presto [per le] orme. E quello che me l’ha raccontato – era un eroe dell’Unione sovietica già – è capitato in una fattoria dove c’erano tante donne russe a lavorare. Quando l’han visto gli han parlato, gli han detto: “Chi è?”. L’han spogliato sulla neve, han bruciato i suoi vestiti, e gli han dato altra roba sporca di sterco, e poi l’han nascosto nel fieno. L’han salvato così. Quando potevano gli portavano da mangiare. E ce la raccontò alla Liberazione, mangiò con noi e ci raccontò come andarono ‘sti fatti. E lì siamo già alla Liberazione.
D: Roberto, scusa, ma quando da Gusen ti hanno portato in quell’altro sottocampo…
R: A Lungitz.
D: Dovevi lavorare lì?
R: Lì ero… al giorno facevamo i ferri per il cemento armato: piega ferri, ferraiolo sarebbe. E alla sera, per avere un pezzetto di pane in più, facevamo dalle sei alle undici il Nachtarbeit. Dalle sei alle undici per un pezzetto di pane. C’era il greco, mi diceva: “Italiano, tu consumare di più!”. E aveva ragione lui. Perché lui non veniva, ma quando c’han fatto sgombrare venti giorni prima della fine – c’han fatto sgombrare da Gusen – io son caduto per terra. Da solo non mi rialzavo più. E il greco e il triestino, io c’ho detto: “Lasciatemi stare che… son finito qua”. M’ha dato una sberla il triestino, poi dice: “Tasi, mona”. Un braccio per uno m’han rimesso in piedi, sennò io ero lì, un colpo in testa e… Il bello è [che] quella notte lì han fatto il congresso di Yalta, i grandi. I russi han dovuto tornare indietro perché avevano camminato troppo, così noi siam ritornati a capo. Altri venti giorni e quanti… Dopo venti giorni sono arrivati gli americani. E i primi della zona sono arrivati da Lungitz. Alla mattina alle otto sono arrivati con una jeep, erano sei uomini, hanno disarmato… le SS erano scappate tutte. C’erano gli anziani… però gli anziani… a noi non volevano dare le armi. Però a loro gliele han date subito, con le mani così [dietro la nuca, ndr], gli han portati via. Han sparato nel cancello, nel lucchetto, e han detto: “Go away”. […]. E noi [siamo andati] nei magazzini: era una settimana che pane non ne vedevamo.
D: Ma Roberto, quest’altro sottocampo di Mauthausen, quello dopo Gusen…
R: Sì, era un sottocampo di Mauthausen. Avevo sempre la stessa matricola io.
D: Ma era distante molto da Gusen?
R: Più o meno quello che era da Mauthausen a lì: 12 chilometri, 12-13 chilometri, più o meno sì.
D: E come era organizzato? C’erano molte baracche?
R: Erano 300 [persone], erano due baracche mi pare. Due baracche, poi la cucina, e di là c’era l’abitazione delle SS. Eravamo chiusi dentro e lì dovevamo lavorare anche. Il Beckerei, il forno, lo dovevamo fare lì dentro.
D: E c’erano altri italiani?
R: Lì eravamo cinque o sei… cinque. C’erano dei ragazzi di… partigiani di Udine, di quella zona lì. Poi chi c’era? Il triestino, buon’anima, è mancato, sarà 10-12 anni fa. Un romano che non son riuscito mai a ricordarmi il nome, eppure eravamo insieme anche a Mauthausen, quando ero al Baukommando eravamo assieme, e poi lui era anche lì con noi…
D: C’era anche qualcuno di Empoli, se ti ricordi?
R: Di Empoli… sì, ma non so dove sono andati… A Mauthausen è stato portato qualcuno di Empoli.
D: Ma lì a Gusen III, lì quando facevate il forno, quando dovevate costruire il forno, c’era anche qualcuno di Empoli?
R: No, lì no. C’era uno… due di Milano, di…
D: Ascolta, e alla Liberazione però vi hanno portato a Gusen I?
R: No no. Alla Liberazione avevamo messo insieme i fili di un’ambulanza, un’autoambulanza che era una Citroën, aveva già il cambio sotto al volante. Avevamo un fusto di benzina, da 200 litri o quanti sono. Tanche di benzina avevamo preso, e una tanca d’olio. Credevamo fosse olio, olio da motore, invece era olio di semi, c’è servito poi per cucinare.
D: Ma dove sei stato liberato tu?
R: Da Lungitz. Quel giorno lì il primo campo è stato Lungitz. È scritto con la ‘gi’ ma loro pronunciano ‘g’, Lungitz. Poi hanno liberato Gusen, la stessa camionetta. E oggi… qualche anno fa, è un ufficiale superiore, allora era un sergente mi pare. Poi da Gusen andò a Mauthausen, contro il parere dei superiori. Dice: “Qui bisogna far presto”. Ha visto quanti cadaveri, quanta gente che moriva. Li vedeva camminare come automi: bum, a terra, basta.
D: Roberto, quindi tu sei stato liberato lì a Gusen III?
R: A Lungitz, a Lungitz.
D: Sì, a Lungitz. Tu sei stato liberato lì.
R: Ma poi di lì c’han portato a Wels. Noi volevamo [andare] con l’ambulanza, avevamo la benzina per arrivare a casa, invece ci han bloccato e ci han buttato lì, nella caserma di Wels.
D: E lì cosa ti hanno fatto?
R: Lì erano gli americani, ci davano da mangiare. Andavamo a prendere da mangiare, anche troppo. E tanti son morti perché hanno mangiato troppo. È che ci davano… avremmo dovuto mangiare un po’ di brodo, man mano più spesso, per riabituare l’organismo. Invece così… pastasciutta, condita con marmellata, e burro. Era da morire. Io ho avuto la fortuna… la prima sera che c’era un fornaio con noi – e avevamo preso farina anche nel magazzino – ha fatto le lasagne, e ha fatto il pane, ma io non ne ho mangiate. Avevo dei dolori, dei dolori di pancia. E in quella fattoria c’era una donna – c’era un anziano, un vecchio, poi tutte donne, e bambini – e c’ho detto: “Ich bin krank, habe Ich Schmerzen”. Ho i dolori qui. È tornata con una bella tazza di latte caldo, con la grappa dentro. M’ha detto: “Trinken! Ganzen, ganzen! Trinken!”. E io l’ho bevuta. Poi su una panca, mi sono allungato lì, ho dormito tutta la notte. Alla mattina stavo bene. Poi ho cominciato a mangiare, e stavo bene. Invece quel romano che non sono mai riuscito a trovare il nome, a ricordare, lui invece mangiava, mangiava… E io dicevo: “Guarda che stai crepando”. Per fortuna ho trovato un pezzo di specchio, gli sono andato avanti, [gliel’] ho messo così. Gli ha preso paura quando s’è visto. M’ha detto: “Bacicin, se non ti ubbidisco picchiami!”. E allora gli riducevo il mangiare, poco poco, ed il brodo dopo, spesso. In 3-4 giorni mangiava come mangiavo io. E non riesco a ricordare il nome di quel ragazzo lì.
D: Roberto, e dopo Wels cos’hai fatto?
R: E dopo di lì, poi siamo stati… poi ci hanno imbarcato nei treni. Ora ricordare le date precise… ma io non stavo in piedi però. So che i treni poi ci hanno portato fino a Bolzano. A Bolzano volevo andare a casa. A casa era un anno che non sapevano niente. Io non stavo in piedi… “Ma tu non puoi andare a casa. Te, all’ospedale!”. “No…”. Di peso m’han portato all’ospedale. Dovevano operarmi, diceva appendicite. Boh. E io non so. Non potevo reggermi su ‘sta gamba [sinistra, ndr], hanno piantato un ago qui dietro per vedere il rene. Era un “tutto bene, tutto bene”. Dopo qualche giorno camminavo bene. E poi per fortuna erano venuti dei preti lì… c’era un prete, di Genova, e gli ho detto di avvisare la mia famiglia. Meno male son venuti – lui non è mai andato – son venuti due di Sestri e m’han chiesto, ci ho detto… Credevano che uno venendo di lì [dal campo] conoscesse tutti. Ma conoscevi quelli che avevi lì e basta, perché gli altri non potevi… Quei due fratelli di Sestri sono andati avvisare a casa mia. Hanno avvisato mio fratello, buon’anima, che lui era partigiano in Toscana, era commissario politico nella Brigata… a Siena, da quelle parti. E lui è venuto a placcarla su e m’ha preso. Siamo andati dal dottore: “Lui può andare a casa”. L’operazione non l’ho mai fatta. E son tornato a casa così.
D: In Treno?
R: Fino a Milano… No, fino a Milano [con] uno di quei camion grossi. Era autista un nero. La Gardesana, più di 100 all’ora andava. Però siamo arrivati salvi a Milano. Poi a Milano abbiamo mangiato a casa di un ex pilota, compagno di mio fratello, e l’indomani a Genova col treno. Il biglietto con la Croce Rossa in treno.
D: Roberto, nei diversi Lager che tu sei stato – Mauthausen, Gusen, eccetera, ma anche quelli italiani – hai visto se c’erano dei religiosi?
R: Oh sì, religiosi ce n’eran parecchi. E qualcuno che conoscevo anche. C’era uno… Don Campi mi pare che si chiamasse, di San Martino, era a Mauthausen quello lì. Don Gagero, buon’anima, anche lui è mancato. Anche lui, era a Mauthausen anche lui. Poi l’han liberato da Mauthausen. E io invece… Alla Liberazione non siamo andati in campo, potevamo venire a casa, invece ci han portato a Wels. A Wels, chiusi nella caserma…
D: Roberto, hai visto se c’erano anche dei bambini, dei ragazzini?
R: Subito [appena deportati] nel trasporto con noi c’era uno di Firenze, non ricordo il nome. Lui e suo zio. Il padre era partigiano, in Toscana, a Firenze. Volevano che si consegnasse, non s’è consegnato, hanno preso lo zio… il fratello del padre, e il bimbo, il figlio. Aveva dodici anni mi pare. Però ho visto anche nei trasporti i bambini sui dieci anni, più o meno. E avevan fame. Noi, eran i primi giorni, non avevamo ancora fame così, no. E se cercavano un pezzetto di pane… non volevano… “Son ladri – dicevano – son ladri”. E rubavano sì, se non avevano da mangiare rubavano.
D: A Mauthausen…
R: A Mauthausen. Quand’ero in quarantena ne ho visti di trasporti di bambini così.
D: A Mauthausen hai visto anche se c’erano delle donne deportate?
R: Ho visto quelle della casa… del bordello, perché c’era anche il bordello. Però ci sono state anche delle donne [deportate]. So perché una delle nostre, che adesso è mancata, aveva firmato nel carcere a Mauthausen. Quando siam tornati, nel ’75: “Vieni un po’ a vedere”. In un braghettone nella finestra del carcere c’era il suo nome. Era una di… era di Milano, da quelle parti lì era.
D: Ascolta una cosa Roberto, quando ti facevano tirare di boxe a Mauthausen, il ring, dov’è che era messo rispetto al campo?
R: Dentro il campo. L’Appellplatz è grande. Ecco, a un lato dell’Appellplatz… o anche delle volte, quand’era un po’ freschino, dentro alle baracche di quarantena, che al giorno son vuote. Alla sera metton lì i trapuntini a terra, ma il giorno son vuote lì. Ho boxato lì e fuori.
D: E in che giorni, se ti ricordi, della settimana facevano questi combattimenti?
R: Mi pare fosse di domenica.
D: Chi partecipava? Chi assisteva agli incontri?
R: Anche quelli che erano nei blocchi liberi, e le SS, tutte loro, anche quelle di guardia sopra vedevano bene, no.
D: Roberto, quando tu sei stato deportato, hai visto azioni di violenza?
R: Azioni…
D: di violenza, contro i deportati?
R: Dunque, io ho visto… parecchie, parecchie. Quasi tutti i giorni. La strada che dal campo va giù alla scala della morte, giù lì, a qualcuno toglievano il berretto e lo buttavano verso il reticolato e lo mandavano a prendere. Il Post [Posten, ndr] – era sulle garrite, a 30-40 metri l’una dall’altra – come vedeva [il deportato], tum [sparava]. Ne ho visto uno, cinque salti ha fatto, cinque volte gli ha sparato. Poi l’ultimo è rimasto là. Che scene ho visto. E ho visto anche… e questo nessuno l’ha scritto… Erano partigiani belga-olandesi, ragazzi giovani, in gamba, li han tenuti 48 ore faccia contro il muro, dentro a Mauthausen, e ogni tanto ne prelevavano due e li portavano fuori. C’era il Politische Abteilung, l’ufficio politico, e li interrogavano, li torturavano: nessuno parlava. Gli spagnoli, i giovani, facevano i servizi, erano entusiasti, dicevano: “No hay uno que abla. Que corazon que tiene”. Però il primo giorno, al pomeriggio, io ero fuori [in] una baracca lì e vedevamo… ho visto… prima li han fatto fare due viaggi, con la cosa per le pietre. Il terzo viaggio c’era il reticolato – adesso non ci sono più quei reticolati ma… io li vedo [ancora] – che faceva angolo, [poi] un passo d’uomo [passaggio coperto, ndr], e 20-30 metri più indietro sulla garrita c’era [il Posten], aveva un Parabellum russo, sparava con quello. Metà li ha fatti uscire da questo passo d’uomo, l’altra metà continuare, e quello là che sparava su questi. Eh. So che ero rimasto incantato alla finestra, il triestino m’ha strappato via: se si accorgevano che avevamo visto ci ammazzavano anche a noi. Ero rimasto bloccato, non ero capace di muovermi, era una cosa tremenda. Poi un fotografo… fotografa… figurano fuori dal reticolato: un tentativo di fuga. […] Il Post passava, col piede lo toccava, se muovevi ti dava il colpo di grazia col fucile. Poi ho visto quando li han portati su, han caricato dei carrelli… una scia di sangue… L’altra metà l’indomani han [subito] lo stesso, però non eravamo lì a lavorare, quelli non li ho visti. Questi qui non credo che ci sia più nessuno che li ha visti.
D: Roberto, ti ricordi se fuori dalla recinzione del campo di Mauthausen c’erano delle officine?
R: Erano nei boschi però, andavan giù. Ci andavano giù, eh. C’erano dei compagni nostri che andavano giù. C’era Antolini, buon’anima, di Genova; c’era il Masetti, anche, il Masetti di Bologna, che è mancato anche lui qualche anno fa. Andavano giù nella scala… tutta la mattina c’era la scalera della muerte, giù, e andavano nei boschi. Facevano dei pezzi di aeroplano. Eh, sì. Invece di qua – quelli però li ho visti dopo, sapevo che c’era – a Ebensee c’erano quelle che avrà raccontato Algeri, dove facevano le Fau 1 e Fau 2 [V1 e V2, ndr]. E le gallerie ci sono ancora lì.
D: Io ti chiedevo lì attorno a Mauthausen se ti ricordi di officine.
R: Ma io non sono mai andato in quei posti lì. Io, escluso il campo… Per andare all’officina elettrica che era lì, che dalla [baracca] 12 erano 30 metri, dovevamo uscire dalla porta principale, togliersi il berretto e salutare la sentinella, facevamo un giro largo, poi andavamo di là, e per ritornare uguale. Mentre lì dentro erano 30 metri. C’erano cinque campi in un campo, capito. Grande il [perimetro] esterno, poi man mano [i più piccoli interni]: lì c’era il campo russo, l’ospedale – lo chiamavano Revier.
D: Tu sei mai stato al Revier?
R: Quando stavo male gli ultimi… volevo farmi mandare, ma si vede che il Kommandoführer – era un maresciallo, era lui che comandava, avevano facoltà di vita e di morte di noi loro – so che gli ho chiesto: “Bitte, bitte, Ich bin krank. Revier”. “Italiano, nicht gut Revier. Kaputtmachen. Bleibst im Bett”. Stattene a letto. Son rimasto lì, non me l’aspettavo. Poi ho capito: si vede che lui mi aveva visto quando facevo il pugile, perché ha dimostrato una certa forma di benevolenza, di simpatia ecco. Infatti anche alla baracca 17, in quarantena, il capo blocco era un omone, era peso massimo, aveva fatto pugilato ai suoi tempi, e quando m’ha detto… quando ha preso il primo incontro [che] ho buscato, m’ha detto: “Tu italiano, prima box haben keine Kraft”, cioè boxi bene ma non hai forza. “Mein lieber muss setzen”. Allora mi faceva andare… passare dalla quarantena. Se non c’era lui lo Stubendienst doveva darmi un bel pezzo di pane. E tutto faceva mucchio…
D: Roberto?
R: Sì?
D: Tu sei mai stato intervistato?
R: Ma una volta, uno dell’Ufficio storico. Però non so se ho raccontato tutto così perché non volevo mai dire le cose mie perché sembra che… perché nessuno ha fatto quello che ho fatto io.
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Visintin Antonio
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Prima parte
Io mi chiamo Visintin Antonio. Sono nato a Fiumicello, il 17 gennaio 1924.
D: Scusa Antonio, Fiumicello in provincia di…?
R: Di Udine. Nato, eh. Poi sono stato residente – sono andato prima a lavorare in cantiere – a Staranzano, che prima era provincia di Trieste, dopo il territorio litorale adriatico è passato sotto la provincia di Gorizia perché han diviso il [territorio], una parte è andata sotto la Jugoslavia.
D: Tu hai fatto il partigiano Antonio?
R: Sì.
D: Quando?
R: […] Io ero esonerato, dovevo andare di marina militare. Marina, naturalmente, se andavo un anno prima, perché erano trentasei mesi da fare, non c’era ancora la guerra perché eravamo nel ’39. Ho fatto il militare, e tutto quanto, e a un certo momento è arrivata la cartolina. L’ho portata in cantiere. Io lavoravo sulla Marina da guerra, lavoravo in sommergibili, e insomma, porto la cartolina, devo andare da militare. Loro m’han detto: “Va bene, passa domani”. Sono andato a lavorare, tranquillo. [L’in]domani mi vengono a dire: “Non c’è bisogno, non vai più a militare, sei esonerato. Però sei militarizzato”, cioè ho dei doveri militari. Va bene, però loro mi tenevano sempre d’occhio perché prima, quando facevamo il premilitare, che il sabato toccava andare a marciare, io non ho pagato la tessera. Allora quelli che non avevano pagato la tessera andavano in sala a studiare la marineria, quello che studiavamo anche in cantiere alla sera; invece quelli che avevano pagato la tessera ci davano un fucile, un moschetto, senza otturatore, che potevano darci senza cartucce, per non farli vedere… tanto stupidi, proprio. Ma siccome che è una nazione governata da stupidi, va bene così. Allora ci mettevano [lo] zaino con delle pietre dentro e li facevano camminare per caso per rocca. E noi, logico, che non avevamo diritto del fucile eravamo in scuola a studiare quello che realmente una persona deve andare in Marina deve sapere, del vocabolario, dalla A alla Z, fino all’ultimo bullone del motore, tutto. Io ero appassionato di questo, mi sono fatto una cultura non indifferente, oltre quella delle scuole di cantiere che facevo. Sono stato esonerato perché ero anche uno specialista, lavoravo sui sommergibili, dove nessuno poteva mettere le mani, che era stretto: io, a biondo dio [abbondantemente, ndr], c’arrivavo. In effetti, non avevo nemmeno cottimo più, io non ero nei cottimi, perché avevo sempre dei lavori che non si poteva “cottimare”. E allora mi davano una percentuale fissa. Posso dire, non stavo male, perché il lavoro mi piaceva e mi piaceva lavorare.
A un certo momento, hanno bombardato il cantiere. L’avevano bombardato prima, ma con poco danno. Hanno bombardato il cantiere e seriamente non si poteva lavorare. Allora, io già lavoravo per i partigiani prima, in terra. È successo così. Lavoravo perché avevo il lasciapassare, perché noi lavoravamo sui sommergibili, a turni, e avevo un lasciapassare timbrato dai tedeschi [così] che potevo camminare. E vicino [a] casa mia c’era l’artiglieria antiaerea, e lì i fascisti passavano con i camion, controllavano. E mi hanno fermato anche parecchie volte, ma con questo lasciapassare potevo passare. Era l’occasione buona per lavorare coi partigiani, le ore [in cui] io avevo i turni di poter lavorare [con loro]: fare quello che serviva alla nostra organizzazione. Tornando indietro, bombardano il cantiere. Tutto un disastro. Mi avvertono: “Guarda che domani han già messo i vagoni… un treno pieno in cantiere che, visto che non si può lavorare, hanno intenzione di caricarvi e portarvi in Germania”. E così è stato, ma io non sono andato a lavorare, né io né una decina di noi. Alla notte stessa siamo andati sul monte, sulla rocca. Siamo andati in montagna e siamo andati coi partigiani. Ecco, questa è la prima fase.
D: Che formazione partigiana era?
R: Siamo andati con la Brigata Triestina, e siamo stati un po’ di tempo con la Brigata Triestina. Ma eravamo in tanti, veniva su sempre [più] gente, perché ormai i tedeschi facevano rastrellamenti e portavano via tutti. Allora la gente aveva paura e veniva coi partigiani, che credeva fosse rose e fiori. Invece lì c’era da fare. Così eravamo un numero tanto grande che con la Brigata Triestina avrebbero dovuto essere 450 persone, [ma] eravamo più di tremila. Allora gli jugoslavi, furbi, han fatto una proposta: “Mandacene un po’ a noi”. E ci han mandato in 250 col IX Korpus [IX Korpus Sloveno, ndr], che era la Vojkova, la Circhina [Circhina, o Cerkno, città slovena; ndr] e la Presiniva [forse Prešernova Brigada, ndr]. E io ero con la Vojkova, con gli jugoslavi. Eravamo in dodici di noi italiani con la Vojkova, gli altri sono andati con le altre due [brigate]. Combattevamo sempre in territorio jugoslavo, ma era una [furbizia] che abbiamo capito dopo. Visto che loro han capito subito chi era furbo e chi era meno furbo, o chi sapeva più fare o meno fare, han detto: “Mi sembra che te sai fare: ti mettiamo con le armi pesanti”. [Come] armi pesanti si trattava di bazooka, due mortai – il piccolo e il [Brixia] – e la Breda; la Breda era la mitraglia più grande che avevamo, la Breda grossa proprio… perché c’era anche il fucile mitragliatore Breda, c’era il Fiat e il Breda, ma la mitraglia Breda era un’arma che ci volevano tre persone dietro. Era un’arma molto pesante. Allora mi han messo con la Breda all’inizio, e fatica, pesante abbastanza. Poi a un certo momento viene un altro, uno sloveno che vuole anche lui la Breda. Allora mi dice il comandante di battaglione, che era un goriziano: “Daccela a lui va’. Guarda che belle spalle che c’ha lui” – ha detto – “daccela a lui che 45 chili, la canna con tutto l’affare [che] non c’era tempo di smontare”. E poi c’era il cavalletto – va beh, lo portava un altro – e poi c’era la munizione, [quindi] tre persone, e trenta chili di zaino, non so io dove si va a finire. I muli li avevamo mangiati. È logico no, qualcosa bisognava mangiare. È finita così.
D: Antonio, ma questo quando è avvenuto?
R: Questo è avvenuto […] in maggio, in maggio siamo andati su coi partigiani.
D: Di che anno?
R: Del ’43 [1944, ndr]. Quello che mi rammaricava – non le azioni che facevamo, non come andava – ma quello che mi disturbava [era] che ci hanno sempre trattato da fascisti. Erano più fascisti loro che noi; sicuro, senz’altro, perché il [loro] comportamento non mi è mai piaciuto. Perché in combattimento abbiamo sempre combattuto, ma quando uno si arrendeva, quando si era finito di combattere, abbiamo sempre diviso quel pezzettino di pane con quello che avevamo preso. Loro non erano così. E allora questo mi disturbava. Per quello loro ci prendevano… “Italiano! Porco italiano fascista!”. Ma se sono qui, a casa tua, combatto insieme con te, ma come faccio a essere un fascista? Che poi, non c’ho nemmeno l’età di essere stato. Poi io credo di essere un partigiano. […] Con le armi pesanti mi caricavano sul camion degli altri e mi mandavano in prestito ad altre divisioni che erano in bisogno, che erano in pericolo. Così, ve lo giuro, che tutto quel periodo che sono stato lì ho combattuto quasi ogni giorno, escluso le preparazioni, era sempre da combattere. Quando tornavamo indietro, che tutti [speravano fossimo] morti, gli zaini erano vuotati, [avevano] portato via tutto. E un giorno sono andato dal comandante e c’ho detto: “Stia a sentire, qui è così e così […] Informati dai tuoi scagnozzi, dalle tue spie, ti informi e vedrai che loro ti diranno com’è la cosa”. Allora si è informato, è stato onesto, e ha scoperto le cose. Ha chiamato tutta la brigata, per sloveno e poi per italiano, ha fatto un bel discorso. Allora nessuno ha toccato più gli zaini […].
D: Quando ti hanno arrestato?
R: È venuta lunga la faccenda. Ad un certo momento mi hanno cambiato di brigata e mi hanno cambiato armi. Non mi trovavo tanto bene. Dei nostri amici italiani erano già rimasti pochi, perché in prima linea eravamo sempre noi e sempre in Jugoslavia. A un certo momento, [al] comandante del mio battaglione – era goriziano, cioè, era uno sloveno di quelli che abitava in Italia – c’ho detto: “Ma perché dobbiamo combattere in Jugoslavia? Abbiamo la nostra Italia [dove ci] sono i tedeschi. Abbiamo i fascisti”. […] Un’altra cosa: sono un testimone che può dirlo, che nessuno lo ha mai detto, che i belagardisti che erano con re Pietro [Bela Garda: Guardia Bianca, ovvero Milizia Volontaria Anti Comunista; ndr] erano coi tedeschi, e gli inglesi buttavano armi a loro e buttavano armi anche a noi. Sappiate questo: che loro lo facevano perché si combattesse fra di noi […] Questo nessun giornale lo ha mai detto dopo la guerra, nessuno ha mai detto niente. Questo dimostra la vigliaccheria degli inglesi, non degli americani. Gli americani erano bonaccioni, ma gli inglesi, non ne parliamo… Abbiamo avuto anche comandanti inglesi con noi.
Allora viene il momento, dopo tanti mesi, dopo nove mesi che sono con loro, [dalla brigata Voikova] mi mandano con la Brigata Triestina.
La Brigata Triestina ha tenuto il colpo più duro: – comunque ero con gli Jugoslavi quando abbiamo occupato il Montenegro – i tedeschi han messo tre divisioni ad aprire un varco per andare in Austria, da Monfalcone […] vicino Postumia per andare in Austria. Volevano aprire un varco per i rifornimenti, per la ritirata. Ed è stato tutto sulle spalle della Brigata Triestina, [che] era già in brutte condizioni. Però comunque c’ha preso, abbiamo fatto l’affare. Visto che non sono riusciti a aprire ‘sto varco si sono rimboscati di nuovo ‘sti tedeschi, e son venuti su. Allora il comandante della Brigata Triestina ha detto […] a me e ad altri ventinove di noi – ricordo come adesso, che fosse giorno, tutti giovani, tutti i migliori: “Noi dobbiamo ritirarci nei boschi, dove i carri armati non possono venire, devono venire a piedi e lì ci combattiamo, e voi fate un’azione di disturbo: cominciate a sparare, poi mollate le armi e tutto, e scappate via. Dovete fare solo un’azione di disturbo”. E noi invece non abbiamo fatto un’azione di disturbo. Avevamo ben impostato [l’azione]. Avevamo quattro Breda e due mortai e tutta gente coraggiosa che andava a buttare la bomba a mano dentro al carro armato, che si coricava in mezzo ai cingoli. Buttava al fianco di benzina, poi la bomba a mano e il carro armato era bello che fregato. L’abbiamo fatto tante volte quel lavoro. Poi loro si sono accorti, allora passavano sopra un cespuglio e han fregato qualcuno di noi. Ma noi avevamo fregato tanti carri armati in quella maniera lì. Loro tranquilli col parapetto sopra andavano via. Fiasco di benzina e bomba a mano. Scoppiava per due ore dopo.
Allora, facciamo ‘sta azione. Davanti era la fanteria, i carri armati erano lenti, erano dietro e c’era una curva in questo vallone, in questa montagna. Noi eravamo sulla collina, impostati, io per fortuna ero il più lontano di tutti, un po’ in dentro, riparato un po’ dal bosco, e davanti la collina era tutta pulita, e lì sotto era la strada. È venuta avanti la fanteria e tre camion – mi ricordo come adesso – i camion erano caricati di gente, di armi, di rifornimenti. Di dietro si sentiva il rumore dei carri armati, ma erano molto lontani. Allora vengono avanti, quando sono ben a tiro apriamo il fuoco: potete capire quello che è venuto fuori perché loro non se lo aspettavano, sia quelli sui camion che quelli in terra, quanti c’erano non so. Ma insomma, così è andata.
Allora noi abbiamo continuato. Dopo un’ora circa vengono avanti i carri armati. Al massimo tre tiri ogni postazione saltava per aria, coi cannoni. […] Ho preso una pallottola nella caviglia, un altro mio amico ha preso una scheggia di granata e all’altro han piantato tutti i sassi nella faccia. Gli unici tre rimasti vivi. […] Allora scappiamo via, giriamo e vediamo che la collina – sono già arrivati – è tutta circondata: “Addio, siamo fregati”. Vado un po’ avanti, trovo un buco [sotto] quelle piante di montagna, quella felce. Ci siamo buttati tutti e tre. Loro han passato tutta la montagna – han trovato i morti che c’eran lì – hanno camminato sempre mitragliando: le pallottole cadevano sempre sulla faccia, noi fermi lì. Dirò di più: davanti avevano tutta la gente del paese, avevano quasi un seicento persone, davanti alla fanteria. Perché noi avevamo sparato di dietro, non volevamo colpire la gente. Però la gente, poveracci […] li hanno ammazzati dopo i carri armati quando sono venuti lì, perché i fanti non hanno potuto fare più niente, loro erano già che si riposavano tranquilli. […] Siamo stati nel buco, lì, tutta la notte. […] Dopo due giorni – loro sono andati via, dove sono andati non lo so, se sono andati avanti verso la nostra Brigata, infatti sentivo sparare […] – noi siam venuti fuori, siamo andati in paese. In paese sapevano già, ci han detto: “Guardate, tutti quelli che han preso in ostaggio han tutti fatti fuori, giovani e vecchi, tutti quelli che c’erano”. Allora questo paese c’ha dato un carro e due cavalli, perché non potevamo camminare: io [con] la pallottola nel piede già da due giorni, senza levar la scarpa, piena di sangue; quell’altro con una [ferita] dietro, che si chiama Visintin anche lui, che era con me, Paolo Visintin; e uno che era di Cervignano, ma non mi ricordo più il nome adesso, che difatti poi non ho visto in campo di concentramento. Paolo Visintin l’ho visto dopo, ma quello là non l’ho visto.
D: Scusa Antonio, ma questa battaglia qui, in che località è avvenuta?
R: A Locavizza.
D: Dopo che vi hanno dato il carro cos’è successo?
R: Siamo andati per le strade, in ogni paese cambiava uomo che ci guidava. Dovevano portarci in ospedale a Monfalcone, [e intanto] ci portavano fino a Jamiano, che era un paese già in pianura, poi conoscevo i sentieri, di notte andavamo là. Avevamo un po’ di bombe a mano, un mitra, due pistole, e un fucile. E la divisa di partigiano. Allora ci siamo cambiati, ci hanno dato da cambiare quando siamo arrivati in pianura. Ma noi non sapevamo, loro già sapevano che noi venivamo giù: qualcuno… le spie… va a sapere cosa. Quando siamo giù, che siamo già cambiati e abbiamo lasciato le armi, ormai siamo sul sentiero. […] Da Jamiano andammo a Doberdò, da Doberdò siamo a Monfalcone e andiamo in ospedale. Io so già dove andare, conosco già la gente che ci fa passare. Andiamo in una famiglia a chiederci un fiammifero per accendere la sigaretta e di strada ci [chiediamo] se lì sono i tedeschi. I tedeschi erano arrivati alle 5: erano le 8 ed avevano invaso tutto il paese. Questo ci doveva dire, e noi eravamo salvi. Perché bastava fare un passo indietro. E [invece] noi camminavamo sulla strada, loro erano fermi col mitra, che ci aspettavano. Tutto lì.
Ci hanno aspettato, ci hanno preso. Siamo in borghese, cosa c’entra? Armi non ce ne abbiamo. Non sanno niente. Non si sono accorti… però hanno visto l’altro mio amico che [era tumefatto in volto], quella lì era in vista, e difatti per quello penso che l’abbiano fatto sparire. Ci hanno messo in una casa, lì, e han messo fuori le guardie. L’indomani mattina ci han caricato su un pullman, ci han portato a Trieste, ma non al Coroneo, al comando delle SS. Lì ci hanno bastonato ben bene, senza dirci niente. Se sapevano quello che avevamo fatto ci tagliavano a fettine. Poi ci interroga uno. Io, non so come, mi sono appoggiato sul tavolo… si è alzato quello là solo perché ho messo le mani sul tavolo: m’ha dato una sberla che non finiva più. Sapevo già che dovevo star zitto e non dovevo far niente. E così ho fatto, avevo già preso la mia dose prima! Allora, io sapevo già il tedesco perché a Monfalcone, alle scuole industriali, invece di fare Francese facevamo Tedesco. Si capisce, non ero un professore, è quello che si impara a scuola… in tre anni di scuola che si fa… […], comunque uno si vendeva, si arrangiava. Prima parlò in tedesco e io feci finta di non capire; allora poi chiama uno e dice: “Italiano, tu eri partigiano. Come ti sei trovato là?”. “Mi sono trovato là per caso, sono andato in un posto, [ho] ritardato perché era coprifuoco”. Ci mandano al Coroneo. Altra lezione: ci mettono sul carretto, tira le mani, tira le braccia, di qua di là, e niente da fare. Non ho visto più quell’altro mio amico con le schegge piantate [sul volto]; avevano capito che era ferito, che qualcosa c’era [da dire], ma non ha parlato. Di noi io avevo ancora [il piede] da medicare, non avevan fatto ancora niente: dopo quattro giorni mi han mandato al Coroneo di nascosto. Nella cella che avevo in prigione nel Coroneo han messo un fascista – ha detto lui che era un fascista – che ha detto che l’han messo lì perché ha rubato. Furbo, no? Quello voleva cercar di levar qualcosa. C’ho detto agli altri: “Non parlate che qui siamo nei guai”. Quando siamo andati a fare l’ora di aria si sono avvicinati tanti: “Voi siete partigiani?”. “Non parlate con nessuno, non conosciamo nessuno, non sappiamo com’è la faccenda qui”. Allora medicati, tutti quanti. L’altro [fascista] non è entrato più in cella. Non si sa, non abbiamo mai saputo che fine ha fatto.
D: Scusa Antonio, tu prima dicevi che ti hanno portato a Trieste nella sede della SS. E dov’era la sede della SS?
R: Eh, a sapere… Io so che era un locale grande, di lusso, difatti non c’erano prigioni, non c’era niente. Erano uffici, e ho visto tutti della SS, non c’era nessun italiano dentro. Tutti quanti della SS.
D: Non sai in quale palazzo era?
R: No.
D: Poi dicevi che quando ti hanno portato al Coroneo ti hanno fatto ‘il carretto’…
R: Ti legavano mani e piedi e ti tiravano, col mulinello ti tiravano, finché parlavi. Ma cosa parlavi? Se sai che se parli ti ammazzano… Han visto che non ricavano niente e c’hanno mandato giù. Siamo [stati] giù una settimana, nelle celle della prigione, ogni ora l’aria. A un certo momento è venuto l’ordine di sfollare tutta la prigione del Coroneo e mandare in Germania. Ci hanno preso, caricato in camion, ci hanno portato in stazione sul carro bestiame, chiuse le porte e via, in Germania.
D: Dalla stazione o dal silos di Trieste?
R: No, dalla stazione. Dal Coroneo andati diretti in stazione, che c’è un tragitto molto corto, che si può fare anche a piedi. In stazione c’erano già i vagoni lì, il carro bestiame già pronto, coi reticolati sulle finestre.
D: Quando questo?
R: Questo è avvenuto sempre in maggio, quando sono stato preso. Sempre in maggio. In maggio sono andato via, in maggio l’altr’anno mi sono trovato lì, e in maggio sono stato liberato. Guarda un po’ sempre ‘sto mese di maggio…
D: Allora, vi hanno portato alla stazione…
R: […] C’hanno aperto l’indomani a mezzogiorno – non so nemmeno dov’eravamo, ma eravamo già in Austria perché vedevamo le case… vedevo che non eravamo in Italia – e lì ci hanno fatto fare i nostri bisogni. Col fucile, si capisce, in aperta campagna. Tutti quanti tornano su di nuovo, chiusi i vagoni e via. Ci hanno dato una pagnotta, di quei mattoni… ogni vagone. Nel vagone dove c’ero io eravamo in 46, e gli altri erano anche 60, ma mica han dato due pagnotte! Una ciascuno, l’abbiamo tagliata a pezzi, fatto un pezzettino ciascuno. Non bere, per l’amor di dio! Niente! Non abbiamo nemmeno tirato l’acqua quando siamo andati in gabinetto. Non abbiamo bevuto per quattro giorni. Allora ci hanno dato due pagnotte in quattro giorni, finché siamo arrivati a Buchenwald.
D: Il treno non si è fermato a Buchenwald però…
R: Dentro! Come no! La ferrovia entrava dentro. C’era la ferrovia perché a Buchenwald loro avevano fatto un grande deposito di roba per l’esercito, perché speravano che inglesi e americani non lo bombardassero, capisci? Là c’era la ferrovia che arrivava fino a dentro il campo, dentro i reticolati. Dentro chiudevano, avevano dei portoni che non finivano più. Chiudevano tutto e il treno rimaneva dentro: aveva la possibilità di manovrare, come in una stazione ferroviaria.
Poi ci hanno portato in queste baracche. […] L’indomani mattina c’era un grande catino, proprio la forma del catino, aveva 3 metri di diametro, alto un 80 centimetri. Cosa c’era dentro non lo so; so che sapeva di petrolio, di nafta, di qualcosa. Allora uno alla volta, spogliati tutti, e dentro, ci buttavano dentro, con la testa ci schiacciavano giù. Poi si andava avanti di là. C’era un altro corridoio: tagliavano tutti i peli, dappertutto, capelli… tutto. I capelli [li tagliavano alti un dito, oppure facevano la striscia in mezzo a zero, oppure ancora la lasciavano crescere in modo da essere sempre riconoscibili]. Poi ci han visitato tutti: ci han guardato in bocca, se avevamo oro lo levavano subito, tutto toglievano. Va bene che non c’erano [da] anni di orologi, però qualcuno aveva qualche anello, o l’orologio del taschino: tutto, lì non rimaneva più niente. Passavi di là, e ci han dato la nostra bella divisa [a righe], col numero, col triangolo, un paio di zoccoli col legno sotto. È cominciata l’odissea.
D: Antonio, il tuo numero?
R: […] Settantotto quattrocentodiciotto [78418].
D: E in tedesco te lo ricordi?
R: No, non mi ricordo più. Potrei dirti […]
D: E dopo che ti hanno immatricolato cos’è successo?
R: Siamo stati un po’ di tempo lì, non sapevamo niente. Di italiani eravamo in due rimasti, di tutto il vagone che c’era, lì, nella baracca 18, eravamo rimasti in due. [Da] mangiare ci davano una volta al giorno. [Per] lavarsi c’era fuori all’aperto una fila di lavandini, acqua fredda… questo si sa. Ogni tre baracche c’erano reticolati in giro, non con la corrente, [mentre] tutto in giro al campo c’era la corrente. […] Da una baracca all’altra non potevi andare perché se ti prendevano… Perché loro mettevano i numeri progressivi [alle baracche], allora quei numeri sapevano già che era da quello a quello, che sulla porta c’era già scritto, da quello a quello. Se ti trovavano fuori erano…
D: Antonio, quando tu eri a Buchenwald, hai visto se c’erano anche delle donne?
R: Ho visto donne, in una baracca-tenda. Erano donne, uomini e bambini, ma erano ebrei. Dopo le nostre baracche, uscendo dalla porta sul lato destro, c’era un grande tendone. C’era una grande baracca di tela che adoperano anche per gli sportivi… E lì, io non lo sapevo, m’han detto: “Là son tutti gli ebrei”. Di fronte a noi, di là dei reticolati, c’era una baracca di svedesi, prigionieri politici come noi, tutti svedesi. A loro, mi dicevano quelli lì che li vedevano, ogni mese da casa ci mandavano i pacchi. Strano, a noi non arriva niente. La Croce Rossa dice che li faceva i pacchi, ma a noi non ci è mai arrivato mai niente.
Tante volte ci portavano le rape, e le rape ce le portavano di campagna, sporche di terra, col sacco. Venivano lì, buttavano il sacco in mezzo alla baracca, con la macchina fotografica facevano le fotografie e noi, come scemi, chi ne prende due, chi ne prende nessuna, a mangiarle ancora con la terra su. Io lì ho conosciuto un certo Nikolai, un russo, che aveva un po’ di autorità, anche lui che era già da un po’ che era prigioniero coi tedeschi. E ha fatto un discorso perché ce l’ho detto io: “Perché dobbiamo essere noi così cretini da farli ridere loro? Almeno, stiamo male, ma non siamo dei cretini. Siamo uomini, e dimostriamo di esserlo. Allora, cosa dobbiamo fare? Quando arrivano vuotano il sacco” – siccome che tutti in terra non si stava, bisognava stare nel vespaio, tutti in piedi non si poteva stare – “quattro o cinque persone si incaricheranno di andare ai lavandini, lavare le rape, le divide: siamo in 38, li divide in 38 pezzi, uno si gira con la schiena, ci dice [a] chi tocca questo [a] chi tocca quello”. Allora vengono, rovesciano, il maresciallo pronto con la macchina fotografica: nessuno si muove. Tutto [arrabbiato] col nerbo, botte di qua e di là. […] Nessuno ha parlato, nessuno niente. Ha preso su, è andato via. È rimasto male, ha capito che i disonesti erano loro, non noi, che le bestie erano loro, non noi. […] Abbiamo fatto così finché siamo rimasti lì. Ci han tenuto due mesi lì. Poi non facevamo niente… anzi, due giorni ci han mandato – quando sono venuti a bombardare gli americani – ci han mandato nei magazzini a sistemare della roba, delle divise dell’esercito. […] Vengono lì, ci chiamano… i numeri, quelli che sono. Fanno una fila, ci portano in piazza, c’è il treno, ci caricano, e ci portano via.
Da Buchenwald – mi sembra sotto il distretto di Weimar – ci han portato fino a Dessau. Siamo arrivati a Dessau, abbiamo trovato il campo bello nuovo, perché si vedevano i legni, appena levata la ‘buccia’, piantati i reticolati nuovi, col filo spinato in giro, con la corrente elettrica. Tre grandi baraccone che tenevano 500 persone l’una, ognuna divisa con reticolati ma senza corrente. E fuori all’esterno c’erano quelle garitte che facevano loro, di legno, con la scala, con una mitraglia – tutte avevano un mitraglia – avevano il coperchio e ogni 50 metri ce n’era una di queste. Io ho fatto un calcolo ben preciso: noi eravamo in 1.500 ed erano 500 della SS, tutti riformati, feriti, tutte bestie che non si può dire altro; io penso che si drogavano o si ubriacavano, perché è impossibile che una persona possa agire così contro un’altra persona che non ha fatto niente. […]
Ci mandano a lavorare in fabbrica. Alle 4 e mezza sveglia, un pasto, una brodaglia, margarina l’abbiam mai vista; a Buchenwald qualche pezzo di margarina ce lo avevano fatto vedere, qualche fetta di pane. Lì, nemmeno quello noi abbiamo visto. Una fetta di pane [tipo] mattone, [grande] come la mano, e la brodaglia di zuppa, sempre quella di margarina. Non hanno capito che se ci danno da mangiare non possiamo lavorare: vuol dire che erano molto più arretrati di noi, perché io se ho un cavallo lo mantengo bene perché mi serve per lavorare, che mi rende il lavoro, ma se gli do delle botte e non ci do da mangiare quello mi dà calci, ma non lavora. […]
Mi mettono in questa fabbrica di vagoni e tutto funzionava bene. Siccome era scritto già sulle carte e sapevano che ero uno che aveva studiato, che sapevo il mio lavoro, mi danno da fare un ponte, di quei ponti movibili per buttare sopra i camminamenti per passare coi carri armati. Il mio lavoro era molto impegnativo. C’erano le gru che funzionavano, dopo per fortuna è rimasta solo la mia che funzionava. Poi mi hanno messo a fare altri lavori, ma sempre dov’ero io solo, chiuso [tra] le lamiere, perché i lampi della saldatura davano fastidio ai borghesi. Il borghese che era capo della fabbrica, un tedesco del posto, era una brava persona, mi aveva preso in simpatia, ma non poteva parlare con me, mi doveva dare solo ordini e basta. Io avevo un tornio, avevo tutto dentro, facevo dei barattoli di alluminio col manico, che si porta a pranzo col tegame sopra. Li facevo belli nuovi, e li lasciavo sopra. Lui capiva, li portava fuori e portava dentro patate, sigarette, roba. E io portavo là [in baracca]. Però era difficile entrare con della roba: noi avevamo una stufa ma non ci permettevano di far fuoco, e noi dovevamo cuocere le patate. Allora ci voleva la legna, e il carbone che in fabbrica c’era. Eravamo in 1.500, 400 prendevano un pezzo di legno, piccolo, ciascuno. Metà li prendevano [nella perquisizione], toccava buttarli nel mucchio, là; e l’altra metà passavano […]. Mi dava le patate e le portavo dentro, e allora io dovevo essere protetto: eravamo in 40 nella baracca, se a me mi visitano, mi trovano la roba… oltre quello la baracca non mangia. Accendevamo [il fuoco], tagliavamo le patate e le attaccavamo tutte al camino, quando la patata cadeva era cotta. E avanti, diviso sempre per tutti. Al mercoledì non si lavorava in fabbrica, ci mandavano a Dessau a sgombrare le strade. Viene un certo momento che uno si accorge che sotto una cantina ci sono delle patate mezze cotte, con gli spezzoni di legno. Allora andiamo là a prendere le patate. Uno della SS si accorge, ci aspetta sulla porta: ognuno, con un tondino grosso così, lungo così, un colpo nella testa. Io mi sono alzato e l’ho preso qui [sul petto]. Mi ha fatto male ma me la sono cavata. Quattro ne ha ammazzati, ci ha aperto il cervello. Poi botte a noi per portarli là nel campo, perché eravamo andati a prendere le patate. […]
Un’altra volta andiamo sempre fuori a sgombrare. Era un mercoledì, e c’erano gli aerei americani che passavano. ‘Sto salame della SS faceva bum bum bum, ma non sparava, faceva solo finta di sparare. E c’era un muro rimasto su così e noi scavavamo sotto. Non so come questo qua si è appoggiato sul muro. Era un muro alto 20 metri, rimasto solo… e ‘sto muro ballava, e lui col fucile giocava “balla, balla”: ‘sto muro cade giù, e cade dalla parte dove sono i miei che lavorano sotto. Botte col fucile alla schiena per tutti, da scavare alla svelta per tirarli fuori. […]
Un altro mercoledì una donna, sopra, ci vede passare e ci butta una pagnotta di pane: puoi capire, una colonna di 1.500 persone, butti una fetta di pane, viene fuori il pandemonio. Hanno avuto coraggio di andar su, e ci hanno sparato eh. Quella era tedesca… ma non sarà stata tedesca, perché se era tedesca non buttava il pane. Perché solo i cecoslovacchi si facevano sparare dai tedeschi per buttarci il pane oltre i reticolati. Solo i cecoslovacchi, solo quella gente! Non mi potrò mai dimenticare di quella gente. Poi vi racconterò come ci hanno aiutati.
Così è stato il campo di concentramento. Se volete dire, le gru erano rotte, e noi lavoravamo sui vagoni, tutta roba pesante che bisognava portarla da un posto all’altro, tutto a mano. La mia gru, fortuna, era rimasta buona. È venuto il tempo di dover fare un altro ponte, gli americani erano vicini, si sentivano già le cannonate. Torno indietro: […] noi avevamo uno della nostra baracca che andava a mischiare le patate nella dispensa che era dentro nel campo – era dentro i reticolati di corrente – che le mischiava ogni giorno perché non andassero a male, levava quelle marce; bisognava far quel lavoro, e si trattava di tonnellate di patate, perché loro mangiavano, non noi, ma loro mangiavano. […] Quando bombardavano, che spegnevano le luci, e i fari non funzionavano, noi andavamo dentro per un finestrino, andavamo a prendere le patate e poi le portavamo fuori. Difatti quando ci hanno portato via di lì abbiamo lasciato sul soffitto, sopra, un quintale di patate. È morto uno solo della mia baracca, un polacco, perché era vecchio proprio. Si vede che ha preso un male, senza cura, senza niente… bronchite, tossiva sempre, ma fu l’unico morto della baracca.
D: Antonio, tu dicevi che oltre a costruire i ponti tu con altri costruivate dei vagoni speciali?
R: Sì, erano vagoni cisterna mascherati con dei compensati robusti [e] con una croce rossa, e in centro avevano le mitragliere. Fuori era compensato ma dentro c’era uno strato di cemento di 50 centimetri, tutto in cerchio, dove giravano ‘ste mitragliere antiaeree a quattro canne, e sopra c’era un coperchio scorrevole e apribile. […] A me mi serviva l’acciaio, l’acciaio buono per far coltelli, perché erano molto in voga i coltelli di acciai buoni, e poi le pentole per friggere le patate, di ferro; io avevo l’attrezzatura e le facevo, il borghese mi portava roba. Per me andava bene perché la baracca mia fumava e mangiava, e così ci siamo salvati. Ci siamo salvati così.
D: Quanto tempo sei rimasto tu in quel campo lì?
R: Siamo rimasti lì… marzo-aprile… fino ai primi di aprile del ‘45. Poi hanno proprio raso la fabbrica al suolo e ci hanno portati via. Ma torniamo indietro. […] È venuto di fare un altro ponte di questi: chi era in grado di farlo? E allora dice a me: “Guarda che devi fare quello lì, devi cercare di fare delle ore [di lavoro]”. “Ma io, benedetto, se non mi porti da mangiare, io non lavoro, perché ci vuol forza”. C’erano le saldature da fare, le saldature larghe così, con elettrodi da un centimetro, non era uno scherzo. Prima mettere assieme tutta la roba e poi saldar tutto, girare con la gru di qua e di là. Lui ha detto: “Per te ci penso io”. E io sempre dividevo, sempre con tutti. […] C’era sempre un fattore: uscire dalla fabbrica, dividere la roba per persone, quelle persone dovevano essere precise di quello che bisognava fare sennò perdevamo tutto. Perché usciti dal portone della fabbrica noi eravamo più niente. Eravamo in mano alle SS […]. Allora accetto di fare questo ponte. Siamo a metà lavoro, contenti vengono i borghesi, i proprietari e grossi ufficiali, lo guardano, non dicono niente. Mi dice il capo borghese: “Guarda, c’è da girare”. “Va beh guarda, giralo te perché io devo andare al gabinetto… almeno a quello posso andare?”.
Vado in gabinetto e trovo una ventina – un gabinetto grande, lungo – una ventina di questi prigionieri che erano lì che parlavano… perché si sentiva già le cannonate, e loro si vede che parlavano di questo. Viene un capo [kapò, ndr] di quelli tedeschi, di quelli del 33 che l’abbiamo portato da Buchenwald, c’hanno dato quelle mansioni lì, li ha fatti stare un po’ più bene, avevano una baracca a parte, mangiavano meglio, avevano dei permessi. Viene lì quello, prende il numero di tutti. Arriva lì da me, ero appena entrato, e mi dice: “Dammi il numero”. “Non ti do il numero per niente, perché devo darti il numero?”. “Perché sei qui?”. “Sono qui perché devo andare in gabinetto, devo fare i miei bisogni”. “No” – ha detto – “Mi dai il numero”. “Te mi prendi il numero, domani… Ich morgen kein essen, tu […] kaputt”. Tutti sono rimasti meravigliati. Allora lui m’ha dato uno schiaffo forte, perché aveva forza, lui mangiava. Io avevo degli zoccoli, erano pesanti così […], c’ho scaraventato due pedate nello stinco […]. Lui m’ha buttato per terra, sono venuti gli altri capi [kapò], m’han dato pedate e legnate anche loro. E poi mi hanno portato in infermeria. In infermeria ho trovato anche lui […]: “Guarda che qui ci vuole il medico. Qui è scheggiato l’osso da tutte e due le parti”. Sicché lo portano in ospedale. Per me è ora di andare in baracca […]. Quello là in ospedale è peggiorato. […] È venuto [dal] Gauleiter l’ordine di vedere com’è questa roba, che non si può permettere che uno vada contro un capo. Nel frattempo io sono andato in fabbrica, prima di tornare dentro [in baracca], mi sono seduto sul banco. È venuto il borghese, mi ha detto: “Come mai?”. “Io non lavoro più: sono andato in gabinetto – ho lavorato fino all’ultimo momento, non mi sono nemmeno lavato le ami e la faccia – a fare i miei bisogni, [e il kapò] mi ha preso, mi ha detto che mi prende il numero che domani non mangio. Io ero appena andato…”. “Ma io lo so, testimonio io” […]. Lo sapete che non potevo piangere? Avevo il singhiozzo, mi venivano giù le lacrime, sapere il disprezzo, non mangiare, dover lavorare. Che un ignorante mi possa fare una cosa del genere, senza chiedere quanto tempo, come sei, dove lavori, che lavoro stai facendo. Queste erano cose che mi davano un’offesa che non potevo piangere. E andiamo in baracca. Siamo in baracca tutti quanti, compreso Nikolai, questo russo. Tutti quanti sanno tutto, tutti han visto tutto. Quasi alle 10 di sera arriva il Gauleiter, il capo del [campo], sarebbe quello che comanda le SS, il campo, tutto […]. Viene lì con tre della SS, due col nerbo in mano, nerbi di quelli che ti fanno rimaner secchi. Viene, chiede il mio numero, dove sono io. Sono su [in] baracca, dentro. Nikolai mi dice: “Non scendere, perché qui ci deve portar via tutti”. Lui viene dentro, arriva a trascinarmi fuori: i miei mi tirano di qua, loro tirano di là. [Dei] due delle SS uno tira fuori la pistola. Ho detto, qui si mette male. Arriva una motocicletta dentro, con un ordine. Il capo borghese, che non poteva parlare con la SS, non si poteva, ha parlato col direttore di fabbrica, con quello interessato al ponte; ci ha spiegato tutto: “Questo già non mangia per fare ‘sto lavoro, ancora ci diamo delle botte dopo che ha fatto il lavoro? È l’unico in grado di poterlo fare”. […] Han mandato una motocicletta al comandante, il comandante non era nella caserma, è venuto con la moto dentro, ci ha dato questa carta. Noi abbiamo visto la carta, non sappiamo cosa era scritto. Si ritira, il Gauleiter si ritira, mi molla. SS dà ordine di uscire, di andar via. Dopo un quarto d’ora arriva il cuoco delle SS con una gamella di zuppa, con due pacchetti di sigarette e un pezzo di pane. Io c’ho detto a Nikolai – non avevo mangiato – “Mangiate voi, fate quello che volete, io non sono in condizioni di poter far niente, poi domani vedrò.” […] Io ho voluto farci vedere… “Mi ammazzerete, non mi interessa, però voglio dimostrarvi di essere più civile di voi, ma molto di più”.
Torno indietro. Un’altra cosa che è molto importante, che i tedeschi devono sapere: quando noi scavavamo fuori le bombe, che ci portavano a scavar le bombe [inesplose], mandavano le donne, mandavano i bambini piccoli, con la bacchetta, andavano in colonna a darci bacchettate per le gambe. E loro a ridere, bere il thè sulla finestra insieme alle donne. Questo è il fatto, questa è l’umiliazione. Queste sono cose che pesano. Ma come si fa a fare un’azione del genere? […]
Seconda parte
Siccome che [in] quei mesi lì erano i mesi che han bombardato dappertutto, han bombardato anche la fabbrica, han bombardato tutte le città. Addirittura Dessau l’hanno spezzonata, solo con spezzoni, ogni metro quadro uno, spezzoni che bruciano fino a… nell’asfalto andavano a tre-quattro metri sottoterra, roba potentissima, che non si è salvato niente. Loro han detto – si vede che han parlato – “li portiamo via”. Allora ci hanno messo come le bestie [a tirare] i carri, e c’han fatto camminare. Abbiamo camminato una giornata intera. Siamo arrivati in una città che non so come si chiami.
Ci han portato lì dei carri, [che trasportavano] della roba, del pane, […] in questa città [dove] non si poteva andare [per] le strade perché era tutto sottosopra. E siamo andati a portare ‘sto pane alla gente, due pagnotte ognuno, “con la speranza che ci diano da mangiare” – han detto – “se facciamo questo lavoro il comune ci dà da mangiare”. Invece non è stato così. Fortuna che eravamo all’aperto, in campagna, ogni tanto prendevamo delle brancate di cicoria e mangiavamo quelle ed è andata bene così. […] Di nuovo, prendi i carri e via in un’altra città. Abbiamo camminato due giorni e una notte. Siamo arrivati al mattino là e c’erano dei camminamenti da [tracciare]: c’erano i picchi… quella roccia friabile; due giorni senza mangiare; camminare… chi restava indietro era morto; ancora a tirare i carri avanti per portare la roba [dei tedeschi] perché cavalli non ce n’erano. Là si sono accorti che, picco o non picco, è inutile: a fine giornata non c’era nemmeno dieci centimetri di buco fatto, è inutile darci botte, legnate, se non c’è fossa non si può fare niente. Allora via di lì. Ci portano in un altro posto a fare un altro lavoro. Niente da fare, troppo esauriti. Allora vanno in una dispensa con un carro e prendono dei sacchi di orzo. ‘Sto orzo bisogna dividerlo. Eravamo 1500, e qualcuno era già morto, metti che era mancato un 50 di loro, non di più. Comunque, eravamo sempre una bella cifra: dividi qua dividi là, tre cucchiai di orzo crudo ciascuno, così era da fare, in fila, uno due tre, uno due tre. [I tedeschi] però avevano il suo pane, la sua marmellata, loro avevano la sua roba, questo si sa. Quella giornata è andata così. Poi ci portano sul [fiume] Elba, non so che città era, e ci mettono su tre barconi. Ormai non erano in grado di consegnarci a nessuno, ci dovevano far fuori tutti perché sennò erano responsabili di quello che era, di quella che han fatto, è logico. Abbiamo navigato un mese su questi barconi, sempre con queste razioni di mangiare spaventose. La gente come moriva nelle stive… Non c’era gabinetto, non c’era niente: abbiamo noi levato qualche tavola [per i nostri bisogni], fortuna che non si mangiava e così c’era poco da fare. Non c’erano letti, non c’erano coperte, non c’era niente. Bestie, come si mette le vacche, bestie e basta.
[Abbiamo] fatto questo mese di viaggio e siamo arrivati vicino Praga, a 17 chilometri da Praga. Era l’8 maggio. [Davanti a noi] c’era un bivio: da un lato era la centrale, dall’altro lato, sull’Elba, c’era un ponte bombardato e caduto. Di là del fiume c’erano le camionette dei russi che ci facevano già segnale, anche i cecoslovacchi dicevano “buttateli tutti e [lasciateli a noi], ormai la guerra è quasi finita” perché [eravamo] in una sacca, i russi erano andati più avanti, la notte son passati di lì. Non possono più andare avanti coi barconi. Fermano i barconi lì. L’Armata Rossa viene avanti, ho visto gli apparecchi. C’era una colonna di militari tedeschi sulla strada vicina, li han fatti fuori tutti, allora quelli lì hanno preso paura. Durante la notte… Ma noi non si sapeva niente, né che giorno c’è, né quando finirà la guerra, né dove eravamo: avevamo perso tutto ormai, qualunque orientamento e qualunque speranza.
Durante la notte [i tedeschi] si sono levati i vestiti [militari], han messo vestiti normali. E lungo il fiume loro erano sul rimorchiatore, non erano sulle chiatte; loro erano nella barca motore dietro, che faceva la guardia, e ogni tanto di giorno venivano a vedere chi era vivo e chi era morto: morto, puf, nel fiume, e via. A un certo momento ci alziamo al mattino e non li troviamo più. Viene qualcuno con la moto, ci dice: “Guardate, siete liberi, loro sono scappati”. Andiamo in terra, abbiamo paura anche ad andare in terra. Mi ricordo come adesso: c’erano i corvi che avevano fatto i nidi in questo bosco, questo triangolo [di bosco], ma ce n’era tanti, ce n’era cinque-sei nidi per pianta. Allora io che da bambino sono sempre andato sugli alberi mi sono arrampicato e ho cominciato a buttar giù ‘sti piccoli. Allora accendi il fuoco col cotone, perché non avevamo fiammiferi. Un pezzo di cotone, due tavole, una sfregata: cinque minuti e c’era la brace già bella pronta. Difatti col cotone si fa anche l’esplosivo, noi questo lo sapevamo. Abbiamo mangiato, il primo giorno tutti. Però abbiamo visto che siamo in pochi, difatti poi ci hanno contato: 900 eh, partiti in 1500. […]
Ma il bello deve ancora venire. La notte è passata l’Armata Rossa – bim bum, spara di qua spara di là – e noi siamo andati in una fabbrica di tabacco, e [lo abbiamo cosparso] per terra, “guarda che bello, finalmente una dormita”. Poi viene un vecchietto lì del posto, un cecoslovacco: “Ragazzi uscite tutti, perché se no con quel gas lì domani mattina voi siete tutti morti, perché quello lì è veleno, è un gas che deve fermentare”. Allora siamo usciti e siamo andati in una stalla. Il contadino ci ha dato un secchio di latte; ormai eravamo già allargati, chi è andato di qua chi è andato di là, eravamo rimasti in pochi. Ci ha dato delle patate sode e questo latte. Abbiamo mangiato così, con le mani, come le bestie, perché non avevamo niente, né cucchiai né niente.
L’indomani ci portano a Praga, eravamo vicini. Siamo a Praga, cosa facciamo? Han detto: “Andate per negozi che ci vi danno qualcosa, dovete vestirvi, tirar fuori [i vostri], lavarvi”. Ci mettono in tre-quattro per famiglia a Praga, ci danno da mangiare, da vestire, ci mettono a posto, ci danno il bagno, tutto. Poi ci passano la visita e dice: “Fra tre giorni vi trovate tutti in stazione che vi portiamo in un campo di smistamento”. Allora andiamo in giro, per Praga, di qua di là.
Anzi, devo dire prima [una cosa]. Quando ci hanno portato a Praga che abbiamo fatto tutti quei chilometri a piedi, ogni paese tutta ‘sta gente veniva con le pinte di caffelatte, coi dolci, col pane, fin troppo, fino a vergognarsi da dover dire “no basta, abbiamo già mangiato già in quel paese là”. Ogni paese ci facevano riposare, arrivava ‘sta gente, sembrava che sapessero… Insomma, una cosa… una cosa che ancora adesso mi commuove, a pensare quella cosa lì. Mentre gli altri ci han trattato in quella maniera, come ci han trattato…
Allora, ci portano là, ci danno ‘sti vestiti, ci mettono a posto, e noi andiamo in stazione. In stazione ci sono dei russi che scaricano delle cassette di uova sode colorate. Ogni tanto [qualche uovo] cadeva e lo mettevano da parte. Noi ci abbiamo detto: “Possiamo prenderle?”. “Prendete finché ne volete”. Io avevo il berretto, ne ho preso un berretto pieno, gli altri lo stesso. Siamo andati lì un po’ avanti nel fosso per non sporcare, le abbiamo pelate e le abbiamo mangiate. Ne abbiam mangiate [tante] che… io meno, gli altri non so, non li ho visti. Sono andato in coma, quattro giorni in coma: Mi sono trovato a [incomprensibile], mi han preso gli amici, mi han messo sul treno, con la testa fuori del vagone; e mi hanno detto [poi] che fino in Ungheria ho sempre buttato fuori.
Ci hanno portato in Ungheria, in un campo che erano tutti italiani, e c’era il comando italiano con gli ufficiali italiani. Ecco perché abbiamo perso la guerra: siamo stati quattro mesi lì a aspettare che arrivino ‘sti vagoni. Noi abbiamo perso la guerra perché avevamo delle signorine come ufficiali! Prima di tutto non dovevano accettare la guerra, perché dovevano capire gli intelligenti ufficiali che noi siamo un fuscello rispetto al mondo. Ed era solo che da perdere e far stragi. Invece di dire “otto milioni di baionette” dovevano dire “otto milioni di gente scalza”. Perché in Grecia la gente [arriva] tutti congelati. Come si fa? Ma dalla Russia, con le pezze ai piedi: come si fa vincere una guerra così? Questi dovevano essere processati, dal tenente a tutti gli ufficiali. “Adesso voi fate tutto quello che avete fatto fare alla gente” […]
D: Antonio, quando sei rientrato in Italia?
R: A [incomprensibile] si aspettava che arrivassero ‘sti vagoni, e i russi ci facevano lavorare, lì, che avevano una santabarbara da far saltare sulle granate. Ma non andava tanto bene, era un lavoro che non mi piaceva. “Ho giocato tanto con le bombe, adesso la guerra è finita e non voglio fare [più]” E allora ho trovato il sistema di sgattaiolare. Però, posso dire, ci davano da mangiare a volontà. Noi eravamo in ventisei italiani [mentre] gli ungheresi erano tutti spariti, erano tutti con i tedeschi. Finché non sono andati via i russi di lì non si è fatto vedere nessuno. Ci [sono voluti] dei mesi perché ogni tanto arrivasse qualcuno. Allora ci hanno dato una casa. “Chi vuole” – han detto – “si faccia da mangiare da solo, viene qui il capo baracca, fa la nota del personale che c’ha, e noi ci diamo i viveri e fanno da mangiare”. Io ero insieme con degli alpini, con altra gente dell’esercito. Internati politici erano pochi perché ormai eravamo sparpagliati. Dov’ero io ero il solo [deportato politico] italiano rimasto, erano tutti stranieri. Ci avevano diviso: [ad] ogni nazione han dato il suo campo. Noi prendevamo il tabacco; c’erano i sacchi [che contenevano] tabacco tagliato: a noi ogni settimana ci veniva uno di quelli. Fai il conto: 25 grammi di tabacco ciascuno al giorno – che io ne ho portato a casa uno zaino perché fumavo poco – 25 grammi di lardo o pancetta [da] mangiare col pane, 700 grammi di pane e 25 grammi di zucchero. E poi caffè, che non era caffè ma era orzo, quello a volontà: caffè non c’era, va ben. Se volevamo [c’era] anche il latte, latte in polvere, quello che adoperava l’esercito, ma noi quello non l’abbiamo mai preso. Sicché il mangiare, vi dico la verità, era troppo. All’inizio mangiavo dove avevano fatto la mensa, erano sette italiani che facevano da mangiare, tutto al modo nostro. Noi abbiamo fatto le tettoie, noi abbiamo fatto i tavoli, noi abbiamo fatto le panche. Noi italiani facciamo tutto. Noi abbiamo fatto i bidoni per buttare lo scarto, [anche se] qualcuno buttava fuori. Qualcuno faceva il minestrone – era più carne che fagioli – buttava i fagioli e mangiavano la carne, poi buttavano per terra […].
Ad un certo momento dice l’ufficiale russo: “State a sentire, qui vogliamo fare qualcosa visto che bisogna stare ancora insieme. Chi vuole venire con me, prendiamo due camion, andiamo in Austria, prendiamo un po’ di strumenti” – perché sapeva già, chi suona quello chi suona quell’altro, io anche suonavo la chitarra – “e mettiamo su un teatro”. “Teatro?”. “Non aver paura, vedrai che facciamo”. Siamo andati in Austria, ci han comprato – comprato, cosa ne so io? – ci hanno dato questi strumenti, li abbiamo messi sul camion, abbiamo provato [e] funzionano. E siamo venuti a [incomprensibile]. Lì c’erano due camion di tavole: abbiamo fatto il palco, abbiamo fatto tutte le panche, abbiamo fatto tutto, nel tempo di una settimana dopo arrivati lì. C’erano già altri prima [che arrivassimo noi], c’erano già gli ufficiali lì, ma erano troppo ignoranti per capire. Abbiamo fatto la squadra di calcio quando eravamo contro i russi, e c’era il comandante che era più rabbioso quando prendevamo il goal noi che non quando lo facevamo, che voleva sempre che facevamo vedere a loro come si fa. Perché quattro mesi erano lunghi, quattro mesi li abbiamo passati così. Almeno abbiamo passato il tempo. Poi [avevano] da dire che gli italiani in cucina erano quelli che rubavano. Un giorno arriva la pattuglia – la sera eravamo liberi – e prendono [uno] con un sacco di zucchero che lo andava a vendere. Tasta, guarda, fa il buco: “Zucchero! Torna indietro, portalo indietro, non fare lo scemo”, Che già si capiva bene il russo: io ero quasi tutto [il tempo] coi russi, tedesco m’arrangiavo, dopo il russo l’ho imparato. L’han fatto portare indietro e non c’han fatto niente… Perché rubare? C’abbiamo tanto che vogliamo! Per darcelo a quelli là? Che gli ungheresi son peggio dei tedeschi: la razza seconda peggiore che ho trovato sono gli ungheresi eh, questo è un fatto.
Viene il momento in cui arrivano ‘sti carri bestiame, aperti, non chiusi. Han detto: “Arrivano dall’Italia”. Infatti era scritto ‘Italia’. Io sono partito [con] la seconda andata, perché quelli che erano prima di me lì sono partiti prima.
Eravamo in quattromila lì: duemila son partiti e siamo rimasti in duemila. Dopo un quindici giorni è arrivato il treno, tutto aperto: “Se piove qui come facciamo? Sarà un po’ di tempo da navigare per arrivare”. “Dobbiamo arrivare in Austria, però bisogna fare il giro per Monaco di Baviera”. Eravamo in Ungheria e bastava andare a piedi, eravamo già in Austria. No, abbiam dovuto andar su, in Germania, perché la ferrovia era per l’esercito, era per loro, americani e russi, serviva a loro. Questo devo ammirare, che l’ufficiale russo che comandava, non i militari russi; quello era un uomo. Ha mandato i carri scoperti, conosceva già tutto il tragitto. Ci fermammo in un posto dove lui aveva già preso le tavole per fare il teatro. “Qui dobbiamo star fermi due giorni”. Abbiamo fatto [di] ogni vagone una baracca – questo ve lo giuro – e lui rideva che non finiva più. In centro abbiamo messo la carrozza passeggeri per i soldati russi, e subito dietro la cucina da campo, [che] ha sempre funzionato. Quando era ora di pasto: “Ferma, adesso si mangia”. Non abbiamo mai mangiato in corsa, abbiamo sempre mangiato fermi. Per dormire lui ha telefonato e ha detto di andare là. Allora è andato – comandava lui il treno – in un posto e c’erano delle brande, ma non c’erano materassi: “Ragazzi, materassi non ci sono, solo brande!”. Allora fil di ferri, ligar sopra, ligar sotto, una branda, l’altra branda: castelli a due [piani]. Ragazzi, questo ve lo posso giurare. Questo ha fatto quest’uomo. Un mese ci abbiamo impiegato. Siamo arrivati in Austria, in mano agli americani. Gli americani ci danno un pacchetto di sigarette, una cioccolata. Cioccolata non avevamo mai vista. Ci han dato di tutto, ma cioccolata…
Poi vengono con quel DDT in polvere, ci [disinfettano] qua e là, dappertutto, e ci mettono lì, dove c’erano i letti. Quella cioccolata è durata quattro giorni! Ci hanno messo sui treni dopo, treno passeggeri, per venire in Italia, e quando siamo arrivati dopo quattro giorni sul confine italiano la prima cosa che han fatto, han suonato ‘Il Piave mormorò’. Avevano le ceste di panini: due ceste, duemila persone! Due ceste, cinque minuti erano sparite. E poi non si mangiava. E ‘Il Piave mormorò’: carabinieri sulla passerella, camminavano. Allora metti in moto il treno e avanti, altra stazione. Di nuovo la musica, ‘Il Piave mormorò’. […] Nessuno prende panini, i cesti sul treno. Andiamo nel paese dopo e loro suonano quello che vogliono. Noi scendiamo dal treno, tutti duemila. Duemila in città, in tutti i negozi; i carabinieri [sono] restati lì di stucco perché eravamo duemila, mica uno. Andati in tutti i negozi, ci siamo riforniti con ceste, con robe, perché sapevamo che dovevamo arrivare fino a Verona, con pane, con panini, prosciutti, tutto quello che c’era. [Chiedevamo che pagassero alla gente quello che avevamo preso], non ‘Il Piave mormorò’. Tenetevelo pure, noi teniamo il pane!
Sono arrivato a Verona. Ci hanno messo nel campo, con le tende già preparate dai militari, ci hanno visitato, siamo stati un paio di giorni, ci hanno dato da mangiare, ci hanno dato dei soldi, il biglietto. Ci hanno divisi – sud, nord, est, ovest e via avanti – ci hanno dato il biglietto e siamo venuti a casa. Non è finita. Quando sono arrivato a casa, arriva la cartolina di andar militare, cartolina rosa. Come, non avevo fatto già abbastanza io? Ogni tre mesi arrivava la cartolina. A un certo momento io mi rifiutavo, questo è logico, e loro a tutti i costi volevano… cosa volevano poi non lo so nemmeno io. Un giorno arriva un brigadiere a casa mia, c’è mia moglie: “Non avete il postino per mandare la posta? E viene lei in casa mia?”. Ha detto: “Ho avuto ordine di portarci io la cartolina”. “Perché la cartolina, per cosa? Tanta paura avete? Avete paura che facciamola rivoluzione? No, la facciamo ancora perché quando siete voi d’accordo con noi di fare la rivoluzione, che voi avete le armi, con le vostre armi dobbiamo fare la rivoluzione. Quando voi siete d’accordo con noi faremo la rivoluzione, perché noi armi… Comunque, quella carta lì, che lei ha in mano, se la tenga pure perché io ho fatto già la prigionia, io ho fatto già il partigiano, io ero esonerato, e cercate di mandarmi il congedo, perché io ero esonerato, ho lavorato per il governo”. Allora quello lì è stato bravo: “Ha ragione. Io queste cose non le sapevo”. Ed era quello che era appena venuto brigadiere nel paese, comandava. Ve lo giuro che dopo due mesi m’hanno mandato il congedo con trentasei mesi di ferma e m’hanno dato tutti i soldi della paga di militare di quella volta – mia moglie testimonia – ottomila lire. Pochi erano, non importa, m’hanno servito. E non mi hanno più seccato, ma ve lo dico che mi hanno rovinato bene.
D: Antonio, tu non sei mai stato intervistato in questi 55 anni?
R: No, mai. Nessuno m’ha mai chiesto com’ero, dov’ero, niente. Ho fatto [richiesta], m’han mandato la Croce Rossa la carta dov’ero, ho consegnato, ma m’hanno riconosciuto in ritardo: io il premio di inizio l’ho perso perché non ero al corrente delle cose. Infatti, quello l’ho perso io, e difatti sul ‘libro mastro’, il libro grande degli internati politici io non risulto.
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- Visintin Antonio: testimonianza sonora, parte 2 (28′) (28 MB – MP3)
Algeri Giuseppe
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Io sono Algeri Giuseppe, nato a Caltagirone il 17.11.1921, [in] provincia di Catania. Sono stato preso… arrestato il 9.9 del 1943 a Tirana, Albania, catturato dai tedeschi. Dopo quindici giorni di prigionia in un campo di concentramento i tedeschi, dopo averci disarmato, ci hanno riarmato di nuovo e ci hanno portati al confine della Bulgaria. Il riarmo è stato il motivo perché… dovevano passare dai ribelli albanesi, e allora avevano paura e ci hanno riarmato. Arrivati al confine della Jugoslavia ci hanno di nuovo disarmato. Da lì, ci hanno messo su dei carri bestiame e ci hanno portato in Germania.
D: Pippo, ma tu eri in Albania come militare?
R: Sì, ero in Albania come militare. Aviere di governo.
D: In che campo ti hanno messo quando eri in Albania?
R: Era un campo tra Durazzo e Tirana, era un campo di concentramento dei greci. Allora c’erano i greci, perché in queste baracche c’era scritto “noi spezzeremo i reni ai greci”. Ci hanno portato lì, ma io ci sono stato dieci giorni, quindici giorni, e poi dopo ci hanno messi su questi camion, e per attraversare l’Albania ci hanno dovuto riarmare, come ho detto prima. Arrivati in Bulgaria ci hanno messo sui vagoni bestiame e siamo andati in Germania.
La prima tappa l’abbiamo fatta a Vienna. A Vienna ci hanno fatto delle perquisizioni, ci hanno cercato di levare quello che avevamo, e da lì ci hanno portato a Königsberg. Königsberg era un lager di concentramento. Sono arrivato il pomeriggio… di sera, sarà stato verso la fine di settembre ecco, non ricordo con precisione le date. Da lì, l’indomani mattina mi hanno fatto delle foto segnaletiche, impronte digitali, e basta. Al pomeriggio ci hanno detto che cercavano degli operai specializzati. Io ero falegname e allora mi hanno preso. E mettevano da un lato chi era buono e [da un altro] chi era malato. Io un po’ [sentivo] la paura del malato… m’ha fatto un po’ paura. Ma comunque io stavo benissimo, non avevo nessun problema. Da lì mi hanno messo da parte. L’indomani mattina subito un ufficiale – eravamo una trentina – ci ha messo sul treno, e ci ha portato a Nordhausen. Le città che abbiamo passato erano: prima Berlino, abbiamo fatto una prima tappa, tutta la notte ci siamo fermati lì, la prima volta che ho visto la scala mobile, che io non sapevo cosa era la scala mobile; da Berlino l’altra città era Essen e poi siamo arrivati a Nordhausen. Nordhausen è a quattro chilometri c’è il Lager Dora, Dora-Mittelbau. Da lì, appena arrivati, subito ci hanno preso i nomi e poi ci hanno portato in una specie di bagno. Ci hanno rapato a zero, ci hanno spogliato di tutto e, finito di fare il bagno, ci hanno fatto vestire con le divise a righe. Noi, che eravamo militari, per quale motivo vestiti a righe? E lì c’è stato uno sconforto generale.
Eravamo una trentina, così: un po’ venivamo dai Balcani, qualcheduno – cinque, dieci – venivano dalla Russia e avevano fatto undici mesi di ritirata. C’erano dei carabinieri. C’era un alpino, perfino, che era diventato sergente al valore militare: questo qui si è messo a piangere come un bambino, [con] gli altri ci siamo guardati in faccia… Ci hanno portato di nuovo fuori, è arrivato un contrordine. Ci hanno spogliato di nuovo lì, all’aperto, e ci hanno ridato di nuovo la divisa. La divisa aveva il numero 0162. La matricola che mi avevano preso prima a Königsberg non serviva più e allora il mio numero di matricola ora era 0162.
D: Ma questo numero di matricola dove te lo hanno dato?
R: Al Dora. Una nuova matricolazione, ecco. Dopo siamo rientrati in galleria. In galleria ci hanno dato una zuppa. Questa zuppa era una zuppetta dolce. Io… mai mangiata, difatti alla notte poi mi è venuto un forte mal di stomaco e sono stato male.
A mezzanotte mi hanno mandato già subito a lavorare. Dentro la galleria stessa m’hanno mandato a lavorare e m’hanno dato un martello perforante, che io non sapevo nemmeno cos’era, e abbiamo cominciato a fare buchi alle pareti, a questa roccia, in queste gallerie: un tunnel era. Facevamo dei buchi profondi 4 metri e 20: cominciavamo con un metro fino a che si arrivava ai 4 metri.
Ora, la notte, come turno facevo da mezzanotte a mezzogiorno. Questo sin dal primo giorno [che ero] arrivato, sarà stato i primi di ottobre [1943], non ricordo con precisione le date. A mezzogiorno si doveva andare a dormire per regola, finite dodici ore di quel lavoro snervante. Da lì, dove si dormiva? Si dormiva nei castelli alti a cinque piani, e io, siccome già avevo qualche pidocchio addosso, io me ne andavo all’ultimo piano perché c’avevo la lampadina più vicina, in modo che mi potessi schiacciare questi pidocchi e ucciderli. Alle cinque di sera arrivavano gli altri deportati che lavoravano fuori. Allora, figuratevi, un casino che c’era: la gente che rientra dal lavorare, noi che dovevamo dormire, e non si dormiva. Alle 11, di nuovo sveglia, ma già eravamo svegli: “Italiani, 11, a lavorare!”. E si va di nuovo a lavorare nelle gallerie, sempre a fare lo stesso lavoro: perforare questa roccia. Dopo, finito questo lavoro – eravamo circa dodici-quattordici persone che bucavamo questa roccia – l’indomani mattina, finito di fare questi buchi, venivano i minatori, riempivano e facevano saltare la roccia. Questo lavoro l’ho fatto per sei mesi consecutivi, dodici ore al giorno, da mezzanotte a mezzogiorno e da mezzogiorno a mezzanotte, una settimana così, una settimana…
Dopo sei mesi – che io come morale ero alto, non ero uno che mi… e poi avevo 22 anni… – e allora, insomma, mi cominciava a pesare: non era tanto per il lavoro, quanto perché non dormivo, né notte né giorno. Allora, si è dato il caso [che] è venuto un cecoslovacco, ma che io mai avevo conosciuto e mai visto, si vede che veniva dall’Arbeitsstatistik, non lo so, veniva da fuori. Gli dissi: “Mi faccia la cortesia, vedi se mi puoi fare uscire da qui dentro, perché io qui sto morendo, non ce la faccio più”. Ma non so se m’ha visto simpatico o cosa è stato. Dopo due giorni m’ha detto: “Vieni fuori a lavorare”.
Allora m’ha portato fuori all’Arbeitsstatistik e lì mi hanno mandato alla baracca numero 18 dove c’erano tutti gli italiani, che io gli italiani quasi ne avevo visto pochi. O meglio, se c’era qualche italiano non ci incontravamo mai quando si smetteva di lavorare perché uno faceva da mezzanotte a mezzogiorno e l’altro faceva da [mezzogiorno a mezzanotte]. Nel frattempo che noi facevamo [un turno] avevamo due turni di civili, che loro invece facevano dalle sei alle sette. Noi in un turno avevamo due turni di civili… freschi sempre. Finito questo, ci davano un po’ di zuppa. La zuppa consisteva in un litro di brodaglia, un pezzo – circa 200-250 grammi – di pane. Alla mattina ci davano un po’ di caffè amaro, surrogato sarà stato, e con quella roba lì si tirava avanti. Il caffè era importante perché l’acqua dentro la galleria non ce n’era. Arrivava un’acqua colore bianco: chi la beveva… a qualcheduno che l’ha bevuta ci veniva la diarrea [con il] sangue, e moriva.
Per sei mesi: mangiare, dormire, lavorare, fare i nostri bisogni, tutto in galleria. Erano due tunnel lì, scavati già dai tedeschi prima. Questi due tunnel erano paralleli e noi foravamo delle gallerie in modo da poter congiungere i due tunnel. I nostri bisogni, si facevano di fronte a tutti. Nel tunnel c’erano circa 30-40 bidoni. Insomma, erano dei fusti di benzina tagliati in due. Lì ci si metteva un pezzettino di tavola e in quella tavola dovevamo fare i nostri bisogni. Buona parte [di noi] aveva la dissenteria, come già detto. Però dovevi essere fortunato a fare i tuoi bisogni che non si trovasse a passare la SS, perché quando passava la SS erano botte perché loro credevano che lì andavamo a riposare. Effettivamente qualche volta si andava anche a riposare, allora dovevi scappare con i pantaloni addosso, correre e andare via di lì.
Dopo questi sei mesi, ripeto a dire che io ero proprio finito. Allora son passati e mi hanno portato fuori a lavorare. Arrivato fuori a lavorare m’hanno mandato a costruire delle strade. Pensa: un falegname, un ebanista com’ero io… e quest’era il lavoro. Quando si andava fuori a lavorare, andavamo a lavorare trenta uomini, trenta prigionieri, e chi ci scortava? Dunque, avevamo un caposquadra che lo chiamavamo Vorarbeit[er], in tedesco, che portava il triangolo verde. Erano gli uomini più pericolosi, più delinquenti che c’erano. Da lì, oltre a quello, avevamo quattro guardie della SS che ci scortavano coi fucili spianati e quattro cani ammaestrati, cani lupo. E questa era l’andata e il ritorno del lavoro, e sul lavoro c’erano sempre questi tedeschi. Oltre [a loro] c’era un capo civile. Capo civile [che] dalla mattina alla sera non diceva altro: “[Los], arbeit! Los, arbeit! Schnell! Los, arbeit”. Quando passavano gli altri ci diceva: “Badoglio, Badoglio […]”. Alla sera dovevamo rientrare. Rientrando cosa facevano? I tedeschi si divertivano a lanciare i cani addosso man mano che camminavamo, e allora i cani si imbestialivano. Una sera di queste, questa guardia delle SS non ha fatto in tempo a tirare il cane indietro e difatti m’ha dato un morso nella gamba sinistra, [di] cui porto ancora l’impronta. Insomma, la cicatrice è rimasta. Arrivato dentro, ho dovuto andare… chiamiamola infermeria… arrivato lì mi hanno detto: “Cosa è stato?”. Io ci ho detto: “Un cane”. Allora quasi mi picchiavano perché dicevano: “Allora volevi scappare se il cane ti è corso addosso!”. Dissi: “Guarda, dato che non ti capisco…”. Né loro capivano l’italiano né io capivo il tedesco. Ma sempre tutti deportati eravamo eh! Tanto in infermeria, tanto… Insomma, là non si vedeva altro. Gli unici che eravamo, 800-1000, erano questi militari, ecco. Dopo, cosa m’hanno dato per medicare? Una fascia di carta igienica! Me l’hanno fasciata, e basta. Poi sono andato a lavorare, l’indomani. Ora, cosa succede? Dopo sei mesi che non vedi aria, che non vedi niente, mi sono gonfiate le gambe, grosse e sproporzionate. Tanto che io dovetti passare la visita, perché non ce la facevo a camminare, non mi potevo muovere e poi lavorare nelle strade, e mi dissero: “Riposo, riposo a letto con le gambe per aria”. Allora, cosa facevo? Un giorno sì e un giorno no dovevo andare a passare la visita in questa specie di infermeria con l’inverno freddo che c’era. Perché io sono uscito a marzo dalle gallerie eh! Intendiamo… allora faceva ancora freddo. Le gambe le avevo sempre gonfie, però, se io mi mettevo con le gambe per aria come mi dicevano loro, le gambe si sgonfiavano. Passato questo, son stato io… Ecco, questo è perché Algeri Giuseppe è ancora qui. Ecco. perché fu la mia fortuna. Io mi riposai quasi due mesi, stando in baracca, non andando a lavorare. Perché non andare a lavorare era la vita, ecco, per noi deportati del Dora. Perché quello era l’inferno, si chiamava, del Dora. Allora, stando due mesi a riposo, io mi sono ripreso di tutto il male che avevo preso e che avevo subito nelle gallerie. Così ripreso, appena che è arrivato il mese di maggio, che ha fatto un pochettino… [la] temperatura è cambiata, io, senza mettermi con le gambe per aria, le gambe si son sgonfiate. Dico: “Giuseppe deve andare a lavorare, non c’è niente da fare”. E invece cosa avviene? Lo stesso pomeriggio arriva quello che faceva da caposquadra e che non mi voleva fare uscire dalle gallerie, che era un siciliano, un paesano mio, che non mi voleva fare uscire perché diceva che io ero l’unico che sapeva fare il lavoro e se mi levano a lui quel lavoro non va avanti. Questo qui gli dissi: “Guarda, o mi fai uscire o ti ammazzo. Loro ammazzano a me e io ammazzo a te”. Questo lo portano alla baracca 18, dove eravamo tutti italiani, dove si dormiva. Alla baracca 18 aveva il tifo petecchiale. Avendo il tifo petecchiale ai tedeschi c’è venuta una paura tremenda. La SS, tutto il Lager Dora… perché il Lager Dora, sai, non era un campetto, era un Lager che c’erano 25.000-30.000 persone.
D: Pippo, scusa, ci puoi spiegare com’era organizzato il Lager Dora? C’erano delle baracche all’esterno e delle baracche all’interno?
R: Dunque, noi eravamo combinati [così]. All’interno, non c’era niente nel tunnel. Nel tunnel non c’era niente, si dormiva dentro le gallerie stesse. C’erano questi enormi castelli a cinque piani, ogni piano era alto 60-70 centimetri. Tu dovevi restare disteso: se ti mettevi in piedi non potevi restare, perché era troppo basso. I piedi non dovevano uscire di fuori, perché se per caso uscivano di fuori passava la SS e te li tagliava – insomma ti dava delle botte tremende – quindi dovevi stare rannicchiato, sempre messo lì. All’esterno, dopo sei mesi, sette mesi, avevano costruito delle baracche, in modo che, che facevano… quando si cambiava il turno, un po’ andavano nelle baracche e un po’ andavano … insomma, questo col tempo.
D: Quindi tu hai fatto sei mesi all’interno delle gallerie?
R: Sei mesi all’interno delle gallerie senza uscire mai. Nemmeno per… niente, niente! Io per sei mesi non ho visto la luce del sole, ecco. Sì, si sentiva l’aria, perché questi due tunnel paralleli erano lunghi circa due chilometri, magari non c’erano porte e allora l’aria correva. Faceva freddo alle volte lì dentro, ma uscire per andarmi a lavare: niente. Anzi, quando qualche volta cercavo di pigliare un cannellino di acqua – che era la nostra… il recipiente per la zuppa degli avieri – alle volte, molte volte ho preso tante botte, gli occhiali m’andavano a finire… come non si son rotti non lo so. Perché credevano che io bevessi l’acqua e allora… si moriva ecco. L’acqua non c’era, non si poteva bere. Difatti ci davano il caffè amaro, ogni giorno.
Invece fuori c’erano le baracche, ecco. [Nelle] baracche c’era il lavandino, c’erano una specie di… I gabinetti non ce n’era però eh! Anche nelle baracche, all’esterno del tunnel, c’erano sempre questi benedetti bidoni che si andava a fare… Ora, capite che di notte dell’inverno, con 24 sottozero, uno che si doveva mettere a andare a fare i suoi bisogni fuori, all’aperto, anche se uno non era malato, si ammalava. Quel gelo… avere gli intestini aperti. Alla mattina, quando ci svegliavamo alle 5 e mezza, alle 6, dovevamo andare a lavare con quel gelo, a torso nudo. Se uno si portava la camicia ce la strappavano addosso. Questo era il Lager Dora. Il Lager Dora era l’inferno vero e proprio. Nessuno… Io se sono oggi qui, sono perché voglio parlare di questo Lager Dora.
Noi di italiani eravamo pochi. Eravamo 800-1000, non ricordo. Nel giro di pochi mesi, 3-4 mesi, sono morti 304 italiani. Sette sono stati fucilati. Sono stati fucilati questi sette sapete per che cosa? Perché dentro le gallerie, quelle che lavoravamo col martello perforante, si diceva… ecco, chiacchiere… si diceva che ci toccava un litro di zuppa in più. Invece, noi altri, questo litro di zuppa i Kapò se la vendevano o non so cosa facevano. Allora questi sette alpini – insomma, io ho smontato, per dire la precisione, e loro montavano al turno mio, perché facevano lo stesso mio lavoro – questi si sono rifiutati di lavorare. Ci dissero: «Fateci cambiare un altro lavoro, levateci di qua, dato che non ci date il litro di zuppa [in più]». Nel frattempo c’era la SS vicino a questo Kapò, ha detto: “Se non li denunci tu, li denuncio io”. Ce l’hanno detto in tedesco. Comunque, questi sette italiani sono stati fucilati per un litro di zuppa. Non è che non volevano lavorare, han detto: “O ce la date o ci fate cambiare lavoro, dato che noi altri [utilizziamo] questi martelli perforanti, dateci… se ci spetta perché non ce lo date?”. In sostanza, il torto lo avevamo sempre noi, e i Kapò e la SS avevano ragione.
Il giorno che ero a riposo io mi son trovato per caso che ero fuori dal turno, e ci hanno chiamato tutti quelli che eravamo fuori e ci hanno portato dentro una cava di pietra. Noi eravamo un centinaio, ci siamo guardati in faccia, dico ma: “Qua cosa fanno? Ci vogliono ammazzare tutti?”. Nel frattempo arrivò un plotone di esecuzione, e poi arrivarono questi sette italiani, per dirsi precisi sei italiani in piedi e uno che era malato in barella. Quando sono arrivati questi qui, siccome noi eravamo prigionieri, eravamo militari, allora c’hanno fatto un regalo, che invece di impiccarli, li hanno fucilati. Le parole che ha detto questo ufficiale io non lo dimentico mai, mai! Posso vivere ancora cento anni. L’ufficiale disse: “Gli italiani, siete i figli di una nazione che per ben due volte ci ha tradito. Voi lo dovete pagare col lavoro e con la disciplina. Chi sbaglia [paga] anche col sangue. Su 100 italiani, 99 devono morire e uno deve rientrare in Italia malato”. Noi italiani, o meglio io, avevo paura dei russi, che erano uomini come me! Tanto era diventata la paura tremenda in questo Lager. E il bello è che si dice che il Lager Dora sarebbe stato il nome o della moglie o di una figlia di questo ufficiale.
Ritorniamo di nuovo al discorso che venne il tifo [petecchiale]. I tedeschi si misero paura perché sai, infestare migliaia di persone non ci voleva niente. Tutti avevamo i pidocchi addosso. Basta che c’era un pidocchio eri infestato, e l’avevamo tutti. Allora cosa hanno fatto? Hanno recintato tutta la nostra baracca 18. Non potevamo uscire, ci avevano messo come in quarantena.
Dopo sei mesi sono andato a fare la prima doccia. M’hanno di nuovo rapato a zero, perché ogni volta che si faceva [la doccia] rapata a zero, in tutti i posti del corpo, dove c’era pelo ci passavano. Come finiva di lì, c’era una vasca che era piena di disinfettante. Ti dovevi infilare lì dentro. Se tu non ti bagnavi la testa loro ti mettevano la testa dentro questo disinfettante, perciò delle volte gli occhi bruciavano. Ma se uno era un po’ furbo, uno si lavava un po’ la testa, e così non veniva… Poi quando [il locale] era pieno – saremo stati 100-150 – allora aprivano le docce che ti bruciavano, poi ti davano le docce di acqua fredda. Finito di lavarci, in sostanza, uscivamo fuori. Tutti la nostra roba, gli indumenti, li davamo prima, in modo che li portavano in una sala di disinfezione, li mettevano a disinfettare. Dopo, finito di fare la doccia, nell’inverno, mese di marzo, aprile, stare fuori ancora un’altra mezz’ora, tre quarti d’ora, nudo, per darti gli indumenti. Dopo andavamo in baracca. Alla sera venivano specie di infermieri con dei fari, accesi, e ci guardavano in mezzo alle gambe e sotto all’ascella, per vedere se avevamo qualche pidocchio. Dopo quindici giorni si resero conto che gli italiani… avevamo fame, non pidocchi! Ecco, dopo sette mesi e qualche cosa, mi ho potuto lavare. Dopo io sono andato sempre a lavorare queste strade. Chi andava a lavorare, a fare la strada, sempre chi comandava erano…che noi come caposquadra avevamo dei delinquenti. Delinquenti tedeschi però, non italiani o cosa, gente che aveva fatto dei sabotaggi, gente che era condannata o all’ergastolo o a vita… Allora questi qui, siccome parlavano tedesco, li hanno levati dal carcere e li hanno portati nei Lager. Molte volte la SS non comandava nemmeno, ma comandava più questo Vorarbeit[er]. Lui ci poteva ammazzare, e la SS quasi non parlava, va bene? Finito questo lavoro, nel mese di maggio… giugno, insomma, giugno, luglio, ci hanno fatto i raggi a tutti gli italiani – io parlo degli italiani – per vedere dal torace cos’è che avevamo. Quelli che erano malati o di tubercolosi o di prurito li hanno messi da una parte, e noi ci hanno mandati a lavorare.
Il Lager Dora era tutto su una pianura, e poi c’era una collina. Lì, poi dopo è avvenuta la costruzione della bomba volante, perché questo lavoro nelle gallerie era tutta la preparazione da poter fare degli stabilimenti in modo che si poteva lavorare per fare la bomba volante: le V1 e le V2. Quando poi un giorno di questi mi sono trovato ad andare a pigliare del materiale nel tunnel, quel giorno ho visto Von Braun, questo uomo pericoloso, uno scienziato che merita tutte le lodi possibili. Nel Lager Dora però era un assassino, perché lui andava a prendere, mano a mano che morivano… I morti che c’erano lì dentro, erano una cosa spaventosa, non potete immaginare. Erano accatastati come la legna, poi venivano dei camion e li portavano a Buchenwald a bruciare, perché noi ancora non avevamo i forni. Ma dato che i morti aumentavano sempre, in continuazione, allora furono costretti a far mettere due forni crematori, così li bruciavamo al Dora. Quando uno faceva un piccolo sbaglio, o si allontanava dal lavoro, o una disattenzione, tutto era [considerato] sabotaggio. La minima cosa erano venticinque colpi sul [fondoschiena]. Loro lo chiamavano ‘Gum’ [Gummi, ndr], era un filo elettrico con dentro il rame. Dopo dieci colpi nessuno brontolava più. Io fortunatamente non ci sono arrivato, perché fin dal primo giorno ho capito che io dovevo lavorare poco e non farmi trovare mai fuori posto, perché se eri fuori posto erano botte, da morire. Allora, dopo di questo, ho fatto quasi un anno al Dora. Dal Dora, nel mese di agosto [1944] mi hanno trasferito e mi hanno portato a Ellrich. Sarebbe un sottocampo, ma era il più grosso che c’era. Paragonare il Dora e l’Ellrich… erano padre e figlio, né più né meno. Mi hanno portato lì e ci hanno messo a dormire per terra.
D: Quando ti hanno trasferito in questo sotto-campo, con cosa ti hanno portato?
R: Con un camion, sempre per via di camion ci hanno portato.
D: Con altri italiani?
R: Sì, eravamo cento italiani. Ci hanno preso dal Dora e ci hanno portato a Ellrich.
D: Ti hanno dato un’altra immatricolazione?
R: No no, sempre 0162 la mia matricola. La mia matricola non è cambiata più. Io ero 162, dato che dipendevo [da Dora], perché Ellrich si chiamava Ellrich Dora Buchenwald.
Allora, prima di continuare su Ellrich volevo precisare… Ho conosciuto Von Braun dentro la galleria. Questo uomo – che è stato uno scienziato, ci ha portato sulla luna, ci ha fatto tutto quello che ha fatto, però dentro il tunnel era un assassino, un assassino che come lui non ce n’erano – andava giornalmente, continuamente a Buchenwald a pigliare nuovi prigionieri che arrivavano – deportati, non prigionieri, deportati, perché forse gli unici prigionieri eravamo noi italiani – e li portava in Germania.
Prima che io andassi a Ellrich ci fu un sabotaggio delle bombe volanti. Si diceva – 10 mila bombe, che io non posso precisare – che la bomba partiva dalla pista di lancio, andava in Inghilterra, però non scoppiava più. Il mio pensiero corre [a] qualcuno di questi che lavoravano dentro il tunnel, alle gallerie, che ci dava alle volte qualche cosina e diceva: “Buttalo nel cesso”. Diciamo cesso, ecco, e magari poi ci regalava pure un pezzettino di pane “e noi eravamo felici e contenti”. Saranno stati loro… Comunque, le bombe andavano in Inghilterra e non scoppiavano più. Allora cos’è successo? Quel giorno, quando poi la cosa si è saputa, hanno impiccato trentadue persone. A noi – tutti quelli deportati che erano fuori, al riposo – ci hanno fatto stare dalla mattina alle sei fino alle sei e mezza, sette [di sera] fuori senza mangiare, senza bere, in piedi, per aspettare quest’impiccagione. In sostanza quasi tutti erano civili, perché erano vestiti civili, perché non erano vestiti a righe. Comunque, di questi ne hanno impiccati trentadue. Quando è finita l’impiccagione, siamo tornati.
Il lavoro che c’era sulle strade erano due squadre: una squadra si chiamava ‘Becker eins’, che è dov’ero io, ed era discreta. Poi c’era una ‘Becker due’. Erano deportati italiani, e lì tutte le sere se ne portavano un morto, perché c’era un Kapò che si era messo in testa che noi avevamo ucciso suo padre, perché il padre era morto nella guerra del ‘15-’18. Non faceva altro dalla mattina alla sera che dare botte, senza motivo, senza motivo perché si era lì a caricare i vagoni. Io ci sono capitato un giorno, con questo figlio di…, diciamo così.
Poi dopo sono stato trasferito a Ellrich. Dunque, trasferito all’Ellrich, lì a dormire per terra, di nuovo mi sono riempito di pidocchi.
D: Scusami Pippo eh, ma è importante: a Dora tu donne non ne hai mai viste?
R: Mai, mai… [anzi] l’ho visto! Ho visto qualche donna. Sapete cosa hanno fatto i tedeschi? I tedeschi, sulla collina dove fucilarono questi sette alpini, avevano costruito delle baracche. Avevano messo una baracca di prostitute, una baracca per quelle malate di polmonite e di bronchite e quelle cose lì, e loro volevano che noi andassimo da queste prostitute. Ma se non stavamo in piedi, come facevamo ad andare? Più di una volta ci hanno accompagnato da queste prostitute, ma io non lo trovavo. Io per due anni non sapevo se ero un uomo, cos’ero… mi serviva solo per fare la pipì e basta. Ma non lo trovavo nemmeno, non sapevo niente. Io per due anni non so se ero uomo, se ero donna, niente ero, ecco. Per due anni. Dopo liberato, subito mi sono svegliato, i miei sensi si sono svegliati ecco.
Allora lì a [Ellrich], una volta che ero bello pulito, venuto dal Dora, e andare lì a dormire a terra, questi pidocchi… mi sono cominciati a venire dei pruriti, delle cose spaventose. I pidocchi camminavano sulle coperte, in fila indiana, e io dovevo dormire, mi dovevo mettere sul pagliericcio. Allora cosa ho fatto? Andavo in questa mezza specie di infermeria, mi hanno dato un liquido, era come un olio, me lo passavo tutto e il prurito se ne andava. Non so che olio era. Comunque, poi sono andato a lavorare. Da Ellrich si pigliava un trenino, si faceva mezz’oretta di treno, ed andavamo a lavorare dall’altra sponda delle gallerie. Da lì andavo a scavare i pozzi d’acqua. Un altro lavoro ancora. Non avevamo delle trivelle, che forse ancora non esistevano. Siccome eravamo vicino ad un fiume allora noi bucavamo questi pozzi, facevamo un metro di diametro e ci andavamo con una pompa, che facendola scendere dalla gru fino a lì dentro. Allora poi, dato che era mischiata acqua e ghiaia, questa pompa aspirava e tirava su e poi la svuotavamo. Quando eravamo ad una certa profondità si metteva il tubo dei pozzi artesiani e a giro ci mettevamo una ghiaia speciale che portavano da fuori, in modo che potesse filtrare l’acqua. Quest’acqua di questi pozzi doveva servire per portare l’acqua potabile al Dora… che forse non ci sono mai riusciti a portarla. Questo lavoro l’ho fatto… dunque, Pasqua quell’anno lì è stata il primo di aprile del ‘45… perciò dal settembre del ‘44 fino al primo aprile del ‘45 sono stato a Ellrich. Lì diciamo che ero un po’ più libero. Lì lavoravo… però era arrivato un contrordine che io dovevo… che gli italiani, potevamo andare a lavorare senza più la SS, senza più i cani, senza questi Kapò. Insomma, c’era un italiano che faceva da caposquadra. Allora si aveva un pochettino più di libertà. La sera, dopo aver lavorato di giorno – erano tutti terreni che c’erano state patate – e ci mettevamo a zappare con il piccone per vedere se trovavamo una patata marcia . Lì si andava a lavorare tutti i giorni a 24 gradi sottozero. Io avevo una divisa di tela, perché la divisa di aviere – difatti lì nessuno mi conosceva come Algeri, io ero ‘l’aviere’, e basta, aviere 0162 – la divisa si era consumata, le scarpe si erano consumate. Poi le scarpe dell’aviazione sono delle scarpe normali, come le nostre erano, non erano scarpe da militare con i chiodi. Mi dettero degli zoccoli: di sopra c’era la pelle ma di sotto c’era lo zoccolo, e forse era un bene perché non si sentiva tanto il freddo. Poi ci avevano dato i para-orecchi e un paio di guanti, di cose che duravano un giorno e si dovevano buttare. Ma 24 sottozero, tutte le mattine, fino al mese di febbraio, che l’anno del 1944-45 il tempo fu più clemente. Le piogge cominciarono a febbraio, che invece generalmente cominciavano a aprile e maggio e invece quell’anno lì… e insomma la temperatura cambiò, ma fino a che siamo arrivati alla fine di febbraio, caro mio… 24 gradi sottozero. Tanto che ‘sto borghese che ci comandava ci aveva dato il permesso di poterci scaldare con una stufetta e facevamo un cambio, due sotto e due sopra.
In due anni che sono stato nel Lager Dora e a Ellrich io non ho visto né un mitragliamento, né un bombardamento, niente. Mai suonare un allarme. Sì, di giorno magari passavano degli apparecchi, ci facevano smettere perché quando passavano degli apparecchi si nascondeva il sole. Ne passavano tanti, ma non so dove andavano. Generalmente si diceva che andavano a… non mi ricordo, come mi viene in mente ve lo dico. Allora cosa facevamo noi? Ed era la mia impressione, dico “ma come mai viene nessuno qui?”. Mai un mitragliamento, mai un bombardamento. Eppure, il Lager Dora ed Ellrich erano illuminati a giorno, di notte, non è che c’era da nascondere. Si sapeva che lì si costruiva la bomba volante, la V1 nelle gallerie, ma un mitragliamento, una cosa, mai, mai successo una volta. L’unico mitragliamento che fu fatto a Nordhausen fu dopo la Pasqua del ‘45. Ma se è stata una settimana dopo Pasqua o dieci giorni non ricordo con precisione. Appena c’è stato questo mitragliamento ci fu un temporale, quindi scappiamo tutti per rientrare nei nostri lager. L’indomani mattina non si andò più a lavorare. Invece di andare a lavorare ci hanno messo su un treno dei carri bestiame. Gli italiani per stare insieme, eravamo novanta italiani tutti in un vagone, messi seduti uno con le gambe dentro l’altra, pur di stare tutti vicini. Gli altri erano tutti deportati.
E io che cosa avevo di divisa? Dato che la divisa si era rovinata, quella di aviere, m’avevano dato una divisa di tela. Era tutta marcata, dietro le spalle, secondo il mio punto di vista c’era scritto ‘Kriegfand’ [Kriegsgefangener, ndr], davanti nel petto e nelle ginocchia c’era scritto ‘Concentramento Lager Buchenwald’ [Konzentrationslager Buchenwald, ndr]: io li decifravo così, perché c’era K, B… KLB.
Ma a 24 gradi sottozero, come si faceva ad andare a lavorare in quel sistema? Allora cosa succede? Perché a delle volte… Rubai a Ellrich un pezzo di coperta a un altro disgraziato come me, gli feci un buco, me la infilai dalla testa e così poi mi chiudevo con questa divisa di tela. Alla sera quando rientravo, questa coperta mica la potevo portare nel castello dove dormivo, allora andavo nei cessi, mi levavo questa coperta, la mettevo sotto un bidone di acqua, all’ingresso, e poi l’indomani mattina me la andavo a pigliare e la mettevo di nuovo. Era più fredda allora che alla sera, bagnata, umida era, perché sotto un fusto di acqua cosa poteva nascere?
Poi questa non ve l’ho detta. Il Lager del Dora ed anche quello dell’Ellrich erano tutti elettrificati e reticolati. C’erano cavi elettrici così [spessi]. A un metro di distanza ti attirava. Se uno si avvicinava ti attirava e rimanevi appiccicato sul muro eh! Sui fili… non c’era pietà. Inoltre c’erano trecento cani messi sulla collina, che appena uno faceva qualche fesseria loro erano addosso. Invece a Ellrich i cani non c’erano, avevamo come ho detto un po’ più di libertà perché non avevamo più i tedeschi che ci comandavano, che ci accompagnavano. E rientravamo qualche mezz’oretta, qualche ora più tardi. Si rientrava e non succedeva niente. Magari l’ufficiale se la pigliava a ridere. “Eh” – dice – “siete stati con le donne”. Ma l’interessante è che gli dicevo: “Machine kaputt”, non funziona più. Lui si faceva una risata e tutto passava così. Rientravo dentro e andavo a mangiarmi quel po’ di zuppa. A gennaio finisce la zuppa… [anzi] finisce il pane! Non ce n’era più né per noi altri e nemmeno per i militari che erano lì d’intorno. Allora ci davano un litro di zuppa in più. A cosa serviva un litro di zuppa in più? Brodaglia! Quando davano le rape, era amara, puzzava, una cosa che io quel giorno io rimanevo senza mangiare. Già non mi davano niente, e io stavo senza mangiare.
Alla mattina come ho detto pigliavo il treno. Andavamo, mezz’oretta di treno, poi scendevamo per raggiungere la sponda dietro i tunnel. E da lì passavamo. C’erano delle baracche, chissà, ci stavano dei borghesi… e alla sera buttavano bucce di patate, e allora io raccoglievo alla mattina tutte queste bucce di patate perché durante la notte col nevischio erano belle bianche, ma erano sempre bucce. Raccoglievo le bucce, prendevo queste carote e me le portavo sul lavoro. Lì avevo la possibilità di bollirle e mi mangiavo quello. Un giorno di questi ho trovato un po’ di crusca e allora cos’ho fatto? Ho preso questa crusca, la impastavo assieme alle patate marce che trovavo, e così poi le mettevo in questa stufa e mangiavo. Il pericolo, la mia disgrazia, tuttora e fino adesso, non era altro che la fame.
Io fino a oggi – c’ho 78 anni – a casa mia non c’è mai una volta che non ci sia il pane. È un’ossessione, sarà un fattore psicologico ma il pane ci deve essere. Guai se non c’è il pane, a costo che c’avanza, ma ci deve essere. E questo è quello che mi sono portato dalla Germania: la fame.
Ritorniamo di nuovo a Ellrich. Quando ci hanno messo sui vagoni bestiame – allora, perché il lavoro era cessato in Germania, già si vedeva che i russi, i francesi, gli inglesi e gli americani ormai avevano circondato – ci hanno messo su questi treni. Andammo avanti e indietro, ma non si sapeva dove andare, perché di là non si poteva passare perché c’erano i russi, di là non potevamo andare perché c’erano gli americani, di là non potevamo andare perché c’erano gli inglesi… E allora un giorno di questi ci hanno fermato in una stazione – non so che stazione – a binario morto. Siamo stati un giorno. Nel frattempo, ecco, il primo mitragliamento. È passato un mitragliamento di caccia inglesi e hanno mitragliato questo treno che era fermo. Eppure, il nostro [vagone] degli italiani era chiuso, ma la maggioranza di tutti gli altri deportati erano scoperti. Li vedevano che c’era gente dentro questi carri ma si sono messi a mitragliare! Con un mitragliamento che hanno fatto, ne hanno uccisi più di trecento. Un italiano che l’avevo in mezzo alle gambe, forse lui mi ha salvato la vita: lui ha preso le pallottole, ci ha fatto saltare il braccio destro e la mano sinistra come se fosse stata schiacciata da un carrarmato, qualcosa del genere. Lui, come l’abbiamo messo a terra, ha detto: “Tagliatemi il braccio, pigliate un coltello”. C’abbiamo tagliato il braccio, però… è morto, non ce la faceva. L’indomani mattina i tedeschi volevano che andavamo a scavare la buca per seppellire… Io ho fatto tutto in mezza maniera… a scavare non ci sono andato. Comunque, tanti hanno dovuto andare per seppellire questi trecento. Da lì ci hanno portato in una fabbrica. Dicono – io non lo so – che eravamo a 40-50 chilometri distanti da Berlino, perché noi sentivamo dei bombardamenti, suonavano degli allarmi, la terra tremava dov’eravamo, sotto nei rifugi. Io che non capivo cosa significava alzarsi la notte per l’allarme, cominciai ad alzarmi 3-4 volte durante la notte, andare in un bosco per ripararci. Così dopo 2 o 3 giorni mi raparono di nuovo a zero e mi hanno di nuovo immatricolato. Mi immatricolarono e mi dettero questo numero. Da militare mi fecero diventare un politico: 138.636. Ora, io non lo so per quale motivo mi dettero questo numero. Ho pensato che loro non potevano più portare in giro… noi eravamo militari a tutti gli effetti. […]
Il giorno che m’hanno messo a fare… il giorno che abbiamo cominciato la marcia della morte, era il 20 aprile del ‘45, pensate un po’. 20, 18, 19 aprile, non più di questo. Perché si chiama marcia della morte? Perché man mano che camminavamo, chi cadeva per terra veniva ucciso. Io sono partito con 40 di febbre. Due italiani, un ex carabiniere che aveva fatto la ritirata dalla Russia e un mio paesano che non so come si chiama perché… lì non li sapevo i nomi, m’hanno trascinato per tre giorni. Il primo giorno, quando la sera piovigginava, ci siamo fermati in un fienile. Allora loro m’hanno buttato addosso due balle di fieno. Si vede che il caldo del fieno mi ha dato un po’ di respiro. L’indomani mattina sembrava che mi sentissi un po’ meglio. E invece cosa avevo? C’avevo le ghiandole dell’inguine che erano grosse come i testicoli, quindi mi impedivano di camminare per il dolore che c’avevo, tremendo. Comunque, questo lavoro l’ho fatto per tre giorni. Finendo il quarto giorno, quasi quasi avevo un po’ di fame. Ma sai che io strisciavo le punte dei piedi e questi due ragazzi mi tiravano e dietro c’avevo un ufficiale… un soldato della SS che mi puntava il fucile alla schiena, perché appena cadevo per terra lui mi ammazzava. Perché chi l’ha fatto per disgrazia, chi l’ha fatto per fare il furbo, son morti tutti. Allora cosa è successo? È successo che il quarto giorno, vedendo che non potevamo andare più in nessun modo, né a piedi né… ci hanno messo dentro un bosco. E lì, due volte al giorno ci facevano uscire per andare a pigliare un po’ di acqua, acqua verde… non acqua… insomma, per potere bere. C’erano dei miei amici – forse avevano più coraggio di me, avevano un altro stomaco – pigliavano l’erba a terra e se la mangiavano cruda. Io non ci riuscivo. Prima di partire m’avevano dato un pezzo di filone di pane e una scatoletta. Dato che non potevo camminare, per alleggerirmi, questo zainetto lo avevo dato a un altro compagno. Questo compagno aveva più fame di me, se l’è mangiato, e io il giorno che avevo fame… poi mi venne una crisi, sai, [di] nervi, comunque passò tutto. Alla sera un ragazzo, contadino – magari conosceva, io non sapevo cosa era – è andato a pigliare dell’ortica. Sono andati a pigliare dell’ortica e l’hanno bollita. Sai, io senza mangiare da tre-quattro giorni, cos’è successo? È successo che poi, durante la notte, mangiata questa ortica di sera, mi è venuto un forte mal di stomaco. Come l’ho mangiata intera, così l’ho buttata giù. Perciò in questo bosco ho mangiato questa ortica, che io non conoscevo, non sapevo nemmeno se si poteva mangiare, quindi l’indomani mattina l’ho buttata per intero.
Alla sera ci hanno portato dei pacchi: era la Croce Rossa canadese, dicevano. Io non lo so chi erano. Un pacco da cinque chili di viveri che dovevamo dividere in cinque, ogni pacco cinque persone. Molti si sono messi a mangiare e qualcuno è anche morto, perché il nostro intestino era diventato piccolo e mangiare così, a saziarsi… L’indomani mattina ci hanno messo di nuovo in cammino.
D: Questo dov’era?
R: Non lo so, caro mio, non lo so. Camminare a piedi, avanti e indietro… Qualche volta guardo la cartina geografica ma non mi rendo conto. La Croce Rossa canadese aveva dato ordine che chi non poteva camminare ci dovevano lasciare sul margine della strada. Io non potevo camminare. Poi, siccome durante la notte un insetto m’ha morso il naso – io ce l’ho bello grosso, ma era [diventato] una tromba, una cosa sproporzionata, non so che insetto sia stato – sono rimasto io e altri compagni che aspettavamo la Croce Rossa canadese. Da lì ci siamo mossi e abbiamo trovato sulla strada un fienile e ci siamo infilati dentro. Dopo due-tre giorni è venuto di nuovo un camion – che noi non avevamo capito se era venuto a prenderci, non lo so cosa era venuto [a fare] – ci hanno lasciato un altro pacchettino piccolo da due chili e se ne sono andati. Siamo stati ancora per due giorni… non so se era il primo di maggio o il 3 o il 4, ma comunque erano questi i giorni, non più di questi, è arrivata la SS di pomeriggio, e a colpi di calcio di fucile nella schiena, che sembrava che ci rompesse la schiena, ci ha fatto uscire fuori da questi fienili. Ero più nudo che vestito, avevo una coperta e me la sono messa sulla testa: sembravo un barbone. Siamo andati verso il centro del paese, che non so cos’era ‘sto paese… Arrivati lì, ci ha visto un vigile. Questo vigile ci ha portato dentro al Municipio, ci ha dato una zuppa di piselli e dopo ci ha accompagnato fuori da questo paese. Mentre eravamo nel Municipio sentivo dire ‘kilometer’… ho capito che a 8-6 chilometri c’erano i russi che arrivavano. Ci hanno portato fuori di lì. Questi uomini si sono meravigliati perché lì ci dovevano essere tanti prigionieri o deportati, invece non abbiamo trovato nessuno. Allora subito questi qui ci hanno lasciati lì e sono scappati. Dopo mezz’ora ci è saltata una polveriera, cos’era… certo che era una cosa straordinaria…
L’indomani mattina sono venuti due olandesi – noi abbiamo dormito per terra – e cominciavano a fare: “Italiens, la guerre est finie! La guerre est finie!”. “Ma insomma questo è scemo…”. Non potevo pensare… Poi dice: “Fertig, La Guerre est fertig!”. Così abbiamo cominciato un po’ a crederci. Di fronte – questo era un deposito di patate prima – c’era un treno abbandonato. Siamo andati a vedere: i tedeschi si erano spogliati, le SS si erano spogliate. Lì facevano da mangiare, non so cosa facevano, perché abbiamo trovato dei pezzi di bue, carne buttata lì, medicine… insomma, si vede che si erano spogliati e sono andati via. Io che ero più nudo che vestito ho preso un giubbotto della SS, c’ho levato tutte le mostrine e me lo son messo. Quel territorio lì era stato liberato dai russi. E allora come la mettiamo? I russi avevano l’intenzione di raccogliere tutti i prigionieri e portarli di nuovo a lavorare in Russia, o in campi di concentramento russi. Giuseppe – perché io mi chiamo Giuseppe, Pippo è affettuoso – non sapendo parlare né il russo né il tedesco ho pensato bene: questi qui ci portano a lavorare. Allora siamo andati alla stazione per andare verso gli inglesi. I figli di… non ci mandavano verso gli inglesi ma ci mandavano verso i russi!
Siamo arrivati in una stazione, abbiamo trovato un siciliano, m’ha detto: “Ma dove andate di qua? Qua i russi vi portano a lavorare nei Lager”. Toh, torna indietro col treno. Sono ritornato di nuovo indietro col treno. Durante il viaggio ho incontrato dei prigionieri, dei deportati che erano nel Lager Dora, non so se erano svedesi, olandesi, non lo so… dalla Danimarca. I più pochi di tutti erano solo gli italiani, ma poi non dico quanti francesi c’erano, non dico quanti russi, polacchi, cecoslovacchi, c’eravamo tutti, nel Lager Dora e Ellrich. Allora, questi due ragazzi ci dissero – che loro parlavano un po’ il francese, insomma, non so – dicevano: “Venite con noi altri”. Siamo andati con loro in un posto di smistamento, al confine tra i russi e gli inglesi. Lì m’hanno fatto presentare, c’ho dato il mio nome e cognome e io c’ho detto: “Sono tre giorni che non mangio, mi dia un pezzo di pane”. E i russi m’hanno dato… quest’ufficio di smistamento m’ha dato un pezzo di pane e siamo andati sopra i camion degli inglesi. Sopra il camion c’erano sigarette, c’era scatolame, c’era il ben di Dio. A noi che ci mancava tutto, là invece c’era tutto. Da lì c’hanno portato ad Amburgo. Ad Amburgo abbiamo passato un fiume, il ponte era fatto tutto di barche… Siamo arrivati ad Amburgo la sera stessa, ci hanno spogliato e ci hanno disinfettato, polvere addosso… L’indomani mattina quando ci siamo alzati suonava la tromba per andare a mangiare. C’era tanto pane bianco buttato per terra che voi altri non avete idea. Noi, che eravamo morti di fame, ci siamo messi a raccogliere tutto il pane per terra, e allora gli altri ragazzi ci hanno detto: “Ma cosa raccogliete? Qui si va a mangiare cinque volte al giorno. Gli inglesi ci chiamano ogni cinque minuti per andare a mangiare”. Comunque io me lo sono preso un po’ di pane, poi …
Da lì, dopo due-tre giorni m’hanno mandato a Sulingen. Ci hanno di nuovo smistato, ci hanno passato la visita per vedere se sotto l’ascella avevamo il gruppo del sangue della SS. Da lì mi hanno mandato in un altro paesino vicino. La sera c’erano dei paesani napoletani e siamo usciti. L’addetto alla cucina dice: “Non ti preoccupare, usciamo”. Era mezzanotte: abbiamo trovato inglesi all’incrocio, ci hanno arrestato e ci hanno portato in carcere per otto giorni. Siamo andati in un vero carcere! Dopo otto giorni ci hanno portato al tribunale […] io non capivo niente. Ci hanno mandato… noi abbiamo fermato un camion e sono ritornato di nuovo nel campo di concentramento dove ero. Con gli inglesi mi hanno messo a lavorare. Io, per la fame che avevo, con gli inglesi… Ci hanno dato la divisa da inglesi, perché non avevamo niente, eravamo più nudi che vestiti. Allora io sono andato nella cucina a lavare le gamelle, sempre per il pensiero per la fame. Così mangiavo carne grassa, mangiavo cose… e se mi si vede nella fotografia, guarda, dopo liberato sono bello gonfio che sembro un pallone.
Arrivato a Caltagirone, dopo quindici giorni, mi sono sgonfiato completamente, tanto che nessuno mi credeva. Dice: “Eh, poi dicevano di aver sofferto! E come mai stanno così?”. Invece dopo quindici giorni tutto è finito.
Per trentun anni non ho parlato più di prigionia, perché nessuno ci credeva. Anzi! Anche ora, tutt’oggi, si fanno delle risatine, specie in Sicilia, nel meridione, perché loro la guerra non l’hanno vista come è stata fatta nel nord. Dopodiché poi sono rientrato in Italia, il 28 settembre sono arrivato al mio paese, 28 settembre del ‘45.
Quando siamo partiti dalla Germania per arrivare a Caltagirone, c’ho impiegato diciotto giorni di carri bestiame. La prima tappa l’abbiamo fatta a Wietzendorf, dove c’erano prigionieri tutti gli ufficiali. Da lì siamo andati poi nel Brennero, seconda tappa. Terza tappa l’abbiamo fatta a Pescantina, poi da Pescantina fino in Sicilia.
Questa è la mia storia, e la mia disgrazia. Però ringrazio Iddio che sono ancora vivo. Non so se è stato un miracolo, o che io ero sano – veramente il mio sangue era buono – e un po’ di fortuna. Tutti i deportati che sono rientrati hanno avuto tutti un tantino di fortuna, tutti l’abbiamo avuta. Nessuno può dire che non ha avuto un po’ di fortuna.
D: Pippo, tu non sei mai stato intervistato?
R: Dunque, qui a Genova?
D: No, in genere.
R: Sono stato intervistato soltanto da Piccini, quando è stato… tre anni fa, due anni fa, l’Istituto storico della Resistenza.
D: E basta?
R: E basta. Poi ho scritto un diario, ma me lo son scritto per conto mio.
D: Hai scritto un diario?
R: Sì, un diario, l’ho scritto per conto mio, così. Ma l’ho scritto dopo cinquantun anni! […]
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Fumolo Dario
Nota sulla trascrizione della testimonianza:
La trascrizione è integrale e fedele all’originale. Gli interventi del compilatore sono segnalati da parentesi quadre. Per espressioni di difficile interpretazione si segnala l’omissione con la dicitura […]. Alcune ripetizioni ed elementi intercalari in parte non sono stati riportati.
Sono Fumolo Dario. Anzi, anagraficamente Dorio. Comunque, vengo chiamato Dario. Sono nato a Udine il 4 maggio 1920.
La mia storia ha bisogno di una premessa. La premessa della mia condizione di militare nell’aeronautica, nella 36ª squadriglia di osservazione aerea, dove, fin dall’inizio della guerra ho fatto servizio. Devo dire appunto che presso questa squadriglia ho conosciuto una persona che già avevo incontrato da ragazzo, Vignando Mario. Dico il nome perché è un personaggio importante che occupa parecchio spazio nella mia storia.
Quando è accaduto che c’è stato l’armistizio l’8 settembre 1943, io l’ho perso di vista il Vignando. Abbandonato il campo… l’aeroporto di Lucca, dove mi trovavo in quel periodo, con la mia fida bicicletta, con la quale veramente posso dire di aver fatto la guerra, sono partito e mi sono diretto verso casa, verso Udine, con le difficoltà che si possono comprendere. In due giorni, attraverso il passo della Porretta, sono arrivato a casa e naturalmente ho fatto in modo che la mia presenza fosse stata notata il meno possibile, data la situazione e dato il momento particolare nel quale mi trovavo. È successo poi che la costituzione della Repubblica Sociale Italiana ha fatto sì che anche a me, come ad altri ex aviatori, fosse giunt[a] una lettera dove mi si imponeva di presentarmi al comando della ZAT di Padova – Zona Aerea Territoriale di Padova – per riprendere servizio con l’aeronautica repubblichina. Questo fatto mi mise in crisi, perché in me era maturata la convinzione che la guerra che avevamo fatto non era una guerra giusta, era una guerra di aggressione, e successivamente, piano piano mi sono convinto che anche la politica che aveva portato avanti l’Italia e soprattutto il Fascismo, non era giust[a], non poteva essere una politica da approvare, specie dopo le prove che avevo sopportato e subìto in una guerra difficile e logorante.
Quindi ho deciso di non presentarmi e di darmi un pochino anche alla latitanza. Per questo molto spesso, anziché dormire a casa, trovavo ospitalità presso un contadino che abitava nei paraggi miei. E così cercavo di dare nell’occhio il meno possibile. Però ho mantenuto – visto che il Vignando era tornato pure lui a casa – ho mantenuto dei rapporti con questa persona, con questo amico. E questo fatto è stato per me di un’importanza estremamente grave. Perché lui aveva conosciuto un ex militare sbandato [che] è rimasto intrappolato in Friuli, a Udine, [che] non riusciva più a tornare al suo paese di nascita e di residenza, e quindi non so come vivesse. Certamente era qui, era a Udine, nella nostra città. È successo anche che per restituirmi un libro che il Vignando mi aveva prestato, un giorno sono capitati a casa mia ambedue, e quindi questo signore ha potuto vedere anche dove abitavo, oltre che ad aver conosciuto il mio nome in precedenza. Succede che questa persona in un bar viene arrestat[a], perché ad un confidente della SS – o comunque della polizia tedesca – che lui non credeva tale, aveva fatto vedere che lui girava armato di una pistola e che lui conosceva parecchi personaggi vicini al movimento di Resistenza. È successo con questo [fatto] che lui è stato arrestato. E con gli interrogatori che aveva subito, probabilmente anche abbastanza violenti, aveva fatto il nome di tutte le persone che aveva conosciuto, compreso il mio, facendo delle accuse anche particolarmente pesanti. Per esempio, io ero accusato di avere fatto dello spionaggio a favore dei partigiani sulla consistenza delle forze armate tedesche a Udine, in particolare di una caserma delle SS, con i loro movimenti e la loro presenza. Quindi una cosa molto, molto grave per la mia situazione. A un certo punto la SD – la polizia di sicurezza tedesca – prepara una retata e una mattina, molto presto, tutte le persone che erano state implicate da questo personaggio, implicate nella nostra vicenda, sono state arrestate.
Quella mattina io dormivo a casa mia per sfortuna, e ho sentito una macchina fermare davanti sulla strada. Affacciatomi alla finestra – eravamo in agosto, era il 3 agosto del 1944 – ho visto che in assetto di guerra, in assetto di combattimento, scendevano da due-tre macchine dei tedeschi [che] circondavano la mia casa. Al che io, che avevo preparato una specie di rifugio, sono uscito di casa velocemente, avvertendo mio padre che stavano arrivando i tedeschi, e mi sono messo in questo rifugio, che avevo creato al di là di un cortiletto, nel retro della casa. Queste persone [delle SS] erano accompagnate da due repubblichini, armati di mitra, in borghese e molto violenti. Diciamo che mentre i tedeschi entrati in casa erano passivi, questi [repubblichini] si davano da fare per chiedere dov’ero io, e chiederlo con violenza, con insistenza, insistendo con mio padre che dicesse dov’ero. Mio padre, da me istruito, aveva detto che io ero stato arruolato, che mi ero portato nella zona di Verona, che facevo servizio in un aeroporto, che peraltro lui non conosceva per ragioni di segreto di guerra.
Non potendo provare quanto diceva, questi repubblichini si fecero ancor più violenti e minacciarono di bruciare la casa se io non mi fossi fatto vivo. Al che [ad] una mia sorella – ne avevo due oltre che il padre presenti in casa – sono saltati i nervi, come si suol dire, e si è affacciata a una finestra chiamandomi e dicendo: “Qui bruciano la casa, devi uscir fuori!”. E quindi io ho dovuto abbandonare il mio rifugio, il mio nascondiglio, e naturalmente facendo del rumore, perché al di dietro della casa sapevo che… avevo anche visto passando velocemente un militare tedesco che impugnava il mitra. E naturalmente se avessi fatto le cose meno rumorosamente probabilmente avrebbe anche sparato. Ora questo, sentendo i rumori, si fa avanti e rompendo con la violenza un lucchetto a un piccolo cancello mi viene a prendere; io in pantaloni, scalzo, mani alzate, mi presento e dimostro di essere sicuramente non in condizioni di reagire. Quindi entriamo in casa. Questi due repubblichini hanno fatto man bassa di documenti, di cose, eccetera. Poi hanno portato fuori biciclette, hanno portato fuori le cose che più avevano secondo loro un valore immediato, e mi hanno fatto accomodare su una macchina della polizia tedesca assieme a mio padre e a una sorella. Quindi in tre persone abbiamo preso la via Spalato, dove tuttora ci sono le carceri a Udine.
Venni messo in una cella di isolamento, e quindi persi ogni contatto con la realtà, con la presenza dei miei, e anche senza conoscere il motivo per cui ero stato arrestato. E questo lo venni a sapere soltanto quando durante un interrogatorio da parte di un ufficiale tedesco e di un interprete italiano mi venne presentato questo personaggio che avevo conosciuto a Udine a fianco dell’amico Vignando, e capii. Venne chiesto a lui se io ero la persona di cui lui aveva parlato, e dopo il suo assenso venne subito portato via. Sicché con questo io capii che la questione del mio arresto era tutta dovuta a questo personaggio del quale conoscevo proprio niente. E così, dopo alcuni giorni, anche attraverso la regalia di una camicia fatta a un secondino, potei essere messo fuori dalla cella di sicurezza… di isolamento. Mio padre e mia sorella furono rimandati a casa e io mi trovai in una cella comune con altre quattro o cinque persone che erano lì in attesa del futuro nebuloso che a noi si sarebbe sicuramente presentato. Ed effettivamente una mattina siamo stati inquadrati e portati in stazione, dove sui soliti carri bestiame siamo stati rinchiusi e portati in Germania.
D: Ti ricordi che periodo era questo? Quando ti hanno portato alla stazione? In che mese?
R: Questo nostro trasferimento è stato eseguito il 24 agosto sempre del 1944. Dico questo perché a Buchenwald, dove eravamo diretti, sono arrivato il 28 agosto, dello stesso anno naturalmente. È stato un viaggio anche abbastanza tranquillo. Addirittura dopo la partenza hanno aperto gli sportelloni, perché i tedeschi avevano una loro tecnica per far sì che le persone che venivano deportate non perdessero mai la speranza che le cose andassero per il meglio; infatti eravamo tutti convinti di finire in qualche fabbrica, in qualche campo di lavoro, e attendere così in una situazione discretamente buona la fine della guerra che prevedevamo fosse discretamente vicina.
Invece ebbimo [avemmo, ndr] la delusione di ritrovarci in una bolgia infernale che non avremmo mai pensato potesse esistere, ed era il campo di Buchenwald. La visione di queste persone che attraversavano, passavano, intente ai loro lavori, fu orribile. Fu un’impressione orribile perché questa gente si presentava rasata di capelli, magra all’infinito, con questa casacca, con questi pantaloni zebrati, ed era una umanità che non pensavamo ci potesse essere. Lì cominciò la distruzione della nostra personalità, perché ben presto ci accorgemmo che anche noi avremmo dovuto fare la stessa fine e indossare gli stessi panni. Tant’è vero che, portati alle docce, fummo rasati la testa, i capelli rasati [e] depilati completamente, disinfettati con un ridicolo scopino immerso nella creolina, ed infine ci venne fatta la doccia e mandati nudi così come eravamo rimasti – ci avevano tolto naturalmente tutto – e quindi ci ritrovammo senza possedere alcunché alla vestizione con questo che avevamo visto: questi giacconi rigati e questi pantaloni. Ed è così che poi fummo mandati in una baracca dove ci fecero fare una breve quarantena, iniettandoci anche dei medicinali o dei sieri che potevano contrastare le malattie che nel campo erano le più diffuse: tifo petecchiale, colera ed altre malattie. Dopo questi brevi giorni… anzi, devo dire che durante questa permanenza, a un certo punto fummo chiamati: ormai avevamo soltanto un numero, il nostro nome non veniva più pronunciato.
D: Ti ricordi il tuo numero, Dario?
R: Il mio numero era il ventidue cinque quarantadue, 22542. Dovetti impararlo anche velocemente in lingua tedesca, perché vedevo che se non c’era la comprensione alla chiamata cominciavano a piovere le botte. Quindi fu giocoforza imparare questo numero velocemente. Devo dire che chiamarono il nostro numero, il mio e quello di Vignando, e poi chiedendo quale dei due conoscesse meglio il francese. Siccome lui lo conosceva meglio gli dissero di prepararsi e di andare assieme alla persona che lo aveva preso in consegna. Questo mi ha fatto sospettare, visto poi anche l’esperienza che ho avuto: dove mai una persona singola era stata chiamata? Mi fece sospettare che la lunga mano della polizia di Udine fosse intervenuta per eliminare immediatamente appena arrivato nel campo il mio amico Vignando, tanto è vero che non l’ho più visto e non è più rimpatriato, anche alla fine della guerra.
Quindi rimasi solo con alcuni, pochissimi degli amici che avevo conosciuto nella cella… dopo [essere] uscito dalla cella d’isolamento. Iniziammo i faticosi lavori, iniziammo a capire com’era che funzionava questo campo, quali lavori venivano assegnati. A me toccò purtroppo di fare dei lavori pesanti. Era recentemente stato bombardato il complesso industriale che stava accanto al campo e quindi c’erano lavori di ricostruzione in corso, e allora mi toccava fare il manovale, portare i sacchi di cemento, trasportare pesi, trasportare mattoni, trasportare cemento, eccetera. Quindi una cosa che io fra l’altro non avevo mai fatto perché il mio mestiere era un mestiere da ufficio, prima da militare, naturalmente nel ruolo di marconista, come ho detto in aviazione. Purtroppo questo sarebbe stato anche sopportabile se il cibo fosse stato sufficiente, ma la situazione era veramente tremenda perché il cibo veniva dato una volta al giorno in una quantità minima e con delle calorie alquanto basse, sicché non era possibile immediatamente eseguire i lavori alimentandoci in maniera così sconveniente. Ebbi la possibilità di sentire che un altro dei miei pochi amici aveva trovato modo di entrare in un Transport che secondo lui doveva portarlo in una piccola officina dove la vita doveva essere molto più facile. Io una mattina, rischiando anche la vita, abbandonai il gruppo, il Kommando nel quale ero inserito e andai a chiedere al suo kapo se potevo essere anch’io trasferito in quest’officina e far parte di quel trasporto. Il kapo acconsentì e mi portò all’Arbeitsstatistik, l’ufficio che teneva in conto di tutti i prigionieri lavoratori e mi fece passare al suo comando.
Questo mi fa ricordare anche quanto ho detto in precedenza, cioè che i tedeschi avevano una tecnica particolare, e anche qui la misero in pratica. Perché anziché [in una piccola officina] dopo quattro giorni di viaggio, con lunghe soste naturalmente – più lunghe le soste che i movimenti – ci ritrovammo a Dora-Mittelbau, che non era una piccola officina, ma un grandissimo campo con migliaia di prigionieri che alimentavano le vicine fabbriche delle armi segrete tedesche. [Le fabbriche] si trovavano in gallerie scavate a suo tempo dai prigionieri, con una mortalità spaventosa, e dove c’erano [in] costruzione due ordigni, le V1 e le V2, le armi segrete sulle quali puntavano i tedeschi per raggiungere una vittoria che ormai stava loro sfuggendo di mano. Devo dire che la vita nel campo era dura, era pericolosa quanto lo era a Buchenwald, con un’aggiunta in più: i tedeschi [a Dora] erano assillati dal problema del sabotaggio. Questo si aggiungeva a tutte le sofferenze che dovevamo patire sia per l’impossibilità di un letto, di un riposo accettabile, sia per il poco cibo che ci veniva somministrato. Diciamo che parecchie persone, che anche magari senza una colpa – come toccò a me, in seguito che vi potrò dire – [ma] solo per una sbadataggine o per una dimenticanza venivano sospettati di sabotaggio e quindi spesso e volentieri lungo la galleria, andando al lavoro la mattina, trovavamo… dovevamo anzi passare in mezzo alle loro gambe, di gente che era stata impiccata nelle ore precedenti. Questa è una cosa…
D: Scusa Dario, due cose. Ti ricordi quando ti hanno trasferito da Buchenwald e se, quando sei arrivato a Dora, ti hanno di nuovo immatricolato o no?
R: Facciamo una premessa. Per chiarire meglio la mia posizione devo dire che trasferitomi a Dora, ed era l’11 novembre del ‘44, non mi fu cambiato il numero di matricola, ma io rimasi sempre col ventidue cinque quarantadue [22542], che è il numero che ho sempre avuto fino alla Liberazione.
Devo dire che la vita del campo, come ho accennato prima, era durissima anche a Dora, aveva delle regole particolari. Chi si recava nelle gallerie al lavoro aveva dodici ore di lavoro continuato, salvo mezz’ora di riposo a metà giornata o a metà notte, perché il turno era una settimana di giorno [e] una settimana di notte. E quindi dovevamo portarci in queste gallerie per lavorare. Ora. i primi giorni mi toccò di dover fare un lavoro pesante quanto quello che facevo a Buchenwald, e questo mi mise nella condizione di pensare che se così fosse andata io non avrei avuto una vita molto lunga, sicuramente. Perché lì c’era un lavoro di ampliamento delle volte delle gallerie con dei compressori che pesavano moltissimo, per forare queste rocce, eccetera. Io venni in un primo tempo messo al lavoro di portare questi pezzi di roccia che cadevano, di portarli all’esterno con una specie di barella, in due persone. E naturalmente era un lavoro faticoso, ripetuto per dodici ore in un giorno. Che fra l’altro, finite le ore di lavoro non si andava direttamente al campo ma si passava da una cava di pietre dove si prendeva su… ognuno di noi doveva prendere una pietra e poi entrare al campo con la pietra per gettarla dove il fango dominava per far sì che ci fosse la possibilità di passare su un terreno meno disagevole, meno fangoso. Quindi anche questo [supplizio] si univa a quello di dodici ore di duro lavoro.
Al che, sentito sempre da questo mio amico Noro che era stato messo in un reparto di aggiustaggio – perché lui di mestiere era aggiustatore ai cantieri di Monfalcone – chiesi se era possibile fare la stessa cosa, e mi accinsi a fare un capolavoro che il capo civile che comandava il reparto volle darmi da fare per capire se ero in grado veramente di fare l’aggiustatore o meno. Siccome di famiglia sono stato sempre in mezzo ai meccanici, con banco di lavoro, le lime eccetera, a portata di mano, pur non essendo il mio mestiere avevo una certa dimestichezza, sicché superai brillantemente il capolavoro che dovevo fare e venni assunto… venni dato in consegna come schiavo a un tedesco che doveva essere il mio padrone, in sostanza. E quindi mi misi a fare questo nuovo lavoro che per la verità era meno faticoso di quelli che avevo in precedenza fatto.
Per altro, la situazione dell’alimentazione così scarsa, il fatto di lavorare una settimana di giorno e una di notte, il fatto di portare le pietre dopo dodici ore di lavoro, fecero s che a un certo punto io mi sentii veramente male. Entrai in crisi, e un giorno mi venne in bocca un flutto, una piccola quantità di sangue, e capii che lì le cose andavano male perché poteva essere soltanto sangue proveniente dai polmoni, quindi un segnale gravissimo per le mie condizioni di salute. Inoltre si accompagnava a questa situazione anche la febbre. Quindi lasciato il reparto che andava al riposo nelle baracche, presi la strada del Revier, e andai per una visita, per un controllo. E lì veramente c’erano dei medici francesi deportati come noi: trovarono che avevo bisogno di essere ricoverato perché dai raggi si notava una caverna, che era un segnale gravissimo, di una situazione che sicuramente non poteva andar bene. Sicché in questi Revier… sarebbe lungo raccontare… per altro è bene dire che, fatta la visita, denudati completamente naturalmente anche per la visita, e poi successivamente, consegnando questi vestiti in una specie di magazzino, in pieno inverno dovetti andare lungo un sentiero ghiacciato, con solo una piccolissima coperta che mi copriva la testa, andare al reparto, al Revier, all’ospedale ‘Krankenhause’ dove mi avevano assegnato. E naturalmente lì ebbi un periodo diciamo di riposo sotto il profilo lavorativo. Per altro un periodo alquanto triste e duro, sia per una situazione mia personale che si era creata, sia anche per lo spettacolo che avevo davanti ai miei occhi di altri deportati che come me finivano la loro vita lì in mezzo a questi letti, in condizioni di disagio non solo alimentare ma anche fisico, anche di situazioni… di lenzuola che non esistevano, quando c’erano erano una macchia continua… di una macchia completa di tracce lasciate da precedenti ammalati. Sicché, dopo un periodo lungo di una decina di giorni la febbre se n’era andata. So che mi davano soltanto una cosa, del calcio liquido, pensando che quella era la cosa che poteva risollevare la mia situazione. Dopo dieci giorni, visto che non avevo più febbre, mi diedero cinque giorni di lavoro leggero e mi rimandarono alla mia baracca. Devo dire che i cinque giorni di lavoro leggero si trasformarono in una brutta avventura, perché mentre il lavoro che ci veniva dato era veramente leggero – si trattava di fare dei gomitoli mettendo vicino lunghi pezzi di spago, che forse erano quelli che tenevano legate valigie eccetera di quando i prigionieri arrivavano – […ma] a un certo punto mi vennero a chiamare assieme ad altri quattro o cinque per andare in cucina a prendere dei sacchi di patate e portarle su una collina dove c’era un allevamento di maiali per le SS. E questo lavoro fu veramente una cosa terribile perché nelle nostre condizioni non riuscivamo proprio a andare avanti lungo queste scalinate che ci portavano in cima alle colline.
E quindi decisi che dovevo rinunciare a questa specie di lavoro leggero e tornare in galleria. E così feci, e fui rimandato in galleria. E per altro dopo dieci giorni di nuovo mi si alzò la febbre, ebbi delle situazioni alquanto dolorose, per febbre, per malesseri generali, e dovetti tornare al Revier per una seconda visita. Fatto un secondo ricovero, una mattina un medico francese, armato di una bombola, di un tubo di gomma e di un ago, mi fece uno pneumotorace. Il pneumotorace consisteva nell’infilare l’ago fra la pleure e la parte esterna del corpo, diciamo in zona polmonare, e immettere dell’aria a pressione per immobilizzare il polmone che era ammalato. Quindi mi ritrovai con un fiato cortissimo, una situazione enorme di disagio, non potendo naturalmente che respirare con un solo polmone, una situazione mai provata, nuova. Sono state giornate veramente tristi e dolorose. Se non che altri cinque giorni di riposo con lavoro leggero e mandato fuori di nuovo nella mia baracca. Che poi fra l’altro non era più la baracca dove ero consueto esserci, ma era una un’altra baracca, e quindi mi ritrovai senza alcun italiano vicino a me, in una marea di gente che parlava altre lingue: tedeschi, russi, jugoslavi, eccetera.
D: Scusa Dario, il campo di Dora, rispetto alle gallerie era vicino o era distante? Quando voi uscivate dalle gallerie per andare al campo, il percorso era molto distante?
R: Questa nuova situazione mi impediva anche i movimenti più brevi, le camminate più brevi, gli sforzi meno intensi, perché la situazione respiratoria era quella che era, condannata all’immobilità. E questo fece sì che anche quei giorni a riposo furono per me molto tremendi. Fra l’altro, avendo una certa libertà, ebbi modo di vedere – e correva voce di questo – che per gli ammalati che avevano necessità più gravi venivano trasportati in sanatori, dicevano loro, in luoghi dove potevano risanarsi e guarire per poi tornare nel campo. E ebbi modo di vedere alcune volte dei camion sui quali venivano caricate delle persone in condizioni veramente disastrose, facevano fatica anche a salire, eccetera. E ebbi modo successivamente di vedere dei camion dello stesso tipo, peraltro tutti coperti coi teloni, dai quali venivano scaricati dei prigionieri, dei deportati tutti morti. Un carico di morti. Avevano soltanto il numero segnato sulla coscia della gamba sinistra, con una matita copiativa. E c’erano delle squadre di prigionieri che con delle barelle avevano aperto un cancello che recintava il campo dal bosco all’esterno del campo, su, lungo le colline, e prendevano questi cadaveri sulle barelle e li trasportavano all’esterno. Capii immediatamente che potevano essere soltanto o bruciati su cataste di legna – perché c’era il crematorio [ma era] all’interno, e non aveva grandi capacità per poter nello stesso tempo bruciare parecchie persone – quindi, o erano state scavate delle fosse comuni, oppure si trattava di cataste di legna sulle quali venivano bruciati questi cadaveri. Questo mi fece pensare al pericolo che stavo correndo anch’io essendo in una situazione di questo genere. E per questo, per una seconda volta andai all’Arbeitsstatistik per pregarli di riportarmi al mio lavoro consueto, dove perlomeno conoscevo ormai l’ambiente e facevo un lavoro che non era dei più pesanti.
In questa situazione siamo arrivati ai primi di aprile del 1945, quando, dopo un violento bombardamento della città di Nordhausen, che era a pochi chilometri da noi, venne deciso il trasferimento di tutti i prigionieri del campo. Devo dire – non l’ho detto prima, ma per un chiarimento – che dal campo alle gallerie dove lavoravamo non c’era un lungo percorso, si poteva trattare di quattro-cinquecento metri, mezzo chilometro diciamo. E allora dovevamo uscire inquadrati per cinque, e guai sbagliare il passo – quando eravamo in particolare vicino all’ingresso dove la SS era sempre presente – e quindi portarci fuori, entrare in queste gallerie e percorrerle per centinaia di metri, perché le gallerie erano moltissime, molto distanti, con percorrenze molto lunghe. Questo per dire che andare al lavoro non era una grossa fatica, la fatica era il ritorno, come ho detto, quella di dover andare anche alla cava di pietra e prendere un grosso masso da portare sulle spalle.
Quando ci venne dato l’ordine di sgombero loro dissero: “Chi può andare, chi se la sente può sgomberare e chi non se la sente rimanga al campo”. Naturalmente il buon senso mi disse che io era meglio che me ne andassi perché non sapevo che fine avrebbero fatto quelli che rimanevano. E su dei carri… dei vagoni – non questa volta di bestiame e quindi chiusi, ma su dei vagoni scoperti – venimmo caricati e portati per una destinazione per il momento ignota. Il vagone scoperto era più comodo, nel senso che c’era l’aria che si poteva respirare liberamente. Peraltro pioveva, e quindi eravamo in una condizione veramente penosa. Tra l’altro lo spazio era talmente stretto… perché una larga parte se l’erano presa i kapo e noi dovevamo accontentarci di stare come sardine, in piedi. Quando poi veniva notte e dovevamo piegarci, perlomeno cercavamo di sederci, dovevamo allargare le gambe e far sedere uno in mezzo alle gambe, alla turca diciamo, per poter stare tutti. Naturalmente se c’era una necessità, che uno non sentisse più una gamba, non si sentisse male, eccetera, alzarsi [significava] perdere il posto e entravano in azione i kapo che con delle buone, vigorose bastonate, facevano crollare a terra la persona. E dove crollava doveva rimanere, i prigionieri dovevano fargli spazio per farlo rimanere in ogni caso.
Così andò avanti per quattro giorni, naturalmente facendo pochissima strada, pochissimo percorso, perché anche le ferrovie erano bombardate, [e] la situazione era tremenda in ogni senso. Una mattina ricordo che ci hanno fatto scendere da questo treno e ci hanno diviso in due gruppi, dando ordine che chi voleva e poteva camminare si fosse messo da un lato, dall’altro si fossero messi tutti coloro che per condizioni di salute non erano in grado più di camminare. Io scelsi questa soluzione, perché con la posizione in cui ero stato per ore e ore in tutte quelle notti avevo i ginocchi che si erano gonfiati e sembravano fiaschi, più che dei ginocchi. Quindi realisticamente pensai che era meglio che mi mettessi subito dalla parte di chi non poteva camminare, anche se ciò poteva comportare una fine non certo facile, e non certo positiva.
Comunque, ebbi una grande sorpresa. Prima, di vedere nell’altro gruppo che si era formato di intravedere il mio amico Noro che avevo perso di vista. E la situazione era tale che ci guardammo e non ci dicemmo nemmeno una parola, nemmeno una parola, tanto era la situazione sia psicologica che fisica per tutti noi. Quindi mentre loro, circondati dalle SS e con i cani lupo, presero una certa direzione, noi stranamente ebbimo l’ordine di rimontare su dei carri che non erano più i carri aperti di prima ma erano carri bestiame, addirittura c’era un po’ di paglia all’interno, per terra. E quindi io non feci altro che stendermi sulla paglia e addormentarmi, per il lungo periodo che non dormivo, pesantemente. Svegliandomi mi ritrovai in una stazione, fermi, probabilmente c’erano problemi di transito. E poi per altri due giorni errammo così, senza una meta, almeno senza una meta apparente, lungo queste ferrovie, sentendo a un certo punto anche il tuonare dei cannoni, quindi comprendendo che stavamo inoltrandoci in una zona dove la guerra era veramente guerra. Ebbimo anche la sorpresa di essere abbandonati dalle SS e di vedere al loro posto dei vecchi militari con dei vecchi fucili, che non erano più in grado di mantenere quell’ordine e quella disciplina che ci erano stati imposti fino a quel momento.
Tanto che, dopo una notte insonne, al mattino a qualcuno riuscì [di] aprire un vagone, un carro, e da un vagone aperto ebbero la possibilità di aprirli tutti e ci trovammo in una situazione di libertà. Addirittura, siccome sul nostro convoglio c’era un tedesco, naturalmente un tedesco politico, un triangolo rosso anche lui, che stranamente era del paese dove ci eravamo fermati, ebbimo delle notizie che nei paraggi c’era un baraccamento di militari che l’avevano abbandonato e che poteva essere un buon rifugio per noi. E così come potemmo, aiutandoci l’uno con l’altro, arrivammo a questo baraccamento dove c’erano dei lettini a castello, però con dei materassi veri, dove non ci parve proprio vero di poter adagiarci e rimanere, anche se avevamo moltissime situazioni di disagio, come ho detto, sia perché il cibo non ci era mai stato dato, sia per, in particolare, la mia condizione fisica.
D: Ecco, questo Dario, dove è avvenuto e quando è avvenuto?
R: Diciamo che questa improvvisa semilibertà – perché non potevamo ancora pensare di essere liberi – è accaduto circa… verso l’8 di aprile, l’8 di aprile naturalmente del ‘45. E questo baraccamento era non lontano da un piccolo paese rurale. Quindi noi ci trovammo lì e cominciammo – alcuni [di noi], quelli che potevano muoversi – a rovistare, a trovare che c’erano delle minestre vegetali abbandonate dai tedeschi eccetera, e potemmo almeno così avere qualche cosa, perché poi c’era una cucina funzionante sul posto. Potemmo cominciare a bere qualcosa di liquido che avesse l’apparenza di una zuppa, e questo per noi fu già un motivo di grande soddisfazione. Diciamo che nei giorni successivi la battaglia continuava nei paraggi, al punto che alcune granate – ci fu un duello di artiglieria – caddero anche sulle baracche, per fortuna vuote, di questo piccolo baraccamento. Dopodiché, dopo una pausa di alcune ore, vedemmo comparire con grande gioia un militare americano, armato di tutto punto, carico di tutte le cose di cui avevano bisogno oltre che delle armi. E allora si scatenò una tale gioia, un tale entusiasmo, che a gruppi di cinque-sei tentarono di sollevarlo, di portarlo in trionfo, e per la verità, dato lo stato di debolezza in cui si trovavano, finivano col cadere a terra loro con il soldato americano che doveva essere portato in trionfo. Io naturalmente non potevo fare nemmeno questo perché con le ginocchia che tenevo non ero in grado di sopportare sforzi, appena appena di muovermi.
D: Dario, geograficamente dove eravate? Ti ricordi il posto, la zona o la città più vicina?
R: Diciamo che questo grande piacere di trovarci qui… eravamo veramente liberi, perché gli americani ci dimostravano che eravamo liberati finalmente da questa situazione di schiavitù. Ci trovavamo in una zona, diciamo, non lontana da Dora, perché in sostanza con tutto il nostro girovagare avremmo fatto 60 o 70 km di percorso vero; ed eravamo vicini a una cittadina che si chiamava Seesen – che si chiamerà tuttora Seesen. Dobbiamo dire che per i primi giorni ci siamo arrangiati con questo piccolo magazzino, bevendo queste minestrucole di verdure, e trovando poi anche barattoli di pomodori, roba di questo genere. Poi sono intervenuti gli americani… il giorno successivo, devo dire, è arrivato un americano con una mucca, l’ha portata in mezzo alla piazza e c’ha sparato un colpo, la mucca è crollata e poi col suo gesto liberale ci ha indicato che potevamo approfittarne. E allora lì c’è stato un assalto a sezionare questa mucca, i più esperti naturalmente, e su grossi pentoloni [a] bollire. Abbiamo avuto la soddisfazione di bere del brodo, di mangiare della carne, insomma cose che non avevamo fatto da tanto tempo, che per noi era da un’eternità.
D: Dario, il ritorno a casa, come te lo ricordi?
R: Devo dire che eravamo liberi, ma il ritorno alle nostre case non era ancora pensabile. Per fortuna i polacchi del nostro convoglio avevano predisposto in questa cittadina, Seesen, ottenendo naturalmente tutto quello che serviva in una scuola sgomberata da banchi eccetera, [di] fare un ospedale, perché la maggior parte di noi aveva bisogno urgente di essere ricoverato, di essere curato. E quindi da lì, con dei carri – con dei carri a cavallo… trainati da cavalli – fummo trasportati in questa scuola, in questa piccola città di Seesen. E iniziammo veramente un periodo di ricostruzione di noi stessi, sia fisico che morale. Sicché ebbimo il piacere di avere le zuppe abbondantemente servite. Di essere curati non diciamo perché di medicine non ce n’erano; comunque la cura maggiore, la cura più importante era quella di poter alimentarci in maniera sufficiente.
Siccome in questo posto, a un certo punto, avevamo capito che non poteva essere il modo migliore per rimpatriare, abbiamo avuto sentore che a non molta distanza c’era un campo, un Lager di italiani internati l’8 settembre [1943], di militari italiani. E quindi abbiamo preso contatto con loro – dico ‘abbiamo’ perché avevo fatto amicizia con un deportato di Pesaro – e assieme ci siamo poi portati in questo campo da dove alcuni mesi dopo abbiamo avuto la possibilità di essere trasferiti a Braunschweig, una grande stazione, e partire per l’Italia.
D: Quale percorso hai fatto per rientrare in Italia?
R: Naturalmente la strada è stata lunga, il rientro è stato anche difficile per la condizione in cui si trovavano le ferrovie e tutto il territorio tedesco. Comunque, ricordo che verso i confini austriaci ci siamo fermati in un campo di raccolta dove siamo stati abbondantemente spruzzati di DDT e di tutte le altre cose che potevano far sì che tutti gli insetti che possedevamo fossero stati uccisi. E alimentati con un puzzolentissimo formaggio tedesco, che aveva veramente un odore schifoso, ma che insomma, per noi era già una cosa preziosa. Dopodiché, dopo questa sosta, siamo arrivati al Brennero e siamo arrivati poi giù a Pescantina, che era in Italia il primo posto di soccorso, così, di raccolta e di ripartizione poi per le varie destinazioni. E con dei mezzi americani, assieme ad altri che avevano come direzione Venezia, siamo stati portati fino a Mestre, e da Mestre, preso il treno, ho fatto finalmente ritorno a casa.
D: E questo era il…?
R: Era, diciamo, il mese di agosto [1945]. E come stranamente il mese di agosto ero finito nel campo di Buchenwald, stranamente il mese di agosto dell’anno successivo avevo avuto la fortuna di tornare a casa. Devo aggiungere che questa non fu la mia liberazione definitiva, perché io ero solo in parte liberato. Perché essendo arrivato ammalato, e essendo poi dovuto andare, per altri mali che mi erano sopraggiunti, all’Ospedale al Mare del Lido di Venezia, credendo di fare un breve periodo di riposo in zona marina, ebbi la sventura di fare tre anni e tre mesi di ricovero all’Ospedale al Mare. Tre anni e tre mesi. Dei quali, devo dire – per una questione di malattie ossee che m’aveva colpito la colonna vertebrale – almeno due anni li ho trascorsi immobile sul letto di un padiglione dell’Ospedale al Mare. E quindi la mia vera liberazione si può dire che comincia nel settembre… anzi, per l’esattezza, il 16 settembre del 1949.
D: Dei tuoi compagni, si è salvato nessuno?
R: Devo dire che io, come ho accennato in questo lungo, forse anche un po’ noioso racconto, non ho avuto l’opportunità, come tanti altri, di avere grosse conoscenze, di avere ampie conoscenze di altri prigionieri, conoscerne i nomi, le loro storie. Mi son trovato proprio a causa dei miei malanni in baracche dove addirittura non c’era nessun italiano, e quindi non ho avuto modo di conoscere chissà che amici e che persone… così, qualche persona, per uno scambio di frasi e di parole, spesso rese difficoltose dalla differenza di lingua. Ma, alla fine, io avevo due persone nel cuore: Vignando e Noro, Vignando Mario e Noro Sergio. Vignando Mario, come ho detto, è sparito e non è più tornato. Noro Sergio – che l’ho visto… quando si esce dal treno io mi sono portato nel gruppo di quelli che non potevano camminare, lui invece era nel gruppo di coloro che camminavano ancora – non ha fatto ritorno a casa. Anche lui evidentemente ha avuto qualche cosa, probabilmente in crisi, lungo il percorso è stato abbattuto da queste SS così crudeli. E quindi devo dire, concludendo questa storia, che in solitudine, quasi in solitudine, sono salito, e quasi in solitudine… anzi, sicuramente in solitudine, sono tornato.
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