Brambilla Pesce Onorina

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Sono stata arrestata a Milano il 12 settembre 1944.

D: Il motivo?

R: Il motivo, io facevo parte della terza brigata GAP comandata da Visone, che è Giovanni Pesce. Avevamo un collegamento con un tale che si definiva Arconti, ma poi non era nemmeno il suo vero nome, il quale era riuscito ad arrivare nel comando delle brigate Garibaldi perché, dicendosi partigiano, dicendosi che poteva dare informazioni e armi ai gappisti e il comando delle brigate Garibaldi aveva passato questo individuo, questo collegamento, a Giovanni Pesce, il quale non si fidava molto perché questo qui faceva un sacco di domande. Non era il periodo allora di fare troppe domande, di voler sapere troppe cose. Quindi un giorno, esattamente il 12 settembre, c’era un appuntamento con questo Arconti e avremmo dovuto andare io e Pesce perché appunto lui ci avrebbe dato dei recapiti per avere delle armi. Però all’ultimo momento Pesce non ha potuto venire perché qualche giorno prima, in un’azione nella quale c’ero stata anch’io, era morto un partigiano qui a Milano in Via Ponzio davanti alla piscina e un gappista era stato ferito e arrestato e stavano progettando di liberarlo, era stato portato al Policlinico, e per organizzare questa azione per liberare Antonio, all’ultimo momento Pesce non ha potuto venire. Mi ha detto: “Vai tu e rimandi l’incontro con questo individuo”. Infatti io sono andata in Piazza Argentina davanti al cinema, adesso da un po’ di tempo non c’è più, c’era il cinema, lui era lì, io mi sono avvicinata, ma immediatamente sono arrivati altri e lui mi ha detto: “Non muoverti, siamo circondati”, dopodiché è sparito lui e invece sono venuti altri e quindi sono stata arrestata. Poi, dopo, io mi sono accorta più tardi che c’era tutta la zona circondata, era una vera e propria imboscata per prendere il comandante dei GAP. Per loro sarebbe stato un bel colpo. Certo, forse io non sarei qui a raccontarla come moglie di Pesce.

D: Ci spiega cosa vuole dire GAP e cosa ….

R: Gruppi di Azione Patriottica. Che erano i partigiani che agivano nelle città e anche nelle pianure, cioè non in montagna, ed era una lotta particolare. Perché, piccoli gruppi, distaccamenti di quattro o cinque e qualche volta anche meno, che compivano azioni di disturbo, di sabotaggio e poi di colpire le spie e i collaborazionisti. Una lotta piuttosto dura perché si era soli in mezzo proprio alla città che era occupata con caserme e così via sia dai tedeschi che dai fascisti, dalla Muti e da tutti gli altri gruppi di fascisti, e io sono entrata in questa formazione perché volevo andare in montagna prima ancora di conoscere Pesce. Io, subito dopo l’8 settembre, ho fatto parte dei gruppi di difesa della donna, che è stata una grande organizzazione, che si è collegata, ha mobilitato, proprio è il caso di usare questa parola, centinaia di migliaia di donne in tanti modi di aiuto ai partigiani, per la distribuzione della stampa clandestina, per portare ordini e poi su tutta l’Italia del nord, anche da Firenze, da Firenze in su. E fu un’organizzazione veramente capillare, molto importante, per cui le donne davvero hanno dato un grande aiuto, un grande contributo. Anche se cinquanta anni dopo, però Boldrini l’ha detto, che se non ci fossimo state noi, se non ci fossero state le donne, noi non avremmo combinato niente. E questo è veramente vero.

Io ho fatto parte per diversi mesi e poi avevo altri incarichi di distribuzione della stampa clandestina in alcuni recapiti di Milano. Poi, a un certo punto ho chiesto di entrare in una formazione combattente e di andare in montagna con i partigiani. Mi hanno proposto, invece, di rimanere a Milano perché la GAP si stava ricostituendo dopo tanti arresti che erano stati fatti e quasi tutti sono stati fucilati, prima Rubini poi Campeggi e tanti altri, ed è così che sono entrata nella brigata e ho conosciuto Visone e ho fatto quello che mi si chiedeva di fare insomma. Purtroppo, non per tanto tempo perché dopo sono stata arrestata.

D: Quindi, dopo essere stata arrestata?

R: Dopo sono stata arrestata ed erano le SS di Monza. Perché, questo tipo, questo Arconati, era al servizio delle SS di Monza che agivano in quella che era la sede del fascio, la Casa del Balilla, che avevano requisito proprio per la lotta anti-partigiana. Infatti, parecchi sono morti lì di compagni e di partigiani. Rubini, il primo comandante dei GAP di Milano, dopo grandi torture è stato ucciso proprio lì nel carcere di Monza. Per cui, a un certo punto non mi trovavano nemmeno più i compagni, non sapevano più nemmeno che fine avessi fatto perché mi cercavano a Milano. C’era la Muti, c’erano tutti questi gruppi, invece sono stata portata a Monza alla Casa del Balilla e poi, dopo, lì nel carcere, che hanno chiuso da non molto tempo; un vecchio carcere. E lì sono stata due mesi, sempre isolata, sempre da sola. Questo è stato il periodo forse peggiore. Oh dio, se avessi saputo cosa succedeva in Germania, forse no, ma non lo sapevamo noi che c’erano i campi di sterminio. Anche a me quando mi hanno detto, un po’ scherzando e un po’ sul serio, “Non ti fuciliamo, ti mandiamo a lavorare in Germania”, io ho pensato “Va beh, andrò a lavorare in Germania, pazienza, finirà la guerra, tornerò a casa”. Certo che non sapevo che magari non sarei tornata.

D.: Quanti anni aveva Onorina?

R: Avevo 20 anni; li avevamo tutti. La guerra la fanno sempre i giovani eh! In grande maggioranza eravamo tutti giovani, tutti i partigiani che hanno combattuto e che sono morti eravamo tutti giovani, erano pochi quelli che magari erano già uomini o donne un po’ più mature. Ma, soprattutto chi combatteva in prima linea, diciamo così, erano soprattutto i giovani.

D: Quindi, dopo il carcere di Monza?

R: Dopo Monza, dopo due mesi, un giorno sono uscita, mi hanno tenuto due giorni a San Vittore e poi mi hanno mandata al campo di concentramento. L’avevano detto, destinata al campo di concentramento, però io non sapevo dove, assolutamente. Siamo arrivati a Bolzano esattamente l’11 novembre del ’44, due mesi dopo. E, tutto sommato, il fatto di essere rimasta due mesi in carcere è quello che mi ha salvato la vita. Perché, quando io sono arrivata avevano già grandi difficoltà a far partire i treni. Li hanno mandati lo stesso alcuni, però le donne non le hanno più mandate. Noi eravamo lì in parecchie donne a Bolzano e da altre testimonianze forse lo sapete; siamo arrivate anche a essere in cinquecento in quel capannone che era il blocco F riservato alle donne.

Io ho visto parecchi convogli partire in dicembre e in gennaio; l’ultimo in febbraio, che però tornarono indietro perché non avevano potuto passare il Brennero perché c’erano le ferrovie tutte bombardate dagli alleati. Però di donne.. ho visto qualche donna ebrea, ma erano pochi gli ebrei che sono passati da Bolzano; si parla, mi pare, di un centinaio o poco più, perché gli ebrei venivano subito mandati nei campi di sterminio, non li mandavano al campo di smistamento come era a Bolzano. Però, di donne, l’ultima spedizione, l’ultimo convoglio, credo che sia stato proprio dieci giorni prima che arrivassi io, che erano partite parecchie donne che sono finite a Ravensbrück.

D: Onorina, ci può parlare del suo trasporto da San Vittore a Bolzano? Compreso l’arrivo, l’ingresso.

R: Sì. Noi siamo partiti da Milano di sera. Non ci hanno messo sui carri merci, non siamo andati in treno, ci hanno trasportati su un pullman. Anzi, credo che fosse un autobus di quelli normali, quelli che credo i tedeschi sequestravano, ed eravamo in settantotto di cui sette donne. Abbiamo viaggiato tutta la notte, naturalmente non ci hanno dato niente da mangiare, ci hanno fermato un paio di volte perché qualcuno aveva qualche bisogno, nei posti di campagna e siamo arrivati poi a Bolzano al mattino verso le 7-7,30 ed eravamo naturalmente un po’ stanchi. Anche perché nessuno di noi era riuscito a riposarsi, a dormire. Non solo perché eravamo scomodi, ma poi perché non si sapeva dove andavamo. Allora c’erano naturalmente le opinioni più diverse: “Mah, ci fermiamo a Bolzano, ci mandano direttamente in Germania”, comunque non lo sapevamo. Arrivando lì abbiamo visto .. nessuno di noi, forse specialmente le donne, ma nemmeno gli uomini allora sapevamo cosa fosse un campo di concentramento, non avevamo mai .. anche se sotto il fascismo, va beh, sapevamo che c’era stata gente nelle galere, al confino, ma i campi di concentramento veri e propri perlomeno non lo sapevamo. E allora l’impressione, arrivando lì al mattino che cominciava già a fare freddo, c’era un po’ di nebbiolina, vedere queste baracche, alcuni uomini che giravano un po’ malmessi, la prima impressione di essere in un mondo così che non sapevamo cosa fosse, avevi perfino l’impressione che entrando lì sparivi, nessuno avrebbe saputo più niente di te, sarebbe stata una cosa… completamente divisi dal resto del mondo. Va beh, dopo però un pochino ci si abitua, ci si abitua a tutto. Poi a Bolzano, voi lo sapete, c’era una forte organizzazione clandestina che era stata iniziata e soprattutto sostenuta dai comunisti e dal Partito Comunista, però c’erano anche dei compagni Socialisti e altri e questo naturalmente dava anche coraggio di sopportare.

Poi, siccome avevano il collegamento con l’esterno, venivano a sapere chi erano i partigiani. Perché è chiaro che è arrivata lì anche gente che era rastrellata per le strade e che non aveva fatto proprio niente e poi magari sono finiti … anzi sono finiti senz’altro nei campi di sterminio. Però, per esempio, dopo un po’ di giorni, qualcuno mi ha avvicinato e io ho capito che la mia presenza era stata segnalata dall’organizzazione. Quindi questo mi ha permesso di conoscere i compagni che dirigevano l’organizzazione clandestina, Carlo Milanesi, Ottavio Rapetti che era stato uno di quelli che abita qua vicino, uno di quelli che avrebbe dovuto essere fucilato in Piazzale Loreto. Invece, per la sua giovane età, aveva diciannove anni, era anche più giovane di vent’anni … e allora va beh, dopo è cominciata la vita nel campo insomma.

D: Onorina, lei è stata immatricolata a Bolzano?

R: Siamo state subito immatricolate; ad ognuna hanno dato il numero e il triangolo corrispondente alla propria colpa. Allora noi eravamo considerati politici, quindi rosso; mi hanno dato il 6087. Poi, dopo, ci hanno fatto girare un po’ per il campo dopo avere fatto tutte le registrazioni, che ci hanno dato questa divisa che non era poi nemmeno tanto brutta. Perlomeno, nel senso che erano pantaloni e casacca colore bianco avorio di tela grezza; dietro sulle spalle c’era la croce di prigioniero, però era una cosa che si poteva mettere. Ecco, non è successo come a quelli che andavano nei campi di Germania e che gli davano gli stracci e magari delle scarpe scompagnate. Un paio di zoccoli, però lì potevamo tenere anche i nostri vestiti. Potevamo tenerli e, infatti, in quella fotografia si vede che io ho un mio golf.

D: Ma non era il Suo primo numero di matricola vero?

R: Come?

D: Questo di Bolzano non era il Suo primo numero di matricola.

R: Beh, l’avevo avuto a San Vittore. Sì, a San Vittore. Ce l’ho segnato il numero, però a San Vittore sono rimasta solo due giorni perché ero lì proprio di transito. Mi hanno mandata lì per dopo aggregarmi a quelli che andavano in Germania.

D: Scusa Onorina, due cose. Nel viaggio da San Vittore a Bolzano eravate una settantina dicevi …

R: Settantotto, perché dopo ho fatto ricerche, e sette donne.

D: Poche donne e il resto erano tutti uomini.

R: Tutti uomini, tutti giovani.

D: Ti ricordi qualche nome di uomo o di donna?

R: Ho dimenticato. Mi ricordo solo la compagna Giuseppina Ruga che era una partigiana della Val Sesia, che avevo conosciuto a San Vittore, che dopo la guerra non siamo più riusciti a sapere, sia io che l’altra compagna che l’abbiamo cercata. Lei era già lì nel carcere di San Vittore, era stata arrestata in Val Sesia. Lei diceva di essere una staffetta di Moscatelli. E lì abbiamo fatto amicizia, se così possiamo dire, infatti dopo siamo sempre rimaste insieme anche a Bolzano. Dopo è arrivata anche un’altra compagna che avevo conosciuto a San Vittore, ma che è arrivata dopo di noi, Casati Serafina che è ancora viva. Però non mi è rimasto il ricordo dei visi. Anche perché, come ho detto, finita la guerra io ho cercato un po’ di dimenticare.

D: Degli uomini non ti ricordi?

R: Mah, guardando i nomi, siccome mi hanno dato l’elenco, ho un elenco di quelli che sono usciti perché all’ANED hanno l’elenco di quelli di San Vittore. Che, credo, lo tengono da qualche parte molto al sicuro e un compagno, un paio di anni fa, mi ha dato la fotocopia. Che, fra l’altro, sono stata fortunata ad averlo perché sono proprio una delle ultime, dopo non si è trovato più niente di San Vittore. Perlomeno, quando poi San Vittore è stato liberato, nella documentazione che hanno trovato non hanno trovato gli altri. Perché poi, da novembre a dopo ce ne sono stati ancora tanti, ma arriva proprio a metà novembre del ’44 e io infatti sono una delle ultime insomma.

D: L’altra domanda era: sempre nel Transport da San Vittore a Bolzano chi c’era come guardie su questo pullman?

R: C’erano dei tedeschi. E, forse, anche qualche italiano però. Qualcuno magari si ricorderà più di me di quel trasporto. Chissà, bisognerebbe ricercare qualcuno di quei settantuno uomini.

D: Quindi, arrivati a Bolzano, vi hanno fatto spogliare?

R: Sì, sì. Mi ricordo che prima di scendere dal pullman abbiamo aspettato un po’. E, chissà perché, mi è sempre rimasto il ricordo di un pezzo di pane che c’era per terra. Forse perché avevamo fame! Perché non ci avevano dato niente da mangiare in tutta la notte. Sì, quel pezzo di pane per terra nel fango, sono quei flash, quelle cose strane. Magari poi ci si dimentica di altre cose.

D: Quindi sei entrata, spogliazione …

R: Sì, siamo andate nell’ufficio dove hanno preso tutte le generalità, i dati anagrafici. Ci hanno dato il numero, il triangolo e poi siamo andate in magazzino e ci hanno dato questa tuta, questa divisa del campo. C’è voluta tutta la mattinata, sono state parecchie ore per fare tutto questo lavoro e poi, dopo, ci hanno destinati in quelli che chiamavo i blocchi. Noi, il blocco delle donne, che era quello vicino alla porta di ingresso del campo perché era l’ultimo, si vede dalle fotografie, era il blocco F.

D: In ufficio, al momento dell’immatricolazione, si ricorda ….

R: No, non ho un ricordo di qualche cosa …

D: Una donna, un uomo, non si ricorda?

R: C’era un uomo, c’era un tedesco mi pare. C’era un tedesco. Però non mi ricordo bene se c’era qualcun altro.

D: Quindi siete entrate nel blocco F tutte voi donne.

R: Noi donne, noi sette donne.

D: E lì hai trovato altre donne nel blocco F.

R: No, non subito, solo qualche giorno dopo ho individuato Laura Conti perché mi era stata segnalata dai compagni, però in un secondo tempo. Invece, poi dopo ci eravamo legate, eravamo entrate un po’ in amicizia che ci aiutava con una compagna che è arrivata però una settimana dopo. Poi, più tardi, una compagna di Verona che è morta qualche anno fa, che il marito è morto poi a Mauthausen, Rosetta Meloni. Ecco, lei non era giovane come noi, lei aveva già quarant’anni. Era stata arrestata con il marito che era un comunista, erano tutti e due comunisti; lei è riuscita a fermarsi a Bolzano, è arrivata dopo però. Poi con un gruppo di compagni di Genova. C’era Girelli e la moglie Iolanda; poi un gruppo di compagni che venivano dall’Ansaldo, che erano stati arrestati per gli scioperi. Lì c’erano tutte donne, c’era la moglie di Montanelli, la prima moglie di Montanelli, Margherita Montanelli. Lei è stata liberata anche prima di noi, mi pare che in marzo lei è stata liberata; non è stata fino alla fine. Lei era tedesca, di origine tedesca, ma era una donna che faceva un po’ la vice campo insieme alla ragazza giovane, la Cicci. Questa era una ragazzina in gamba che ci faceva filare, ma in senso buono eh! Perché, per la verità anzi eravamo legate, non era assolutamente una carogna per niente. In questo momento il nome mi sfugge, ma nel libro di Happacher il suo nome c’è, e la Montanelli faceva un po’ la vice campo ed era una donna disponibile anche ad aiutare, una bella donna alta, bionda, proprio il tipo un po’ di tedesca.

D: Mentre la Kapò vera era tedesca?

R: Era tedesca. La Kapò vera era questa che noi avevamo soprannominato La Tigre. Che c’è anche il nome sui libri, il nome adesso a me sfugge, che era veramente una carogna; piccola e brutta fra l’altro. E da quella bisognava girare al largo perché girava sempre con la frusta e per niente… insomma, bisognava stare alla larga, ecco. Era inutile fare gli eroi e farsi picchiare se non era il caso, bisognava girare alla larga. Poi lei però ad un certo punto è andata via. È andata via e ne è venuta un’altra; gli ultimi tempi forse e la chiamavamo La Zigrina. Sì, sì, lo so che si parla poco di questo, ma in realtà, forse l’ho letto da qualche parte, dopo ne è venuta un’altra, ma dovevano essere proprio gli ultimi tempi.

D: Sempre tedesca era?

R: Sempre tedesca, sempre tedesca. E sì eh. Il capo campo, quando sono arrivata io era Maltagliati, sul quale poi, dopo, si erano dette … c’erano stati dei sospetti, ma per quello che posso dire io aiutava, poi lui è andato via ed era Novello il capo campo, questo compagno che è stato poi fino alla fine. Che poi credo abbia sposato la Cicci dopo la guerra.

Ecco, io sono stata cinque mesi e mezzo in questo campo. Dove certo, rispetto alla Germania, lo ripeto, non c’era nemmeno da paragonare, però non è che noi stavamo bene, non è che eravamo in villeggiatura.

D: Ti ricordi come era organizzato il campo?

R: Sì, sì, mi ricordo. C’erano tutti i blocchi da una parte, di fronte noi avevamo le docce, dall’altra parte rispetto dove eravamo noi, poi sulla destra c’erano i servizi fra cui anche la sartoria dove io andavo … erano tanti compagni che avevano detto: “Se ti mettiamo in un lavoro del campo forse si evita la Germania”. Forse però, perché io ho visto tanti che erano addetti ai servizi, che sono compagni e che sono andati soprattutto … Beh, io ho accettato anche se non mi entusiasmava l’idea di stare tutto il giorno in questo ambiente buio, basso, brutto, a cucire che non mi piaceva per niente, non ne avevo mai voluto sapere. Però lì c’erano anche le altre due compagne, Serafina che noi chiamavamo Ina e Giuseppina Ruga, poi c’erano delle altre. E allora eravamo lì a cucire gli indumenti dei deportati che venivano dalla lavanderia per modo di dire e così cucivamo tutta questa roba che erano stracci.

Io, in questo momento mi sono stufata.

D: Ti ricordi chi c’era in lavanderia che comandava un po’ la lavanderia?

R: Accidenti sì, ma non riesco a inquadrare, a mettere a fuoco il nome. Però me lo ricordo. Poi mi ricordo il compagno che era in tipografia; mamma mia il nome, accidenti il nome lo so, che è morto qualche anno fa. Che deve essere lui che ha stampato poi queste tessere. Sì, ma se guardo il libro poi mi vengono in mente.

D: Scusa, ti ricordi il blocco celle?

R: Ah il blocco celle! Il blocco celle era in fondo sulla destra e anche da lì cercavamo di passare un po’ alla larga perché chi entrava lì dentro, lo sapevamo, entravano lì dentro, c’erano i due ucraini giovani che erano veramente bestiali. Chi entrava lì! Ada Buffolini c’è stata venti giorni perché lei teneva i collegamenti con il CLN fuori e le avevano trovato qualche cosa; le è andata ancora bene. Lei era in infermeria perché era dottoressa, era radiologa, insieme a Ferrari che, dopo, è stato Sindaco di Milano. Io me li ricordo bene non solo perché si vedevano e sapevo chi erano, ma anche perché abbiamo avuto bisogno di andare in infermeria perché avevamo sempre raffreddore e tosse naturalmente. A un certo momento io ero diventata sorda, probabilmente mi aveva colpito una forma di otite; sono stata un paio di mesi sorda. E c’era invece l’altra compagna, Ina, che non parlava. La cosa ci faceva anche un po’ ridere, aveva perso la voce. Va beh, siccome avevamo vent’anni, in quelle condizioni qualche volta facevamo anche un po’ di ironia sulle nostre condizioni, però credo che mi abbiano curato con l’aspirina perché era tutta una messa in scena naturalmente, anche se loro si davano da fare. Poi c’era un altro medico, adesso il nome non lo ricordo, però sui libri c’è, ma quello chissà perché non me lo ricordo. Invece, mi ricordo molto bene della Ada e di Ferrari.

D: Poi c’è stato anche quello della casa farmaceutica, Lepetit.

R: No, io non l’ho conosciuto. Penso che però fosse già partito, non ci fosse più al campo quando sono arrivata io a metà novembre.

D: E Piccil, Le dice qualcosa questo nome?

R: No.

D: Era uno dei medici

R: Ah ecco, forse è quello che io non riesco …

D: Un altoatesino, tedesco, Piccil si chiama.

R: Ma cosa faceva?

D: Il medico.

R: Ah beh. No, non me lo ricordo. Io, in infermeria, mi ricordo, mi sono sempre ricordata della Ada e di Ferrari. Forse perché li conoscevo di più, non lo so. Poi mi hanno curata loro… curato! Hanno fatto quello che potevano.

D: Ma, la sartoria, la tipografia… poi c’erano altre …

R: Sì, poi c’era la lavanderia, le cucine.

D: Erano dentro nella recinzione o fuori dalla recinzione del campo?

R: Erano dentro credo. No, eravamo dentro senz’altro. Almeno, in sartoria eravamo dentro nel recinto del campo.

D: Ecco, il recinto era fatto come? In muro, in filo spinato, cos’era?

R: Sì, sì, c’era filo spinato ma c’erano anche dei pezzi di muro mi pare.

D: C’erano delle garitte?

R: Beh sì, la garitta c’era. Anzi, una delle prime cose che avevo visto arrivando è stata la garrita. Ma appunto, siccome ho detto non sapevamo cosa fosse il campo di concentramento, abbiamo visto questa visione e poi la garitta.

D: Nei blocchi, i blocchi erano tutti liberi oppure c’era qualche blocco che era …

R: Il nostro blocco, con quello vicino che era il blocco E dei pericolosi, in alto aveva uno spazio. Tanto è vero che più di una volta anch’io mi sono arrampicata. Mi sono arrampicata perché davamo qualcosa da mangiare a questi poveracci che erano particolarmente isolati. Potevano uscire solo un’ora al giorno, poco, ed erano quelli ai quali gli davano ancor meno da mangiare ed erano veramente compagni … Tanto è vero che quando noi, io e Linda, siamo andate poi fuori alla Caserma, i soldati lì ci davano dei pezzi di pane e tornando glielo davamo a loro e loro ci aspettavano fuori. Perché poi la divisione era una divisione proprio …. anche il muro, io penso che se qualcuno avesse voluto abbatterlo ci riusciva. E in alto c’era questo spazio. Per cui, specialmente quando sapevamo che c’era una spedizione, allora noi cercavamo di dargli qualcosa. Non sapevamo che arrivando in Germania poi gli portavano via tutto. Anzi, se avevamo un golf, se avevamo delle calze di lana, della roba, ci spogliavamo quasi e spesse volte siamo state anche punite per questo, inquadrate fuori davanti al blocco per delle ore senza mangiare; quella era proprio la punizione, non era solo l’appello.

D: Quando chiamavano l’appello …

R: Sì, l’appello era al mattino e alla sera.

D: Vi tenevano lì in attesa …

R: Invece per punizione, hanno visto che noi aiutavamo quelli che partivano e noi donne siamo state fuori parecchie ore inquadrate davanti per punizione proprio. Comunque, più di una volta anch’io mi sono arrampicata e loro si arrampicavano dall’altra parte e oltretutto ci salutavamo anche. Loro ci abbracciavano poveretti perché, insomma, oltretutto erano così isolati, così soli, così … che, vedere anche delle compagne, delle donne … E questo è successo più di una volta, sì.

D: Prima diceva della struttura clandestina del campo; ce ne può parlare?

R: Sì. Comunque ci sono dei libri che ne parlano bene, con tutti i nomi di chi faceva parte. C’è una relazione, ma penso che voi la conosciate, è lì in archivio, che pubblicò sul suo libro Marozin: “Odissea partigiana”. Lì riporta una relazione di qualcuno che lui, per conto del Comitato di Liberazione di Milano, aveva incaricato di fare un’indagine.

D: Qualcuno che aveva incaricato …

R: Incaricato sì. Perché, siccome loro erano lì, la Osoppo era nel padovano, nel Friuli, la famosa Osoppo con Marozin vero. Un individuo molto discusso anche dopo la Liberazione. C’è una relazione e lui aveva dato bene l’idea di come funzionava il campo e ci sono i nomi di tutti quelli che facevano parte del Comitato clandestino. Ho detto appunto c’era Rapetti, c’era Milanesi, c’erano altri. E, come funzionava? Beh, funzionava molto, perché cercavano intanto di aiutare tutti. Io so che dopo la Liberazione ci fu una polemica, soprattutto da parte dei socialisti, che si lamentarono che i comunisti erano più aiutati. Il che poteva anche essere eh! Poteva anche essere avvenuto. Nel senso che noi venivamo individuati, qualcuno informava di chi si trattava e, quindi, c’era anche un problema di sicurezza per loro. Qualcuno può darsi che non siano riusciti ad aiutarlo, anche per timore che dessero delle informazioni ai tedeschi.

Veramente hanno fatto moltissimo questi compagni di aiuto.

D: Del tipo? Ci puoi dare …

R: Per esempio rubavano nelle cucine per darci qualche cosa di più da mangiare. Poi, i collegamenti che riuscivano a tenere con l’esterno.

D: Vi arrivava posta?

R: Sì, noi potevamo scrivere una volta al mese mi pare, o due. No, una volta al mese forse. Io ho ancora qualche … io ho tutte le lettere, che mia mamma ha conservato, che le ho mandato io. Non ho quelle che mi mandava lei perché non le tenevo, anche perché avevamo bisogno di carta. Avevamo bisogno di carta, è buffo ma è così. Invece mia mamma le ha conservate tutte, che io non lo sapevo. Me le ha date diversi anni dopo, si vede che anche lei si era dimenticata. Mia mamma è stata anche lei una partigiana, è stata anche lei nei gruppi di Difesa della donna. Una donna molto coraggiosa, un’antifascista. E a novantacinque anni è ancora viva ed è in gamba. Una donna molto coraggiosa proprio. Però noi riuscivamo a mandare via clandestinamente delle altre lettere da quelli che uscivano a lavorare, i gruppi che uscivano a lavorare. Ce ne sono alcune con il timbro di censura, altre invece che non c’è niente e quindi devono essere quelle che io sono riuscita a mandare fuori senza passare da loro. Però, queste lettere, ora delle fine non facevo altro che chiedere roba da mangiare. Anche di questo mi vergogno un po’. No, ma poi dicevo altre cose, certo che non potevo dire molto sulle condizioni; facevo capire. Ecco, soprattutto dal punto di vista igienico eravamo in mezzo ai pidocchi, eh! Avevamo imparato benissimo ad ammazzarli. Sì perché, oltretutto, quando facevano l’ispezione per i pidocchi, almeno nel blocco delle donne non ne facevano tante, se li trovavano ci punivano. Noi non potevamo, non avevamo modo di pulirci troppo per le condizioni in cui eravamo. Mi ricorderò sempre che nel nostro pagliericcio un giorno abbiamo trovato una nidiata di topolini. Sì, abbiamo trovato dei topolini proprio. Insomma, d’altra parte le condizioni igieniche erano quelle che si può bene immaginare, anche se noi cercavamo molto di stare pulite. Io credo che prendevamo sempre la tosse anche perché andavamo a lavarci a torso nudo, al freddo, con l’acqua gelida. Ma questo era perché non volevamo lasciarci andare. Volevamo resistere anche in questo senso; di essere, nel limite del possibile, di cercare di essere ordinate, pulite. Perché ci sembrava, in questo modo, anche di combattere i tedeschi. Di dire, avete cercato di umiliarci … questo l’ho letto anche per quelli che sono stati in Germania sia pure nelle condizioni terribili. Il libro della Rolfi: le donne di Ravensbrück, come lei descrive proprio. Ed è vero, c’era questo spirito, noi cercavamo …

Io mi ricordo, una volta, non so come, o forse erano dei pezzi delle lettere no, quelle no. Ho trovato comunque dei pezzi di giornale e allora mi sono fatta i bigodini. Perché allora non c’erano i bigodini che ci sono adesso; anche a casa adoperavamo i pezzetti di giornale della sera per Insomma, forse anche perché eravamo giovani, non lo so, però era anche un modo di reagire a quella situazione che voleva degradarti sempre di più. Infatti c’erano alcune donne, che non erano giovani come noi, che si lasciavano molto andare, invece quelle giovani … Fra l’altro, fra di noi ad un certo punto sono arrivate da Genova un bel gruppo di prostitute che avevano rastrellato a Genova, ma erano delle ragazze simpaticissime e generose. Quelle mi pare che sono uscite prima, ma le avevano rastrellate per le strade. Qualcuno nel campo diceva che le avevano anche utilizzate, ma a me non è mai risultato perché erano sempre lì fra di noi ed erano molto allegre. Mi pare che fossero una quarantina, era un bel gruppo. Sì, sì, era un bel gruppo.

D: Allora il blocco F la mattina si svuotava e…

R: Si svuotava e ognuno era destinato a lavorare o nel campo o fuori.

D: E fuori che cosa …

R: Andavano in quella che chiamavano galleria, e sono andate anche delle donne lì, dove producevano le armi; era una fabbrica di armi dei tedeschi che, adesso, mi dicono è un tunnel dove ci si passa sotto ho saputo. Oppure, andavano al campo di Vipiteno. Un po’ le hanno mandate … ma era un campo piccolo, soprattutto uomini, però poi rimanevano là e lavoravano a Vipiteno. Poi, quando io sono stata stufa di stare lì in sartoria, ho detto ai compagni “Vi ringrazio, andrò in Germania, non lo so, ma io qui non resisto più”; mi hanno detto “Va beh, fai come vuoi”, allora ho chiesto di andare fuori a lavorare. Allora siamo andati in diversi posti. Un giorno, per esempio, in un bosco a raccogliere legna, che chiamavano “al fuoco”. Un’altra volta a fare qualche cos’altro. Poi, dopo, alla Caserma della Wehrmacht a fare le pulizie, che è stato l’ultimo lavoro che ho fatto. Perché poi, a un certo punto, mi pare verso il 20 aprile, forse anche un po’ prima, non ci mandavano più fuori. Almeno, non mi hanno più mandata fuori. E, al posto delle SS, erano arrivati a fare i guardiani questi della Wehrmacht. C’erano ancora quelli che comandavano naturalmente, poi anche le SS italiane e gli altoatesini. Però diversi. Per esempio, quando uscivamo dal campo per andare fuori a lavorare c’era uno della Wehrmacht, mentre prima c’era stato l’SS che ci controllava e quello si era messo a farmi la corte.

D: Quando rientravate venivate perquisite?

R: Sì, sì, quando rientravamo venivamo perquisite. Però, in realtà, noi riuscivamo a portare dentro il pane. Quindi vuol dire che era un controllo … anche perché eravamo già in marzo, era verso la fine, era verso quando sono andata fuori a lavorare, infatti il tutto sarà durato un mese e mezzo. Che dopo, il campo, va beh il 30 aprile siamo usciti.

D: Da chi ricevevate il pane?

R: Dai soldati della Wehrmacht. Noi, io e la Linda, quando siamo andate fuori alla Caserma della Wehrmacht, eravamo tutte contente. Intanto perché mangiavamo il rancio dei soldati. Eh sì, ci davano il rancio, il loro rancio. Poi, appunto, ci davano soprattutto del pane, forse glielo avremo anche chiesto noi, non mi ricordo bene, però senza difficoltà, non erano SS, anche se la Wehrmacht nella seconda guerra mondiale ha avuto le sue responsabilità e come con degli eccidi e … Lì dovevano essere tutti piuttosto anziani ormai.

D: Quando uscivi dal campo per andare lì alla Caserma, il tragitto lo facevate a piedi?

R: A piedi, a piedi, sì, sì.

D: Passavate in mezzo …

R: Passavamo in mezzo alle case, in mezzo alla gente che ci guardava con stupore, non sempre con simpatia. Non sempre con simpatia, però, in realtà, nessuno ci ha mai detto niente. Eravamo solo io e lei insieme a questo soldato e per noi era anche un diversivo indubbiamente andare fuori dal campo.

D: Voi sapevate che fuori c’era un gruppo, un’organizzazione che aiutava, che mandava dentro informazioni, bigliettini ..

R: Sì, noi lo sapevamo. Io lo sapevo, le compagne del mio gruppo, eravamo tutte comuniste ..

D: E anche pacchi. Tu hai mai ricevuto …..

R: Mah, io ricevevo pacchi che mi mandava mia mamma. Perché, va beh, qui c’era l’organizzazione gappista, quindi l’organizzazione del Partito Comunista, del Comitato di Liberazione e quindi a me hanno mandato parecchi pacchi. Io credo di averli ricevuti quasi tutti e li dividevo, di solito, con tutte le altre compagne che invece non ricevevano niente. Per cui non durava molti giorni quello che ci arrivava. Noi ci siamo nutrite molto di mele. Per fortuna, dopo la guerra mi sono piaciute ancora e le ho mangiate. C’erano dei giorni che c’erano solo quelle. E meno male! Le pagavamo eh, ce le facevano pagare, le compravamo.

D: Con quali soldi?

R: Beh, io ero riuscita ad avere, mi avevano mandato qualche soldo. Mia mamma era anche riuscita a farmi avere … ho una lettera dove si parla di 2.000 lire.

D: 2.000 lire o 200 lire?

R: 2.000 lire che era lo stipendio di un mese. Poi, magari i compagni stessi ci aiutavano.

D: Ma dove compravate le mele?

R: I tedeschi li lasciavano entrare. Poi c’era qualcuno, non mi ricordo chi, chissà, magari forse Ottavio; lui queste cose le potrebbe dire meglio di me, questi particolari. Lui poi era particolarmente responsabile della cucina, responsabile di queste cose. Avevano incaricato qualcuno, qualche deportato, di venderle. Infatti riuscivamo ad averle, non tutti i giorni.

D: Che tu ti ricordi, c’era anche una moneta che valeva …

R: Sì, c’era qualche cosa all’interno del campo. Che io però… c’è Pirola, Felice Pirola, che è dell’ANED, lui è stato a Buchenwald, è un deportato che è stato in Germania e che da anni raccoglie, ricerca, ha un archivio spaventoso proprio e lui ha uno di questi buoni di Bolzano nella sua collezione.

D: Un’altra cosa. Che tu ricordi, hai visto delle scene violente all’interno del campo?

R: Io personalmente non credo di essere mai stata lì nel momento, come per esempio hanno preso quel ragazzo che aveva tentato di scappare, forse eravamo chiuse dentro, non saprei bene, però lo sapevamo. Mi pare che è stato a Pasqua quando è successo questo fatto. Poi sapevamo delle celle; delle celle, quello lo sapevano tutti. Anche perché non è che la cosa fosse nascosta, ogni tanto si sentivano delle urla. Poi, quell’ebrea di cui si parla, che è morta dentro, che è stata praticamente ammazzata lì dentro le celle, che era una donna già di una certa età, io me la ricordo perché era nel castello sotto il nostro. Noi cercavamo sempre di andare in alto, anche perché eravamo le più giovani e facevamo meno fatica a salire. E mi ricordo di questa donna che piangeva sempre, piangeva sempre, poi un certo giorno non l’abbiamo vista più. Anzi, noi giovani cercavamo di dirle: “Ma dai, piantala di piangere, tanto finirà la guerra”. Cercavamo un po’ di … me la ricordo questa donna.

D: Senta, lei aveva il triangolo rosso; c’erano anche triangoli di altri colori nel campo?

R: Sì, c’erano soprattutto i verdi, che dicevano che erano gli ostaggi. Non c’erano tutti lì. Per esempio, io il rosa degli omosessuali non li ho mai visti lì. C’era la stella, c’erano i gialli degli ebrei ma, ripeto, di ebrei non ne sono passati molti lì. Mi ricordo, le ultime settimane, gli ultimi arrivi di ebrei che si vede non potevano più portare in Germania, che forse si saranno salvati. C’era una donna giovane molto carina con una piccola che si chiamava Nicoletta. Però, chissà perché non mi ricordo se dopo è stata liberata con noi o se è andata via prima. Ho cercato a volte di .. tant’è che qualche volta mi era venuta voglia di andare lì al CDEC per vedere se magari si poteva ricercare, vedere.

D: Si ricorda anche di prigionieri americani?

R: No, io no.

D: O italo-americani.

R: No, no, no. Quando siamo arrivati ci hanno detto che parecchi erano stati uccisi. Quelli che sono stati fucilati era la voce che circolava nel campo, però, lì dentro io .. Bisogna tenere conto anche che noi siamo arrivati… quando eravamo pochi, eravamo tremila o quattromila quando io sono arrivata ce ne erano già. Beh, se non tremila, quattromila, duemila senz’altro. Poi, prima della fine della guerra, prima che il campo si liberasse, eravamo quasi cinquemila perché oramai arrivavano continuamente. Infatti, si vede dagli elenchi gli ultimi numeri che erano 10.000 anzi, un giorno è arrivato lì un gappista, un ragazzo che era con me nella GAP, che purtroppo è morto qualche anno fa, Mauro Borsetti, ma era già quasi la fine di marzo. Infatti si vedono i numeri: 10.000 e qualcosa. Gli ultimi due mesi eravamo lì veramente in parecchie migliaia e noi donne eravamo in tante veramente, accatastate lì in quel blocco dove avevamo veramente poco spazio tra un castello e l’altro.

D: Ti ricordi se c’erano dei bambini?

R: Sto dicendo che ho visto questi bambini ebrei, ma non degli altri. Io ho letto da qualche parte che parlano di bambini, ma lì nel mio blocco non c’erano.

D: Neanche per il campo li hai visti?

R: Nemmeno per il campo. Sì, va beh, c’erano ragazzi molto giovani, anche di quindici, sedici anni che erano stati rastrellati, ma piccoli no. C’era questa Nicoletta, anche perché era lì vicino a noi e naturalmente stavamo insieme a questa bambina, chiacchieravamo. Poi, mi pare che ce ne era un’altra sempre degli ebrei, ma io mi ricordo soprattutto la Nicoletta.

D: Ti ricordi se c’erano dei religiosi dentro nel campo?

R: C’erano, ma io francamente non me li ricordo. Beh, c’era Liggeri, ma dopo è andato in Germania; forse è andato via anche prima che io arrivassi. Credo di sì, non era lì nel novembre. Comunque eravamo veramente in tanti. Poi sai, non è che si poteva girare come si voleva eh! Anzi, bisognava stare attenti fuori orario a girare per il campo. Perché, cosa facevi? Ti beccavano, ti mandavano via a calci, non potevi Qualche volta si riusciva a scappare, magari io scappavo per andare nel blocco A dove c’erano i compagni. Eh sì, ero un po’ indisciplinata, sì. Però bisognava stare attenti; noi avevamo la Tigre che era sguinzagliata. Bisogna che chieda alla Ina se si ricorda della Zigrina; bisogna che glielo chieda perché lei poi si ricorda molto.

D: Un’altra cosa. Dicevi prima che hai visto molti trasporti, molti uomini Ecco, come avveniva questo …

R: Avveniva che … intanto, chissà perché circolava sempre la voce il giorno prima che c’era il convoglio, preparavano il convoglio. Poi, in ogni caso, a noi ci rinchiudevano nei blocchi. Il mattino, quando cominciavano a radunare quelli che dovevano partire sulla spianata del campo, ci chiudevano nei blocchi tutti quanti e noi guardavamo fuori arrampicandoci su delle finestrelle che erano in alto e non potevamo uscire finché non era finito tutto. Quindi li vedevamo in questo modo, da qualche buco, però, ripeto, si sapeva anche prima, tanto è vero che noi cercavamo di dare a loro quello che pensavamo avrebbero avuto bisogno in Germania. E ne ho viste almeno tre, tre spedizioni di sicuro, la quarta poi tornarono indietro a metà febbraio. C’è un compagno di La Spezia che è uno di questi, si chiama Botticini, che tornò indietro. Si, ai primi di febbraio, era già la metà di febbraio quasi.

Siamo stati dei mesi che ci davano da mangiare quella sbobba completamente senza sale, perché il sale poi mancava dappertutto, mancava anche alla popolazione.

Io mi ricordo che quando mia mamma è riuscita, nel pacco, a mandarmene un pacchetto, ce lo mangiavamo così come se fosse pane. Ce lo siamo proprio mangiato così io e le altre compagne, eh!

D: Ti ricordi se c’erano molte compagne feltrine? Di Feltre.

R: Sì, feltrine ce n’erano un bel gruppo, anche di uomini. E queste erano le feltrine, le compagne che sono arrivate poco dopo di noi credo. Sono arrivate, forse, verso la fine di novembre ed erano evidentemente state segnalate all’organizzazione clandestina perché dopo, infatti, con Linda ci siamo conosciute.

D: Ti ricordi degli eventi ben precisi all’interno del campo? Per esempio, non so, la notte di Natale adesso io dico, oppure la notte del primo dell’anno.

R: Beh sì, cercavamo noi di ricordarla. Bisogna dire che quel giorno di Natale ci hanno dato una sbobba un po’ migliore del solito. C’era dentro qualche pezzetto di carne, di qualcosa ed effettivamente era migliore del solito. Erano talmente bravi che festeggiavano anche loro il Natale.

C’è qualcuno che ha scritto che hanno messo l’albero; io non me lo ricordo l’albero. Dei poveri uomini che erano costretti a fare cappello giù e cappello su. E li tenevano lì per delle mezz’ore fintanto che non avevano realizzato una sincronia perfetta. Si sentiva il rumore cappello giù, cappello su. Questo me lo ricordo. Ed era un modo per umiliare la gente perché, che bisogno c’era di fare una cosa del genere?

Poi mi ricordo, però non ho trovato ancora qualcuno … no, per esempio la compagna Serafina senz’altro perché eravamo lì insieme, gli ultimi quindici giorni credo, che è venuta la Croce Rossa. Ma questo lo dicono anche altri. Cosa sia venuta a fare nessuno l’ha mai capito. E allora hanno fatto la disinfestazione, per cui noi donne ci hanno mandato tutte una notte nella lavanderia nude, ci hanno dato una coperta, che poi quella coperta lì non era stata sterilizzata, per cui .. e io mi ricordo, quello lo ricordo molto bene, siamo state nella lavanderia per una notte intanto che loro facevano la disinfestazione del blocco. Ed eravamo completamente nude con una coperta. Io mi ricordo che, malgrado tutto, mi sono anche addormentata per terra. Invece le altre non dormivano e mi punzecchiavano per svegliarmi.

D: Scala di Torino parla di questo episodio.

R: Ah ecco.

D: Se la ricorda?

R: Io però mi ricordo anche, non credo di … però non ho trovato ancora nessun compagno che me la confermi, che gli uomini però li hanno messi, li hanno schierati nel cortile e li hanno depilati dappertutto. Io l’ho chiesto a Botticini per esempio, l’ho chiesto a qualcun altro, possibile che … a meno che non l’abbiano fatto a tutti. Io mi ricordo che noi passavamo e vedevamo questi uomini completamente nudi e li depilavano dappertutto. Tutto questo perché, dopo abbiamo saputo. doveva arrivare la Croce Rossa. Fra l’altro, nessuno di noi ha visto, ben pochi hanno visto. Cosa abbiano fatto o dove siano andati non lo so proprio.

D: Prima della Croce Rossa, nel campo erano entrati altri personaggi?

R: Che io mi ricordi no. Poi, la Croce Rossa ormai era quasi la fine.

D: Io dico prima. Per esempio, non so, il giorno di Pasqua del ’45.

R: Ah, c’è qualcuno che dice che è venuto il vescovo. Io non … forse perché io non ho voluto andare alla messa.

D: Ma non ti ricordi di …

R: No, non me lo ricordo. Infatti, io l’ho letto questo, sono stata lì a pensarci, ma francamente non …

D: E anche di altre messe celebrate settimanalmente?

R: No, non credo che ci fossero, non mi risulta. E poi, forse, io non sarei andata, questo è il fatto. E, siccome il campo era piuttosto grande, magari …

D: Ma la voce però l’avresti sentita.

R: Sì, la voce l’avrei sentita.

D: Si cantava dentro nel campo?

R: Noi cercavamo di cantare. Non solo, ma c’era la Rosetta, lei era stata molti anni in Francia in esilio con il marito antifascista e conosceva molte canzoni francesi, aveva una bella voce e ci cantava sempre … Voi non la conoscete, è una bellissima canzone. “J’attendre les jour et la nuit, J’attendre” Cioè: “Tornerai”. In italiano era: “Tornerai”. Che allora la si cantava anche in Italia. “Tornerai da me, j’attendre”, lei con altre parole ce la cantava in francese. La Rosetta aveva una bella voce.

D: Rosetta chi?

R: Meloni. Tosoni, Meloni era il nome del marito che è morto a Mauthausen. Che era un compagno, un dirigente comunista di Verona, che faceva parte del CLN che li presero tutti. Lei si fermò a Bolzano, lui andò a Mauthausen e non è più tornato. Loro non avevano figli e lei è morta cinque o sei anni fa, era anche più anziana di noi. Poi cantavamo, sì, sì, cantavamo.

D: Non ti ricordi se c’era una canzone del campo?

R: No, io no.

D: Non te la ricordi.

R: No.

D: E la famiglia Nulli l’ha conosciuta o sentita nominare?

R: No, non mi ricordo.

D: Le sorelle Nulli?

R: Mah, forse quelle, vagamente. Però, quei nomi no, magari chissà, se fossero persone che vedo magari potrei anche ricordarmeli. Perché lì, in realtà, noi eravamo in tante, ma più o meno ci …

D: Marisa Scala te la ricordi? Di Torino.

R: Macché, non me la ricordo. E magari invece … è ancora viva?

D: Sì, sì.

R: Ah! Marisa Scala. Può darsi che però vedendola …

D: A proposito della Croce Rossa ecc., poi è arrivata la Liberazione.

R: Il 30 aprile. Cioè il 29 sera, o notte, non so, le SS hanno tagliato la corda e se ne sono andati. Abbiamo scoperto che sono ancora vivi, no? Due, recentemente.

D: Tu ti ricordi qualche nome?

R: Oh, altroché, soprattutto Haage. Titho e Haage che vedevamo di più in giro per il campo. Quello era il più cattivo. Sono spariti, però noi avevamo anche saputo che si preparava qualcosa. Noi avevamo saputo, il 27 credo; no, subito il giorno dopo, il 26, che Milano era stata liberata, quindi! È una cosa che, quando la dico, mi prende ancora la commozione di quello che abbiamo provato. Allora lì io ho detto una cosa veramente strana, che me la ricorderò per tutta la vita. Siccome io avevo fatto quel lavoro di distribuzione dell’Unità, della stampa clandestina, che era molto importante, allora quando ho saputo della liberazione di Milano ho detto alla Ina: “Ma pensa che adesso leggono l’Unità sul tram”. La mia reazione e la mia idea è stata questa. Era il massimo di libertà leggere l’Unità, che era il giornale del mio partito, perché io ero comunista e sono comunista. Però, comunque dicevo, il 30 mattina ormai il campo era libero, forse anche il 29, qualcuno dice il 28, può darsi, non mi ricordo bene, che se ne siano andati il 28. Prima di partire, voi lo sapete che hanno dato a tutti il nostro documento, che ce l’ho ancora, che siamo stati nel campo dal/al, con precisione teutonica, che comunque ci è servito. Bisogna dire è stato un documento che ci è anche servito se era il caso di dimostrare quello che ci era capitato perché nel dopoguerra ci sono state anche tante cose e le cose che si dicevano… Qualcuno ci guardava un po’ stupefatto.

Allora si poteva rimanere lì e aspettare che, o il Comitato di Liberazione oppure gli alleati che ormai erano oltre Trento mandassero dei camion a prelevarci, ma noi, Milanesi, suo figlio, i due compagni marito e moglie di Genova, un altro compagno di Genova, la Serafina e la Giuseppina, abbiamo deciso di venire via a piedi e abbiamo camminato cinque giorni. Abbiamo fatto tutta la Valle di Non, mi ricordo era il primo maggio quando siamo venuti via e ci siamo fatti tutta la scalata della Mendola, e nevicava, perché non volevamo rimanere un momento di più. Infatti abbiamo camminato, io mi sono presa una cartina e ho cercato di ricostruire, ma non è facile. Comunque ci fermavamo nelle cascine, allora c’erano ancora i contadini che ci davano … ci guardavano un po’ sospettosi perché poi eravamo anche abbastanza stracciati, eravamo anche abbastanza malmessi, però ci davano da mangiare qualcosa, qualche patata, ci lasciavano passare la notte nella stalla. Poi mi pare, arrivati quasi al Tonale, un po’ prima, abbiamo cominciato a trovare i pullman che mandavano incontro ai deportati, anche a quelli che arrivavano dalla Germania, allora siamo arrivati a Ponte di Legno, poi a Lovere, sempre aiutati, rifocillati. A Lovere ci hanno messi su un treno e il 7 mattina siamo arrivati a Milano. I compagni hanno proseguito per Genova e noi … io sono uscita dalla stazione, ho preso il biglietto, mi sono sempre chiesta come ho fatto a pagare il biglietto, o che mi avessero dato qualche soldo i compagni di Lovere perché sono salita sul 7, io abitavo vicino a Lambrate e sono tornata a casa. Ma abbiamo camminato cinque giorni. Io credo che solo noi abbiamo fatto una cosa del genere. Però, anche Milanesi che era molto più anziano di noi, Carlo Milanesi, quel compagno che è morto a oltre ottanta anni ed è sempre stato attivo nel Partito Comunista, un uomo straordinario proprio, molto aperto, molto tollerante, veramente un uomo straordinario, con una storia antifascista, è stato lui che ce lo ha proposto di tornare.

D: Altra gente invece è partita con dei camion.

R: Beh, altri si sono fermati a Bolzano e dopo hanno preso dei mezzi che c’erano a Bolzano. Ognuno avrà avuto un modo di tornare diverso. E poi, forse, arrivavano … Forse, se avessimo aspettato un paio di giorni, sarebbero arrivati i pullman, i camion mandati dai Comitati di Liberazione della zona. No, noi abbiamo voluto venire via subito. Volevamo allontanarci.

D: Fino a quando tu sei rimasta nel campo, certi deportati sono partiti prima, se ne sono andati prima?

R: C’è stato qualche caso, almeno che sia a mia conoscenza. Per esempio, c’era uno di Brescia che, mi ricordo, si chiamava Venturini, che dieci giorni prima della chiusura del campo è stato liberato. Non mi ricordo nemmeno bene per che cosa fosse… era un triangolo rosso anche lui. Me lo ricordo perché evidentemente avevo modo di conoscerlo e di parlare, forse ci trovavamo fuori, non lo so, non mi ricordo bene. Però, di altri non saprei se altri sono stati liberati prima, ma non credo. Beh, la Montanelli. La Montanelli è andata via prima, ma lei era un caso particolare. Lei era lì come ostaggio. Quando lui è stato arrestato, almeno così si diceva, così dice, perché lui è stato in carcere a San Vittore, Montanelli, lui l’ha detto anche più di una volta, era stato arrestato. Lui dice che addirittura doveva essere fucilato, non lo so. E lei quindi era lì come ostaggio. Lei non la facevano lavorare però.

D: Ah, ecco.

R: Forse perché ha fatto la vice campo; poi era tedesca comunque, quindi aveva un trattamento … per quanto che era lì con noi.

D: La Cicci, invece, è scappata anche lei?

R: Beh, si, siamo usciti tutti il giorno 30. Chi il 30, chi il giorno dopo, perché ormai potevamo anche rimanere lì, ormai eravamo anche liberi. Se volevamo aspettare un paio di giorni … allora eravamo così in tanti, ognuno sarà tornato in un modo diverso. Certo che come noi credo nessuno.

D: A piedi!

R: Beh, avevamo ancora si vede delle forze; avevamo ancora qualche forza. Va beh che eravamo giovani, quindi!

D: I collegamenti con il Comitato di Liberazione esterno. Voi sapevate che tipo di ordini si passavano? Cioè, non lo so, le formazioni, vi davano indicazioni delle formazioni? Oppure, non vi siete mai chiesti perché i partigiani esterni a Bolzano, al campo, non hanno mai fatto un’incursione, un’azione.

R: Allora no. Noi speravamo che ci bombardassero perché tutti i giorni passavano i bombardieri che andavano soprattutto .. andavano in Germania e poi bombardavano il Brennero, le linee ferroviarie. Noi speravamo che ci bombardassero, ma anche questo… Va beh che gli inglesi dopo la guerra hanno detto non potevano uccidere … Per noi poteva anche passare l’idea perché comunque eravamo ancora in Italia, ma l’avessero fatto sui campi di Germania, anche se moriva qualcuno per i bombardamenti! Va beh che dopo avrebbero avuto il problema di dove andare, dove scappare.

D: Quindi, rispetto al Comitato di Liberazione di Bolzano, non ti ricordi …

R: No, io so che sapevo che c’era, ricevevamo le notizie soprattutto di informazione sull’andamento della guerra, i compagni ce le passavano perché questo ci dava anche entusiasmo, coraggio insomma. E poi sapevamo che aiutavano, aiutavano noi e aiutavano tutti. Sapevamo chi erano.

D: Come è avvenuta, per esempio, all’interno del campo la tessera del Partito.

R: È avvenuto che un giorno, credo che sia stato Milanesi stesso a consegnarcela. Ci hanno detto: “A tutti i comunisti diamo una tessera”. Io, la prima tessera del Partito Comunista l’ho avuta in campo di concentramento. La Serafina ce l’ha ancora anche lei, l’ha conservata. Eravamo tutti contenti. Che è un’azione abbastanza rischiosa eh! Anche perché oramai eravamo alla fine e rischiavamo proprio di …

Io devo dire una cosa e l’ho sempre detta. Io, naturalmente non è che quei cinque mesi siano stati allegri. Poi, privati della libertà, senza sapere … nelle mani delle SS che non sapevi bene mai che cosa sarebbe successo di lì all’ora dopo, non il giorno dopo, poi comunque sotto la paura, il rischio di essere picchiati, di essere mandati in cella per qualsiasi cosa che a loro non andava. Sono stati cinque mesi e mezzo certo non allegri, anche se … almeno, io ne ho visti anche altri, essere lì per una motivazione di lotta, noi avevamo fatto la Resistenza, avevamo fatto i partigiani, eravamo antifascisti, va beh, sapevamo che eravamo lì non perché eravamo dei ladri o dei malfattori, quindi c’era indubbiamente una differenza e quindi questo ci dava anche un certo non dico orgoglio, ma certo una nostra forza ecco. Però, insomma, cinque mesi e mezzo non sono stati nemmeno corti, giorno dopo giorno e quindi abbiamo anche sofferto, non solo la fame … no, l’acqua noi l’avevamo. È quello che mancava, poi la salute e tutto quanto. Certo che quando io sono tornata, che ho saputo da quelli che tornavano dalla Germania quello che là era successo, io per un po’ di tempo non ho avuto nemmeno il coraggio di dire che ero stata a Bolzano. Mi aveva talmente colpita, scioccata, che li ho visti macilenti, che raccontavano … poi, quando abbiamo cominciato a vedere … no, quello l’abbiamo visto qualche anno dopo quando c’era la televisione, comunque abbiamo cominciato a saperlo, certo che è stato una cosa, anche per noi che eravamo stati comunque lì prigionieri, carcerati e deportati, però abbiamo capito che noi ce la siamo cavata; rimanendo a Bolzano abbiamo comunque salvato la vita. Poi le condizioni fisiche. va beh, avevamo vent’anni, quindi … però l’ho detto, avevamo sempre la tosse. Adesso, riguardando le lettere che scrivevo a mia mamma, ho visto che le chiedevo continuamente degli sciroppi per la tosse e le dicevo che avevamo sempre la tosse.

Poi noi, noi donne, avevamo avuto il problema della scomparsa, non completa, magari a cicli, del ciclo. Infatti ho una lettera dove dico a mia mamma di mandarmi un farmaco per questo. E le dico: guarda però che non sono incinta, non pensare che sono incinta, perché qui è una cosa, il ritardo nel ciclo, che colpiva tutte, tutte le donne giovani. Io, dopo la guerra, ho avuto anche dei problemi di carattere ginecologico, ho dovuto curarmi per una forma di infiammazione ecc. Che, non è escluso che sia stato per quel fatto, su cui si è poco indagato effettivamente, si è poco approfondito. Anche alcuni medici interpellati, ho letto da qualche parte, hanno detto che poteva essere, che poi è capitato anche a quelle in Germania, quelle peggio di noi, lo stress, la paura degli arresti, di quello che avevamo passato. Io sono stata picchiata quando mi hanno arrestata, sono stata duramente picchiata. Non lo so, però era capitato a tutte, anche a quelle che erano lì per ostaggio. Va beh, era sempre un arresto che subivano, quindi era sempre uno choc. Non lo so se invece mettessero qualche cosa nel cibo che ci davano. Non lo so, però questo fatto riguardava tutte. Forse è anche per questo che eravamo gonfie, per tutto un metabolismo, un ciclo tutto sconvolto dall’irregolarità del ciclo mensile probabilmente. E tutte quante, tutte quante avevamo avuto questo problema.

D: Per una donna che cosa è stato il campo di concentramento?

R: Per una donna è stato una cosa prima di tutto diversa da quella degli uomini e certo più pesante, più brutta proprio. Non solo perché le condizioni per noi erano più dure, non potevamo lavarci, non potevamo tenerci in ordine, vivere in mezzo ai pidocchi. Ma poi anche tornando. A un uomo non avrebbero mai detto cosa hai fatto nel campo di concentramento, non avrebbero mai avuto il sospetto di qualcos’altro. A una donna sì. A me personalmente non è capitato. Non è capitato perché quando sono tornata c’era la mia famiglia, mi sono sposata, l’ambiente dei compagni e così via, quindi nessuno pensava che io avessi fatto chissà che cosa nel campo. Però c’è stato anche questo aspetto. E magari le stesse famiglie. Le stesse famiglie che non erano state d’accordo con l’attività svolta magari da quella che aveva fatto la partigiana, da quella che aveva fatto qualche cosa e per questo motivo era stata arrestata. E che, quindi, le stesse famiglie chiedevano alle ragazze: “Cosa hai fatto, cos’hai fatto là?” Quindi, a un uomo credo che nessuno abbia mai chiesto. Quindi anche questo aspetto. È forse per questo che noi per un po’ di anni, ancora più degli uomini, non abbiamo parlato, specialmente quelle che tornavano dalla Germania; specialmente quelle povere compagne, le poche sopravvissute.

Io sono stata recentemente, alla fine di giugno, a Ravensbrück, c’ero già stata un po’ di anni fa, perché si è inaugurata la lapide … perché hanno fatto tutta una ricerca dell’ANED e pare che siano state un migliaio le donne italiane, quasi tutte antifasciste e partigiane, restate o passate da Ravensbrück, e lì hanno messo una lapide nuova con un maggior numero nel memoriale dell’Italia. E lì c’è un bellissimo lago. Adesso poi è tutto ben tenuto, ridente come si usa dire, e lì c’è la cenere di novantamila persone in fondo a quel lago. In novantamila morirono lì a Ravensbrück, tutte donne e bambini. Sì, anche qualche uomo, pochi però. E non solo italiane, ma anche francesi, tedesche, cecoslovacche, russe. Quindi, quelle che tornavano dalla Germania, le compagne veramente, quelle donne …

D: Onorina, secondo te è importante che i giovani conoscano queste storie?

R: Beh, io credo di sì. Purtroppo, per molti anni … intanto è mancata la scuola. Io mi sono molto arrabbiata con le dichiarazioni di Violante quando è diventato presidente della Camera perché proprio in quell’occasione lui ha detto una cosa che io ritengo sbagliata. Anche se l’ha detto con altre intenzioni, però in realtà metteva tutti sullo stesso piano. Allora dopo mi hanno chiesto una mia opinione sul giornale dell’Associazione dei perseguitati politici antifascisti, “L’antifascista” si chiama, e io naturalmente ho detto il mio parere. Poi ho proprio sottolineato che, in realtà, se c’è qualcuno a cui bisognerebbe fare qualche critica, è la scuola che è mancata. È mancata la scuola. Però qui il discorso sarebbe lungo. Perché noi che uscivamo dalla Resistenza, che eravamo felici e contenti che fosse finita, che il giorno più bello della nostra vita, io l’ho detto una volta e ho constatato che poi l’hanno detto anche altri compagni, è stato il Giorno della Pace, però abbiamo vissuto degli anni duri. Che è un altro ragionamento: la guerra fredda, la persecuzione contro i comunisti. Quindi, anche questo ha rallentato indubbiamente un certo … non potevano certo insegnare nelle scuole la storia. A parte che poi c’è sempre qualcuno che dice che bisogna aspettare tanti anni prima di insegnare la storia contemporanea, va beh! Però, certo è mancata l’informazione giusta. Per cui a volte ci dicono: “Eh ma voi avete fatto i martiri, avete fatto dell’apologia, avete parlato solo degli aspetti belli della Resistenza e invece ci sono stati anche delle pagine” … c’era la guerra però e non l’avevamo voluta noi. E la guerra è brutta. In guerra si ammazza e si è ammazzati, quindi … Questo può anche essere vero. Per quello che se, invece, la scuola avesse dato un’informazione storica, scientifica, questo non sarebbe forse avvenuto. Ammesso che sia anche avvenuto che qualche volta, qualche 25 aprile è stato celebrato in modo retorico, questo è anche avvenuto e mi ero un po’ arrabbiata anch’io, però, in realtà, è perché è mancata l’informazione a scuola. Per cui praticamente quasi due generazioni hanno saputo poco. E non è che adesso sappiano poi tanto di più; forse un po’ di più sì. Noi dell’ANPI e anche dell’ANED andiamo, quando ci chiedono, nelle scuole, in questi incontri con i ragazzi, anche delle elementari eh, e in generale sono simpatici, ci ascoltano. Di solito, questi incontri avvengono per l’interesse dell’insegnate. Perché, chi non ha questo interesse, che se ne frega, è difficile. Noi non possiamo mica imporci, noi andiamo dove siamo richiesti; se ce lo chiedono andiamo, altrimenti no. Quindi è un lavoro un po’ frammentario, così, qua e là, non certo su tutta la superficie scolastica in modo anche più scientifico. Beh, noi raccontiamo la nostra esperienza, diciamo le nostre cose. Io faccio sempre la premessa di dire che io non sono lì a dirvi: “Ah come sono stata brava, come sono stata …” No, io in quel momento, in quella situazione mi sono sentita di non restare estranea alle sorti del mio Paese e l’ho fatto. Adesso scopro che sono entrata nella storia; non io, ma tutti quanti. Se ce l’avessero detto a noi quarant’anni fa, ci avremmo fatto una risata. Però è storia, questo è vero.

D: Accennavi a Ravensbrück Lager femminile. Secondo te è importante che i giovani vadano a vedere questi luoghi della storia? I campi di concentramento.

R: Beh, io credo di sì, anche se è triste, c’è qualcuno che ha delle remore a portare i giovani a vedere cose così brutte. Credo di sì perché vedono che è vero. Vedono che è vero, ecco. È vero, il protagonista ti racconta la storia, questo è già molto, va beh che io l’ho vissuta, non sono qui a raccontarvi storie, però vedere il posto mi pare che è quello il punto insomma. Del resto non so, a volte si portano ai monumenti patriottici nelle ricorrenze, lì è un monumento di un pezzo di storia. E non solo dell’Italia, ma di tutta l’Europa, quasi di tutto il mondo.

Che poi la Resistenza abbia avuto anche qualche pagina oscura come si dice adesso, capirai! Può anche essere. Però, chi lo dice, io lo avrei voluto vedere in quel momento cosa avrebbe fatto magari. Poi, insomma, noi eravamo volontari, nessuno ci aveva … dall’altra parte no invece. Dall’altra parte ricevevano la cartolina di precetto e per paura magari andavano, poi erano anche pagati.

D: Un’altra cosa. Ritornando nel campo di concentramento, un atto di solidarietà.

R: Beh, ce ne erano molti atti di solidarietà. Io credo che è stato un momento di grande solidarietà. Non solo, ma anche nella Resistenza, anche nella lotta. Anche lì io ricevevo i miei pacchi, ero quasi l’unica del nostro gruppo, e subito lo distribuivamo fra tutti. Avrei potuto anche magari mangiarmela solo io.

Poi, appunto l’aiuto ai compagni che partivano, quelli che andavano in Germania, che sapevamo che andavano a stare peggio di noi, anche se non in quel modo. Quindi c’era la solidarietà, c’era senz’altro. Direi che era anche un fatto che ci permetteva di affrontare la situazione la solidarietà, perché non ti sentivi sola. Tu aiutavi un compagno, però magari saresti stata aiutata. Anche questo fatto. E’ stato un momento indubbiamente di solidarietà sì.

Mi pare che anche in Germania, sia pure nelle condizioni peggiori da quello che ho letto, nei campi di sterminio, almeno la Rolfi racconta questi episodi. Certo, poi potevi trovare anche quello che pensava solo a se stesso, l’egoista. In mezzo a migliaia di persone c’è, non è questo il punto. Però, in realtà… E la solidarietà, secondo me partiva soprattutto da quelli che erano deportati perché avevano fatto la Resistenza, avevano fatto comunque la lotta, sia pure in tanti modi.

D: A proposito di lotta, per esempio voi qui a Milano, nella tua formazione di gappista ecc., in quanti eravate …

R: Ah guarda, nella brigata c’erano dei momenti che si poteva anche essere in quaranta o cinquanta, non di più, Pesce l’ha anche scritto nei suoi libri.

D: Quaranta o cinquanta. Eravate armati?

R: Beh, le armi c’erano abbastanza. Per fare quello che dovevamo fare c’erano. Poi le armi sai si riducevano all’esplosivo per fare gli atti di sabotaggio e alle rivoltelle. Eh, non potevi portare altro, nemmeno lo sten anche se non era troppo lungo perché in città non potevi assolutamente, si riducevano a quello. Però, in generale, al massimo eravamo una ventina, la media. Sai, era una lotta che in parecchi sono passati nella brigata GAP, ma sono durati anche poco, però si capiva. Se non se la sentivano di affrontare quella lotta non venivano certo perseguitati, gli si diceva “Vai in montagna”. Fra l’altro, parecchi si sono comportati proprio coraggiosamente e sono morti in montagna.

D: Il tuo nome di battaglia qual è?

R: Sandra.

D: Chi te l’ha dato.

R: Io, mi piaceva. Sai, poi anche questo fatto, le donne …

Ratti Angelo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni

Io mi chiamo Angelo Ratti. Sono nato a Cernusco sul Naviglio il 2-5-1926. Sono stato arrestato il 12 dicembre 1943. Il 18 dicembre esattamente.

D: Dove sei stato arrestato?

R: Siamo arrestati a Cernusco.

D: Da chi?

R: Siamo arrestati dalle SS.

D: Italiane o germaniche?

R: C’erano gli italiani e i tedeschi perché, diciamo, che la scoperta di quello che stavamo facendo noi è stata fatta da quelli della Muti che nel motivo dell’arresto che noi eravamo sei studenti e dopo il coprifuoco noi andavamo fuori a strappare i manifesti fascisti. Uno di questi della Muti ha individuato uno di noi e una mattina l’hanno preso e lo hanno portato in una caserma e l’hanno fatto parlare. Questo è stato costretto a parlare e ha dovuto dare i nomi. Il 18 dicembre del ’43 arrivano a Cernusco un camioncino di SS con dei fascisti che erano quelli che sapevano gli indirizzi di tutti noi e ad uno a uno ci hanno preso tutti.

D: Tu eri in casa?

R: Io ero in casa. Di lì quando ci hanno preso tutti ci hanno portato nella caserma dei carabinieri di Cernusco e c’era un furgone. Ci hanno messo su e ci hanno portato a San Vittore, quella sera stessa lì. Il 18 dicembre del ’43 è stata la sera che hanno ucciso Resega a Milano, il famoso federale, quindi non ti dico che atmosfera appena entrati a San Vittore. C’erano questi qui della Muti che picchiavano, urlavano, quindi è stata una serata indescrivibile dallo spavento, perché noi avevamo diciassette anni, diciassette e mezzo, diciotto, il più anziano aveva ventuno anni e lì ci buttano nelle celle, isolati. Siamo rimasti lì per quaranta giorni isolati. Abbiamo subito un interrogatorio in viale Monte Rosa, però, devo dire che ci hanno spaventati, nel senso che durante l’interrogatorio avevano in mano la pistola per dire “Vi facciamo fuori, eccetera, eccetera”; però non ci hanno picchiati. Dopo di questo interrogatorio ci hanno riportati a San Vittore e ognuno nelle sue celle. Arriva il 3 marzo del ’44; si sentivano già le voci di una spedizione in Germania, però noi non sapevamo dove si doveva andare e dove si doveva finire. Alla sera verso le undici e mezza, mezzanotte, in ogni cella arriva la guardia carceraria con uno della Muti che andava a prelevare il detenuto, chiamiamolo così, e li portavano giù nel sotterraneo. Insomma, alla fine eravamo un gruppo di cento. Ci hanno caricato su questo camion e qualcheduno è riuscito a scrivere dei bigliettini buttarli giù, dicendo: “Siamo qui, destinazione ignota, eccetera”. Qualcheduno è riuscito a trovare dei biglietti e a recapitarli poi ai genitori. Questo però l’abbiamo saputo dopo la liberazione, quando siamo rientrati in Italia. Va beh di lì ci portano alla stazione Centrale, sotterraneo. Erano circa le 5 del mattino ed eravamo in cento. Cinquanta per vagone. Naturalmente il vagone non era completamente libero, c’erano dei cassoni delle SS. Non so cosa avevano dentro, probabilmente delle cose che portavano via dall’Italia, probabilmente quadri, non lo so, cose di un certo valore. Di conseguenza il vagone per un quarto era ristretto, quindi noi eravamo costretti a stare in piedi perché non c’era la possibilità di stare seduti oppure facevamo dei turni. E arriviamo alla sera circa alle 20 a Innsbruck. E ci portano in una località chiamata Reichenau. che credo che sia una periferia di Innsbruck e lì c’era un campo strano. Ci portano lì. Ci mettono dentro, anche lì, in due baracche chiuse. Cinquanta da una parte, cinquanta dall’altra, però anche lì eravamo stretti, non c’era la possibilità di sdraiarsi. E facevamo dei turni. Prova ne sia che noi eravamo i più giovani di questa deportazione qui. Non c’era posto da dormire e qualcheduno di noi, per esempio il mio amico Camerani, è andato a dormire sulle travi della baracca per lasciare il posto agli altri. E lì siamo stati chiusi circa otto giorni. Quindi immaginate chiusi senza una finestra. Bisognava fare i bisogni in un mastello di legno. Ti portavano da mangiare una volta al giorno. E quando ti portavano da mangiare, la prima cosa era di portare fuori questi bidoni di… puzze, eccetera, eccetera. Naturalmente siccome era pieno, uno si sporcava anche le mani ma non è che c’era la possibilità di lavarsi. Quindi bisognava ritornare in baracca e stare lì. Qualcheduno cominciava un po’ a… c’era qualche anziano che cominciava a disperarsi. Passano otto giorni e di mattina del 13 marzo del ’44, sempre alla mattina al buio, verso le quattro e mezza, cinque, ci caricano su un treno, carrozza vagone bestiame, destinazione ignota sempre anche lì. Noi non sappiamo dove andiamo. Arriviamo verso le 19 di sera, mi ricordo che era una serata triste, pioveva. Stazione Mauthausen. E cos’è questo Mauthausen? Con noi c’era un anziano che nel ’15-’18 era stato prigioniero a Mauthausen. Però non era quello il campo, era un altro. Però, si è ricordato. Ma dice “Ma questo qui, io ci sono già stato”. E mi ricordo che questo qui era un ex-comunista, cioè un ex-comunista, era un attivista del partito comunista e aveva il tatuaggio di falce e martello sul braccio. Era proprio un comunista convinto, un combattente, un antifascista al 100%. Arriviamo a questa stazione di Mauthausen. Un buio, un silenzio, quando arriviamo. Ad un certo punto ci scaricano e allora sentiamo i cani che gridano, le SS che con il frustino … “Fate presto, incolonnatevi, state zitti”. E i cani che abbaiavano. Ci incolonnano a cinque per cinque. E dalla stazione ad arrivare su al campo erano circa quattro chilometri. E arriviamo alla sera circa… siamo arrivati alle 19, saremo arrivati su circa alle otto e mezza, nove, di sera. E lì, prima di arrivare, vediamo una muraglia, una cosa, “Ma cos’è questa cosa?”, impressionante. Queste mura, nere, di pietra, scure. Era un’ossessione. “Ma dove andiamo?” Alla fine ci fanno salire e vediamo l’entrata, con le croci. Una cosa spaventosa. Aprono il portone e ci mettono appena dentro e ci lasciano lì. Ed eravamo sempre cento. Con noi c’era un anziano che aveva una gamba di legno e poi c’era un tenente degli alpini, che era stato con i partigiani, che l’hanno preso. Come hanno fatto a saperlo i tedeschi non si sa. Questo aveva la scabbia. A un certo momento ci mettono lì in fila. Via, lasciate giù tutti i vostri vestiti, anelli, orologi. E tirano fuori questi due qui. Non so dove sono andati a finire in quel momento. Comunque questo è stato uno dei momenti della, diciamo, della umiliazione che può avere un uomo, cioè nudi, completamente. E ci buttano sotto un sotterraneo dove c’erano gente strana in quel momento, vestiti con delle divise a righe, conciati, però anche abbastanza, in quel momento cattivi perché noi eravamo italiani e quelli erano i famosi Friseurs, cioè i barbieri, quelli che tagliavano i capelli, i peli, insomma, ti rasavano completamente. “Ah, siete italiani, siete dei fascisti”. Gli spagnoli con gli italiani non è che avevano molta simpatia perché ricordiamoci che i nostri italiani sono andati ad affiancare il Franco. Questi qui, però, erano oppositori di Franco e hanno combattuto contro Franco. Franco ha vinto, diciamo, la guerra in quel momento di Spagna e sono stati costretti a scappare in Francia. La Francia è stata presa dai tedeschi. I tedeschi hanno preso questi spagnoli e sono stati i primi, cioè nel ’42 gli spagnoli, ’41, erano già a Mauthausen. Vi voglio ricordare che Mauthausen è stato aperto nel 1938 e i primi detenuti erano gli oppositori di Hitler erano la maggior parte tedeschi ed austriaci. E il campo ha cominciato a funzionare con questa gente qui. Inoltre per riorganizzare il campo cosa hanno fatto i tedeschi? Hanno preso la maggior parte dei detenuti criminali comuni, li hanno levati dalle galere e li hanno messi lì ad organizzare il campo e a fare il Kapò. Di conseguenza il campo lo avevano in mano loro. Beh, torniamo diciamo a questa rasatura. “Ah, siete italiani, siete fascisti”. Dico: “No, non siamo fascisti. Abbiamo combattuto. Siamo contro”. “Allora siete Badoglio”. Quindi, se eri fascista non andava bene; se eri Badoglio non andava bene perché c’erano anche i russi lì. Insomma, di conseguenza ci hanno trattato un po’ male questi spagnoli qui. Finito questo tipo di disinfezione ci portano in un’altra camera e lì vediamo un mucchio di vestiti, di abiti a strisce grigie, blu; con degli zoccoli, uno a destra, uno a sinistra. E ci dicono “Prendete una giacca, un paio di zoccoli, pantaloni e una camicia e una mutandona lunga”. E lì era un problema perché lì bisognava fare in fretta e non è che c’erano le misure, quello che capitava, capitava. Insomma, non ti dico che ad un certo punto ci siamo guardati in faccia, uno lo vedevi con lo zoccolo di destra più lungo di quello di sinistra, oppure due destre. E cominciava già il tormento. E di lì ci portano su e ci fanno attraversare la piazza dell’appello del campo, e ci portano in una zona di quarantena. La quarantena cos’era? Erano dei blocchi dove i primi arrivati li mettevano lì in attesa che in un secondo tempo i campi dove avevano bisogno di manodopera li prelevavano e li mandavano a destinazione. Il primo impatto. Arriviamo lì, a uno a uno “Come ti chiami?” nome, cognome, eccetera. “Ecco, da questo momento tu non sei più Ratti Angelo. Il tuo nome è questo”. E mi danno una targhetta. Il mio passaporto. La mia carta d’identità. 57616. Loro naturalmente lo dicono in tedesco. Questo numero qui era la cosa più importante perché quando ti chiamavano, ti chiamavano per il numero. Se non rispondevi, erano botte. Di conseguenza io ho avuto la fortuna di avere sempre con me un carissimo amico che poi è morto che lui è stato, ha fatto la campagna russa, era un sottotenente, è ritornato dalla Russia, ha fatto un po’ il partigiano, l’hanno preso. Però questo sapeva benissimo il tedesco e di conseguenza con lui, mi aiutava a parlare, “Guarda che questo numero te lo devi memorizzare”. Era un po’ più anziano di me, però era un po’ il fratello maggiore e mi ha aiutato in parecchie cose. Allora, dopo averci dato questo numero di matricola ci danno un ago e un filo per cinque. Sempre le cose per cinque. Ci danno questo numero di targa. Sul numero di targa c’era scritto il tuo numero, uno che andava sulla giacca a sinistra, e sulla coscia sinistra. Bisognava cucirlo e, cavolo, io non so cosa voleva dire cucire. E’ una cosa… come faccio? Però questo mio amico Franco, lui ha fatto il militare “Ci penso io, vieni qua che ti faccio” E ci ha messo, diciamo, il nome. Di conseguenza però prima di darti volevano sapere la professione, eccetera, ti guardavano le mani, se avevi i calli, se avevi le belle mani. E lì cominciavano a fare delle selezioni. Chi aveva le mani grosse aveva un certo tipo di lavoro. Il laureato che aveva le belle manine era destinato ad altre destinazioni. Lì ci buttano in quarantena. E c’è ancora adesso, si chiama Campo due. Però ai tempi che siamo stati noi lì, il campo della quarantena era alla baracca 16. La baracca 16, come tutte le altre, era divisa in due, blocco A e blocco B. e ci buttano dentro. E lì entriamo e vediamo questa gente strana, spaventata. La maggior parte erano dei russi e c’erano anche dei bambini. Tutti stravolti. Ed erano già come le sardine a dormire; abbiamo capito che avevano fame e volevano da mangiare. Ma avevamo lasciato quel poco pane che avevamo all’entrata del campo. e lì bisognava entrare per dormire. Insomma non ce la facevamo. Alla fine il Kapò ha incominciato, col tubo di gomma, a picchiare a picchiare finché siamo riusciti ad entrare. Magari avevi i piedi in bocca dell’altro. E abbiamo cercato di dormire. Era un dormire per modo di dire. Poi avevi il gomito dell’altro e il piede che picchiava. Era una tortura che andare… non c’era bisogno delle botte.

D: Scusa Angelo, oltre al numero ti hanno dato anche il triangolo?

R: Sì, il numero era già, se vuoi adesso ti faccio vedere. C’era una striscia di stoffa. Triangolo rosso con dentro IT, che voleva dire italiano. Cioè noi avevamo IT, i russi avevano UR, i francesi avevano la F, i polacchi avevano la P. Allora, triangolo rosso, IT, e il numero di matricola. Questo sempre sul petto e sulla coscia sinistra.

E alla mattina arriva il Kapò … e lì continua a gridare. Ma cosa c’è da gridare? E con questo bastone ci picchiano e ci buttano fuori. Alla mattina alle cinque fuori in un cortiletto tra la parete della baracca e il muro dove poi c’erano i fili di alta tensione per evitare che qualcheduno potesse evadere. Una cosa impossibile. Poi ne riparleremo di un’evasione che hanno fatto i russi. E lì ci buttano fuori. Un freddo cane. Per scaldarci cominciamo uno a mettersi vicino all’altro, con la schiena, farsi i massaggi. Poi arriva una specie di caffè. Arriva il Kapò. Ci chiama tutti e ci dà delle scodelle e ci dà circa un mezzo litro di, noi lo chiamavamo caffè ma chissà cos’era; era una cosa impossibile. Dopo del caffè, arriva l’appello. C’è l’appello, ci mettono sempre in fila a cinque a cinque e aspettiamo lì in piedi che arriva il guardiano delle SS. Ci hanno detto “Mettete su il berretto. Quando entra la SS, il kapò dice “Giù il cappello”, cioè a un dato momento dicevano: “Cappello giù, cappello su”. Allora il capo-baracca, che era diciamo il contabile di chi entrava e chi usciva e gli dà il numero dei detenuti della baracca. Questo qui glielo dice in tedesco e poi fanno il conteggio per vedere se effettivamente da quello che gli ha detto era giusto. Capitava magari che l’appello durava anche mezz’ora, ed era una meraviglia. E capitava invece che chissà perché ti lasciavano lì due o tre ore, all’appello, sempre in piedi. E arriva. Beh, finito l’appello ci lasciano sempre in quel cortile lì perché era un cortiletto piccolino. Eravamo cinquanta di qui, cinquanta di là noi italiani e in più c’erano anche i russi. Quindi eravamo già circa un quattrocento persone in quel raggio lì. A mezzogiorno dicono che arriva la zuppa. Allora arrivano due detenuti con delle… e queste facce qui, strane, con queste divise. Nessuno sorrideva. Avevano tutti una faccia strana, spaventati. E ci portano questi.. li chiamavano bidoni di zuppa. E viene fuori un Kapò che era addetto a distribuire la zuppa. Naturalmente a uno a uno in fila ci danno questa Miska e andiamo a prendere. Senza il cucchiaio. Non c’era il cucchiaio. Appena che te la metti in bocca, una cosa terribile. Noi avevamo ancora delle riserve da San Vittore, dall’Italia, quindi non eravamo proprio dei morti di fame e allora questi russi qui che già erano prigionieri da parecchio tempo venivano lì: “Italiano, italiano”. E gli davamo la zuppa a questi russi e polacchi. E però vedere questa gente che mangiava con la Miska in mano, come i cani. Poi dopo con il dito a prendere il fondo. “Ma dove siamo arrivati? Questi qui sono proprio morti di fame. E’ possibile che mangino in quella maniera lì”. Ad un certo punto dico: “Ma sono proprio degli incivili. Come si fa?” La giornata praticamente era quasi finita. La sera sempre la stessa storia. Nella baracca, parte nella Stube A e parte nella Stube B. Allora il Kapò si presenta nella nostra Stube e dice: “Fate attenzione che quando dovete andare a fare i vostri bisogni, assolutamente silenzio, non dovete farvi sentire perché se il capo-blocco sente un rumore sono venticinque legnate che prendete. Naturalmente quando veniva il Kapò a parlare veniva fuori l’interprete italiano. E noi, combinazione, avevamo il Franco Ferrante, un magistrato anche lui deportato a Mauthausen nello stesso trasporto, poi lui è andato a finire a Ebensee. Comunque, in ogni baracca c’era sempre l’interprete, o che era italiano per gli italiani, russo per i russi. Quando dovevi alzarti e andare a fare il tuo bisogno, era un problema perché dovevi passare sulla testa di uno, sulla pancia dell’altro ed era impossibile anche non fare rumori. Insomma, sono cose abbastanza… Alla mattina arriva una SS. Dentro alla nostra baracca c’erano degli ebrei. Allora tutti contro la baracca, contro le pareti della baracca, e questi cinque, sei ebrei in mezzo alla baracca. E lì vediamo questa SS che ride, scherza, e fa sdraiare questi ebrei e gli fa fare quella famosa ginnastica che noi l’abbiamo fatta anche a San Vittore con il maresciallo, che era il comandante di San Vittore. Allora, bisognava camminare con i gomiti e la punta dei piedi, avanti e indietro. La SS controllava che se uno cedeva, lui aveva il suo frustino e frustava. Da quel momento lì noi, dico “Ma noi dove siamo arrivati?” impauriti e vedendo queste cose qui dico “Ma dove siamo?” mi facevo la domanda. Però nessuno parlava. E questa cosa qui succedeva ogni due o tre giorni. Ogni due o tre giorni capitava il fatto che la mattina entrava la SS e pigliava qualcheduno e si divertiva a picchiare i prigionieri. Ogni tanto, lì era quarantena, alla mattina arrivava uno della SS e chiedeva allo Schreiber che aveva bisogno di cinque, sei uomini. A me è capitato tre volte, sfortunatamente. “Fuori andate a lavorare”. A lavorare ci mandavano alla cava. Alla cava di Mauthausen è stato un cimitero per i detenuti. C’era una scalinata di 149 gradini. Uno sconnesso, non erano tutti uguali. Ci portavano giù in questa cava e ci davano una pietra da portare. Dalla cava bisognava fare questi gradini, attraversare tutto l’esterno del campo, lasciare giù la pietra perché dovevano costruire delle mura e fare un altro campo, cioè il campo due. Poi ritornare. Questa era veramente una cosa paurosa. Quando te salivi questa scala, il Kapò che picchiava, il cane che ti abbaiava, se combinazione uno doveva cadere, ne cadeva uno ma ne cadevano altri dieci. Quindi era una tragedia questa, che poi fu chiamata la scala della morte dove sono morti parecchi prigionieri. Adesso arriviamo alla partenza, perché Mauthausen era un campo di smistamento dove…

D: Prima della partenza scusa Angelo, tu con i tuoi amici di Cernusco che siete stati arrestati lì a Mauthausen eravate ancora assieme?

R: Eravamo ancora assieme. Sì, però, combinazione tre in un blocco. Blocco A e blocco B. Comunque eravamo sempre insieme.

Alla mattina del giorno di Pasqua che era il, mi pare circa il 15 aprile, circa settanta del nostro trasporto vengono chiamati per una destinazione, diciamola ignota, però era una destinazione di un campo di lavoro. E questi partono. E poi abbiamo saputo che dove sono andati si chiamava campo di Ebensee, ed era uno dei sottocampi di Mauthausen, perché Mauthausen aveva quarantanove sottocampi. E praticamente settanta sono partiti e siamo rimasti in trenta. E di questi trenta qui noi eravamo un po’ delusi… “Perché non siamo andati con loro, perché loro sono andati e noi siamo qui? Non era meglio che andavamo tutti insieme?” e lì cominciava la tristezza. “Noi qui cosa faremo?” comunque sia loro sono partiti e non ci siamo più rivisti. Con qualcheduno che è ritornato ci siamo rivisti dopo la liberazione a Milano; a Milano o in altri paesi. Dopo una settimana arriva il nostro turno e mi ricordo che quella partenza lì da Mauthausen eravamo circa duemila, duemila prigionieri di Mauthausen tirati fuori dalla quarantena pronti per andare in un altro campo però, il campo era più vicino e si chiamava Gusen. Era a circa otto chilometri da Mauthausen e a piedi ci fanno attraversare il campo, si esce dal campo, si scende e si arriva a Gusen. Ed eravamo circa duemila, sempre attraverso la strada che abbiamo fatto… e lì cominciamo a vedere un campo strano anche quello. A Mauthausen le baracche avevano un senso quasi di pulizia, tenuto bene, no? Lì invece una cosa obbrobriosa, scura, nera, le cose basse. Era una cosa più spaventosa, più rudimentale. Ci buttano lì. Anche lì, destinazione, chi in una baracca, chi in un’altra. E andiamo sempre a finire parte in una baracca, parte in un’altra; però alla mattina successiva c’è già il posto di lavoro. E da Gusen 1 si andava a costruire Gusen 2. questo era verso la fine di aprile. Si andava alla mattina e si ritornava la sera. C’è un particolare: a Mauthausen la sveglia era alle cinque del mattino. A Gusen 1, era alle quattro e mezza. Non si sa il perché. E lì andiamo a costruire il campo di Gusen. Era già quasi fatto perché avevano già cominciato i polacchi, eccetera, eccetera. Però non era ancora funzionale. Diciamo che erano gli ultimi lavori di rifinitura alle baracche, i gabinetti, eccetera, eccetera. E lì una sera io non lo conoscevo, con noi c’era un certo professor Carpi, e poi mi è venuto in mente era il preside di Brera ed era già anziano ed era in fondo al gruppo e ad un certo momento questo professore cade per terra perché non ce la faceva più. Allora io e il mio amico Franco, quello famoso di cui parlavo prima, e un altro che non ricordo il nome “E guarda qui il prufessur”, in dialetto, “è caduto per terra, andiamo a prenderlo perché questo qui non ce la fa”. E sottobraccio lo portiamo al campo, al rientro al campo, perché lì si andava solo a lavorare. Nel rientrare lì c’era un Kapò polacco e gli abbiamo detto, perché quel mio amico qui parlava il tedesco, il polacco parlava il tedesco, “Guarda che questo è un pittore di grido, non c’è la possibilità di sistemarlo perché non ce la fa più”. Combinazione, lì a Gusen 1 c’era un sergente maggiore delle SS, adesso non ricordo il nome esattamente, ed era di padre austriaco e di madre italiana e parlava perfettamente l’italiano ed era un amante della pittura. Quando ha saputo che c’era questo professore Carpi, naturalmente il polacco per farsi vedere bello dice “Guarda che c’è”. Allora questo qua va da Carpi e lo sistema. Però lui cosa doveva fare? Faceva i quadri delle sue amanti. Li dipingeva e faceva tutte le cose che gli ordinava. Di conseguenza lui, o bene o male, la vita del campo non l’ha conosciuta. Lui aveva una baracchina. Stava lì. Aveva qualche cosetta in più da mangiare rispetto agli altri. E se l’è cavata così. Arriva però, questa è una parentesi anche per citare il nome di Aldo Carpi, arriva però il giorno di andare a Gusen 2. Era il 7 maggio del ’44 e la solita storia. Il campo era vicinissima a circa cinquecento, seicento metri. Si attraversava un campo di patate e si entrava. E questo campo qui aveva solo due baracche, però sempre la baracca era grandissima. Stube A e Stube B, numero 1 e numero 2, 3 e 4. C’erano solo due baracche. Dietro alle baracche c’erano le latrine. Chissà perché con più si cambiava con più si peggiorava. Gusen 2, la sveglia non era alle quattro e mezza ma alle quattro. Cioè a Mauthausen alle cinque; a Gusen 1 alle quattro e mezza e lì alle quattro. E le latrine erano una cosa veramente puzzolente per dire profumo, no? Praticamente era una buca con una traversa di legno e lì ognuno faceva i bisogni. La differenza è questa, che se te ci stavi cinque minuti in più, c’era il Kapò con la gomma in mano e ti picchiava, ma maledettamente. Se poi se ne accorgeva che uno aveva la dissenteria, allora erano veramente dei momenti… ti picchiava e tanti li buttava nel… di fuori c’era una botte, li buttava dentro lì. Un mio amico, partendo da Milano anche lui nello stesso trasporto, è morto nella botte. Si chiamava Tufin. Partito anche lui da San Vittore con me. Morto lì nella… questo l’ho visto io con i miei occhi. E anche lì la cosa comincia a diventare dura. Però, adesso devo dire una cosa, che per esempio, noi che eravamo giovani eravamo un po’ incoscienti anche. Forse è stata un po’ la nostra fortuna. Incoscienti perché? Perché non si vedeva il pericolo, cioè una persona di una certa età vede il pericolo, non rischia. Noi giovani che eravamo abbastanza numerosi, si rischiava di più. E il morale era più alto del papà che aveva a casa la famiglia, i figli, eccetera. Io non ho mai pensato a casa, all’Italia, ai genitori. Dico: “Io di qui ne voglio venire fuori. Non mi interessa cosa succede in Italia, quello che succede a casa mia. Sicuramente, male che stiano, stanno sempre meglio di noi. Quindi devo cercare di combattere e di venirne fuori”. Allora, questo lo abbiamo saputo dai comitati antifascisti, perché nel campo c’erano i comitati antifascisti, per esempio russi, spagnoli; sapevano l’andamento di come andava la guerra, eccetera. Allora, il Gusen 2, il motivo per cui deve nascere Gusen 2, l’apertura di Gusen 2 fu nel 6 maggio del ’44. Allora, su ordine di Hitler presi Speer, che era il Ministro degli armamenti e dissi “Qui bisogna prendere le nostre fabbriche e cercare di metterle ai ripari perché stanno bombardando tutte le nostre industrie”. Speer era il Ministro degli armamenti, era uomo di fiducia di Hitler. Hanno scoperto St Georgen. E praticamente lì c’era la collina, qui bisogna fare dei tunnel e salvare le industrie perché i bombardamenti nelle grandi città sfasciano tutta l’industria. Allora il progetto era già pronto. Speer era lui che aveva fatto questo progetto su idea di Hitler e scoprono questa montagna e il motivo qual’era? Scavare la montagna e tutte le officine della Messerschmitt e della Stayer dovevano andare lì sotto per continuare l’industria bellica, eccetera. Allora, queste gallerie che dovevano fare erano nella località di St Georgen, era una collina. Noi quando arriviamo a Gusen 2, il lavoro era perforare la montagna. Perforare la montagna perché una volta terminata, in questa montagna qui andavano sotto le officine della Messerschmitt e della Stayer; cioè la Messerschmitt faceva le carlinghe dei Messerschmitt e la Stayer, piston-machine, eccetera. La galleria era nove metri di altezza e undici metri di base, perché lì dovevano passare macchinari. Insomma, nel giro di quindici mesi sono stati fatti diciassette chilometri di tunnel. Terminati. Allora, non vi dico le tragedie in queste gallerie perché bisognava perforare a mano questo materiale. A mano nel senso che c’era la chiamavano bora, un martello pneumatico con delle punte, che io dopo ve la farò vedere, e bisognava perforare questa montagna.

D: Ecco, Angelo, scusa. Voi da Gusen 2 raggiungevate St Georgen, come?

R: Con un treno, cioè erano dei vagoni scoperti. Era un tragitto di circa quattro chilometri. C’era un giro strano da fare, però si arrivava lì.

D: Ecco, vi caricavano lì vicino al campo di Gusen?

R: Nel campo di Gusen 2 entrava il treno e ognuno doveva salire su questi vagoni qui. E a distanza di circa quattro, cinque kilometri in linea d’aria non era distante ma bisognava fare un giro strano per arrivare al posto di lavoro. E naturalmente questi treni qui erano scoperti. Pioveva, non pioveva, non c’era problema per loro. Il problema era sempre nostro. Arrivavi la mattina bagnato. Ritornavi la sera bagnato. E non c’era possibilità di asciugarsi.

D: Ecco, una volta arrivati St Georgen, raggiungevate questa zona per fare gli scavi, eravate organizzati in squadre?

RISPOSTA: In squadre. Allora, si partiva col treno da Gusen 2 e c’era un tragitto di circa quattro, cinque chilometri, però in linea d’aria non erano quattro o cinque chilometri; in linea d’aria saranno stati un chilometro, un chilometro e mezzo. Si arrivava lì c’era una specie di scivolo e ci buttavano giù. Ognuno doveva trovare la propria squadra perché se sbagliavi erano veramente dei dolori, cioè ognuno doveva trovarsi in un dato punto con la stessa squadra. Quando tutto era organizzato si entrava in questo campo di lavoro, che praticamente erano le gallerie dove venivano fatte, dove c’erano le officine della Messeschmitt e della Stayer.

D: Tu eri addetto agli scavi?

R: Io ero addetto agli scavi.

D: Ecco, com’è che avveniva, parlavi prima del martello pneumatico, ma andava ad aria compressa?

R: Andava ad aria compressa. Io qui ho una punta che l’ho portata a casa. E questo materiale qui era anche friabile, abbastanza no, quindi bisognava stare attento perché ogni tanto c’erano delle vene, delle crepe che crollavano. Quindi era un lavoro anche pericoloso.

D: Ecco, poi il materiale che voi scavavate veniva caricato.

R: Il materiale veniva caricato su dei vagoncini, portati all’esterno della galleria, circa quasi ad un mezzo chilometro fuori dalle gallerie. E il comando lì si chiamava Libenaua, il comando che prendeva il materiale e lo portava fuori. E lì bisognava spianarlo, tanto è vero che dopo la guerra hanno trovato una montagna di questo materiale qui perché scavando diciassette chilometri di montagna figuriamoci. Ed era lì nelle vicinanze della stazione di St Georgen.

D: Ecco, scusa tu ti ricordi, oltre ai vagoncini, nelle gallerie c’erano anche dei nastri trasportatori?

R: Sì. Dopo, in un secondo tempo, siccome con il vagoncino si impiegava troppo tempo, hanno inventato i nastri trasportatori. Il materiale appena veniva perforato, sciolto, si buttava su questi nastri trasportatori e usciva fuori dalla galleria e lì c’erano dei vagoni che li portavano direttamente a smistare, che poi alla fine è diventata una montagna quella roba lì.

D: Il turno di lavoro di quante ore era?

R: Il turno di lavoro era dodici ore e dodici ore.

D: Cioè?

R: Dalle sei del mattino alle sei di sera. L’altro turno, dalle sei di sera alle sei di mattina.

D: Ecco, chiamiamolo il pasto a mezzogiorno, dove lo consumavate?

R: Sul posto di lavoro, cioè ci chiamavano fuori. Ogni comando veniva chiamato fuori dalla galleria. Loro sapevano che c’era un comando, ipotesi ti faccio un nome “Petsgruppe”, dove era il mio comando, eravamo quasi duemila, e lì c’era da mangiare per duemila. C’era circa un’ora di pausa. Ti davano questa, che poi il cucchiaio non c’era, non esisteva, però noi o col pezzo di legno o col pezzo di alluminio si faceva il cucchiaio di nascosto e si mangiava questa zuppa con il cucchiaio fatto da noi.

D: E poi, dopo la pausa dentro ancora?

R: Dopo la pausa si tornava in galleria a lavorare.

D: Fino al termine del lavoro?

R: Fino al termine del lavoro. Noi alle sei dovevamo essere fuori e alle sei c’era già l’altro turno, che erano dodici ore di lavoro. Se ne uscivano quattromila ne entravano quattromila. Di conseguenza il lavoro era continuato, ventiquattro ore su ventiquattro.

D: Quando terminavate il lavoro riprendevate il trenino?

R: L’appello, un tormento, prima di uscire. Se c’erano dei morti bisognava metterli sulla barella. Ogni nazionalità doveva portare il suo morto perché tanti morti capitavano ogni tanto che crollavano le gallerie cioè si entrava in cinquemila bisognava uscire in cinquemila. Non interessava se ce n’erano quattromila morti. L’importante era che il numero quadrava. Cinque entrati e cinque usciti. Morti o vivi non gliene fregava niente alle SS.

D: Prendevate il trenino?

R: Prendevamo ancora il trenino lì a San Gorge e si ritornava al campo.

D: E una volta ritornati al campo cosa succedeva?

R: Una volta ritornati al campo, sempre l’appello giù dal treno. L’appello. Poi ti lasciavano nel cortile. Alle volte magari quattro o cinque appelli, non si sa il perché, fino al momento in cui distribuivano la zuppa. Però, alla sera non c’era la zuppa, c’era il pezzettino di pane che inizialmente era per tre, una specie, un chilo di pane in tre; poi in quattro, poi in cinque, poi in sei. Il problema era come dividerlo questo pane perché quando era per sei, ogni sei davano il pezzo di pane. E come si fa a dividerlo? Lì c’era sempre il marchingegno dell’uomo. Il pezzettino di lamiera a fare il coltello, tagliare il pane con due bilancini, si divideva il pane o con i russi o con i cecoslovacchi o i francesi e si pigliava un pezzo di corda, si faceva la bilancina e si guardavano proprio, si mettevano su le briciole in modo che il pane doveva essere uguale per tutti. Quando poi lo mangiavi prendevi il pezzo di carta di cemento sotto per recuperare la briciola. Quindi praticamente siamo partiti in tre, in quattro, in cinque ad arrivare a sei. Un chilo di pane in sei.

D: E oltre al pane cosa vi davano la sera?

R: Alla sera ogni tanto c’era il pezzo di margarina. La chiamavano margarina, cos’era non si sa. O se non c’era la margarina c’era un cucchiaio di marmellata, ma non di marmellata nostra, chissà cos’era, oppure il salame, che era una cosa scivolosa. Era, non so, come mettere in bocca l’anguilla viva. Comunque era sempre buono perché la fame, amico mio, era troppo arretrata. Era una cosa indescrivibile la fame che noi abbiamo sofferto perché non è ipotesi il militare al fronte che soffre la fame. Giusto, però, arrivano i rifornimenti e si riempie la pancia. Noi più di quel tanto non ti davano da mangiare. Quindi la fame era arretrata. Bere era difficile perché l’acqua era inquinata. Di conseguenza le malattie, la dissenteria era una cosa allucinante. Gente che moriva, che andava al gabinetto, perdeva… Queste cose qui ti rendevano ancora la vita ancora più disastrosa del campo…

D: Ecco, il lavoro su sette giorni, sull’arco della settimana, voi andavate a St Gorgen quando? Tutti i giorni, anche la domenica?

R: Tutti i giorni; una domenica ogni quindici c’era riposo.

D: E lì cosa facevate?

R: Stavamo nel campo. Si pigliavano i nostri vestiti. Si guardavano i pidocchi. E si cercava di ucciderli, insomma, perché eravamo pieni di pidocchi. E la nostra giornata era quella di stare lì ad uccidere i pidocchi.

D: Un’altra cosa: tu hai raccontato che quando siete arrivati a Mauthausen, la prima volta vi hanno portato al Wäscheraum c’erano i Friseurs, vi hanno tagliato i capelli, eccetera. Poi all’interno del campo il taglio dei capelli o gli uomini che avevano la barba?

R: Questa è una cosa importante che mi dici. Allora, il taglio dei capelli veniva fatto circa una volta al mese. Una volta al mese, magari ti svegliavano di notte e in più ti facevano una riga di cinque centimetri, che la chiamavano la Strasse, cioè ti rasavano, però anche lì era una tortura perché questi Friseurs qui quando ti dovevano rasare non è che limavano. Finivi la tosatura che ognuno sanguinava perché dovevano fare in fretta ed era un tortura anche tagliare i capelli.

D: E anche la barba veniva fatta?

R: Sì, veniva fatta anche la barba. Io ero giovane e la barba non ce l’avevo. Combinazione. Veniva fatta anche la barba. Figuriamoci i rasoi, per modo di dire, perché magari il rasoio veniva usato per trenta, quaranta persone. Non è che per ogni barba quello che era addetto a fare la barba stava lì a…

D: Ecco, questo circa una volta al mese veniva fatto? Capelli…

R: Capelli, e sempre la Strasse. La Strasse bisognava sempre averla, guai se non ce l’avevi.

D: Se ti ricordi, anche a Gusen questo no?

R: Sì. Ma qui siamo sempre a Gusen, Gusen 2, questo è.

D: Se ti ricordi, tu hai potuto scrivere, comunicare o ricevere dei pacchi?

R: No.

D: C’erano dei deportati invece…

R: Allora io ti posso dire una cosa. Il mio carissimo amico, quello che abbiamo fatto, diciamo, da Mauthausen siamo arrivati alla liberazione. Questo aveva fatto il partigiano, era un tenente degli alpini. Si chiamava Rigamonti Franco, che abbiamo fatto tutta la deportazione insieme. Questo per me è stato veramente più di un fratello. Combinazione lui parlava bene anche il tedesco. E tante cose si riusciva a farle. Chi non riusciva a parlare non riusciva ad ottenere diverse cose. E stavamo dicendo? Adesso mi è sfuggito.

D: Il ricevere dei pacchi o scrivere.

R: Ecco, noi italiani, pacchi niente. Pare che chi riusciva ad ottenere dei pacchi erano dei polacchi. Ma raramente. Però, venivano selezionati diciamo. La maggior parte se c’era qualcosa di buono se lo portavano via loro. Ti devo dire che il fatto dello scrivere, ecco questo mio amico qui, Franco Rigamonti, è riuscito con un Meister. Sai che nelle gallerie, nei posti di lavoro, c’erano i Meister che erano i cosiddetti lavoratori volontari, costretti, però a loro era proibito parlare con i detenuti. Lui sapeva bene il tedesco. Ha conosciuto un Meister, era un veneto, ed è riuscito tramite questo qui ad avere i contatti con i genitori. Questo ha rischiato perché diventava una cosa… ti fucilavano, non c’era niente. Eppure questo Meister qui è riuscito a mettere il contatto, dare notizie ai genitori di questo Franco Rigamonti, mio carissimo amico, e riusciva a parlare.

D: E un’altra cosa, visto che tu che conosci bene sia Gusen 1 che Gusen 2, oltre a quel trenino che dicevi che vi portava a St Gorgen, lì a Gusen 1 c’erano degli altri treni? Tu ti ricordi se c’erano altri treni? C’era una stazione?

R: Ma, guarda, io sinceramente di Gusen 1 non ti so dire niente. Mi pare che c’era un treno. Però non è che lo so… mi pare che c’era un qualche cosa, però siccome io ci sono stato poco a Gusen 1, il treno era solo Gusen 2 – St Georgen dove era questo cantiere che era il massacro delle vite umane.

D: Un’altra cosa, fra i deportati tu ti ricordi sia a Mauthausen che a Gusen 1 e Gusen 2 se hai trovato anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì. Per esempio mi ricordo don Sordo. Il fratello del dottor Sordo.

D: E questo dove te lo ricordi?

R: Questo me lo ricordo a Gusen. Però, sai, lì di persone ne conoscevi parecchie. Magari le vedevi due, tre giorni, poi non le vedevi più. Poi ne riconoscevi una. Era tutta una…ed era molto difficile. In effetti noi che siamo partiti da Mauthausen, siamo rimasti in pochi, perché morivano però arrivavano sempre i nuovi. E te quando facevi parte di un gruppo di lavoro era difficile che cambiavi e, piano piano, ti facevi la amicizie; noi abbiamo avuto delle amicizie veramente da fratelli con gli spagnoli. Gli spagnoli sono stati per noi dei salvatori perché il primo momento gli spagnoli ci maltrattavano perché dicevano “Voialtri siete dei fascisti che siete venuti in casa nostra”. E allora questi qui erano antifranchisti ed hanno dovuto scappare. L’Italia era fascista, e noi ci hanno presi per fascisti. Poi invece hanno capito quale era la posizione politica e allora ti dirò che gli spagnoli avevano, sono riusciti ad avere in mano delle cose importanti nel campo, o chi faceva il capo-blocco, o chi faceva il capogruppo di lavoro e devo dire che ci hanno anche aiutati anche parecchio. Anche perché poi come lingua eravamo abbastanza vicini, si capiva. E ti devo dire un fatto personale con uno spagnolo. Dunque, io lavoravo con un gruppo a St Georgen e il comando si chiamava Petsgruppe. Questo era uno dei gruppi che erano i primi a sfondare la montagna proprio il primo gruppo che doveva perforare la montagna. Sai che dopo la montagna finita entravano le officine della Messerschmitt. E il capogruppo di questo qui era un delinquente tedesco, un delinquente comune. Tu non sai con le labbra sottili e quando parlava che lo vedevi ti faceva paura veramente ed era un pazzo. Questo comandava duemila uomini. Duemila ne comandava. E io sono capitato proprio nel suo gruppo ed era uno che bisognava stare lontani perché era un pericolo. Era un pericolo. E io mi ricordo un giorno cosa facevo. Io portavo gli spiz. Adesso te lo faccio vedere. Io ero addetto a portare questi spiz. Che cos’erano. La punta del perforatore della montagna. Questa ormai è consumata ma era lunga quaranta, cinquanta centimetri. Poi si consumava e io dovevo fare il giro del gruppo delle gallerie, quando erano consumate, ritirarle e portarle allo Smit perché c’erano un gruppo di fabbri che facevano le nuove punte. E un giorno porto questi spiz a fare il mio giro perché dovevo essere preciso, in ogni turno dovevo fare il cambio quattro volte. Però ci voleva del tempo perché dovevo andare dal fabbro, aspettare che mi faceva la punta. Quando arrivava così, te la cambiava, però bisognava dare il pezzo vecchio. Insomma, fatto sta che un giorno io avevo la febbre. Ho la febbre e non ce la faccio più. Dovevo portare questi spiz qui a fare il giro. E gli dico al mio amico Rigamonti: “Senti io non ce la faccio più”. Allora quando perforavi la galleria, quando era finita la perforazione si faceva una intercapedine di legno e di lì entrava il bitume e poi la galleria veniva finita. Allora, quel giorno cosa succede? Io avevo la febbre e gli dico: “Franco, io non ce la faccio più. Mi butto là e vado là a riposarmi. Controlla”. Naturalmente devo dire che i polacchi erano tremendi. Devo dire che i polacchi sono stati degli eroi anche, ma la maggior parte dei polacchi ci ha fatto soffrire. Erano veramente la vergogna del campo. Cattivi. La maggior parte dei capi erano polacchi, capi-blocco erano polacchi. Ce l’avevano a morte con gli italiani. Il polacco per noi era.. dopo il tedesco, era il polacco. Veramente, guarda, una cosa. che poi i polacchi hanno lasciato tanti morti, hanno avuto degli eroi, però per noi italiani siamo stati massacrati dai polacchi perché i Kapò polacchi erano peggio dei tedeschi. Mi dispiace dirlo ma questa è la mia realtà, dove l’ho vissuta io. Allora cosa succede. Ho la febbre. Gli dico: “Senti Franco, io vado su a cercare di dormire non ce la faccio più a stare in piedi”. Sai che un polacco mi ha visto andare su ed è andato dall’Oberkapò, cioè l’Oberkapò era il delinquente comune messo lì a fare il Kapò e aveva duemila prigionieri sotto di lui, con i diversi Kapò suddivisi in diverse squadre. Ad un certo punto questo qui era uno che quando prendeva un prigioniero per qualunque ragione lui se non vedeva il sangue non era soddisfatto. Guarda che ti strappava le orecchie, non è che lo dico tanto per dire. L’ho visto io. Lui voleva vedere il sangue, altrimenti non era soddisfatto. Ad un certo momento mi sento dire “Italieno …. vieni giù”. Dico: “Orca, malora, è finita. Questo qui è il Filip, io sono finito.” Vengo giù ed è stato un polacco ad avvisare questo, perché se te facevi la spia allora stavi bene in quel comando lì. Il ruffiano veniva protetto. Io sento “Italieno, italieno”. Dico: “O porco cane, questo qui è il Filip, qui sono finito.” Allora, mi chiama giù “Tu italiano adesso ti impicco. Kaput, assieme a quei quattro là”. Là c’erano quattro impiccati perché il Kapò poteva fare qualunque roba. Te eri nelle sue mani. Se ne fregava la SS. “Questo non ha lavorato l’ho impiccato, l’ho ammazzato”. “Va bene così. Bravo”. Anzi, gli davano il premio. Allora, questo qui mi chiama “Italiano, … tu, detto in italiano, non lavorare, tu delinquente, tu sabotatore”, perché non lavoravo. Allora, mi dice: “Per adesso mettiti là col sedere per aria”. Sedere per aria, come minimo erano venticinque … lui aveva la gomma con dentro un filo di alluminio o di piombo. E mi metto là e me ne dà venticinque. E devi contarle, fino ad un certo punto che svieni e vai per terra. E ad un certo punto io grido. E arriva uno spagnolo che mi conosceva, con il quale avevo lavorato. Proprio ci conoscevamo da quando siamo partiti da Gusen 1 con questo spagnolo qui siamo sempre stati insieme. Mi sente gridare, mi riconosce, perché lui era un sottocapo di questo Oberkapò e dice “Senti questo qui lascialo stare. A te ucciderne un altro cosa te ne frega. Uccidere uno, uccidere un altro, cosa te ne frega. Dammelo a me che lo metto a posto io”. Lo ha convinto. Allora mi prende con lui, questo spagnolo. Si chiamava Cardona. Mi ricordo il nome perché ormai quelle cose lì sono memorizzate nel cervello. Sono momenti della vita in cui non te le puoi dimenticare, cioè è un salvatore di una vita umana. Allora non ti dico il mio sedere cos’era. Era un pallone nero. Viene il momento di ritornare in baracca. Allora mi dice: “Italiano, viene con me”. Ci portano sui vagoni perché il tragitto da Gusen 2 al cantiere St Georgen era di circa quattro chilometri e lo facevamo su questi vagoni scoperti. E mi mette là in un angolo per dire “Italiano, Angelo, culo, stai attento”, perché avevo il culo che era nero, e dice: “Tu domani non devi più tornare a lavorare perché Filip, il Kapò, ti fa fuori”, perché lui lo conosceva. Quello era un delinquente comune, uno dei peggiori del campo, era uno che se lui non vedeva il sangue non era soddisfatto. “Allora te domani devi cambiare comando”. Entriamo nella baracca. Va a parlare con lo Schreiber. Da quella baracca lì mi porta in un’altra baracca. Quindi, praticamente, io sono stato allontanato da quello là. Dall’altra baracca ne è venuto un altro. L’importante era che i numeri funzionavano, cioè nella baracca ce ne erano mille, devono essere mille. Quindi, lui è riuscito a farmi fare lo scambio. Quindi io sono andato in un’altra baracca e sono andato a finire in un altro gruppo di lavoro, in modo che questo non l’ho più visto, perché mi ha detto: “Se io non ti cambio, quello lì domani ti fa fuori”. Qui devo dire che gli spagnoli con l’andare del tempo sono stati dei fratelli, sono stati quelli che ci hanno aiutati, veramente.

D: E nel nuovo comando cosa facevi?

R: Nel nuovo comando andavo a spalare la sabbia fuori, che era un altro comando rispetto a questo. Cosa succedeva? Succedeva che il materiale che usciva dalla galleria veniva con dei vagoncini, li buttavano lì e diventava una montagna e di conseguenza bisognava spalarla. Lì c’era il Meister, c’era il Kapò, e facevo quel lavoro lì. Però era un lavoro che almeno non vedevo quella persona lì. Quello se non vedeva il sangue lui non era soddisfatto.

D: E, Angelo, lì una cosa è importante. Tu citavi due fabbriche, la Messerschmitt e la Stayer. Ti ricordi se c’erano altre ditte?

R: Sì, ce n’erano altre però non le ricordo. Le più grosse erano queste. Le più grosse.

D: E tu sei rimasto lì a spalare fino a quando?

R: Sono rimasto lì fino quasi alla liberazione però ti devo dire una cosa. La mia salvezza è stata l’incoscienza della giovinezza. Perché non vedevamo il pericolo, affrontavamo certe situazioni, che uno anziano non rischiava. Per esempio, quando si andava a scavare le buche e c’è ancora a St Georgen un muro dove stavamo facendo un depuratore, c’era da fare un depuratore per diecimila prigionieri perché lì non c’era niente, c’era una latrina e bisognava gettarla nei campi. Allora stavamo facendo questo depuratore qui. Era un depuratore per diecimila persone.

D: Stavi dicendo che la tua salvezza è stata … poi il depuratore…

R: Sì e poi cosa succede? Dicevo l’incoscienza della gioventù che non vedevi il pericolo. Poi sprovveduti anche, te vedevi la morte ma te ne fregavi un cavolo proprio, eri diventato proprio peggio di una bestia.

D: Quando stavi scavando le buche per fare il depuratore cosa è successo?

R: Quando scavavo le buche per il depuratore, io guardavo il Kapò. Se il Kapò era girato io smettevo di lavorare, cioè qui bisogna preservare le forze. E gli italiani mi dicevano “Ratti stai attento che qualche giorno ti ammazza quello lì”. E io dicevo “Senti io finché posso devo far sì che le mie forze resistano, cioè sfido quello là, però dall’altra parte mi salvo le mie forze”. E di fatto ho sempre fatto così finché è andata bene. Difatti tanti che erano lì con noi sono morti sfiniti di lavoro perché la paura… erano più anziani di noi, la paura, la paura. Comunque, lì è stato un momento che il giovane praticamente non vede il pericolo però ha la forza di reagire perché io ho detto “Io qui ci devo ritornare, o in una maniera o nell’altra io ci devo ritornare”. Poi con questo mio amico qui Franco, abbiamo escogitato diciamo un sistema per guadagnarci qualche zuppa in più. Cosa succedeva? Che il Kapò nella baracca, lui aveva magari dei pezzi di carne, cioè il capo-blocco, aveva tutto però non aveva la legna per cucinarli. Allora questo cosa fa? Dice: “Angelo facciamo una bella cosa. Siccome questi Kapò qui, questi capiblocchi, non riescono ad accendere la stufa, perché non portiamo a casa dei pezzi di legna da St Georgen”, che lì ce n’erano di.. e allora cosa abbiamo fatto? Pezzettini di legno, facevamo una specie di fascinetta e la mettevamo sotto la giacca e quando c’era il controllo del conteggio, te eri così e nessuno immaginava che sotto avevi la legna. Quando rientravamo nel campo, questo andava dai capiblocchi e diceva: “Sentite, io vi do la legna così voi altri cucinate ma a me cosa mi date?” Allora lui contrattava, siccome lui parlava bene anche il tedesco riusciva tante volta a dare anche tre o quattro zuppe, ma di quelle zuppe caro mio che ci hanno salvato la vita. Allora io magari ne mangiavo una e l’altra la davo all’amico, al vicino. E lì siamo andati avanti per un bel po’ di tempo però poi ad un certo momento i russi ci hanno tenuti d’occhio e dicono: “Ma questi qui come mai riescono ad avere tutte queste zuppe qui?” E ci hanno controllato per vedere cosa facevamo.

Allora, questi russi qui dicono: “Ma come mai questi qui vengono a casa e prendono le zuppe e mangiano come dei maialini?” E noi con quelle zuppe lì abbiamo salvato diverse persone. Per esempio c’è un mio amico di Cernusco, è morto dopo la liberazione però con queste zuppe qui siamo riusciti a tenerlo in piedi. Che poi magari lì si faceva il commercio, io ti do la zuppa però tu mi dai un pezzo di pane, o viceversa. Allora i russi ci controllavano come facevamo. Allora cosa succede? Che un giorno incominciano a fare il lavoro che facevamo noi. Noi ce ne siamo accorti. E il mio amico qui era un sottotenente degli alpini, era più… lasciamoli fare. Portano via i pezzettini di legno fanno la fascinetta e poi quando arrivano al campo a chi glieli danno? Non sapevano a chi darli, quindi, praticamente loro hanno portato dentro la legna ma non sanno a chi darla. Quindi, uno dei russi viene dal mio amico qui e dice: “Ma la legna a chi la dai?” “Arrangiati, se vuoi te la metto a posto io. Mi dà due zuppe, una per me e una per te”. E allora lui cosa faceva? Loro portavano dentro la legna e il rischio era loro. Si faceva dare le zuppe, erano metà loro e metà nostre. E così noi siamo andati avanti per un bel po’ di tempo e vuol dire salvarsi la vita perché oramai cominciavamo a crollare. Fatto sta che poi questa cosa qui finisce perché ormai era incontrollabile, ti controllavano e quindi è finito anche quel lavoro lì. Allora il mio amico Franco dice: “Qui bisogna escogitare qualche cosa d’altro perché qui, adesso caro mio, mancano le zuppe e noi dobbiamo tirare avanti, cosa facciamo? Un lavoro pericoloso, rubiamo le lampadine dalla galleria e le portiamo dentro.” E facciamo così. Soltanto che se ti vedono con una lampadina te sei un sabotatore e quindi vai sicuramente all’impiccagione. Però noi abbiamo rischiato. Dalla galleria si pigliavano le lampadine, si mettevano sotto la giacca, si davano ai capi-blocchi. E i capi-blocchi ce le pagavano bene perché là le lampadine non c’erano. E loro, sai, volevano la luce, perché loro avevano la loro camera. Ed è stato il periodo in cui ci siamo rinvigoriti. Però ad un certo momento… adesso basta perché qui se ci beccano, noi non ritorniamo. E difatti abbiamo smesso perché era diventato un pericolo. Intanto tra la legna, tra le lampadine arriviamo verso la fine dell’anno. Quindi, siamo stati in grado ancora di stare in piedi. Ma ti devo dire che il momento più brutto della deportazione di Gusen 2 è stata la disinfezione del campo. Ora io mi meraviglio perché tanti libri parlano di disinfezione ma non entrano nei particolari come adesso io vi racconterò. Perché questo? Perché in Gusen 2 c’era il pericolo del tifo petecchiale. Sporcizia. Non c’era la possibilità di lavarsi. Si tornava a casa dal lavoro pieni di terra. Quindi, non ti lavavi. E le SS cominciano a preoccuparsi di questo tifo qui, perché se ti prende il tifo petecchiale non è che prende solo il campo ma bensì va oltre, a dieci chilometri all’esterno. E allora cosa decidono i comandanti del campo? Di disinfettarlo. Allora viene il momento della disinfezione. Questo è stato uno dei momenti più tristi e cruciali di Gusen 2. Questo succede il 5 gennaio 1945. La mattina, noi non sapevamo niente, quattro e mezza, tutti fuori dalla baracca. “Svestitevi”. Faceva un freddo cane. Nudi completamente. Ci danno una coperta in quattro. I vestiti vengono raccolti da un carro e li portano via. E ci hanno lasciati lì, dalla mattina alle quattro e mezza fino alla sera alle sei. Quindi io non ti dico i morti che vedevo vicino a me. Uno crollava, l’altro… era una cosa indescrivibile. Era un campo di battaglia, mitragliato completamente. E quei pochi rimasti lì con questa coperta, aspettare alla sera che da Gusen 1 che c’erano i macchinari, arrivavano i vestiti già disinfettati. Non ti dico la tragedia per trovare la tua, perché la tua giacca dove avere il tuo numero. Quindi, anche lì è stata una disperazione. Lasciamo perdere il momento di quando arrivano i vestiti. Il momento triste è quando noi entriamo nella baracca. La baracca era mezza vuota e ci guardiamo in giro; e degli amici che non trovavano più gli amici. E tanta gente che piangeva dalla disperazione perché diceva: “Ma dove sono andati a finire?” Erano là tutti nel cortile morti. Quello è stato uno dei momenti veramente… Quando te entri, come dire, entri in casa, hai la famiglia, hai i figli, hai la moglie. Entri il giorno dopo, non c’è più nessuno. Quindi medita un attimo cosa puoi provare. Gente che piangeva disperata perché non trovava più… ecco, io devo dire che questa disinfezione qui è stato l’inferno di Gusen 2. Pare in linea di massima che siano morte circa 5.000 persone. Tanto è vero che il giorno dopo squadre apposite per portare via i morti; il crematorio di Gusen non ce la faceva più e neanche quello di Mauthausen. Pare che oltre a questi due siano andati a finire nei crematoi di Hartheim. Per dire il massacro che c’è stato. Quando ti guardavi indietro ti sembrava di vedere non so come in Russia che congelavano lì. E’ stato un quadro, non so come descriverlo, proprio una cosa mostruosa. Per me quella lì è stata proprio la tragedia di St Georgen. E’ stato, gira e rigira, in ventiquattro ore è successo questo.

D: Angelo, come te la ricordi la liberazione?

R: Io della liberazione ho poco da dire, però c’è stato il momento del pianto, del pianto di gioia e c’è stato il momento che dico: “Finalmente ce l’abbiamo fatta”. Noi abbiamo promesso ai nostri cari amici che hanno lasciato qui la pelle che dovevamo testimoniare e da questo momento il nostro giuramento è di far conoscere al mondo cos’è stato il Lager, cos’è stato Mauthausen,… ed Auschwitz. Per noi è stata la vittoria.

D: Ecco, ma tu dove eri al momento della liberazione?

R: Ero lì a Gusen 2. Ero sempre lì a Gusen 2.

D: Eri nel campo?

R: Ero nel campo. Però ti devo dire che ci sono stato poco nel campo lì durante la liberazione perché avevamo fame. Allora eravamo già d’accordo in cinque o sei. “Ragazzi, quando arrivano le truppe di liberazione ci troviamo qui e scappiamo”. Perché guarda eravamo così stufi di sentire quegli odori, di vedere i cadaveri, di vedere quelle facce stravolte, di vedere delle facce che ti dicevano: “Aiutami perché non sto più in piedi”; gli odori, queste divise, e dico :”Qui bisogna scappare”. E allora eravamo cinque o sei e abbiamo deciso di uscire. Difatti non ti dico cosa è successo quella sera lì alle cinque quando è arrivato…

D: Allora, arriva il momento della liberazione, dicevi? Tu sei a Gusen 2 e in quattro o cinque dovete scappare.

R: Diciamo noi qui bisogna… cioè eravamo d’accordo di uscire perché l’odore del campo, i morti, le disperazioni, dico: “Fuggiamo e diciamo di andare a trovare qualcosa”.

E con me c’era un altro amico di Cernusco che è stato deportato con me e gli dico: “Allora Pierino vieni con noi”. E lui è morto là dopo la guerra, dopo quindici giorni è morto. Dico :”Vieni con me”.

D: Pierino come?

R: Colombo si chiamava. Era uno dei deportati di Cernusco. E gli dico: “Ti trovi qui e andiamo fuori insieme”. Ad un certo punto si presenta, si mette a piangere e dice: “No, io Angelo non ce la faccio più. Non me la sento. Andate voi”. Difatti noi cosa facciamo? Usciamo dal campo. usciamo dal campo, facciamo circa duecento, trecento metri e troviamo degli ex- militari italiani, prigionieri anche loro, ma prigionieri di guerra e ci vedono lì, sai, magri, qualcheduno era come mussulmano sai che in campo mussulmano voleva dire che ormai stava morendo, era alla fine. E questi militari italiani ci vedono e dicono :”Ma chi siete voi? Da dove venite? Cosa avete fatto?” E lì gli raccontiamo la nostra storia. Veniamo da un campo, eccetera. “Ma come siete conciati. Avete fame?” “Sì”. “Venite con noi”. Ci fanno fare circa trecento, quattrocento metri. Loro avevano perquisito una baracca dove c’erano dentro le SS e lì avevano tutto: riso, margarina… alla fine ci buttano lì in questa baracca e si cucina. Insomma, io quella sera lì ho mangiato un catino di riso così, un catino. Il giorno dopo a momenti crepo. Allora questi militari qui cosa hanno fatto. “Stai qui nella branda, riposati che ci pensiamo noi”. Sono andati fuori nelle cascine. Andavano nelle cascine. Si sono fatti dare dello zucchero, della marmellata e mi hanno tirato su. Mi hanno tirato su piano, piano. Praticamente mi hanno salvato la vita perché poi tanti alla fine sono morti per lo stomaco che ormai non ce la faceva più. E difatti siamo stati lì circa una settimana e dopo ci siamo rifugiati in un luogo dove c’erano delle piccole baracche, dove c’erano degli ufficiali della Wermacht che stavano lì, non so perché. Erano delle baracche piccoline però c’era la cucina con tutta la batteria e siamo rimasti lì per un quattro, cinque giorni. E andavamo fuori ad arrangiarci per mangiare. Un bel giorno chi è che mi trovo? Aldo Rovelli. E’ venuto lì con noi e lì abbiamo parlato: “Finalmente siamo liberi”. Andavamo nelle cascine a rubare. Abbiamo rubato anche delle caprette. E poi questi austriaci qui andavano al comando a lamentarsi che noi rubavamo il bestiame, le galline, eccetera. Fatto sta che gli americani un bel giorno arrivano, ci prendono e ci riportano al campo. Ci dicono: “Dovete ritornare perché stiamo organizzando di farvi rimpatriare per l’Italia”. Io ritorno al campo e vado a cercare il mio amico Pierino, questo qui di Cernusco, che avevo lasciato.

Cosa si è messo in testa questo qui e altri tre o quattro? Dopo che siamo andati via hanno detto: “Andiamo via anche noi”. Volevano andare verso Linz. Ad un certo punto gli americani li hanno visti e li hanno presi e li hanno portati dentro al campo. Vado a cercarlo. Non c’è, non c’è. Vado in infermeria e me lo trovo là disteso. Dico: “Pierino come stai?” “Io non vengo a casa, guarda questa è la mia cintura, questo…, non so cosa aveva, il numero di matricola, portalo a casa ai miei genitori”. “Su, su, Pierino, dai che ormai la guerra è finita. Torniamo”. “No, io non ce la faccio”. Lui era più vecchio di noi. Fatto sta che rimane lì in infermeria. Poi alla sera prima di andare via vado lì dall’addetto all’infermeria, perché c’erano delle donne volontarie americane che facevano le infermiere e anche dei prigionieri che erano lì, erano dei romani, gli ho detto: “Questo è un mio amico, se succede qualcosa venite ad avvisarmi che sono alla baracca là di fronte. Se succede qualche cosa”. Vado là la mattina alle cinque, è già morto. Questo è stato uno dei momenti tristi del campo. Abbiamo salvato la vita e dopo quindici giorni mi muori qui. E purtroppo io ho dovuto dare notizia ai suoi genitori. Quindi momenti veramente tristi quando vai da un genitore e gli dici che suo figlio è morto in quelle condizioni. E purtroppo ho dovuto farlo.

D: E tu sei rimasto lì al campo fino a quando?

R: Io sono rimasto lì al campo fino, diciamo… aspetta perché esattamente noi siamo tornati… fino aspetta… ai primi di giugno. Poi viene il momento in cui c’è il rimpatrio. E di lì ci portano a Linz, in un campo di smistamento che è grandissimo; era un campo grandissimo veramente. Pronti per preparare i convogli per… e lì purtroppo nel campo c’era un mio carissimo amico, era un napoletano, forse magari l’hai sentito nominare. Si chiamava Sapone, era un meridionale, era già più anziano di me ma un furbacchione di uno. Il vero napoletano, appena che poteva cercava di arrangiarsi in tutte le maniere. E siccome eravamo nello stesso campo, un giorno ci mettiamo a parlare io e lui. Da allora siamo diventati… era il vero tipo di napoletano, el gratava, el faceva de tut. Arriviamo in questo campo di smistamento, ma grandissimo a Linz e lui sente che arrivano dei prigionieri dalla Grecia. Grecia, Samus, e li hanno portati in Germania anche loro; però erano lì per rimpatriare. E questo qui va in giro a fermare tutti questi ex militari. Ad un certo punto, guarda caso, ferma mio fratello, uno di Gorgonzola, uno di Melzo e uno di Milano. E gli dice: “Voi da dove venite?” Noi veniamo dalla Grecia, Samus e poi ci hanno portati qui. “Te come ti chiami?” Uno dice il suo nome, poi ad un certo punto mio fratello dice: “Io mi chiamo Ratti”. “E di dove sei?” “Di Cernusco”. “Ma qui c’è un Ratti di Cernusco”. Mio fratello credeva che era mio padre, perché mio padre era un antifascista già dal 1922; gli hanno tagliato le orecchie i fascisti a mio padre. E allora siccome mio fratello sapeva che quando arrivava Mussolini a Milano, mio padre lo pigliavano, lo portavano in caserma e doveva restare lì. E allora questo qui gli dice: “Ma te come ti chiami?” “Ratti”. “Ma di dove sei?” “Di Cernusco”. “Ma sì, ma c’è un Ratti qui con me che è di Cernusco”. Mio fratello credeva che era mio padre perché lui è andato via che io avevo ancora i pantaloncini corti, cioè lui era del 1910 e io ero del 1926, quindi c’erano sedici anni di differenza. “Come si chiama?” “Ratti, sì, ma Angelo”. Mio fratello si è messo a tremare, dice: “Ma come mai mio fratello, io credevo che era mio padre”. “Adesso te lo trovo io”. Guarda il destino, questi quattro ex-militari qui, compreso mio fratello, hanno messo lo zaino a dieci metri dalla baracca dove eravamo lì noi pronti per partire. Ad un certo punto questo Sapone qui, questo napoletano, entra in baracca. C’erano da fare sette, otto gradini, e io ero là che dormivo. “Angelino vieni qua che ti faccio vedere tuo fratello”. “Senti Sapone, perché si chiamava Sapone, non rompere i cosiddetti perché tu sei pieno i palle”. “No, no, stavolta ti dico la verità. Io sono stato padre per te”. Quante palle che raccontava. Viene là e mi prende. Dice: “Vieni che ti faccio vedere tuo fratello”. Allora io comincio a dire: “Questo qui non racconta palle, questa volta dice la verità”. Vado fuori e me lo vedo. E lì ci siamo abbracciati. Io avevo diciannove anni. Mio fratello piangeva come un bambino e io neanche una lacrima, neanche una lacrima; cioè questo è quello che ci hanno lasciato i tedeschi nell’animo nostro, proprio niente. E lui era tutto preoccupato “Chissà a casa” e una balla e l’altra, “Come staranno e te come fai ad essere qui?” E io gli ho raccontato un po’ la storia. Poi viene il giorno della partenza. Siccome la precedenza era per i reduci dei campi di sterminio e lui doveva partire dopo, io sono andato dal comandante della spedizione e gli dico: “Senti, d’accordo la precedenza è nostra però io ho qui un fratello che è un ex-militare, lo devi caricare con noi”. Difatti è venuto a casa con noi. Te pensa quando noi arriviamo a casa.

D: Ma che percorso avete fatto, Linz?

R: Sempre in tradotta, Linz-Bolzano, Bolzano ci siamo fermati lì un… pensa che mio padre a Bolzano è andato su tre volte a portare a casa i prigionieri e ha portato a casa Calloni che è stato uno deportato con me. E gli ha chiesto: “Ma il mio Angelo dov’è?” Fa: “Mì al so no in due l’è, a un dato moment ci hanno divisi”. E lo ha portato a casa. E non ha trovato me. Fatto sta che dopo due o tre giorni arriviamo noi a Cernusco. Te figurati a casa nostra la mamma che vede due figli, non ti dico il pianto a non finire. Sai che i cortili una volta nei paesi erano grandi. Quando hanno saputo che siamo ritornati non ci stava più una mosca nel cortile. Tutti lì che volevano sapere se si conosceva qualcheduno. Poi alla fine è arrivata una signora di Cassano d’Adda, combinazione lo conoscevo questo qui, che chiedeva di suo padre e io così proprio col cuore duro, mi chiede, e dico: “Sì, sì, è morto”. Come dire è morta una pulce. Mi ricordo che poi mia mamma ad un dato momento mi dice: “Ma ti viene a chiedere del padre e te gli dici che è morto come fosse…” E gli dico: “Mamma, purtroppo io di morti ne ho visti a migliaia, a migliaia, e ancora adesso la mia testa non è qui ma è a quello che ho visto là”. E questo è stato un momento di crepacuore per i genitori.

D: Scusa Angelo a Bolzano vi hanno fermato un paio di giorni? Ma dove vi hanno messo?

R: Sì. adesso non mi ricordo. Era un campo di smistamento che mi ricordo dove tutti i prigionieri della Germania dovevano passare per quel campo lì. Prima di tutto per vedere, c’erano le visite mediche, se avevi delle malattie infettive. Ci volevano le generalità. E difatti ci hanno rilasciato un documento.

D: Ascolta, era un campo o una caserma?

R: Ma guarda…

D: Erano baracche di legno?

R: Erano baracche di legno grandi. Adesso non ricordo esattamente il particolare perché nel momento in cui sei libero pensi di tornare, non vai a guardare il particolare. Comunque ci controllavano soprattutto delle malattie. Noi avevamo ancora della scabbia, gente ancora con la scabbia, tifo. E allora se uno era malato, lo fermavano e lo mandavano per guarire.

D: E dopo da là in treno sei venuto?

R: No. Dopo di lì siamo venuti a casa col pullman perché mio padre veniva su con dei camion a portare, e ne ha portati a casa di prigionieri, ma parecchi. Purtroppo suo figlio non lo ha portato a casa.

D: E questo quando era? Quand’è che tu sei tornato?

R: No, dunque, io sono arrivato a Cernusco il 19 giugno del 1945. Sono stato ancora uno dei fortunati.

D: Senti Angelo hai nominato due commandi di Gusen 2, Libenaue e Petsgruppe, ti ricordi altri nomi di commandi?

R: Dunque, Libenaue, Petsgruppe che erano i commandi bastardi; Mekelgruppe, Betongruppe.

D: E cosa faceva questo Mekelgruppe?

R: Il Petsgruppe era il commando dove perforava la galleria. Anche il Mekelgruppe. Erano due commandi grossi. Poi c’era il Betongruppe che, quando la galleria era finita nella perforazione, bisognava bitumarla, allora questo commando qui facevano le impalcature e mettevano il bitume per finirla. E di questi gruppi qui c’erano tanti altri sottocomandi, per esempio c’era il Transportcomand, poi c’era che mi ricordo, adesso il nome esattamente, era quello che guidavano i locomotori per trasportare il materiale, poi ce n’era uno particolarmente che era solo una persona, si chiamava Dante Dovera, forse l’avete sentito nominare ed era uno del ’43. era uno delle Commissioni interne della Breda di Sesto. L’hanno preso a Sesto.

Dante Dovera. Era già un sindacalista ai tempi del ’43. E questo era l’unico commando con una persona sola. Allora quando si entrava per il controllo, allora i capi dicevano Mekelgruppe, duemila persone. Petsgruppe altre. Questo qui diceva che era lui addetto alle pompe dell’acqua del cantiere ed era l’unico.

Sì, ma di commandi ce ne erano tanti. Adesso esattamente… Poi c’era il comando del Transport.

D: Per quanto riguarda il campo di Reichenau, lì non sei stato immatricolato?

R: No. Lì è stato solo un campo di deposito, siamo restati chiusi.

D: Quindi non siete neanche potuti circolare…

R: No, noi vedevamo in giro delle facce ancora come li abbiamo visti a Mauthausen ma non era un…

D: Vestiti civili o…

R: No, vestiti a righe ma la maggior parte erano russi. Nessuno parlava. Non sentivi niente.

D: E invece a Mauthausen l‘immatricolazione te l’hanno fatta nel campo di quarantena dentro nella tua baracca?

R: Sì, cioè dopo la…

D: Dopo la rasatura.

R: La rasatura e la vestizione. Prima di entrare nel blocco dove dormire, hanno dato il numero.

D: E ti hanno fatto tutte le domande che dicevi?

R: Sì, che mestiere facevi.

D: Ma cos’era? Un uomo con un tavolino?

R: Sì, perché ogni baracca aveva il suo Schreiber. Lo Schreiber era quello che aveva in mano, diciamo, l’ufficio di amministrazione. E lui doveva sapere tutto: chi eri, che professione avevi, perché eri lì, eccetera. Dopodiché loro dalle cartelle che questo qui… magari ti destinavano ad un dato tipo di lavoro. Ma siccome in quel momento lì la manodopera era la maggior parte voluta proprio per il lavoro grosso della galleria, non c’erano dei lavori… E qualcheduno invece andava a finire, quando la galleria era finita andavano a fare il meccanico, cioè lì c’erano le officine dove facevano le carlinghe per i Messeschmitt e le Maschinenpistolen della Stayer. E allora qualcheduno andava a finire nel cantiere, qualche meccanico andava a fare il meccanico.

D: Quindi era lo Schreiber che ti ha dato il numero di matricola?

R: Sì, era lo Schreiber.

D: E poi un’ultima cosa su San Vittore. Dicevi che sei stato quaranta giorni in isolamento. Più o meno allora se sei stato portato a San Vittore al 18 di dicembre, fino alla fine di gennaio. E poi sei partito da lì il 3 di marzo?

R: Sì.

D: Allora il mese di febbraio ti hanno messo in una cella comune?

R: No, mi hanno messo insieme ad un altro, che combinazione, guarda caso, questo qui aveva una paura, non parlava, non riusciva a dialogare. L’ho saputo alla fine della guerra chi era questo. Era un ex-tramviere che ha fatto il partigiano. Noi siamo partiti. Lui non è partito. Sono riuscito a sapere attraverso l’azienda tranviaria, lui lavorava all’azienda tranviaria di Milano, lo hanno fucilato.

D: Ascolta, i sei di Cernusco in quanti siete tornati del vostro gruppo?

R: Quattro. Uno però è morto subito appena a casa, dopo. Quindi, in totale tre.

D: Tutti più o meno sui diciotto, diciannove anni? Te, Roberto…

R: E Calloni. Calloni è conciato in questo momento poverino. Conciato, fa fatica a camminare, gli hanno già scavato il braccio un po’ di volte. E’ martoriato poverino.

D: Ascolta tu Angelo quando sei ritornato su per la prima volta?

R: Dunque io sono ritornato una prima volta se non sbaglio nel ’49 o ’50 che siamo andati col treno, non con i pullman. E mi ricordo quella volta lì al crematorio di Gusen, io non so come ho fatto, ma ad un certo punto io scavo e mi sono trovato due gamelle ancora. Due gamelle e le ho portate a casa. Erano dei cimeli da conservare. E ormai ero sposato. Ad un certo punto facciamo il trasloco e mia moglie mi dice: “Ma queste due gamelle qui. Ma sì buttale vie, ma vada via il cuore ma cosa te ne fai qui?” Mi piange il cuore parlare di quelle cose, sarebbero dei cimeli da mettere in vetrine e li ho buttati via. L’unica cosa che ho tenuto è questo e il numero di matricola e basta.

D: Angelo, tu quando sei tornato hai raccontato quello che avevi visto?

R: No, io quando sono tornato non ho mai parlato perché ho tentato di parlare anche con i genitori ma nessuno ci credeva. Quindi non trovavi un dialogo comprensivo di poter emergere…

D: Tu te la saresti sentita comunque di raccontare?

R: Sì me la sentivo però non trovavi il riscontro di chi ti voleva sentire e dava la sensazione che raccontavi delle gran balle. Di conseguenza dico: “Lasciamo perdere perché tanto non ci credono”. Però, dopo, con l’andare degli anni, qualche libro ha cominciato ad uscire, e allora abbiamo cominciato a riprendere. E forse il nostro errore è stato quello che i primi anni non abbiamo parlato. Questo è stato un grosso errore da parte nostra ma d’altra parte dobbiamo dire non ci credevano.

D: Ascolta, tu eri studente, hai proseguito i tuoi studi?

R: Sì, ma dopo un po’ di tempo.

D: Cosa studiavi?

R: Perito grafico, sono riuscito ad avere poi il diploma.

D: Non subito?

R: No, perché c’è voluto anche del tempo a rimettersi. Se vuoi ti posso raccontare un fatto come posto di lavoro; adesso qui usciamo dal campo. non vorrei, perché vorrei raccontare quella storia lì della galleria.

D: Racconta quella lì.

R: Io mi trovavo, vuoi che porto qui la…

D: Te la porto io.

R: Allora qui si vede un vagoncino dove la montagna veniva perforata, si riempiva il vagoncino e si portava fuori dalla galleria. Qui eravamo proprio all’inizio del perforamento. C’erano diversi punti, cioè iniziavi a perforare, poi dovevi armare perché crollava. E qui eravamo proprio un gruppo di sette o otto proprio alla testa della galleria e ad un certo punto mi viene da fare il bisogno e allora devi chiedere al Kapò: “Posso?”, quello là ti dice di sì però erano cinque minuti. Ma pensare che da qui già andare ce ne volevano cinque. Fatto sta che vado di corsa, ritorno. A trenta, quaranta metri prima di dove lavoravo c’era un gruppo di lavoro qui che stava caricando della sabbia. E lì un italiano mi dice: “Ratti come mai? E’ tanto tempo che non ci vediamo. Come va? Come non va?” e gli dico: “Senti, siamo qui. Però lasciami andare se io ritardo lo sai che come minimo sono venticinque”. Io sto per andare e quello là mi prende per la giacca e mi dice:”Allora come va? Quando finisce la guerra?” Nel frattempo è crollata la galleria. Sono rimasti sotto tutti. Se in quel momento quello non mi prendeva io rimanevo sotto. Ecco, da quel momento lì devo dire che quella è stata forse l’unica volta che io ho pianto perché vedere i compagni a morire in quel momento lì proprio eri diventato peggio di una bestia feroce, non ti fregava più niente. Bastava sopravvivere. Te ne fregava anche, adesso non voglio esagerare o tuo fratello… ormai il tuo cervello era fuso, eri una bestia feroce. E ad un certo punto crolla questa roba e io sono rimasto lì come un cretino e mi sono messo a piangere disperatamente. Allora, squadre di soccorso, abbiamo dovuto aspettare di tirare fuori i cadaveri, farli su con la carta di cemento e poi riportarli al campo.

Visintini Ermes

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Tutti presenti?

R: Si, Visintini Ermes, nato il 10.7.1927 a Tricesimo.

D: Che è in provincia?

R: Di Udine.

D: Ermes, quando sei stato arrestato?

R: Il mese di dicembre del ’44.

D: Dove, perché e da chi?

R: Dove, perché? Lei mi domanda una cosa che è un po’ lunga. Di fatti io sono stato arrestato nel bivio di Buia per una delazione fatta da una signora di Magnano in Riviera, alla quale era successo nel suo ambiente che sono entrati dei partigiani. Hanno trovato dei tedeschi nel suo ambiente. Questi tedeschi, vedendo arrivare questi partigiani, sono andati per prendere le armi che avevano appoggiato al muro. I partigiani hanno falciato uno e uno ferito. Poi sono andati, non so io, non so chi erano. Di fatti lei per poter mantenere l’ambiente aperto ha fatto una delazione che mi conosceva. Non so perché. Un giorno mi incontra venendo giù da Bilerio, mi incontrano lei e sua figlia. Vorrebbe parlare con me. Io mi fermo e le dico: Cosa ha?”. Mi dice: “Lei sa che io ho due figli a Tolmino, della Repubblica di Salò. Vorrebbero venire a casa, certamente hanno paura dei partigiani. Cosa potrebbero fare per poter rimanere tranquilli a casa?” Le ho detto: “Cosa posso dire io?”. “Ma lei è delle forze partigiane, potrebbe anche insegnarci qualcosa”. Di fatti io come un beone gli insegno cosa dovrebbero fare, gli insegno che quando scappano dalla Repubblica di Salò, scappino con delle armi, un poco di armi, e che vadano a un qualche comando partigiano per poter consegnare queste armi e farsi rilasciare un documento che hanno collaborato con le forze partigiane. Mi dice: “Non potrebbe venire lei?”. Ma io? Mica sono un comandante io! “Mi faccia una cortesia, ci porti lei in qualche comando”. Insiste, insiste, insiste. “Si”, le dico dopo, “cercherò di far qualcosa, però i suoi figli quando vengono giù portino tante armi”. “Quando può venire?” “Non so io”, le ho detto, “un giorno verrò”. Insisteva per sapere il giorno che potevo andare da lei. Io le dico: “Verrò mercoledì da lei, cercherò di vedere cosa hanno portato almeno. Poi vi indicherò dove potete andare”. “Mercoledì a che ora?” “A che ora? Come, mi domandate anche l’ora?”. Insiste questa qua. Io come un beone, come ho detto prima, le dico: “Verrò verso le nove”. “D’accordo, verso le nove.” Il mercoledì vengo giù da Bilerio dalla montagna, vengo qua dalla strada di Tarcento, vengo giù dalla strada diretta che va a Buia e al crocevia c’è Buia, Tarcento, Tarvisio e Udine. Nell’incrocio c’era un comando tedesco. Pensavo che avevo i documenti rilasciati da un’impresa di Tricesimo che lavoravo con l’impresa. Ho pensato che con i documenti potevo passare. Invece passando, arrivando a quell’incrocio ho visto dei tedeschi fermi che aspettavano. Ho detto: “Dio mio, aspettano me quelli lì, garantito”. Non sapevo se andare avanti o ritornare indietro. Ma ritornando indietro potevano falciarmi. Proseguo, ho i documenti. Quando sono all’incrocio mi puntano le armi, mi fanno scendere dalla bicicletta e mi portano dentro al comando. E lì legnate da orbi. Ad un certo punto io non capivo più niente, botte da orbi. Mi buttavano da un angolo all’altro. Io non sentivo più niente, se mi ammazzavano era meglio. Mandano a chiamare un’interprete, ho la fotografia in tasca. Mandano a chiamare un’interprete a Magnano in Riviera che gestiva un forno. Viene giù. Vedendo come mi trattavano questi tedeschi, s’è buttata contro il comandante per potermi salvare dalle legnate che mi davano. Io non sentivo più le botte. L’interprete ha cercato di difendermi, veramente. Di lì dopo mi hanno portato nella Villa Spezzotti, mi hanno portato là. Erano dieci tedeschi in bicicletta con cani lupo. Sul cancello trovo un compagno già arrestato su un carro della Repubblica di Salò. Michi Runi, Giacomer Alessandro, lo trovo sul carretto pieno di botte anche lui e lo portano via. Adesso questo qua, mi mettono di fronte a questo qua. Ragionavo con la testa, ma avevo tante di quelle botte. Mi portano dentro e mi dicono: “Tu conoscere partigiano, questo qua?”. “Nicht partigiano, nicht partigiano”. Mi portano su, mi legano per il dietro così e mi portano su nella torata, c’è una torata di due e mezzo per due e mezzo sopra questa villa. Mi hanno legato su un letto di tavole per didietro, per fare i bisogni: tutto addosso. Mi hanno fatto due interrogatori ancora sotto, ma sui due interrogatori quando andavo giù io venivo su dopo, chiamavano l’altro, Giacomer Alessandro. Giacomer Alessandro quando andava su ha detto: “Io ho visto una signora sotto, chi era?”. Era la vedova allegra, la chiamavano, la Revelan di Magnano in Riviera, quella del bar. Allora ho capito chi era che ha fatto questa delazione. Lì sono stato un cinque giorni, mi hanno fatto due o tre interrogatori. Mi hanno portato in via Spalato, ho fatto trentatré giorni in via Spalato. In via Spalato poi si aspettava sempre di partire, partire per la Germania. Quelli che andavano fuori, andavano fuori fucilati. Ho visto uno che era di Binduno, Grafitti Gino, che non voleva andare a morire. Sono venuti su i tedeschi e lui si teneva per la scala, non voleva andare giù per le scale. Sono venuti su i tedeschi col calcio della Mauser, gli davano giù nelle mani per poter tirarlo fuori. Interrogatori nessuno, una sera ci hanno detto: “Domani partite”. Difatti l’indomani mattina siamo partiti. Per farla corta, sennò viene troppo lunga la cosa, l’indomani mattina due di Pordenone, siccome ero giovane, mi hanno detto: “Tu porti fuori un ferro dietro la schiena per poter aprire il vagone, un coltello e una borraccia”. Mi hanno attaccato una borraccia piena di acqua e un coltello dentro per tagliare, in caso che mettono il lucchetto. Nelle perquisizioni che ci hanno fatto prima di partire, mi hanno perquisito, ho fatto vedere l’acqua, dietro ho fatto così che vedevano il ferro che avevo dietro la schiena e mi hanno lasciato passare. Quella sera ci hanno messo cento per vagone, in piedi, da non poter neanche muoversi. Si stava su uno con l’altro, ci si teneva su come dei pali. Sui cento l’indomani ci hanno divisi, cinquanta per vagone. Abbiamo pensato subito di scappare durante il viaggio. Hanno incominciato a tagliare il vagone col coltello che si aveva nella borraccia e di fatti tac, tac, tac, tac, un paio d’ore e l’intagliatore bravo ha fatto l’intaglio e durante la notte ha spaccato il lucchetto col ferro. Ha tirato su il gancio. E’ arrivato un altro convoglio di vagoni, di prigionieri da Gorizia e Trieste. Nell’agganciare i vagoni si era tirato via il gancio e si è aperto il portellone. I tedeschi quando hanno visto così hanno cominciato a gridare e hanno preso una sedia, un seggiolone, quelli che mettono nei giardini, doppi, le panche doppie. L’hanno infilato a metà vagone e hanno messo due cosacchi di qua e due cosacchi di là col Parabel che ci guardavano. Ci hanno divisi metà da una parte, metà dall’altra e via fino a Mauthausen. Siamo arrivati a Mauthausen.

D: Scusa un attimo, Ermes. Quand’è che ti hanno portato alla stazione per partire? Che mese era?

R: Il mese di febbraio. Il 2 febbraio.

D: Del? Di che anno?

R: Del ’45, il 2 febbraio del ’45.

D: L’arrivo a Mauthausen come te lo ricordi?

R: Brutto. Partendo in quella forma lì coi cosacchi dentro, sa com’è, è una cosa orribile. Non si poteva muoversi né fare i bisogni lì, niente. Sempre col Parabel contro di noi. Si voleva assalire questi cosacchi, ma si aveva due gioppi dentro a cui hanno detto: “No, non potete farlo, noi rimaniamo qua e dopo ci ammazzano a noi”. C’era un certo Venini di Paderno. Insistevano, “Non fatelo, non fatelo sennò ci ammazzano a noi”. Noi siamo rimasti fermi e siamo arrivati a Mauthausen. Arrivati nel campo, dalla stazione ferroviaria abbiamo fatto il giro su fino al campo. Avevamo visto questo cancello. Abbiamo detto: “Qua non si esce più”. Ci hanno messo contro il muro, gli spagnoli venivano a vedere. “Se avete qualcosa, mangiate tutto e questi anelli dateceli a noi, non vi servono”. Nessuno aveva da mangiare sul vagone prima. Là sono usciti fuori salami, formaggio. Per un pezzo di formaggio loro ci davano un bicchiere d’acqua. E ancora calda. Quelli che avevano la refurtiva, perché avevano nascosto tutto, credevano di vivere con quello che avevano in valigia. Arrivati poi nel punto che mandano dentro venti alla volta, venti, venticinque nella scalinata del bagno, si vedevano uscire questi prigionieri nudi, via nelle neve che andavano al blocco. Chi sono quelli lì? Non si conoscevano più questi qua. Forse erano prima insieme con noi. Arriva il nostro turno, andiamo giù nel bagno. Si comincia a svestirsi, a buttare la roba di qua, scarpe di là. Cominciano i cosiddetti barbieri, cominciano a rasarti dappertutto. Ti tagliavano dappertutto, sangue dappertutto. Pregavi il Signore di andare sotto l’acqua per poter lavare fuori il sangue. Viene il punto di andare al bagno, prima ti lasciano correre l’acqua calda. Si stava da Dio. Si lavava il sangue, anche se si era tagliati. In giro a questo bagno c’era un piccolo muretto da sessanta centimetri tutto in giro e sopra questo muretto erano i capi blocchi con gomme da un metro, sessanta centimetri, che ti aspettavano. Tutto ad un momento dall’acqua calda ti lasciavano l’acqua fredda, tutti cercavano di evitare quest’acqua fredda, cercavano di andare sul muretto. Vedevi come nella gabbia dei leoni, colpi nella testa, vedevi per terra cadere i prigionieri, cose adesso anch’io non arrivo a raccontarle bene come dovrei raccontarle. Usciti fuori da questo bagno di corsa, nudi, su alla quarantena. A piedi, nudi, di corsa, su in quarantena. Siamo stati lì un po’ di tempo. Dopo tre giorni, quattro, ci hanno dato i vestiti. Una camicia che arrivava qua, non arrivava proprio neanche… Una giacca di quelle lì che non arrivava neanche… Zoccoli che forse erano grandi o piccoli che non si arrivava a star dentro. Sono qui a raccontare adesso. Quando si aveva da fare i bisogni si doveva uscire fuori dalla baracca. C’era un pozzo al di fuori. Tutti uscivano, pieni di dissenteria. Tutti uscivano per andare a prendere il posto con il sedere su questo pozzo. Li hanno chiusi adesso, ho visto che li hanno chiusi. Non si sa neanche dove sono. Ognuno che faceva un movimento lì, uno cadeva dentro. E chi lo andava a prendere? Nessuno. Rimaneva dentro.

D: L’immatricolazione a Mauthausen quando te l’hanno fatta?

R: Quando mi hanno dato il vestito.

D: E il tuo numero te lo ricordi?

R: 726000… Ce l’ho a casa, non mi ricordo… 900 e qualcosa.

D: E il blocco te lo ricordi che numero era?

R: Il blocco della quarantena dove poi ci hanno mandati, pochi qua, pochi là, la prima uscita che ho fatto l’ho fatta a Wels, a levare macerie. Da Wels sono andato ad Ebensee.

D: Da Wels ti hanno mandato a Ebensee. Questo in che periodo? Te lo ricordi?

R: Non mi ricordo.

D: Non ti ricordi quando sei arrivato a Ebensee?

R: Non mi ricordo. Ho fatto poco a Wels, avrò fatto un mese a Wels, neanche: venticinque giorni, un mese. Mi ricordo un fatto strano a Ebensee, che il mio amico Barnaba, eravamo sempre vicini io e il mio amico Barnaba Alfredo, siamo lì vicini uno all’altro e mi consiglia… Perché andando di notte a lavorare nella stazione ferroviaria di Wels si aveva freddo. La camicia che non arrivava ai calzoni. Mi ha detto: “Sai cosa fai? Metti su una coperta, te la piego io dietro la schiena, te la piego io bene e te la metto su nella schiena. Così durante la notte nella stazione ferroviaria non sentirai freddo”. “Fammi, fammi quel lavoro lì”. Allora mi ha messo questa coperta e al rientro dalla stazione c’erano i tedeschi sulla scalinata di questo grande… Si voltavano e ci guardavano, ci contavano e ci guardavano. Al rientro io ero mezzo addormentato, vedo un maresciallo tedesco che vede la coperta uscire dal didietro della mia schiena, qua. Mi fa così, mi chiama e mi dice, non so come si dice in tedesco, di levare la giacca. La coperta cade. Chiama due prigionieri, prendono uno scagnetto, prendono due prigionieri, quelli più ruffiani che avevano solo voglia di mangiare una minestra in più, mi mettono sullo scagnetto e lì venticinque frustate. Uno con un affare così e l’altro con una tavola. Io ho sentito tre, quattro. Poi sono svenuto. Mi sono ripreso che ero sul braccio del mio amico Barnaba Alfredo che mi bagnava le labbra e i timpani. Non sapevo cosa fare, certamente credevo di essere morto. So che il mio amico mi ha salvato, non una volta, mi ha salvato tre, quattro volte questo mio amico. Barnaba Alfredo. A Ebensee è morto sul braccio a me. Chiuda, chiuda.

D: Ermes, no, stai tranquillo. Ermes, quello che tu hai raccontato della coperta, è successo a Wels o…?

R: A Wels, a Wels.

D: Dopo ti hanno trasferito a Ebensee?

R: A Ebensee, sì.

D: Eravate in tanti italiani?

R: Eravamo pochi.

D: Ascolta, a Ebensee ti ricordi in che blocco ti hanno messo?

R: No, non mi ricordo.

D: A Ebensee eri lì a lavorare anche a Ebensee?

R: Sì, alla galleria. Alla galleria lavoravo. Lì un ebreo mi aveva consigliato, mi aveva fatto capire che nel carbone, questa macchina che stava fuori, i carrelli pieni di materiale, c’era un carbone che era come quella sedia là, un marroncino chiaro. Quello lì era buono. I tedeschi facevano della margarina con quello. L’ebreo mi aveva consigliato, mi ha detto: “Mangia di quello, non avere paura, vedrai che quello ti salverà la vita”. Di fatti io mangiavo tre quarti di chilo, un chilo al giorno. Rubavo, andavo su alla macchinetta quando si fermavano e lo mettevo via nel seno per poter mangiare continuamente, quando avevo bisogno di mangiare.

D: Ma tu nella galleria cosa facevi?

R: Non so neanche cosa facevo. Ero nella galleria, facevo il manovale. Non so cosa facevo, cosa ero addetto a fare, i lavori, scaricare, non saprei neanche più cosa dire, cosa facevo là. Essendo in questa galleria, mi ricordo ancora che erano robe pazzesche, perché là pioveva di sopra. Era la morte sicura sopra, morte sicura. Si faceva a turni, turni di notte e turni di giorno.

D: E il tuo amico era sempre con te?

R: Non voleva mangiare il carbone il mio amico.

D: Ascolta un attimo, ritorniamo indietro un attimo alla stazione di Wels. Lì c’era un campo a Wels oppure vi portavano lì alla stazione?

R: No, era un campo fatto provvisorio sembra. Sembra che sia stato provvisorio, un grande palazzo era, con delle scalinate enormi. Ci buttavano là, ci mettevano là in questo camerone, ci mettevano in piedi così e si doveva dormire così, ci buttavano giù. Così a taglio si dormiva, ci buttavano una coperta sopra. Per quello quella coperta che dicevo.

D: Questo palazzo adibito a campo era vicino alla stazione, era nel centro della cittadina?

R: Si passava, si faceva un chilometro, un chilometro e mezzo per la città. E’ per questo che odio gli austriaci.

D: A piedi?

R: A piedi. Eravamo otto per otto, ci si teneva su per non cadere, eravamo già allo stremo. Si passava otto per otto e di dietro c’erano le portantine, quelli che portavano i cadaveri che cadevano per strada. Erano con bastoni, un bastone qua e un bastone di là, uno davanti e uno di dietro. Quando cadevano, buttavano su. Portavano i cadaveri.

D: Quindi attraversavi la cittadina?

R: La cittadina.

D: E i civili vi vedevano?

R: I cittadini ci vedevano e mi ricordo bene che, è per questo che odio gli austriaci, quando ci vedevano passare cadaveri viventi aprivano la porta di casa o la finestra e ci sputavano. Non sapendo che eravamo prigionieri di guerra. Non eravamo dei delinquenti. Ci sputavano. Io ho un ricordo brutto sugli austriaci ed è per questo che li odio, li odio veramente.

D: A Ebensee tu lavoravi in galleria, non ti ricordi il blocco?

R: Non mi ricordo, il diciannove mi pare, non so, il diciannove, il ventuno, il ventidue… Non mi ricordo.

D: Ti hanno cambiato il numero o ti hanno lasciato il numero?

R: Sempre il mio numero.

D: Quello di Mauthausen?

R: Quello di Mauthausen, sì.

D: Lì, mentre tu mangiavi il carbone, il tuo amico ti ha aiutato ancora?

R: Sì, sì. Mi ha aiutato più volte. L’unica volta veramente che mi è restato nel cuore il mio amico è quando mi hanno dato queste venticinque frustate, io non sapevo dov’ero, mi trovo sul braccio suo che mi bagnava la fronte, le labbra per farmi rinvenire. Un ricordo che non posso dimenticare.

D: Ascolta, lì a Ebensee fino a quando sei rimasto tu?

R: Sono rimasto lì un dieci giorni dopo arrivati gli americani.

D: Dov’eri tu al momento della Liberazione?

R: Nel campo.

D: Come te la ricordi la Liberazione?

R: Una cosa stupenda, veramente. Quando prima che mi morisse il mio amico ci chiamano tutti nella grande piazza e lì nella grande piazza avevano fatto un palco i tedeschi. Lì in tutte le lingue ci hanno detto: “Adesso arriveranno gli americani, vi daranno da mangiare di più”. Vedevi che tutti i prigionieri, uno che rideva, uno che piangeva, l’altro che cadeva, quell’altro che moriva, cadeva, moriva. Per la contentezza. Io ridevo dalla contentezza. Ero mezzo impazzito. La sera prima il mio amico doveva andare a lavorare e non si sentiva di andare a lavorare. Uno di Spilimberg mi pare che gli abbia detto: “Buttati giù per terra, fai finta che hai male. Se ti senti male, fai finta che hai male”. Doveva andare a fare il turno di notte. Lui si butta per terra. L’hanno portato dentro in quattro, l’hanno pestato fuori, calci nel ventre, calci nello stomaco, nella testa. Robe da non ricordare. L’hanno portato dentro, l’ho fatto mettere io nel mio castello, ero ancora io nel castello lì che aspettavo. Gli dicevo: “Alfredo, dimmi un po’ cosa hai. Cosa ti hanno fatto?”. Non rispondeva. “Alfredo, dimmi, dimmi, dimmi per favore, dimmi cosa hai”. Niente da fare. L’indomani mattina che sono arrivati gli americani hanno voluto tutti al campo nella grande piazza. Abbiamo portato fuori questo Alfredo, anche lui. L’abbiamo portato là, lui è caduto ed è morto lì. L’abbiamo portato nella baracca, io gli fregavo la testa. “Alfredo, dimmi un po’, dimmi, rispondimi. Cosa devo dire a casa se arrivo prima di te?”. Per non fargli capire che era dietro a morire. Gli fregavo la testa e lui non mi dava risposta. Mi è morto lì.

D: Dopo sono arrivati gli americani?

R: Sono arrivati gli americani e hanno dato quarantotto ore di carta bianca. Chi aveva la forza? Io non avevo la forza. C’erano certi russi che avevano la forza, cercavano i capi blocchi. Tutti erano già travestiti al pari di noi, ma c’erano quelli che li conoscevano. Vedere correre dietro a questi capi blocchi era una soddisfazione per me. Era stata una gran soddisfazione, gli correvano dietro e giù botte. Ho visto uno ammazzarlo di legnate e poi l’hanno buttato dentro nella piscina. Lui cercava di nuotare e io non avevo forza di vederlo morire. Sono andato dentro con la testa in mezzo a tutte queste gambe che volevano vederlo morire. L’ho visto che annaspava nell’acqua, ho visto che gli buttavano dentro dei sassi fin quando è rimasto dentro con un sasso sopra la testa, questo capo blocco. Ho visto uno ucciderlo con la Miska, l’affare in cui si mangiava dentro, con quella là. E’ morto quello lì sul rivale, lo hanno lasciato lì due o tre giorni prima che morisse. Sono successe certe cose che è bello raccontare, ma fa male oggi la fine com’è stata. La fine doveva essere non so come io, doveva essere guidata da qualcuno, perché quarantotto ore di carta bianca… E’ successo quello che non doveva succedere. Anche per le case andavano a Ebensee i prigionieri. Chi aveva la forza, la grande forza l’avevano i russi, non noi italiani.

D: Tu a Ebensee dopo la Liberazione sei rimasto fino a quando?

R: Sono rimasto lì dieci giorni. Quelli che mi avevano fatto portare fuori il coltello a Pordenone e il ferro dietro la schiena mi hanno preso e mi hanno detto: “Vieni, vieni con noi”. Ma non arrivavo a camminare io. Allora si sono messi d’accordo in quattro di portarmi uno di qua e uno di là con loro, si davano il cambio. Pesavo vent’otto chili. Sono andato a finire a Hanau, mi ricordo ancora, a piedi a Hanau, io e un ragioniere. Non so gli altri, sono spariti, sono rimasto io e Sergio si chiamava, un ragioniere era. Eravamo rimasti io e lui. All’inizio del paese io non arrivavo più a camminare, mi tenevo su per il muro di una casa. Sono venuti fuori gli austriaci a vedere cosa… A vedermi così hanno detto: “Qua bisogna chiamare qualcuno”. Hanno chiamato quest’infermiera di vicino a Orciano, un paese vicino a Orciano. Era infermiera italiana. Quando sono venuti fuori mi hanno detto: “Di dove sono?”. Italiani, allora hanno chiamato un’infermiera, quella di Orciano. E’ venuta vicino: “Di dove siete?”. “Di Udine”. “Oh, di Udine”. Ci ha parlato in friulano. Questa mi ha preso, non potevo camminare, perché io ho evitato la Croce Rossa Internazionale sei volte, volevano mettermi nell’ospedale. Io avevo paura più di entrare nell’ospedale che di camminare e morire per strada. La signorina mi ha detto: “Stai fermo che io non ti porto in ospedale, ti porto con due italiani che sono qui in piazza a Hanau”. Io e questo mio amico, Sergio. Ha chiamato questi due italiani, prigionieri militari. Gli ha detto: “Dovete fare un posto a questi due.” Erano titubanti ancora, hanno cercato di darci il posto in questa casa. Ci hanno fatto il letto, uno di qua e uno di là. Siamo stati lì un paio di giorni, non so quanti giorni siamo stati lì. Durante la notte avevo il tifo pitecchiale, mi grattavo, mi grattavo. Mi vergognavo a farmi vedere grattare, aspettavo che loro si addormentassero per poter grattarmi durante la notte. E giù, giù, giù a grattarmi fin quando loro si sono accorti e hanno detto a questa signorina: “Vedete, noi non possiamo tenerlo perché è così, così e così, bisogna farlo vedere ad un dottore”. L’indomani l’infermiera mi ha portato da un dottore,. Mi ha detto: “Tira giù i calzoni”. Andavano giù da soli i calzoni, avevano uno spago legato al ventre. Slegato lo spago, giù i calzoni. Quando mi ha visto, ha detto “Aaaah” il dottore, si è spaventato. Mi ha preso, mi ha messo in una vasca di cemento, mi ha messo non so cosa dentro, mi ha messo dentro fino a qua. Non so quanto tempo sono stato dentro in questa vasca. L’ho fatta per tre volte questa roba. Obbligo eh. Mi cadevano non so cosa, uscivano fuori. Facevo così alla testa, usciva una bestiolina con le gambe così. Facevo sul ventre così e uscivano le bestie, erano i pidocchi penetrati. Passata questa storia dei pidocchi, del tifo pitecchiale, arrivano gli americani in piazza. Io vado là, gli americani a vedermi in quelle condizioni cercavano di farmi mille feste. Mi avevano messo come capo della cucina e io guardavo il mangiare, ma non potevo mangiare, non arrivavo a mangiare. Stavo lì a fare il capo della cucina. Quello che rimaneva nei grandi recipienti della cucina, mi avevano dato l’ordine di farne quello che volevo. A vedere gli austriaci che venivano a domandare da mangiare, con l’odio che avevo buttavo giù tutto nel canale, facevo buttar giù tutto nel canale. Non davo niente agli austriaci. Non so se facevo bene o male, avevo un odio tremendo.

D: Ermes, ti ricordi il giorno della Liberazione che giorno era? Quando eri lì a Ebensee che sono arrivati gli americani?

R: Il 5 maggio. Mi ricordo, quello sì. Perché il 4 ci avevano chiamato nella grande piazza, può dirlo anche Tibaldi.

D: Ascolta, lì gli americani ti hanno nominato capo cuciniere.

R: Sì.

D: Dopo quando sei rientrato in Italia?

R: Sono rientrato in Italia…da lì mi hanno portato a Klausenbach, in un campo di smistamento, là erano tutti prigionieri militari, prigionieri politici e via discorrendo. Mi hanno portato là gli americani, mi hanno portato in questo campo a Klausenbach. Lì nessuno ci guardava, se avevi male, se avevi bisogno di qualcosa, nessuno c’era. Eravamo come all’arrembaggio. Siamo stati lì non so quanto tempo a Klausenbach. Ero andato al secondo piano, terzo con prigionieri militari, dormivo sopra. Un giorno siamo andati a rubare il latte nella cucina dell’infermeria. Con un alpino sono andato, un alpino mi ha preso, siccome avevo bisogno di latte, sapevo che avevo bisogno di latte. Gli domando all’alpino: “Fammi una cortesia. Prendimi un po’ di latte”. E’ andato nel grande bidone e mi ha preso una gavetta di latte. Me la sono bevuta tutta, ma durante la notte dissenteria. Infatti, avevo paura di disturbare i vicini che avevo lì, non sapevo cosa fare. Andavo giù, dovevo andare giù per le scale. Non sapevo se dovevo fare ancora uno scalino o fermarmi, fin quando ho detto: “Faccio lo scalino”. Avevo gli scarponi, avevo pieni gli scarponi perché andava giù dritta. Non sapevo cosa fare dopo. Cosa dovevo fare? Sono andato sotto nelle cantine a cercare qualcosa per potermi cambiare e lavarmi con quella forza che avevo. Nelle cantine ho trovato qualcosa. Latte lasciarlo, ho detto, non si può bere più latte qua. Da lì mi hanno portato ad Innsbruck. Si doveva fare la quarantena entrando in Italia. Mi hanno detto che se trovavo una persona che mi accompagna in Italia, io sarei andato via direttamente senza far la quarantena. Difatti ho trovato uno di Treppo, un certo De Luca Ivano. Trovo questo qua, gli dico: “Se vieni con me non fai la quarantena”. Lui “Magari” dice, e mi ha accompagnato lui. Almeno non mi avesse accompagnato. Ho fatto venti scale, nessuno poteva rientrare in Italia, era tutto interrotto. Dicevano che sul Tagliamento c’erano i fascisti che ci aspettavano, era un casino hanno detto in Italia. Sono arrivato il 16 giugno in Italia.

D: Dove sei arrivato?

R: A Udine. Siamo arrivati col treno fino a Basiliano. A Basiliano io e questo De Luca la polizia partigiana ci ha fatto smontare, perché non si poteva andare coi macchinari che avevano sopra. Ci hanno fatto smontare giù a piedi, io non potevo camminare. Ogni venti metri, ogni venticinque dovevo sedermi, perché non arrivavo. Siamo arrivati in quel paese dopo Basiliano, come si chiama… Campoformido. A Campoformido è venuto fuori un vecchietto e ci dice: “Dove andate?”. “A Udine”. “Aspettate, aspettate che vado a prendere io il mulo”. E’ andato dentro nel suo cortile, ha preso il mulo con la carretta e ci ha portati fino in Piazza Vittorio a Udine. Quando sono arrivato là, abbiamo ringraziato questo vecchietto e via a casa. A Udine, in Piazza Vittorio. L’elettricista di Tricesimo Mansutti, lo chiamo “Mansutti!”. “Chi sei tu?”. Ha cambiato vagone, non è venuto sul nostro vagone dopo, ha preso paura. Ero in condizioni che facevo proprio… Gli inglesi a Treviso mi hanno fatto smontare, levare la camicia e mi hanno ripreso con la cinepresa, mi hanno fatto delle fotografie, di qua, di là, almeno che avessi un ricordo di quelle robe. Per aver concesso loro di fare queste fotografie sulla mia personalità mi hanno regalato cioccolata e lire. Credevo che fossero dollari, gli dicevo: “Prendi, prendi tu” al mio amico Ivano. Aveva un sacco Ivano e le metteva dentro. Siamo diventati signori. Non valevano niente, robe da pazzi.

Montefiori Aldo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io mi chiamo Montefiori Aldo, nato il 03.04.1921 a Valeriano di La Spezia. Ero un ex militare di marina. L’8 settembre sbandato mi sono ritirato al mio paese, a casa. Ad un certo momento hanno attaccato dei manifesti: “O con noi o contro di noi”, di ripresentarsi di nuovo a militare. Se non che una ristretta compagnia, compreso un mio caro amico, Ameglio, che poi divenne comandante della Giustizia e Libertà, abbiamo deciso di non presentarci più sotto alle armi dell’esercito della repubblica. Allora abbiamo deciso di allontanarci e andare ai monti.

Se non che dopo un lungo lavoro io, il sottoscritto, venne arrestato nello stesso paese verso i primi di luglio 1944. Mi prendono, un certo Oreglio Gallo, che allora era una persona forte in quell’ambiente, molto cattivo, e un maresciallo della Feld/gendarmeria, è un certo Vacarezza di La Spezia. Mi portano alle carceri di Villa Andreini a La Spezia, in cui sono stato imputato di avere partecipato nelle zone partigiane, aver portato su dei ragazzi, ecc. Insieme a me hanno arrestato, che è tuttora la mia presidente, Paganini, sua mamma, sua sorella, suo fratello, un po’ quasi tutta la famiglia.

Lì hanno fatto un po’ l’interrogatorio a tutti. A un certo momento dopo una settimana, dieci giorni, una buona parte, compreso la Paganini, sono partiti per Marassi di Genova, per andare a Genova e io e altri due o tre siamo rimasti a Villa Andreini. Se non che la Paganini e altri, a quanto abbiamo saputo dopo la Liberazione, era stata attaccata dai partigiani e di conseguenza a noi a Genova per via terra non ci hanno più portato. Lì ho dovuto subire oltre tre mesi di carcere a Villa Anfreini.

Dopo tre mesi circa mi prendono e mi portano insieme con quelli che erano presi da poco tempo, cioè il famoso campo di concentramento di Ventunesimo. Ci hanno portato a San Bartolomeo in un cantiere navale, ci hanno trasferito al carcere di Genova. Quando sono stato nel carcere di Genova, eravamo in tanti, centinaia che siamo stati lì, hanno fatto una scelta: questi qua che siamo.

E hanno tirato fuori nomi, venti, quelli che avevano vent’anni, i giovani. Io mi sono fatto fuori, avevo vent’anni. Mi hanno messo a fare lo scopino. Da una parte cercavano i barbieri per fare la barba, hanno cercato il barbiere, hanno cercato i falegnami per fare le casse da morto, elettricisti. Io in qualità di scopino ritengo di essere stato un po’ fortunato, in quanto ho avuto la possibilità di camminare di più nei corridoi e ho avuto la fortuna anche di conoscere tutti i miei compagni di cella, di Migliarina, di La Spezia e tutto quanto, dei preti. Tutto nell’insieme sono stato soddisfatto di avere fatto quello che ho fatto, perché ho cercato di aiutare tutti. Lì dentro ho conosciuto un certo Morelli Vittorio fra tutti questi, che era un sergente, un sottufficiale, ferito ad un braccio già in guerra. Lui mi ha raccontato che era sfollato su vicino al mio paese.

Ci siamo fatti amici, però lui era già interrogato da questo Gallo, ecc. A forza di torture e botte è diventato cieco, non vedeva più. Se non che allora io ho pensato di prendermelo a cuore, di starci più vicino per aiutarlo e ho cominciato dalla biancheria intima, spidocchiare, levare i pidocchi, perché lui non poteva vedere, non poteva farci niente. Dopo essere stato lì, dopo due o tre mesi circa, ci hanno portato al campo di Bolzano.

D: Scusa un attimo, quando tu parli delle carceri di Spezia e delle carceri di Marassi, di Genova, sempre gestite da fascisti?

R: Sempre gestite da tedeschi e fascisti. Tedeschi e fascisti.

D: Tu sei mai stato interrogato?

R: Sì, più volte. Anzi, devo dire questo, che ho subito un interrogatorio a Genova in cui mi hanno accusato di aver partecipato a delle azioni che io assolutamente non ho fatto, perché ero già in galera a La Spezia. Quindi era assurdo che io dovevo fare e sono stato accusato di aver fatto degli attacchi a queste colonne di tedeschi, in quanto io non c’entro.

Gli ho detto: “Ma se ero già sotto di voi, come faccio ad aver fatto queste azioni? E’ impossibile”. Però dopo nei corridoi, dopo i primi interrogatori, incontrai un certo dottor Valenti, che anche lui non aveva confessato perché diceva di no, però a forza di torture e botte è morto.

E’ morto dentro il carcere di Sarzana, dentro al carcere vicino. Ho avuto la sfortuna purtroppo di metterlo dentro la cassa io. Lui prima di morire mi dice: “Guarda di firmare e di’ ai compagni di firmare, perché tanto è meglio firmare tutto quello che dicono, perché altrimenti ti fucilano.

E’ meglio morire fucilati che per la tortura”. Allora io ho sparso la voce, firmate, non dite niente. Abbiamo firmato tutti i verbali, queste condanne a morte, fucilazione non eseguita. Poi ci hanno portato su al campo di Bolzano. Al campo di Bolzano…

D: Scusami se ti interrompo, ma da Genova al campo di Bolzano con cosa sei andato?

R: Con dei pullman, ammanettati uno con l’altro. Abbiamo fatto la tappa nel carcere di San Vittore a Milano, poi siamo arrivati a Bolzano al mattino verso le sei mi sembra, era d’inverno. Lì hanno cominciato a fare le pulizie, hanno tagliato i capelli, hanno messo tutto a posto, queste cose qua. Ci hanno messo al muro e tutto il giorno nudi contro al muro con quel freddo che c’era, con una coperta. Tutti contro il muro e tutti snudati, perché hanno portato a disinfettare i…

D: Ti ricordi che giorno era? O il mese?

R: Più o meno era forse febbraio, non so, verso il mese di febbraio.

D: Ti hanno tolto i tuoi vestiti?

R: Tutti, nudi completamente. Siamo rimasti attaccati ai muri nudi e siamo rimasti là tutto il giorno così. Allora io ero giovane e ho resistito di più, ma qualcuno che era anziano andava anche in terra e non ce la faceva.

Erano pensieri brutti da pensare, anche per questi vecchi che proprio non ce la facevano a stare in piedi e crollavano, andavano in terra. Lì con questo mio amico, questo Morelli che me lo sono preso a cuore, l’avevo sempre vicino a me, ci hanno messo a dormire proprio vicino, a tu per tu.

Ho continuato sempre a dargli quella brodaglia che ci davano e a tenerlo lì, spidocchiarlo, a fare tutte queste cose. Se non che si parlava di queste cose. Venne però un giorno, quasi alla fine, il venerdì Santo. Però correva già la voce, qualche cosa, la Croce Rossa Internazionale, qualche cosa di cambiamento ci doveva essere in questo campo.

Questo mio amico mi dice: “Stai a sentire, c’è un cappellano che vuole fare la comunione domani mattina, io sono cieco, andiamo a fare la comunione”. Gli ho detto: “Stai tranquillo, io vengo con te e facciamo la comunione, domani mattina andiamo a fare la comunione”. Andiamo a fare la comunione, veniamo in blocco e alla sera quest’uomo mi dice: “Quanto pagherei, Aldo, per rivedere un po’, per conoscerti, vederti in faccia e vedere mia madre”. Nella nottata a questo ragazzo è ritornata la vista.

Allora lì c’era un certo professor Pirelli di Milano, c’era un professor Ferrari, che poi è diventato sindaco di Milano, c’era il dottor Campodonico, c’era un altro dottore di specie. Lì hanno fatto un po’ un colloquio, hanno fatto un po’ un consulto tutti insieme, perché gridavano al miracolo. Hanno deciso che c’era questo nervo ottico preso dal sangue che con questa fede, con questa cosa qua si era sciolto e gli era tornata la vista. Questa è la vita. Poi siamo ritornati al campo, a casa.

D: Aldo, ma quando sei arrivato a Bolzano, dopo che vi hanno tenuto in piedi per un giorno nudi, in che blocco ti hanno messo?

R: E, al blocco E, il blocco del triangolo rosso.

D: Avevi un numero di matricola?

R: Sì, adesso mi sembra 942, non mi ricordo bene di preciso. Ce l’ho a casa, ma adesso non mi ricordo bene il numero di matricola.

D: Ascolta, cosa facevate tutto il giorno nel campo?

R: Dentro nel campo assolutamente niente, perché eravamo in attesa per andare giù in Austria. Infatti, lì per due volte hanno tentato di metterci sui vagoni, ci hanno messo sui vagoni. Io ammanettato con questo ragazzo, questo Morelli sui vagoni.

Ci hanno portato sul Brennero per partire, eravamo su di là, se non che sono arrivati poi dei bombardamenti, noi eravamo dentro questi vagoni e tutto quanto. Lì dovevamo fare tutto addosso uno con l’altro, anzi avevamo scelto attraverso il professor Pirelli un angolo per andare a fare le nostre cose.

Figuriamoci questo ragazzo che dovevo farlo attraversare tra le gambe, perché eravamo a testa di pesce uno con l’altro, farlo passare per andare là. Eravamo tutti sporchi da cima a fondo come le cose. Poi non ce l’hanno fatta perché con questi bombardamenti le linee saltavano per aria, ci hanno riportato indietro. Hanno fatto la seconda volta, è successo altrettanto, non ce l’hanno fatta. Poi da lì il campo di Bolzano è passato campo fisso.

Allora al mattino ci portavano a levare le bombe, una parte andava a fare una cosa o l’altra finché è venuta la Liberazione e si viene a casa.

D: Ti ricordi se nel campo c’erano anche delle donne?

R: Sì, era vicino a noi. Nel campo c’erano molte donne. C’era anche una di Spezia, una certa Righetti, c’era la Dora. Poi a parte che era passata, come dico, la mia presidente, sua sorella. Ce n’erano, ce n’erano tante.

D: Ti ricordi quando tu eri nel campo di Bolzano se hai visto anche dei religiosi, dei sacerdoti?

R: Sì, molti. C’era don Scappazzoni, mi sembra, di Carrara, che poi è venuto anche qui a Villa di Tresana a Spezia a fare il parroco. C’era anche quello che ci ha portato per fare la comunione nel nostro blocco, Don Spadoni. Me lo ricordo, perché poi è venuto a trovarci a casa a me e a Bettazzini, ci ha fatto festa, tutto quanto. Una bellissima persona.

D: Ti ricordi se hai visto anche dei bambini, dei ragazzini?

R: Dei bambini li ho visti insieme alle donne, che allattavano anche, allattavano dei bambini, piccoli, molto piccoli. Vicino al blocco nostro c’era il blocco delle donne. Erano piccoli piccoli.

D: Aldo, ti ricordi com’era organizzato il campo?

R: Devo dire la verità, che il campo non l’ho conosciuto bene, perché eravamo sempre fissi dentro a questo blocco E, blocco recintato che non potevamo andare a contatto con gli altri blocchi, se non che poi al mattino venivano i tedeschi e ci portavano a lavorare e riportavano lì.

Quando poi è avvenuto che portavano via, io sono andato via col camion con la roba dentro e il campo l’ho conosciuto ben poco. Per dire la verità ho conosciuto solo quel posto, quel blocco lì, ma il campo non… So che dicevano che c’erano delle officine, che c’erano i falegnami che facevano dei lavori, ma io non le ho viste quelle cose.

D: Ti ricordi se c’era un blocco celle?

R: Sì, c’era anche la Mascagni. Mi ricordo la Mascagni, che era di Bolzano, che era la parte di là. Qualcuno che faceva qualche cosa andava lì, e lì soffrivano ancora molto di più di quello che non si soffriva noi. Il blocco celle sì, c’era.

D: E’ vero che avevate voi dei soldi che valevano per acquistare delle cose all’interno del campo?

R: Noi no, a noi lì dentro davano delle cose qualcosa che avevano di contrabbando, nel campo circolavano queste cose, ma questo blocco che era il blocco del triangolo rosso, era una cosa che qualcuno li poteva avere, ma la maggioranza no. La maggioranza senz’altro no, perché eravamo ristretti, rinchiusi dentro questo reticolato.

D: Tu o altri tuoi compagni di deportazione, quando eravate nel campo di Bolzano, avete potuto scrivere fuori dal campo o ricevere lettere o cartoline o pacchi?

R: Ricevere no, però qualcuno è riuscito o attraverso il treno o qualcuno a spedire delle lettere, qualche cosa che hanno buttato giù o hanno fatto avere qualcosa. Anche lì devo dire che un mio caro amico, un ragazzo di Valeriano, certo Chella Rino, ha scritto, è riuscito, una lettera è arrivata a casa ai suoi familiari. Lì c’era scritto, dice: “Mamma, io sto bene, sto partendo. A Genova Marassi ho incontrato Aldo”, che ero io, “e Aldo mi ha rifornito di materiale d’inverno, delle maglie da mettermi. State tranquilli. Mi ha dato anche dei soldini”. Siccome quando è andato via questo ragazzo da Marassi, io avevo qualche cento lire, non fumavo, non mi servivano a niente, li ho dati a lui. Avevo un po’ di pane perché, come ripeto, a Genova io ero lì, glielo ho dato.

Ero riuscito ad avere delle maglie, degli indumenti, sono andato da questi parroci che ce n’erano una decina di Spezia e si sono levati i loro indumenti, li hanno dati a me per darli a questo ragazzo, perché lo vedevano che era vivo e che era nudo. Di questo devo ringraziare padre Pio, che poverino dalle botte aveva il vestito bianco che era più rosso che bianco. Tutti, li hanno picchiati a morte tutti. Dieci parroci, tutti e dieci dentro nella cella.

D: Ma questo dove, Aldo?

R: A Marassi a Genova. Quando ha scritto questo ragazzo da Bolzano, che ha buttato giù, ha messo appunto che ha incontrato me a Genova e io ritorno indietro e devo dire che a Genova ho fatto questo lavoro a questo ragazzo. Mi sono rivolto a questi preti, a questi qua e loro mi hanno aiutato un po’ per uno, mi hanno fatto un fagotto di roba per dare. E loro continuavano, erano lì e sono rimasti fino alla Liberazione. Però devo dirti che hanno sofferto, sofferto come in un campo di concentramento e forse anche più, perché erano a rischio lì, erano a rischio di morire. Era tutta una cosa così.

D: Aldo, allora, tu dicevi, nel campo di concentramento a Bolzano dopo il tentativo di portarvi nei campi d’Oltralpe vi mandavano fuori a lavorare.

R: Sì.

D: Ti ricordi tu in che posti andavi?

R: No, proprio no. Io so che andavo a levare delle bombe, mi dicevano, durante la ferrovia, durante le cose. Andavamo lì, si levavano le bombe, poi si ritornava alla sera dentro, mattina là. E’ durato un po’, poi basta. Altri li portavano dalle altre parti. Quattro o cinque di qua, quattro o cinque di là, li portavano un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Bolzano poi è diventato un campo fisso e questo campo poi l’hanno destinato ad andare a lavorare, una squadra da una parte e una squadra dall’altra.

D: Ti ricordi qualche SS del campo?

R: Devo dire che ce n’era uno che era fetente, veramente fetente, perché anche lì cappello su, cappello giù. Allora quando entravi, perché bisogna dire la verità, quando entravi nel blocco picchiavano sempre, erano lì coi manganelli e gli ultimi a entrare li picchiavano, sia che facevi presto sia che facevi tardi. Anche lì onestamente parlando, io avevo vent’anni, ero sempre uno dei primi ad infilarmi dentro, non ne prendevo mai.

Ma i vecchi erano sempre quelli che le prendevano, erano sempre i soliti, io mi ricordo. Cappello su, cappello giù, poi tutti dentro e io anche lì un po’ di fortuna ho avuto, perché m’infilavo dentro. Vent’anni allora erano tanti, erano buoni per affrontare quelle cose lì. Però i vecchi no.

D: Tu sei mai stato testimone di atti di violenza?

R: No. Direi di no.

D: Parlo del campo di Bolzano.

R: Sì, sì, sì.

D: I due ucraini, tu li hai conosciuti?

R: Lì li ho conosciuti, erano lì, c’erano, esistevano, ma adesso mi dice…più o meno, esistevano, c’erano, so che picchiavano. Hanno portato lì uno che ha fatto un tentativo di fuga, l’hanno ucciso, ce l’hanno portato lì davanti a noi, ce l’hanno messo lì davanti per farci vedere che non bisogna scappare, tutte queste cose. Se erano di qua o erano di là io non lo posso dire.

D: E quella che chiamavano “la tigre”, tu te la ricordi?

R: La tigre la chiamavano “la Titti” mi sembra di nome, era la segretaria del comandante, Titho, perché lì che comandava era uno della SS tedesca che era Titho. Mi sembra per sentito dire degli ultimi giorni che questa gli faceva un po’ da segretaria e si chiamava Titti. La chiamavano la Titti.

D: Aldo, quando tu andavi fuori a lavorare lì dal campo di Bolzano a spostare macerie o a spostare bombe, cose di questo genere, incontravi dei civili?

R: Sì, però ti guardavano male, o forzatamente o no. Qualcuno cercava anche di buttarti una mela da buttare là, ma pagavano loro, perché i tedeschi picchiavano loro là, quindi rischiavano. Qualcuno c’era, però era così.

D: All’interno del Lager di Bolzano i deportati avevano costituito un gruppo di liberazione, un comitato di liberazione?

R: In fondo, nell’ultimo sì, negli ultimi giorni era subentrato, un po’ c’era questo. Infatti, a me un certo Battolini di La Spezia venne, mi ha dato un tesserino e mi ha nominato capo squadra quando si doveva partire. Perché quando siamo partiti, perché la guerra non era ancora proprio finita, io poi a Trento mi sono arruolato nei partigiani, sono ritornato.

Lui è venuto a casa, Morelli ha camminato là. Io sono andato, invece, di nuovo coi partigiani, sono rimasto lassù. Lì c’era un comitato che aveva da fare anche lì l’avvocato Ducci. A quanto avevo capito che collaborava molto dall’esterno era allora l’ostetrica del Comune di Bolzano, per quanto sentivo dire c’era l’ostetrica del Comune di Bolzano che aiutava e faceva qualche cosa, esisteva. Ma nell’ultimo.

D: Aldo, il momento della Liberazione. Tu dove ti trovavi?

R: Dentro al campo.

D: Cosa è successo?

R: E’ successo che hanno dato un tesserino, una parte sul camion, una parte a piedi. Noi siamo arrivati un po’ col camion, un po’ a piedi, poi ci siamo affacciati in piedi. Io sono arrivato a Trento, a Trento ci hanno portato dentro, io sono andato dentro dai preti. Abbiamo chiesto e loro ci hanno indirizzato bene, perché lì ci hanno arruolato di nuovo coi partigiani. Abbiamo passato sette, otto giorni, la Liberazione di Trento l’abbiamo fatta noi là dentro.

D: Quando tu sei stato liberato da Bolzano? Te lo ricordi?

R: Adesso non mi ricordo la data, tutti insieme non mi ricordo la data.

D: Da chi sei stato liberato? Sono stati i tedeschi a lasciarvi andare?

R: Il campo ha dato un tesserino di viaggio, di uscita dal campo, hanno dato questo e hanno mollato. Poi hanno messo dei camion a disposizione, qualcuno è andato a piedi e ci hanno mollato come pecore, come…

D: Dopo Trento tu sei arrivato a Spezia?

R: Dopo Trento poi a piedi, un po’ un camion, un po’ di qua, un po’ da una parte, un po’ col carro, una cosa e l’altra sono arrivato a Spezia. Alla bell’e meglio sono arrivato a Spezia.

Rudolf Maria

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Rudolf Maria, sono nata a Gorizia il 17 agosto del 1926.

Quando ero piccola, ci siamo trasferiti a 35 km di distanza da Gorizia verso il confine dell’allora Iugoslavia. Lì ho vissuto per sedici anni e lì sono stata arrestata.

D: Scusa, Maria. Chi ti ha arrestato?

R: Mi hanno arrestato i tedeschi perché io ero corriere dei partigiani e sono stata denunciata dai paesani.

Mi hanno portata nelle carceri di Gorizia e lì sono rimasta per tre mesi.

D: Quando? Ti ricordi la data?

R: Il 12 aprile del 1944.

D: Chi ti ha interrogato?

R: I tedeschi.

D: Nelle carceri di Gorizia.

R: Nelle carceri di Gorizia.

D: E cosa ti chiedevano?

R: Volevano sapere delle organizzazioni ecc., ma io ho fatto finta di non sapere assolutamente niente, perché i nomi dei partigiani erano tutti nomi di battaglia ed erano organizzati in maniera che non potevano dimostrare che io sapessi qualcosa.

Comunque, nonostante l’età, io devo congratularmi con me stessa perché non ho mai detto niente.

D: Hai subìto anche delle torture?

R: Se non avessi riconosciuto, no, non è giusto. Ho riconosciuto.

Se avessi detto che io non ero il corriere dei partigiani, sicuramente mi avrebbero torturata, ma io non potevo negarlo perché lì c’erano dei testimoni che mi hanno denunciato e non potevo smentire.

D: Nelle carceri, quanto tempo sei rimasta?

R: Sono rimasta tre mesi a Gorizia e dopo il processo mi hanno portato al Coroneo, nelle carceri di Trieste.

Il 12 settembre del 1944, con un carro bestiame, mi hanno portata ad Auschwitz.

D: Eri da sola o c’erano anche delle tue compagne?

R: C’erano tante mie compagne perché le conoscevo già in carcere a Gorizia e poi ci siamo ritrovate a Trieste e da Trieste ci hanno portato in questo campo di concentramento di Auschwitz.

D: Scusa, Maria, ti ricordi dal Coroneo al carico del Transport, dove vi hanno portato?

R: Non ci hanno mai detto niente, perché loro facevano tutto senza che noi sapessimo qualcosa.

Quando sono arrivata ad Auschwitz, mi è venuto un colpo perché sentivo qualcuno che mi chiamava ma non riconoscevo nessuno e poi sento: “Maria, Maria, sono io, non mi riconosci?”.

Le mie compagne che erano partite prima di me, erano già ridotte a delle larve.

Io non le ho riconosciute.

E poi la cosa che più mi ricordo e che più mi è rimasta impressa è quando mi hanno fatto spogliare tutta davanti ai tedeschi, io avrei preferito essere morta in quel momento, perché avendo vissuto in un paese, senza avere visto prima un cinema, qualsiasi cosa, per me era talmente da morire di vergogna, dovermi spogliare davanti a tutti.

Poi ci hanno dato un vestito, quello che capitava, un paio di zoccoli di legno, tipo olandese, e niente altro.

Ci hanno tagliato i capelli, portato via tutto quello che avevamo con noi, che poi non era molto. Ci hanno raggruppato in una baracca dove non si poteva stare seduti così come sto adesso seduta io. Era tanto basso, chiamiamolo il tetto, che dovevano stare seduti così.

Dunque immaginate quale tortura per noi a diciotto anni.

E la notte si dormiva in otto in un piccolo spazio, dove per rimanere tutti dovevamo avere uno la testa qui e uno la testa dall’altra parte, altrimenti non ci si stava.

Alla mattina dovevamo spogliarci completamente nudi e fare l’appello davanti alla baracca, che poi era già autunno, i primi di ottobre e faceva freddo.

In una di queste mattine, ricordo che passava davanti a noi un camion che al momento non sapevamo cos’era e poi ci siamo accorti che era un camion pieno di cadaveri nudi, perché quando si stava all’appello, di tanto in tanto qualcuno cadeva a terra, e lo raccoglievano e lo portavano nel forno.

Tutte le mattine dovevamo stare così in piedi nudi per diverse ore.

Ci davano un mangiare che io definirei per i maiali e una sola volta al giorno e se tu non avevi una bacinella, qualcosa del genere per mettere dentro questa minestra, rimanevi anche senza quella.

Io ricordo che per la gran fame mi rotolavo sotto il reticolato di ferro, di filo spinato, per andare a mangiare quel poco che rimaneva alle persone ammalate di tifo.

Io rischiavo la vita, ma la fame era tanta che non ci pensavo due volte e c’era una specie di baracca che fungeva da ospedale e lì c’erano queste persone che non riuscivano più a mangiare perché erano mezze morte.

Io andavo a raccogliere gli avanzi di quelle persone.

D: Scusa, Maria, il viaggio da Trieste ad Auschwitz quanto è durato? Te lo ricordi?

R: E’ durato parecchi giorni, ma io non saprei dire con esattezza quanti.

D: Eravate in tanti, nel tuo vagone?

R: Eravamo in tanti e quando siamo arrivati ad Auschwitz, io ho riconosciuto una persona ebrea che invece lei non conosceva me, e c’era anche il suo nipotino.

Quella volta, io avrei preferito…, peccato che non gliel’ho detto che la conoscevo ecc. perché quando sono ritornata da Auschwitz, ho raccontato di avere visto questa signora con il nipotino e il figlio di questa signora è venuto da me a chiedermi cosa so di preciso.

Mi è dispiaciuto tantissimo perché non potevo raccontargli niente più del fatto che l’avevo vista e basta.

Perché io ero tanto convinta del fatto che non sarei ritornata a casa, che non valeva la pena di dirle che la conoscevo.

D: Scusa, Maria, quando tu parli di Auschwitz 1 o di Birkenau?

R: Proprio Auschwitz 1.

Io sono rimasta lì ma soltanto 40 giorni…

D: Hai detto che quando sei entrata vi hanno fatto la spogliazione…

Vi hanno dato dei vestitacci…

R: Quello che capitava…

D: Senza biancheria intima…

R: Senza biancheria intima…

D: L’immatricolazione, quando ve l’hanno fatta?

R: Quando ci siamo spogliati in fila, tutti quanti, ci hanno fatto il numero che io da quel momento sono diventata un numero, non più un nome e cognome, un numero.

D: Il tuo numero qual è?

R: Il mio numero è 88.492.

D: Ti hanno dato anche un triangolo?

R: Sì, io sul vestito avevo un triangolo rosso “IT” che significava “italiana”. Gli ebrei invece avevano un triangolo giallo che non ricordo bene se era una stella.

D: Quindi tu sei rimasta ad Auschwitz 1 per quaranta giorni?

R: Per quaranta giorni.

D: Ti ricordi il numero del tuo blocco?

R: No.

D: Non te lo ricordi.

R: No, perché non siamo rimasti sempre nello stesso blocco, ci hanno trasferito più volte.

Per questo quando si rischiava di rimanere senza bacinella per il mangiare non mangiavi proprio.

D: Dovevi digiunare?

R: Eccome. Io ho visto episodi terribili di questa fame perché lei sa quanta fame si ha a diciotto anni e poi c’erano anche persone già molto ammalate che finivano lì, come avevo già detto, in questo ospedale. E io andavo lì sperando di trovare qualcosa.

D: Hai detto che hai visto quella signora ebrea con il nipotino.

Hai visto altri bambini?

R: No, perché lei è partita proprio con il mio trasporto, per cui l’ho vista lì quando ci dovevamo spogliare e ho visto quanto era dispiaciuta a doversi svestire davanti al suo nipotino.

D: Nel tuo trasporto non ricordi i numeri, quanti eravate più o meno?

R: No, perché eravamo in diversi vagoni e poi io ero così disperata, che non mi interessavo di niente.

D: In questi 40 giorni che sei rimasti ad Auschwitz 1, cosa hai fatto?

R: Praticamente non ho fatto niente, perché loro già preparavano dei trasporti, dopo la quarantena per portare quelle persone che erano ancora in grado di lavorare più verso il centro della Germania.

E a me, dopo quaranta giorni, con questo trasporto mi hanno portato a Plauen, in una città che si chiamava Plauen e ci hanno sistemati in una fabbrica di lampadine.

Lì, il mangiare era pochissimo. Non solo, dovevamo fare dei turni di lavoro anche la notte e poi c’erano bombardamenti in continuazione.

Io, oltre al ricordo della fame, ricordo quanto bisogno di dormire avevo.

Io ero stanca da morire, un po’ forse per la debolezza perché non si mangiava, ma soprattutto perché non c’era mai pace: o si doveva lavorare o c’erano i bombardamenti e bisognava correre in rifugio.

Insomma ho dei ricordi tremendi. E non bastava tutto questo, ma tante volte ci mettevano in fila per qualsiasi sciocchezza e dovevamo stare lì, non solo in piedi per delle ore, ma dovevamo anche cantare.

D: Cantare cosa?

R: Mi facevano cantare l’Ave Maria di Schubert. E poi tutte le altre facevano il coro.

Si figuri come lo potevamo cantare, così deboli, stanchi e soprattutto umiliati in tutte le maniere, quanta voglia di cantare avevamo.

D: Ascolta, Maria, quando hai lasciato Auschwitz 1 per quella fabbrica lì, quel sotto campo lì, tu hai passato una selezione?

R: Era questo il loro… Quelli che si presentavano ancora in grado di lavorare andavano da una parte e gli altri dall’altra. Tanto è vero che due persone che io conoscevo sono partite con me, sono rimaste lì dopo di me, perché erano intanto più anziane, e poi deboli, da non potere lavorare.

D: E sono rimaste al campo queste?

R: Sono rimaste al campo e so che una di queste persone non è mai tornata a casa. Per la seconda, a dire il vero, non lo so.

D: Quando tu hai lasciato il campo c’erano anche altre tue compagne con te?

R: Sì, diverse. Perché noi, in 40 giorni abbiamo sì sofferto la fame, ma non ci siamo ridotte ancora a degli scheletri.

La maggior parte delle mie compagne è venuta con me in fabbrica.

D: Lì, il campo dov’era rispetto alla fabbrica?

R: Noi eravamo lì, segregate nella fabbrica. Si dormiva lì, si mangiava e si lavorava.

Io non sono mai uscita da quella fabbrica fino all’aprile del 1945, quando hanno bombardato la nostra fabbrica abbiamo dovuto abbandonarla perché non si poteva rimanere lì e non avevano più dove portarci, era distrutto completamente tutto e queste persone che si sono ammalate in fabbrica dovevamo portarle noi, si figuri con quale fatica.

Perché già noi eravamo tanto deboli che portare anche queste persone ammalate era una tale fatica, impossibile da sopportare. Non ce la facevamo proprio.

Poi, quando hanno buttato via un po’ di detriti, ci hanno ributtato nella fabbrica sotto il sotterraneo.

E da lì io e quattro mie compagne siamo scappate.

Siamo scappate in un bosco, e lì ci siamo preparate un letto di rami di alberi, e siamo rimaste lì per quattro giorni, però poi la fame era all’estremo, eravamo all’estremo delle forze.

Sapevamo che vicino alla nostra fabbrica c’erano degli italiani che però non erano prigionieri come noi, ma erano lavoratori.

Così, io e un’altra mia compagna, pur essendo vestite da prigioniere con il vestito a righe e sulla schiena un “KL”, abbiamo rischiato perché dovevamo o morire di fame o fare qualcosa.

Siamo andate da questi italiani che poi c’era anche un triestino tra di loro e loro ci hanno dato non solo da mangiare, adesso io non ricordo bene che cosa, ma qualcosa da mangiare e ci hanno consigliato di andare almeno sotto un ponte per non essere bagnate e per ripararci un po’.

Questo ponte non era molto lontano e comunque ormai c’era tanta confusione, che nessuno ci badava più.

Anche se eravamo vestiti da prigionieri, nessuno ci guardava, nessuno ci ha mai fermati comunque siamo arrivati il 25 aprile e sono arrivati gli americani.

Lì, loro ci hanno messo in una baracca e hanno cercato di curarci alla meglio.

Comunque sono morte tante mie compagne anche dopo, perché ormai erano così rovinate, così esaurite che non ce la facevano più.

Siamo rimaste lì un paio di mesi e poi sono arrivati i russi.

Siamo partiti da lì, in luglio, non saprei dire il giorno preciso, e siamo rimasti in viaggio per un mese intero. Era tutto distrutto: le ferrovie… Sono tornata a casa il 12 agosto del 1945, quando nessuno si aspettava più di vedermi.

D: E che giro hai fatto per arrivare in Italia?

R: Addirittura siamo passati per l’Ungheria: Budapest, però noi non abbiamo mai visto niente perché noi dovevamo rimanere lì altrimenti non avevamo altri mezzi per tornare a casa. Poi Ungheria, Iugoslavia, poi Postumia e io sono tornata a casa finalmente, il 12 agosto del 1945, cioè tutti quei mesi dopo la fine della guerra.

D: Maria, tu quando eri ad Auschwitz e poi lì nella fabbrica, dicevi che eravate molte donne…

R: Tutte donne, solo donne.

D: Come vi hanno risolto il problema delle mestruazioni?

R: Non avevamo le mestruazioni, o ci davano qualcosa, o a causa di questa fame non avevo mestruazioni, tanto è vero che ero terrorizzata all’idea di non potere averi figli perché dicevano che eravamo rovinate, che non potevamo avere figli. Invece non era così, io ne ho avuti tre.

D: Quando eri ad Auschwitz o in fabbrica, soprattutto in fabbrica di lampadine, c’erano anche dei civili con voi a lavorare ?

R: Soltanto il nostro capo, era un tedesco perché si vede che era stato ferito in guerra, non era in grado di camminare e lui era il nostro capo.

D: Quando ti hanno portato in fabbrica, ti hanno cambiato il numero di immatricolazione?

R: No, è rimasto sempre lo stesso.

Io adesso non ricordo tanto bene se lì avevamo un altro numero in fabbrica, ma se ce l’avevamo non è che ce l’avevamo tatuato, può darsi, non ricordo proprio che se l’avevamo, l’avevamo sulla veste, ma non ricordo bene.

D: Lì, in fabbrica facevate degli appelli?

R: Tutte le mattine si faceva l’appello, come in campo di concentramento.

D: Ti ricordi se nel campo ad Auschwitz 1 hai visto anche dei religiosi?

R: No.

Perché noi lì eravamo segregate in questa baracca e lì non ci si poteva muovere. Noi non avevamo la possibilità di poter girare e andare da una fabbrica all’altra. Dovevamo stare lì, sedute come le ho già raccontato in quella maniera e poi quando, alla mattina, c’era questo appello che bisognava stare lì delle ore, poi fino all’ora di pasto, eravamo lì seduti come le avevo fatto vedere, senza poterci muovere, senza poter camminare e andare da un posto all’altro.

D: Scusa, Maria, un’altra cosa, quando eravate in fabbrica, o anche nel campo, tu sei mai andata all’infermeria?

R: Sì, ma avevamo tutto in fabbrica, c’era una stanza che fungeva da infermeria.

Io avevo un eczema terribile.

Ho cominciato con un pochino all’orecchio e poi avevo mezza faccia completamente rovinata da questo eczema.

Addirittura mi scolavo questo liquido.

E avevo paura di rimanere così, con la faccia sfigurata per tutta la vita e invece con delle pomate mi è un po’ migliorata.

Però, quando sono ritornata a casa avevo un po’ di eczema non soltanto sulla faccia ma anche sul seno e quello mi è durato per un anno ancora, perché dicono che è la mancanza di vitamine, non so cosa bisognava fare per aiutare.

Quando sono tornata a casa, in farmacia mi hanno dato l’olio di fegato di merluzzo, che però non mi è servito.

Poi invece con una pomata per l’eczema, ma ci sono voluti due anni prima che guarissi completamente.

D: Ad Auschwitz non sei più ritornata?

R: No. Ho visto un film su Auschwitz, ho pianto tutto il tempo del film, e non era tanto brutto quanto quello che ho vissuto io.

Mi viene un nodo alla gola se penso a quello che ho passato a diciotto anni.

Non solo tutte le umiliazioni, la fame.

Io adesso ho una nipote della mia età, dell’età di quando io ero in prigione, penso se lei dovesse passare quello che ho passato io.

Mi dispiace che i giovani non sanno che godono della libertà che abbiamo loro procurato noi, con tante sofferenze.

D: Maria, tu non hai mai testimoniato?

Non sei mai stata intervistata?

R: No, non vorrei esserlo.

Io volevo dimenticare a tutti i costi questo, non è così, purtroppo, le guerre continuano.

Lei non sa cosa ho sofferto adesso quando c’era questa guerra nel Kosovo perché mi ricordava tutto quello che ho passato io, che poi le guerre non risolvono mai niente.

D: Ma è importante che i giovani conoscano la tua testimonianza.

R: Guardi, io spero che non succedano mai più di queste cose, e non ho mai parlato con i miei figli, però li ho educati al rispetto di tutte le persone, indifferente il colore della pelle e della religione, perché soltanto chi ha provato e visto quello che ho provato io, non potrà mai essere un razzista.

Bisogna viverle certe cose per sapere cosa sono in realtà.

Casanova Virginio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Mi chiamo Casanova Virginio, nato a Santo Stefano di Cadore il 3 aprile 1924.

D: Lei, Signor Casanova, è stato arrestato quando?

R: A Campolongo di Cadore, alla mattina presto, dalla SS.

D: Che giorno era?

R: Giorno 12 di ottobre 1944.

D: Per quale motivo?

R: Un rastrellamento.

D: Cioè, ce lo può spiegare, se si ricorda?

R: Un rastrellamento, ho pensato come partigiano; io collaboravo con i partigiani ma il partigiano non l’ho mai fatto. Mi hanno preso nel letto la mattina alle 5,30, un ufficiale della SS e due militari, mi hanno preso in camera; hanno trovato la divisa di alpino che avevo nell’armadio e mi hanno chiesto: “Perché lei è scappato a casa?”, come sono scappati tutti. Andavano in cerca sotto il letto, sotto il materasso per vedere se avevo qualcosa, poi ha detto: “Venga con me”. Mi hanno fatto venir giù, abitavo al piano sopra, ho visto mia nonna che piangeva a vedermi fra due tedeschi con il fucile spianato e mi hanno portato davanti alla chiesa, davanti a sette, otto amici.

Continuava ad arrivare gente, ci hanno portati alle scuole, al piano superiore, sempre a Campolongo.

D: Questa gente che continuava ad arrivare chi era?

R: Tutti rastrellati, miei paesani.

Ad un certo punto hanno fatto venire altri militari, ci hanno messo in fila e ci hanno portato a Santo Stefano di Cadore. Lì siamo stati nella sala del cinema un giorno.

So che siamo stati interrogati, perché avevano preso due partigiani dal Friuli e ci hanno chiesto se li conoscevamo. Non li conoscevamo.

Ogni tanto si sentivano delle botte date a questi due ragazzi.

Siamo stati lì fino a domenica, mi ricordo sempre, hanno fatto arrivare due macchine militari e ci hanno tirato fuori tutti.

Anzi, quando ci hanno interrogato in piazza, hanno chiesto se lavoravamo da qualche parte. Io sono scappato dalla Lancia, perché lavorato in Lancia dal ’44, febbraio. Sono stato quattro o cinque mesi poi sono scappato.

D: Alla Lancia di dove?

R: Qui a Bolzano.

D: Chi vi ha interrogato in piazza?

R: No, nella sala del cinema, gli ufficiali tedeschi.

D: Parlavano in tedesco?

R: No, c’era anche l’interprete. Poi hanno portato via tutti, due camion ed abbiamo fatto il passo di Monte Croce.

Si aspettava sempre che arrivasse qualche partigiano a fermare questi camion, perché si passava proprio in mezzo al bosco, ma non ho visto nessuno.

Ci hanno portati a San Candido, alla Caserma del Sesto Alpini, all’ultimo piano, abbiamo riposato un po’ e dopopranzo siamo partiti dalla caserma e siamo andati al treno.

Ci hanno caricato su un vagone normale, c’erano circa una cinquantina di persone e siamo partiti da lì e siamo arrivati qui a Bolzano, sono venuti a prenderci al treno altri due camion.

Ci hanno portato al Corpo d’Armata; lì hanno chiesto un po’ di informazioni e di domande di questo e quell’altro, poi ci hanno caricati sulle macchine e ci hanno portato nel campo di concentramento. Tutto di notte, dopo la mezzanotte.

D: Eravate solo uomini o c’erano anche donne?

R: No, solo uomini.

D: Eravate tutti più o meno della stessa età?

R: Differenza di sei, sette anni.

D: Il motivo per cui vi avevano arrestati era per tutti uguale o c’erano differenze?

R: Tutti uguale, era un rastrellamento, hanno portato via tutti dal paese, tutti di Campolongo. Poi sono arrivati quelli dei paesi vicini, anche.

D: Questo nel cinema?

R: No, nel cinema siamo stati solo noi dei paesi del Comune. Poi siamo andati nel campo di concentramento. Sento l’odore di calcina, meno male che andiamo a lavorare! Ci hanno portato lì, le celle non erano ancora finite, ci hanno messo in due sale, in due stanze, c’erano già dentro prigionieri, abbiamo chiesto informazioni, dove li avevano presi ecc..

Abbiamo fatto la notte; la mattina sveglia presto e siamo andati al campo e ci hanno portato le … due volte mi hanno tagliato i capelli.

Poi ci hanno dato un numero, triangolo rosso ed il numero di matricola.

Io sono andato nel blocco H, con anche altri due o tre miei paesani e gli altri al gruppo G, che era sotto, c’era uno scalone di legno che andava su, come una mansarda.

D: Questa era il blocco?

R: Blocco H, quello dov’ero io.

D: Si ricorda il suo numero di matricola?

R: 5.112. Mi ricordo 5.112 avevo e triangolo rosso, perseguitato politico. I primi giorni sono andato a lavorare per terminare le celle, sono andato ad aiutarli, c’era più manovalanza dalle mie parti. Abbiamo fatto il primo giorno lì, poi alla sera ci hanno lasciato mezzora per andare ai gabinetti, c’erano i gabinetti aperti, immaginate, donne e uomini, tutti insieme.

D: C’erano anche donne nel campo di Bolzano?

R: Tante donne. Lì ne abbiamo trovate tante. Poi hanno cominciato a dividere, a fare squadre, noi ci hanno portato alla galleria che stavano facendo, vicino al comando tedesco.

D: Si ricorda dove?

R: In Via Fago c’era l’ospedale, l’avevano spostato dal centro e l’avevano portato all’Hotel Margherita. Lì ho lavorato per un mese, un mese e mezzo. Poi ci hanno cambiato.

D: Quando andavate alla galleria che lavoro facevate?

R: In galleria a spostare materiale, liberare la galleria, buttar fuori materiale. Per fortuna c’era una ditta, la Faifer, a mezzogiorno ci davano da mangiare e si mangiava da cristiani allora, perché si mangiava quello che mangiavano gli operai.

D: C’era anche il personale della ditta con voi? La ditta Faifer lavorava con voi o no?

R: Sì, si lavorava. Poi quando si è finito in galleria, io ho lavorato al frantoio e ho parlato con uno che era di Merano, era diplomato, ma non ricordo. Lì ho lavorato un mese, un mese e mezzo.

Poi ci hanno portato alla Galleria del Virgolo. Lì facevo lavori di manovalanza sempre, si faceva la pavimentazione della galleria, dove c’era la fabbrica. Lì c’erano le donne, c’erano parecchie donne lì.

Lì ho lavorato fino al 23 marzo.

Poi siamo stati richiesti dalla ditta Forst e ci hanno tirati via, una ventina e più e ci hanno portato alla caserma Mignone.

Nel frattempo, prima di essere libero, alla caserma Mignone abbiamo dormito per un po’, uomini e donne divisi, all’ultimo piano della caserma.

D: Quanti potevate essere più o meno? Decine o centinaia?

R: Un centinaio, perché so che quando si partiva dal campo di concentramento in principio c’erano due camion che portavano via gli operai, donne e uomini, e poi hanno tolto i camion e ci hanno fatto andare a piedi: si passava per la campagna, si passava dal ponte e si entrava in galleria a lavorare.

D: Questo quando eravate alla Galleria del Virgolo.

R: Galleria del Virgolo.

D: Invece quando andavate alla galleria di Via Fago andavate a piedi o…

R: A piedi si faceva tutto l’attraversamento, allora c’erano tutte le casette, quelle piccole ed in mezzo alle casette si passava….

D: Le Semirurali?

R: Si attraversavano le Semirurali, poi si andava verso Gries, poi si passava alla sera, ritornando, dal magazzino dei frutti, preparavano un sacchetto di mele da portar dentro agli amici che erano nel campo di concentramento.

D: Eravate sempre la vostra squadra di cinquanta o c’erano anche altri non bellunesi in questi lavori?

R: No, c’erano altri.

D: Quanti potevate essere nella galleria di Via Fago?

R: Non posso dire quanti… so che eravamo in tanti, perché c’era una fila, quando si passava a piedi era una fila lunga.

D: Com’eravate vestiti?

R: La tuta, con un paio di mutande lunghe.

D: La gente vi vedeva passare?

R: Sì, in Piazza Don Bosco quando si passava di lì c’era la gente che veniva a buttare del pane sulle macchine; avevamo paura per i tedeschi, avevi la scorta, avevi tre o quattro tedeschi.

Poi anche qui … avevo trovato una signora, la moglie di un tenente dell’esercito che abitava in Via Claudia Augusta e ci portava dei dadi per salare quella cosa che si mangiava.

So che questa donna aveva una bambina e veniva lì nei dintorni e cercava di gettare questi dadi.

D: Quando eravate alle caserme Mignone come si strutturava la giornata? Facevate l’appello, era come nel campo, o era diverso?

R: Lì era diverso, perché c’erano due stanzoni, uno a destra ed uno a sinistra, uno era degli uomini e l’altro delle donne. Ci portavano via tutti, ci volevano pochi passi per andare alla Galleria.

D: Eravate tutti triangoli rossi?

R: Tutti triangoli rossi.

D: Non facevano mai l’appello alla Caserma Mignone?

R: Non mi ricordo se facevano l’appello, perché lì sono stato poco. Però ci controllavano, perché la sera c’era la chiamata, poi facevano l’appello fuori dalla Galleria prima di…

D: Si ricorda che turni facevate?

R: Solo di giorno, di notte non c’era nessuno che lavorava.

D: Quante ore lavoravate?

R: So che si andava lì alle 7 e si veniva a casa verso le 7 di sera, perché era ancora chiaro.

D: Si ricorda se c’erano dei comandanti con voi alla Caserma Mignone o eravate solo voi prigionieri.

R: Non mi ricordo di questo, se ci fosse qualche stratega fra loro.

D: Quindi potevate anche parlare tra di voi?

R: Sì, questo sì. Si parlava.

D: Che tipo di lavoro facevate nella Galleria?

R: Io con tre o quattro miei amici ci avevano messi insieme dei polacchi, quelli addetti al controllo, erano operai anche quelli, avevano il fucile, ma erano operai e lì si lavorava per fare la pavimentazione. Donne e uomini erano sulle macchine della IMI e lavoravano.

D: Ma c’era un’unica galleria o ce n’erano due al Virgolo?

R: Una sopra, dove c’era un uomo grande, sempre con la sciarpa rossa, un pezzo di omone e so che faceva il minatore quello.

So che c’erano due o tre che lavoravano nella Galleria e noi tutti sotto, nella galleria bassa, dove c’è la strada adesso.

D: Allora ce n’era un’altra sopra?

R: Sopra c’era una galleria non so di che cosa, ma roba piccola. So che lavorava quest’uomo, lo si vedeva passare, era sempre con la sua bottiglia di vino.

D: I macchinari erano sotto?

R: Sempre nella galleria. So che poi lì è venuto un bombardamento, noi si facevano le vasche fuori davanti alla galleria, delle vasche di rifiuti di cose, è suonato l’allarme e c’era un certo Max che era cattivello, però qualche volta buono, e ci ha mandati tutti in galleria.

Come siamo andati in galleria è venuta giù una bomba davanti alla galleria e a Max è saltata una mano, allora portalo ai ripari! Il pompiere mi aveva insegnato di stare attento ai bombardamenti; mi sono buttato in terra e mi sono trovato una trave sopra la vita, c’era un altro che si lamentava, un mio paesano, ma io stavo bene, era tutto buio ed abbiamo pensato di essere rimasti chiusi dentro, hanno bloccato e chissà chi viene a liberarci, a tirarci fuori.

D: Questo Max dormiva con voi alla Caserma Mignone?

R: Era al concentramento. Questo Max l’ho trovato dopo la guerra, l’ho trovato in Aldo Adige; stava lì da solo e mi sono fatto riconoscere, lui cercava di non conoscermi. Però dico la verità, non era cattivo, era severo, perché aveva sempre il frustino in mano e girava con quello. Poi l’ho trovato, in un bar.

D: Si ricorda qualche altro nome o figura di guardiano o di guardiana?

R: Cologna, lo chiamavo Cologna, era un bell’uomo, grosso, diceva che era dalle parti di Verona. Quello faceva la sveglia la mattina presto. So che le donne quando camminava dicevano sempre: “Che belle scarpe hai”, lo prendevano in giro, scherzavano.

Ma non so dov’è, se è morto, l’ho visto ancora per Bolzano. Quel Cologna era il padrone, aveva un comando, ma le donne dicevano “Stai attento”, era sempre vestito bene. Si vede che poteva lui.

D: Il nome della Forst di cui parlava se lo ricorda per quale motivo?

R: Ci hanno portati a lavorare lungo la ferrovia, a riparare la ferrovia.

D: Quando?

R: Dopo il 23, ho cominciato a lavorare e si andava ad aggiustare la ferrovia, lungo i binari per riparare la ferrovia.

Poi ci hanno messo di fronte alla Caserma Mignone, a quella casermetta rossa che era di fronte alla caserma, so che era una distilleria. Lì si mangiava assieme a quei tedeschi che erano nel concentramento con me e lì ho fatto amicizia con un polacco; lì si mangiava sempre insieme sul tavolo e si mangiava abbastanza bene, davano la margarina, a quelli che lavoravano.

D: Lavoravano al Virgolo?

R: No, per la ferrovia, quand’ero fuori dal campo di concentramento.

Abbiamo detto a questi polacchi: “Buttate via il fucile, andiamo senza fucile a lavorare”; si rideva sempre, anche loro erano sottomessi ai tedeschi.

D: Ma quando andava a lavorare lungo la ferrovia non tornava la sera nel campo?

R: No, di fronte alla Caserma Mignone; si era liberi noi, ci avevano levato il numero e tutto.

D: E questo a partire da quando?

R: Dal 20 o 23, prima della Liberazione.

D: Marzo o aprile?

R: Fine aprile, perché ero lì.

D: Cos’è successo, un giorno sono arrivati e vi hanno detto siete liberi? Com’è successa questa cosa?

R: Sono venuti, hanno scelto quasi tutti dei paesi vicini del Cadore e ci hanno portato all’Ospedale Militare. Ci hanno fatto pulizia, una specie di quarantena e poi siamo andati ad Oltrisarco, in questa casetta.

D: Avete dovuto firmare qualcosa? Avete ricevuto un modulo?

R: Noi no; quelli che erano nel concentramento che sono stati lasciati liberi hanno ricevuto delle carte, invece noi ci hanno liberato e basta.

D: Vi hanno detto “Siete liberi”?

R: Quando ci siamo visti liberi, senza la divisa.

D: L’avete restituita la divisa?

R: Lasciata lì e ritirato le nostre cose che si avevano; avevamo messo in deposito tutto quando eravamo entrati nel concentramento, ci hanno portato via tutto.

D: Ve li hanno portati lì i vostri vestiti o siete tornati voi nel campo a prenderveli?

R: Ci hanno portato in campo, c’erano i vestiti e ci hanno mandato alla Caserma, all’Ospedale Militare per fare la pulizia di tutto quello che si aveva attorno.

D: Cosa avevate attorno?

R: Pidocchi…

D: Lei si ricorda di aver visto o lavorato lì nel campo al Virgolo con dei sacerdoti?

R: Al campo c’era uno che ha detto la messa il giorno di Natale e di Pasqua, ma non mi ricordo più che prete era.

D: Un prete deportato come voi?

R: Sì. Dico la verità, sono sempre andato da una parte o dall’altra a lavorare. Stavo poco nel concentramento, solo la notte, perché ho fatto tanti lavori. Ci avevano portato anche a Castel Firmiano, c’erano due o tre baracche e dentro c’erano tutti i macchinari di meccanica e si andava lì a pulire. So che sono andato un giorno o due lì.

D: A Castel Firmiano dov’erano queste baracche?

R: Dopo il castello c’era un piano, so che c’era un contadino lì, che ho conosciuto dopo, con la famiglia; lavoravano la campagna e so che poi sono entrato in confidenza con i figli. La posizione non ce l’ho più presente, so che era un piano quasi in cima al colle dove erano queste due o tre baracche.

D: Non è più tornato a vedere?

R: No, neanche il concentramento sono andato mai a vedere.

D: Ma Lei era qui a Bolzano o è tornato in provincia di Belluno?

E’ rimasto qui a Bolzano dopo la guerra?

R: Sono andato al paese perché non vedevo l’ora di vedere mia nonna: da quando mi avevano portato via, cinque o sei mesi che sono stato via, non vedevo l’ora di tornare a casa a trovare mia nonna e sono andato giù al paese, sono stato giù neanche un mese. Mio zio mi ha scritto: “Vieni alla Lancia di nuovo”. Sono andato alla Lancia e mi hanno assunto ancora. C’era il Comitato di Liberazione, c’erano già dei miei amici che sapevano che mi avevano portato in concentramento e poi sono stato alla Lancia. Non sono più scappato.

D: Ma la sua famiglia sapeva quando Lei è stato portato via dove era stato portato, sapevano qualcosa di Lei o no?

R: Io avevo uno zio a Bolzano che lavorava alla Lancia e qualche volta di sfuggita si vedeva.

D: Come si vedeva?

R: Si vedeva quando si passava per andare alla Galleria del Virgolo.

D: Lei vedeva suo zio?

R: Vedevo mio zio, ma si aveva tanta paura, perché se succedeva qualcosa portavano via anche mio zio.

D: Ma suo zio le dava qualcosa, del cibo, o la vedeva da lontano?

R: Lo vedevo da lontano. C’era una signora di Santo Stefano che portava il pacco nel campo di concentramento, so che c’era questa donna.

D: Una deportata?

R: No, una… abitava alla banca di Via Orazio a Bolzano. So che questa portava… ma io, le dico la verità, noi si andava fuori e qualche cosa si riusciva a prendere dalla gente.

D: La gente aiutava?

R: Sì, aiutava. Per esempio la signora che adesso è morta, che portava i dadi per salare la minestra, anche con pericolo: si avvicinava quasi a noi, dove si lavorava, e ci buttava i dadi.

D: Lei ha mai potuto scrivere a casa sua?

R: No, mai scritto. Una volta uno ha scritto una lettera e me l’ha data da spedire, siccome andavo fuori a lavorare. Io avevo un cappello da carabiniere, lo avevo tagliato tutto attorno, dentro c’era la fodera ed infilavo sempre qualche lettera di qualcuno che mi davano. L’ho lasciata nel taschino della tuta e mi fa: “Che cosa hai lì?” Sono rimasto perché poi… Ho fatto due o tre ore con quel freddo che c’era vicino al portone sull’attenti. Poi mi ha chiamato e me ne ha detto di tutti i colori: “Ignorante, perché ti sei fatto prendere?” Tante parole e finalmente poi mi ha lasciato libero, fortuna che quello non aveva scritto le cose, aveva scritto a sua mamma, ma cose da poter leggere.

D: Come faceva Lei a spedire? Aveva i francobolli?

R: No, si davano a qualche persona, che veniva vicino alla galleria. Si buttavano, poi le raccoglievano e mettevano il bollo loro, noi no.

D: Chi era la iena?

R: Era il più cattivo degli uomini, la iena: quando lo si sentiva parlare si aveva paura.

D: Era una SS?

R: Sì, una di quelle giuste anche. Era lui che comandava quasi più dell’ufficiale.

D: Lei era qui a Bolzano quando hanno abbattuto le baracche negli anni ’60? Non è andato a vedere che cosa stavano facendo?

R: Sì, sono andato a vedere.

D: Ha fatto delle fotografie?

R: Sì, io ho la fotografia io, i miei cognati ed altri due amici, abbiamo fatto la piramide.

D: Delle fotografie delle baracche ne ha fatta qualcuna?

R: Sì, sugli avanzi della baracca la piramide nostra che…

D: Ce l’ha qui?

R: No, è la moglie che mette via tutto. Abbiamo un libro con fotografie in grande della gente che era lì alla baracca.

D: Lei ha mai assistito in questi mesi nel campo di Bolzano a degli atti di violenza?

R: Noi no, che ricordo no, però si diceva fra di noi che c’erano quelli votati alla morte, avevano il disco bianco ed il centro rosso: quelli li portavano a morire da qualche parte ed ogni tanto di notte qualcuno partiva. Li portavano dietro la caserma, li uccidevano lì o… ma si parlava fra di noi. Però hanno sempre fatto delle pagliacciate, c’era una squadra di Verona che era gente… si faceva i gavettini, si bruciava il coso fra le dita, si facevano i processi ad uno che faceva qualcosa. Veniva condannato se aveva portato via qualcosa al suo amico, la coperta, allora botte.

D: Tra di voi?

R: Tra di noi.

D: Volevo chiederle ancora una cosa. Prima parlava della Forst.

R: Forst, ingegner Forst. So che ho due marchette ed ho su ingegner Forst, ma il nome non lo so. C’era un ufficio di fianco alle Caserme Mignone.

D: Invece quella ditta che era in Via Fago?

R: La Faifer, la ditta Faifer: quella ci dava da mangiare, anche bene.

D: Si ricorda questo nome per quale motivo? C’erano delle scritte?

R: Si parlava anche con gli operai, qualche parola si faceva. Ditta Faifer.

D: Di Bolzano?

R: Non so se era di Bolzano, dal cognome è più o meno vicino.

D: Sono tornati tutti a casa quei cinquanta più o meno che erano stati rastrellati con Lei? Vi siete più rivisti?

R: Ne è morto uno, perché in Germania sono andati due fratelli, quelli sono tornati, in un altro paese quello è morto dentro i forni. Poi ho trovato ancora degli amici, adesso siamo dimezzati, non so neanche chi è vivo ancora di quelli che c’erano.

Riello Elio

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Sono Elio Riello, nato a Ventimiglia il 10 luglio ’22 e sono stato arrestato a Ventimiglia il 21 maggio del 1944.

Ero il segretario del costituendo Comitato di Liberazione, perché qui eravamo proprio in fase iniziale allora, si parlava poco dei partigiani e di altre cose.

Sono stato arrestato dalla Guardia Repubblichina. Sono stato portato ad Imperia dopo un interrogatorio a Ventimiglia.

Ad Imperia siamo stati alcuni giorni e poi siamo stati portati nel carcere di Marassi a Genova. Da Marassi dopo un po’ siamo stati trasferiti a Fossoli.

D: Durante il periodo di carcerazione, Elio, sei mai stato interrogato?

R: A Ventimiglia e ad Imperia. Sono stato interrogato a Ventimiglia e ad Imperia. A Ventimiglia quando hanno fatto la retata e poi ad Imperia quando hanno proseguito nei particolari.

D: Da chi?

R: Diciamo dalla polizia di allora.

D: Italiani erano?

R: Sì, sì, tutti italiani. I tedeschi sono entrati in funzione solo dopo Mauthausen praticamente.

D: Quindi dal carcere di Marassi siete stati poi trasferiti…

R: Tutti a Fossoli.

D: Più o meno quando?

R: A Fossoli saremo stati… Non mi ricordo più… So che siamo partiti da Fossoli mi pare l’8 giugno, ho tutto scritto là, però non ricordo esattamente.

D: Con cosa siete stati portati a Fossoli?

R: Siamo stati portati sempre a Genova in pullman e a Fossoli su un camion. Da Fossoli invece a Mauthausen …

D: Nel campo di Fossoli è stato immatricolato?

R: Non mi ricordo.

D: E neanche il blocco, la baracca?

R: No, assolutamente.

D: E’ stato molto tempo a Fossoli?

R: Non molto.

D: Lavoravate?

R: No, assolutamente. A Fossoli non facevamo niente. A Fossoli praticamente, aspetti un momento, mi pare che l’8 giugno se non sbaglio siamo stati portati a Mauthausen, mi pare, ma non sono sicuro, non mi ricordo più…

D: Si ricorda se a Fossoli ha visto anche dei religiosi tra i deportati?

R: No, non ricordo.

D: Poi quindi all’8 giugno…

R: Mi pare che sia l’8 giugno, trenta.

D: Il 21 giugno circa.

R: Ecco.

D: Dovrebbe essere.

R: Trasferito da Genova a Fossoli.

D: No, da Fossoli partiti per il Lager d’oltralpe.

R: Allora l’8 giugno probabilmente siamo stati trasferiti a Fossoli. C’era un 8 giugno.

D: Durante il trasporto da Fossoli a Mauthausen com’è…?

R: E’ stato un po’ movimentato perché avevamo con noi un prigioniero della guerra del 1915/1918, il quale ci ha presentato Mauthausen come la fine del mondo, poi in realtà rispetto a quello che abbiamo vissuto noi erano rose e fiori quello che diceva lui. Quello del 1915/1918 in fondo era un campo militare, il nostro era un campo di sterminio.

Qualcuno ha tentato la fuga. Di questi tutti meno uno sono stati poi presi e portati a Mauthausen senza alcuna pena particolare. Li hanno riportati nel campo. Uno invece, un certo Airaldi di Ventimiglia è riuscito a scappare e non l’hanno più preso insomma.

D: Elio, come ti ricordi l’arrivo a Mauthausen?

R: L’arrivo a Mauthausen è stata una cosa deprimente diciamo perché è stato togliere tutta la personalità dell’individuo in definitiva, questo è il discorso. Ti hanno spogliato completamente, ti hanno dato degli altri vestiti, ti hanno rasato e tutto il resto. Da quel momento praticamente siamo diventati dei numeri.

D: Il tuo numero di Mauthausen?

R: E’ facile ricordarsi: 76543, 76.543.

D: E dopo vi hanno messo nel blocco di quarantena?

R: Il blocco di quarantena.

D: Che era il numero? Te lo ricordi?

R: Era uno dei più famigerati, non mi ricordo se era il 15, credo che fosse il 15, era il più famigerato. So che quando siamo andati a Mauthausen l’ultima volta ho detto un numero, ma mi hanno detto guarda che non ti ricordi è l’altro. C’era un Kapò terribile.

Diciamo che contrariamente a quanto si diceva sono state ancora rose e fiori rispetto a quello che è venuto fuori dopo.

D: Lì nel blocco di quarantena quanto tempo sei rimasto?

R: Siamo rimasti… Io sono rimasto… Credo verso la fine di luglio perché l’attentato a Hitler l’ho sentito ancora a Mauthausen, quindi mi pare che fosse il 20 luglio l’attentato a Hitler, no? Quindi qualche giorno dopo sono stato trasferito a Peggau.

Il periodo di quarantena, a parte che si dormiva come le bestie perché eravamo messi uno contro l’altro in fila indiana, incrociavamo, ci mettevamo a terra con i piedi davanti e dietro la testa. Ognuno s’arrangiava come poteva. Io sono riuscito anche a dormire perché c’era una stufa che serviva per l’inverno naturalmente, ma eravamo d’estate, dormivo tutto attorno alla stufa, curvo, di modo che riuscivo a dormire rispetto agli altri che avevano i piedi davanti e i piedi dietro. Qualche volta ho dormito anch’io con i piedi davanti.

E’ stato poi il momento decisivo dopo, direi che c’è stata anche un po’ di fortuna. In questo senso, che una sera eravamo destinati ad andare credo a Gusen, Gusen era l’infermo. Perché il problema qual era? Evitare Gusen, i campi più grossi, Mauthausen perché c’era la cava e tutto il resto e aver la fortuna di andare in un campo piccolo.

Quella sera che dovevamo essere trasferiti a Gusen non mi sono sentito bene. Qui ho rischiato grosso, perché se andavo a finire all’ospedale ero cotto, non uscivo più. Invece mi hanno tenuto lì, mi sono ripreso.

Dopo due giorni stavo abbastanza bene e invece di andare a finire a Gusen ho avuto la fortuna di andare a finire a Peggau. Fortuna che non mi hanno mandato in infermeria e fortuna che sono andato a finire a Peggau.

A Peggau si lavorava in galleria. Facevamo gallerie, costruivamo fabbriche, dei tunnel che servivano a fabbriche contro i bombardamenti aerei.

Lì ho preso una volta anche una serie di frustate di quelle come si devono perché io mi sono qualificato come studente d’ingegneria, poi mi hanno detto se sapevo fare il muratore, ho avuto la faccia tosta di dire di sì.

Ho provato a fare il muratore. Se ne sono accorti. Per fortuna che il capo che era un civile tedesco me l’ha mezza ancora aggiustata, ma qualche frustata me l’hanno data.

D: Com’era il campo di Peggau?

R: Il campo di Peggau in se stesso era abbastanza piccolino, insomma, tenuto conto della situazione degli altri campi si stava diciamo… Non che si stesse bene, ma era indubbiamente forse migliore degli altri.

Naturalmente lì si andava ad esaurimento, cioè quando uno non ce la faceva più… Lì per fortuna c’era un’infermeria, finché potevano ti facevano riuscire. Questo è stato…

D: Il campo era grande, c’erano molte baracche?

R: Eravamo due gruppi per esempio, eravamo mi pare quattro baracche più i servizi naturalmente.

D: C’erano molti italiani?

R: Eravamo mi pare circa otto/dieci non di più. Poi c’era qualche francese e poi russi “a gogò”.

D: E il campo era molto distante dal luogo?

R: Il campo… Eravamo a circa due chilometri e mezzo a piedi tutti i giorni. Il che era sotto un certo punto di vista una camminata, ma d’inverno era un affare serio perché mentre di giorno ti lasciavano anche dei vestiti di civili, basta con la targa dietro, la famosa striscia dietro, di notte dovevi andare con quei vestiti fatti da loro, erano vestiti praticamente di carta.

Siamo arrivati nell’inverno a circa 30/35 gradi sotto zero. Quando si faceva il turno di notte uscendo la sera verso mi pare le 18.00 o le 20.00 e al mattino rientrando dopo dodici ore, erano turni di dodoci ore, si aveva un freddo da matti, tenuto conto che le calorie che assorbivamo non erano molte.

D: Le gallerie che scavavate erano molte?

R: Perlomeno mi pare tre che però non sono servite a niente perché poi quando siamo andati via non erano ancora finite praticamente.

D: Elio, come avveniva lo scavo della galleria?

R: Con criteri, col martello pneumatico, sistemi moderni per allora. Io che sono abbastanza pratico, avevano le pale meccaniche. I criteri erano abbastanza moderni insomma. I martelli pneumatici e pale meccaniche … dietro. Non c’era niente di particolare. Noi facevamo tutto il lavoro manuale di caricare i carrelli, completare, spingere i carrelli, quell’affare lì ed era faticoso.

Qui ho avuto un altro colpo di fortuna perché… Il colpo di fortuna è stato questo. Una sera avevano rubato qualcosa nel campo e ci hanno messo tutti di fuori, ci hanno fatto spogliare praticamente.

Io avevo avuto da militari italiani che lavoravano lì delle coperte che mi facevano da pezze da piedi come si dice. M’è andata bene perché ho detto qui sono suonato, mi vedono con queste, mi dicono dove le ho rubate.

Invece per fortuna non mi hanno detto niente. Lì è stato un altro di quei colpi perché oltretutto con quelle specie di pezze da piedi andavamo, mi scaldavo i piedi che era una cosa importantissima.

Poi il problema di vivere e di sopravvivere era una questione anche di volontà per conto mio. Io per esempio ero riuscito a farmi un coltellino con della latta. Mi davano del pane alla sera, non lo mangiavo, lo tenevo tutta la notte, poi al mattino lo tagliavo in file sottili che neanche il coltello più affilato attualmente riuscirebbe a tagliare.

Era la questione di dire, beh, ho ancora qualcosa da mangiare. Era una cosa importantissima. Per conto mio, a parte che contava la salute che uno aveva, ma per resistere bisognava anche combattere moralmente.

D: Ti ricordi qualche nome degli altri italiani che c’erano con te a Peggau?

R: Non mi ricordo. Quello di Genova, come si chiama? Mi sfugge il nome. Ce ne sono diversi, li ho tutti presenti davanti ma ormai la memoria mi ha mollato, non solo per quello, per altre cose anche.

D: Lì a Peggau dopo il lavoro facevate sempre l’appello?

R: Sì, sempre l’appello. Al rientro in campo, al mattino e alla sera. Gli appelli erano due, prima di partire e quando si arrivava.

D: Nelle gallerie avevate contatto con i civili dicevi?

R: Sì, avevamo contatto con alcuni civili, ma militari. I militari italiani che erano stati arrestati come militari. Lavoravano anche loro e noi riuscivamo ad avere quei contatti lì, un po’ di straforo, ma riuscivamo ad averli.

D: E invece altri civili niente?

R: No, altri civili niente. C’era il capo loro, il capo dell’impresa, soprattutto ricordo quello che era il capo, lo ricordo molto bene.

D: Sai per che ditta lavoravate voi?

R: No, questo proprio no. Questo assolutamente.

D: Non c’era nessun segnale, nessuna indicazione?

R: No. Anzi due anni fa un tedesco che si è occupato di quel campo lì, un austriaco è venuto qua e abbiamo avuto una certa corrispondenza, poi ci siamo persi. Lui aveva avuto notizie molto precise su Peggau, aveva fatto un’indagine. A Peggau non c’è più niente, hanno fatto sparire tutto, come del resto hanno fatto sparire a Gusen. A Gusen non c’è più niente. L’unico che si salva è Mauthausen ridotto alla parte centrale e l’altro vicino a Monaco, Dachau anche, ma a Gusen hanno fatto sparire completamente tutto. Poi mi pare che siamo stati a Ebensee. A Ebensee facevano le gallerie tipo noi, uguali, erano le stesse gallerie.

D: Che dovevano servire queste gallerie per delle fabbriche?

R: Per fabbricati, erano come capannoni praticamente, erano destinati a quello. Andavamo ad esaurimento. Man mano che eravamo giù si passava dall’altra parte della barricata. Era tutto lì il discorso.

D: Il campo era vicino, nei pressi del centro abitato oppure no?

R: No. Nel campo io non ricordo praticamente di aver visto, né nel posto delle gallerie. La mia impressione, quella che mi è rimasta è che fosse un paesino allora assai piccolino. Può darsi che poi mi sia sbagliato completamente.

D: Lì nel campo tra i deportati c’erano anche dei ragazzini, dei giovanetti?

R: No, giovanetti no. C’erano dei russi giovani, ma non ragazzini, almeno, non mi risulta che ci fossero dei…

D: E lì a Peggau siete rimasti fino a quando?

R: Siamo rimasti fino mi pare all’1 o al 2 aprile, cioè all’indomani di Pasqua del ’45. Lì è stato di nuovo un altro viaggio avventuroso, perché siamo partiti da Peggau a piedi. Ad un certo momento ci hanno bombardato i russi, ci abbiamo lasciato due dei nostri di tutto il gruppo. Poi ci ha preso un acquazzone infernale, abbiamo continuato ad andare a piedi fino ad una certa stazione, non so quale sia.

Poi ci hanno caricato sul treno, vagoni scoperti, abbiamo attraversato un valico, nevicava. Io so che ad un certo momento ho detto, sono cotto. Mi hanno stretto in due, mi hanno scaldato, mi hanno dato una manciata di ricotta mentre eravamo su lì e mi sono salvato.

Quello che è stato doloroso è che uno dei due che mi ha salvato dopo che siamo arrivati a Mauthausen, a Mauthausen si va a piedi al campo, durante la camminata per andare al campo è caduto lì. Non si poteva far niente perché ti costringevano ad andare via ed è morto. Questa è una cosa che uno ce l’ha qui. Ma d’altra parte…

D: Quanto è durato questo viaggio di ritorno a Mauthausen?

R: Adesso non ricordo più, ma è durato una giornata mi pare. Ripeto, mi ha salvato una manciata di ricotta e gli altri fra i quali questo qui che mi hanno stretto in mezzo. Poi invece quando arrivavamo a Mauthausen, o camminare, o ti facevano fuori subito.

D: Ritornato a Mauthausen cos’è successo?

R: Ritornato a Mauthausen praticamente non abbiamo fatto più niente. Sono successi degli episodi perché ad un certo momento, un altro episodio di quelli che ti rimangono impressi lì. Arriva un gruppo nel quale c’era uno di Genova, essendo liguri ci siamo messi a parlare, finalmente sono arrivato lì, me ne vengo fuori. Quelli sono andati tutti a finire nel crematorio. Si vede che erano destinati. Lì avevano già fatto delle scelte.

Una volta ci hanno fatto una visita, ero indeciso tra quelli che dovevano stare e non dovevano stare. Fame, si mangiava pochissimo. Se moriva qualcuno ce lo tenevamo lì per pigliare il pane. Finché poi sono arrivati gli americani… No, no, pardon, noi siamo stati liberati il 5 maggio dagli americani di Patton.

Due giorni prima hanno abbandonato il campo, cioè abbiamo preso in mano noi il campo, noi, quelli che erano in grado di farlo. Anche lì tutto il mondo è paese, quelli che stavano a Mauthausen erano in fondo una specie d’imboscati rispetto… Fortunati loro, ma erano riusciti a tenersi in salute come in tutti i casi della vita.

Lì allora abbiamo cominciato… Dopo due giorni sono arrivati gli americani. Io non li ho visti perché con un altro mio collega qui di Ventimiglia stavamo curando due amici di Isolabona, dei quali uno è morto esattamente un anno dopo a Isolabona qui.

Non li ho visti gli americani, abbiamo visto che erano, cioè abbiamo sentito che erano arrivati, ma stavamo curando questo qui che era… Poi niente. Siamo stati lì finché sono arrivati, allora hanno cominciato a darci da mangiare, hanno cominciato a disinfettarci perché eravamo carichi di pidocchi da morire.

Poi lì sono cominciate le dissenterie, la TBC chi l’aveva. Io sono tornato a casa che avevo 39 di febbre. Ho detto questa qui è una bella TBC, invece per fortuna era solo colite. E crescevo di mezzo chilo al giorno a casa. Sono arrivato qua dopo un mese perché da Mauthausen gli americani ci hanno portato sul lago di Costanza. Gli svizzeri non ci hanno fatto passare. Ci hanno rimandato al Brennero.

Poi dal Brennero sono arrivato, ci hanno portato a Milano. No, dal Brennero ci hanno portato direttamente a Milano. E’ arrivata l’Opera Pontificia di Brescia. Poi da Milano sono riuscito ad arrivare a Genova in treno. Quando sono arrivato a Genova ho avuto già notizie dei miei. Ho trovato un amico, mi ha detto: “Stanno tutti bene”.

Poi da Genova a Ventimiglia è stato di nuovo un viaggio mezzo su un camion che si trovava, l’ultimo pezzo un mio vecchio conoscente mi ha portato in bicicletta da San Remo a Bordighera.

La cosa sarà strana, il mio cane se l’è fatta addosso quando sono arrivato.

D: Cioè in totale quanti mesi hai fatto nei Lager?

R: Praticamente io sono stato arrestato a maggio e sono arrivato a casa, beh, facciamo il 5 di maggio, quasi un anno.

D: E con te questo amico che accennavi di Ventimiglia?

R: E’ mancato due anni fa.

D: Ma è stato arrestato anche lui con te?

R: No, era di un altro gruppo. Del mio gruppo eravamo, io ho di là una relazione perché avevo fatto una relazione, eravamo un certo numero, siamo tornati a casa, mi pare, quattro o cinque, adesso di quel gruppo sono rimasto solo io. Invece questo mio amico era di un altro gruppo.

D: Che è sopravvissuto anche lui?

R: Sì, siamo tornati insieme. Lui è stato quello che appena… Siccome lui era a Mauthausen da un po’ prima, era riuscito ad intrufolarsi nelle cucine, faceva il macellaio. Allora mi ha fatto entrare nelle cucine, ecco perché curavamo il nostro amico, perché riuscivamo a prendere patate, qualcosa in cucina per dare a questo.

D: Ecco, di Peggau cosa ti ricordi ancora, di questo sottocampo di Mauthausen?

R: Mi ricordo com’era fatto, diciamo la parte delle gallerie, tutto quell’affare lì. Le linee generali me le ricordo. Poi i dettagli ormai, ripeto, anche per l’età stanno sparendo.

D: Ed eravate solo pochissimi italiani?

R: Eravamo non più di dieci penso.

D: Però oltre a queste baracche che dicevi, le vostre, c’era anche un’infermeria lì a Peggau?

R: Sì, c’era un’infermeria. Era un’infermeria dove però uno entrava, non è che lo facessero fuori, se riusciva a guarire… Meno quando siamo partiti che quelli che erano in infermeria li hanno fatti tutti fuori. Li hanno fucilati tutti.

Corazza Osvaldo

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

R: Io sono Osvaldo Corazza, sono nato il 9 gennaio 1927 e risiedo a Bologna.

Il mio arresto avverrà ad Anzola dell’Emilia, anzi più precisamente a San Giacomo del Martinone, sempre considerando che noi eravamo usciti, eravamo sfollati da Bologna a San Giacomo del Martinone ed eravamo ospiti di uno zio.

Poi, per effetto dei bombardamenti, le operazioni aeree di Pippo, dato che la casa di mio zio era al lato del ponte Samoggia, allora decidemmo di cambiare il luogo ed andammo in una casa colonica, a casa di un contadino lì vicino, era della famiglia Guermandi e in questa casa, in questo luogo era sinonimo che lì c’era un’operazione resistenziale ed era una base partigiana, era un punto di incontro, di arrivo e di partenza delle varie formazioni che erano in movimento, le staffette che arrivavano portavano comunicazioni, quindi era un’operosità di quel genere.

Noi vivevamo in quella casa e non è che avessimo delle grandi funzioni in quest’operazione resistenziale, però operavamo insieme ai figli del contadino, nel conservare il materiale, armi ed altre cose, che le varie squadre, partigiani di passaggio, dopo le operazioni che svolgevano, quello che recuperavano lo portavano lì.

Noi raccoglievamo le armi, le tenevamo pulite, ed era un modo per dare continuità a questo movimento.

Diciamo così che noi ormai lo ritenevamo una cosa abbastanza normale perché spiritualmente, idealmente, la mia famiglia è sempre stata antifascista.

Mio padre era stato nel 1916 – 1918 consigliere comunale socialista di Anzola dell’Emilia, era stato anche bastonato ecc.

Quando, a Bologna avvenivano delle manifestazioni fasciste, lui veniva preso e poi portato dentro al gruppo rionale di Santa Viola, per esempio quando passava Mussolini in treno che da Roma andava a Milano, veniva preso e lo tenevano là, un giorno, una notte, due, a secondo.

Quindi, c’era da parte nostra già una predisposizione a questo movimento, quindi vivevamo nella paura, tenevamo sempre conto di questo perché chi ha vissuto quei momenti si rende conto di quale era la malvagità delle forze di occupazione, le SS, i luoghi fascisti e quindi si consideravano queste cose, però le operazioni venivano svolte.

Lì, come dicevo, la nostra collaborazione consisteva in questo: noi avevamo rapporti anche con altri contadini, altre basi, e noi dicevamo ai contadini che avevamo intorno, considerando che allora era tutto razionato: carne, fagioli, patate, latte, i contadini quando nascevano un vitello, due vitelli, tre vitelli, li dovevano denunciare al Comune.

Allora noi dicevamo: “Non denunciateli tutti quando arrivano due vitelli”. Così noi, dopo un certo periodo, andavamo a prendere questi animali, facevamo la macellazione, suddividevamo i pezzi, li mettevamo dentro dei sacchi di tela juta perché fosse una cosa grezza e quelli poi li portavamo alle altre basi che svolgevano questo tipo di operazioni, perché in questi luoghi non è che c’era una casa abbandonata. Voi pensate che c’era mezzo paese in quella casa, e anzi dirò che siamo stati fino a quarantatré residenti in quella casa e quindi c’era un movimento abbastanza aperto.

Quando facevamo queste operazioni di rifornimento alle altre basi, io o altri, andavano dal contadino sopra, nei luoghi in cui bisognava andare, con le armi, lì radunavamo e quando c’era un certo numero di armi, le mettevamo dentro ai carretti in mezzo a fascine ecc. e poi li portavamo in su, due o tre o quattro contadini, poi là abbandonavamo la cosa e lui pensava a fare la stessa cosa per riuscire al rifornimento delle armi alle formazioni partigiane di montagna, che erano tante in montagna, però l’unico difetto era proprio questo: la mancanza delle armi, perché nelle zone intorno, dove noi operavamo, qui operava la sessantatreesima brigata Bolerno, non è che sono avvenuti dei lanci di armi, rifornimento.

Questo è avvenuto, più che altro, nelle cime, ma soprattutto in Romagna. In Romagna sono avvenuti questi lanci, ma qui nell’Appennino nostro poco, nel Modenese, Monte Fiorino ed altro.

Diciamo che era una base che aveva questo carattere: era abbastanza operativa.

Direi anzi che la sera stessa che noi siamo stati arrestati all’interno della stalla, c’era una squadra di otto, dieci, dodici partigiani, non ricordo bene, che al momento in cui siamo stati circondati, loro riuscirono attraverso il portone dietro della stalla, a rifugiarsi dentro a un rifugio che noi avevamo preparato precedentemente in mezzo alle balle di paglia, avevamo lasciato un vuoto che sarà stato tre metri, due metri per due metri e mezzo circa e si tirava fuori una di quelle balle, entravano e poi si ritiravano dentro le balle.

Avevano spazio per respirare, perché filtrava aria.

E si rifugiarono lì perché subito dopo l’operazione di accerchiamento della casa e della stalla non avrebbero più fatto in tempo.

Il nostro arresto avviene a causa di una soffiata, diciamo così, ed è avvenuto un rastrellamento un po’ di giorni prima di questo rastrellamento, a San Giovanni in Persiceto, hanno arrestato moltissime persone, tra i quali c’erano anche alcuni partigiani che vedremo poi che sulla deportazione, noi troveremo i Comuni di San Giovanni in Persiceto e Anzola dell’Emilia, i due Comuni che hanno più deportati per effetto di questi arresti generalizzati e poi selezionati attraverso questi soggetti che erano i delatori.

Infatti ad Anzola dell’Emilia c’era un ex partigiano che era diventato il delatore.

Molti confronti sono stati fatti in carcere con noi e lui diceva: “Questo sì, questo no”, questo vestito con delle maglie, che le formazioni partigiane avevano distribuito e allora dicevano: “Questo è vestito…”, e tutte le volte che tu uscivi da questi confronti erano botte, ti dicevano: “Dove hai preso quella maglia?”

E io che ero un ragazzetto con una fisionomia abbastanza infantile, io dicevo: “Non so, me l’ha dato mia mamma, non so dove l’ha preso” e poi sberle, sganassoni, pugni.

Insomma lo svolgimento era questo.

Per tornare al periodo dell’accerchiamento, questi partigiani verso la mattina romperanno l’accerchiamento.

Premetto che nel mese di ottobre, questo avviene il 2 dicembre del 1944, nel mese di ottobre, per effetto della rottura degli argini del Samoggia, si era prodotto un grande allagamento e anche lì da noi nel cortile c’era così tanto di malta nella campagna, ancora di più.

Loro, alla mattina presto, aprirono il buco, aprirono il varco e fuggirono e riuscirono a fuggire tutti fuori che uno si sentì sparare.

Questo non riuscì a scappare e si andò a rifugiare nell’orto, e lì venne visto, trovato e portato in casa.

In quella mattina, mattina molto presto, venimmo arrestati, gli uomini che erano in quella casa. Il figlio del contadino Gaetano e un altro, un certo Bruno Baiesi che erano anche loro nelle formazioni, erano in casa a dormire e quando hanno sentito tutta questa cosa, sono fuggiti per una porticina e si sono nascosti sotto un sottoscala dove la donna di casa teneva le fascine di biancospino, le fascine adatte per cuocere il pane nel forno. E si andarono a nascondere là.

E sono stati nascosti lì per due giorni.

Infine, in un momento di calma, di tranquillità, che le SS avevano allentato la vigilanza, uscirono dalla porticina dietro e si andarono a rifugiare dentro un altro rifugio che avevamo scavato in un argine del Samoggia, con una botola, che quando era chiusa non si vedeva niente, e stettero là fino a un giorno o due prima che i tedeschi abbandonassero perché dovettero decidere, perché era pericolosissimo perché il portare loro da mangiare… Una notte uscirono dalla botola, entrarono dentro il letto del fiume ed uscirono nel sotto argine, la barlaida, la chiamavano e sono fuggiti verso Anzola e si sono nascosti in altri luoghi fuori dall’accerchiamento.

Questo che avevano trovato l’hanno portato in casa e hanno cominciato a interrogarlo con botte, calci, pugni, faceva sangue dappertutto e volevano sapere chi era il comandante e tutte queste.

Poi infine ci legarono con un cappio da contadino per il collo e in fila ci portarono fuori.

D: Chi è che hanno legato Dado? Te…

R: Tutti. Ci legarono..

D: Anche il tuo babbo?

R: Eravamo in otto, come ho detto, ci legarono con questo canapo e poi in fila ci portarono fuori, ci caricarono su un camion e ci portarono fuori.

Usciti dalla cavedania di questo contadino c’era già la strada della Persicetana, lì a fianco c’è il cimitero. Lì c’erano due o tre camion, siamo arrivati con il nostro camion e cominciarono: alt…, parlavano, discutevano e siamo stati lì un bel po’ e questo ci faceva pensare, c’erano le grandi paure, perché si pensava che poi ti avrebbero fucilato al cimitero.

Dopo un pezzo, invece decidono e ci portano a San Giovanni in Persiceto.

A San Giovanni in Persiceto avemmo prima un interrogatorio, alla casa del fascio, dove c’era….

D: Ma questo sempre le SS.?

R: Lì vorrei precisare che hanno fatto il nostro arresto le SS.

Dietro alla delazione di ogni soldato tedesco che era fuggito dalla formazione militare ed era entro entrato nelle formazioni partigiane.

Ora, tutto fa pensare che fosse stata una mossa politica per fare spionaggio.

Io non lo so, per il tipo, il soggetto che era, un ragazzo abbastanza mite, non credo che fosse stato .., comunque a parte questo…

Fatta questa operazione ci portarono via, arrivammo in San Giovanni in Persiceto e subito ci portarono al Comando dei fascisti, delle brigate nere che fecero un primo sommario, interrogatorio.

Poi ci portarono dentro alla Caserma dei Carabinieri, c’erano delle cellette e lì stettimo due giorni.

C’erano le cassapanche, c’era la paglia, si dormiva lì e ogni tanto dallo spioncino del portone passava un tedesco e diceva: “Domani tutti kaputt”, e questo non è che…

Questo incoraggiava sempre di più il pensiero che saremmo stati fucilati, impiccati perché già sapevamo di questa operazione dei tedeschi, quindi vivevamo in una grande paura. Quando sono arrivati i tedeschi in casa, nell’arresto, io ero timoroso, pauroso, anzi direi che a malapena riuscivo ad allacciarmi le scarpe dalla paura, perché bisogna immaginare l’atteggiamento di queste persone quando arrivavano, con i calci del fucile, ad ogni mossa, e questo soprattutto per dei ginetti come eravamo noi, non incoraggiava un granché.

Di fatto stiamo due giorni a San Giovanni in Persiceto, poi una sera, verso le nove, le dieci ci ricaricano in camion e partiamo.

Quando si arriva a Bologna, noi vedevamo dalle fessure, si fermarono sulla via Emilia davanti all’entrata della via Gucchi che in fondo alla via Gucchi c’era il tira a segno dove normalmente facevano le operazioni di fucilazione, ci sono oltre duecento fucilati nel tiro a segno.

Anche lì ci fermarono, discutevano, parlavano, solo che noi non capivamo niente di tutto questo.

Vivevamo solo nella paura.

Dopo un lungo periodo ripartirono e ci portarono su.

A noi è parso di aver fiancheggiato i portici per andare a San Luca.

Però questo è un po’ incerto.

Solo che a un certo momento, avanti un pezzo su per la collina ci fermano davanti a una grande villa, con dei cancelli grandissimi, che in fondo a questa villa c’erano delle piante rampicanti, lo ricordo bene perché c’era Carlo Nepoti che poi morirà a Mauthausen e diceva: “Qui ci fermano, qui c’impiccano, andiamo sulle corde”.

Erano piante rampicanti che io vedrò poi, dopo la guerra, andando a percorrere per vedere quei luoghi e ci portarono infine su nella casa di Sabbiuno.

Lì c’era una camera, una grande pagliata, e ci chiusero dentro.

Alla notte ci diedero anche da mangiare, una brocca, di quelle alte, piena di brodaglia, pezzi di carne e dovevamo mangiare con un cucchiaio solo e facevamo un po’ per uno a mangiare.

Ricordo che l’unico indizio che mi fa pensare, e non lo dico con l’assoluto però, perché di notte mi venne il bisogno di andare al gabinetto, e allora a forza di insistere, viene uno con me, un militare, e mi porta là dietro in un posto vicino alla siepe, intanto mi curava, io facevo le mie cose, infine ritorno dentro…

Quindi noi eravamo lì in attesa, senza sapere qual era la destinazione.

D: Scusa, Dado, invece di portarvi a Bologna vi hanno portato a Sabbiuno.

Sabbiuno è una località in un paese….

R: No, è una zona di collina sopra a Casaglia, sopra a Monte Donato, diciamo e, passata la notte, ci ricaricano sul camion e ci riportano a Bologna, al Comando della Gestapo, vicino alla strada …

D: Il Comando della Gestapo era qui ai giardini?

R: Era lì ai giardini, si chiama via Santa Chiara, a lato dei giardini Margherita.

Dalla botola della cantina dove noi eravamo, noi vedevamo, dietro agli alberi dei giardini, il monumento di Carlo Alberto che una volta era nella piazza maggiore, venne tolto durante la guerra.

Come arrivammo giù, lì ci misero dentro in due cantine e incominciarono gli interrogatori.

Mi presero subito e mi portarono su a pulire tutti i gabinetti del Comando e tutta la mattinata rimasi a fare quelle cose.

Poi il pomeriggio iniziarono gli interrogatori.

Ti chiamavano su e ti mettevano a sedere, di fronte a un ufficiale delle SS, su una sedia e incominciavano a dirti: “Tu sei della GAP e della SAP, e io dicevo: “Io non so neanche cos’è la SAP e la GAP”, io non ero niente, ero sfollato là. E cominciarono: “Chi era il Comandante della formazione del GAP?” Noi…, però resistevamo. Alla fine si scoccia, si alza su e si avvicina e ricomincia: “Tu eri della GAP o della SAP?”

Io dissi: “Non lo so”. Così mi diede dei grandi sberlone, dei pugni e allora si infiammò tutto nel parlare.

Dopo un po’ arriva dentro un ufficiale della brigata nera che disse: “Cosa c’è?” E io dissi: “Mi chiede se sono della GAP o della SAP, vuole sapere delle cose che io non so”.

Andammo avanti ancora, lui cercava bonariamente di dire: “E’ meglio che dici, perché è l’unico modo perché tu puoi salvaguardarti” ecc. e così.

Io non dissi niente.

Dicevo sempre la stessa cosa, come un disco.

Finalmente finì.

Io, da questi interrogatori, me la caverò con pugni e schiaffi, però gli altri venivano malmenati molto forte.

D: Scusa, Dado, ritorniamo a Sabbiuno, è una località dove non ci sono abitazioni?

R: No. Dove c’è ora il monumento, il monumento è un arco di cemento con le bocchette dove stavano quelli che fucilavano.

Lì c’era una casa da contadino, una casetta, poi c’erano delle altre, in collina.

La frazione come tale era prima e noi non sapevamo…

D: Perché vi hanno portato lì? Cos’era quel luogo?

R: Te lo stavo dicendo.

A Sabbiuno, poi si scoprirà dopo la guerra, che in quel luogo erano stati fucilati cento partigiani.

Sono stati ritrovati nel giugno del 1945, quindi un mese e mezzo dopo la fine della guerra, giù per questi calanchi che sono calanchi di terra maltosa, erano tutti seppelliti nella malta, per quello ci hanno impiegato tanto a trovarli. Di questi martiri ce ne sono quarantasette riconosciuti e cinquantatre sconosciuti.

Sappiamo che erano in quel gruppo ma non si sono potuti individuare.

Quando portarono su questi gruppi di partigiani arrivava il camion al carcere di San Giovanni in Monte a Bologna, lo mettevano davanti, veniva fatto l’appello all’interno, li portavano fuori e li legavano, gli toglievano tutto, quel pane che avevano, quel pane che avevano racimolato e gli legavano le mani dietro alla schiena. Li cacciavano sul camion e partivano.

Ricordo molto bene queste cose perché io vidi partire mio cugino Bruno che sarà uno di questi fucilati. Poi conoscevo bene il muretto, una medaglia d’oro, perché eravamo Dante e Dusiani, dove eravamo stati a scuola elementare insieme, non sapevo che erano partigiani quelli, però li vedevo, perché io ero nella cella di transito, proprio di fronte all’entrata o all’uscita di San Giovanni in Monte.

D: Scusa, queste fucilazioni condotte lì a Sabbiuno, sono state eseguite da chi?

R: Dalle SS, potrebbero esserci anche delle brigate nere, ma quando uno andava nelle mani della Gestapo, quelli rimanevano in mano alla Gestapo.

Finiti gli interrogatori alla Gestapo, lì c’era la selezione o chi era fucilato o chi era eventualmente deportato, se non alcuni, come dirò, di noi otto che eravamo, tre di questi saranno rilasciati dopo gli interrogatori perché erano vecchi, due erano vecchissimi, poi c’era il garzone del contadino che era un montanarino che allora usava così, andavano a prendere i poveri ragazzi, però forti per lavorare, era un po’ semplicione, e anche quello viene rilasciato, Toni si chiamava.

Io lo ricordo molto bene perché molte volte lo schernivamo anche perché era un po’ semplicione.

Degli altri cinque, due saranno fucilati in Sabbiuno, quel famoso Baiesi che trovarono quando ci hanno arrestato e l’anziano contadino, era un omone, un vecchietto, era un uomo forte come forza, pieno di arroganza.

Quando durante il periodo dell’occupazione, le brigate nere venivano nel cortile dei contadini, venivano lì e cominciavano a sparare alle galline, derubavano, e lui veniva fuori dalla stalla con il forcale: se torni a tirare un colpo di fucile te lo pianto… Diceva così. Non aveva paura.

Dicevo che due sono stati fucilati lì, altri due, io e Nepoti Carlo saremo invece mandati a Mauthausen.

Mio padre, che era in carcere con me, quando sono venuti a chiamare all’interno della cella, cominciarono a chiamare Corazza Osvaldo e quando arrivarono alla fine Corazza Gaetano non l’avevano chiamato, però dentro all’ufficio matricola, dove c’era il salone in cui ci avevano radunato per deportarci in Bolzano, chiamarono anche Corazza Gaetano.

Non c’era, si vede che nel chiamare, lui avrà letto: “Corazza l’ho già chiamato ed è passato giù, immagino io”.

Lì, all’ufficio matricola chiamano “Corazza Gaetano, Corazza Gaetano”, non c’era. Ne avevo altri due di Corazza insieme a noi, che erano due cugini miei, che uno poi morirà a Gusen, l’altro invece verrà a casa e lì dice che ci fanno partire.

Mio padre rimane in carcere, che dopo una ventina di giorni, partiti noi, lo mandarono ai confini della Svizzera, a badare a dei cavalli, dopo alcuni giorni che era là abbandonò i cavalli e arrivò a casa, arrivò a casa prima della Liberazione.

A noi invece ci caricarono il 22 dicembre, se ricordo bene, arrivammo all’antivigilia di Natale a Bolzano, però facemmo una notte fermi in una scuola a Pecognaga, perché ci portarono via, si partì si vede tardino, verso la mattina eravamo nei dintorni e ci portarono a Pecognaga.

Lì ci portarono dentro quella scuola e stemmo lì tutto il giorno, sempre guardati dalla SS.

Si vedeva la piazza di Pecognaga.

Alla sera ci ricaricarono sui camion e via. Si parte, si passa il Po su questi ponti fatti di barche e giungemmo a Bolzano in mattinata.

D: In quanti eravate più o meno, Dado?

R: Eravamo novantun uomini e nove donne. Erano due o tre camion.

Mi ricordo che sul camion avevo l’avvocato Costa vicino che aveva una gamba diritta e mi diceva che gli stavo addosso alla gamba. Ci avevano pigiati lì dentro così e così si doveva andare.

Arrivati a Bolzano, lì comincerà l’operazione di tosatura e anche l’immatricolazione.

Io avevo il numero 7.973, detto così me lo ricordo un po’ meglio. Poi pensate che ci sono degli amici miei che non si ricordano che li avevano numerati perché poi i ricordi sfuggono dopo tanto tempo.

Lì fu la prima volta che ci dissero: “Da oggi in avanti voi avrete questo numero, non avrete più nome e cognome”, la prima volta.

Poi di nuovo, ci rinnovarono questa espressione quando arrivammo a Mauthausen.

Dal 22 di mattina stemmo fino al 6 di gennaio in Bolzano.

Lì non facevamo niente, non si faceva niente e al mio arrivo, racconto questo episodio perché simpatico, incontrerò il mio amico Balboni, che era amico mio perché eravamo vicini di casa, eravamo nel bar insieme.

Quando eravamo lì in fila, diritti così, arrivò un gruppo che veniva da fuori, allora si avvicinò a Balboni e disse: “Siete di Bologna?” E noi rispondemmo: “Sì, siamo di Bologna”. “Non c’è nessuno di Santaviola?”

C’ero io, Balboni… “Ma com’è che sei qui?” Allora parlarono in fretta, perché lì menavano… Poi ci portarono dentro al posto.

Ricordo che di tanto in tanto, lui che veniva di fuori riusciva a recuperare qualche po’ di miele o cose del genere e ogni tanto ce lo portava.

Insomma lì passammo questi giorni in Bolzano, sembrava che si fosse aperta la prospettiva di poter andare a lavorare dietro il campo, che stavano allargandolo, sembrava ci fosse un ufficiale americano, un pilota e dicevano che era il capo che conduceva i lavori di carpenteria e allora noi chiedemmo se si poteva andare a lavorare lì. E non ci dissero neanche di no e si arrivò che ci spedirono via e non riuscimmo a combinare niente.

Da Bolzano ci caricarono il 6 di gennaio…

D: Dado, ti ricordi, scusa, nella tua brevissima permanenza a Bolzano, se hai trovato anche dei religiosi?

R: Io dirò questo: dei ricordi di Bolzano, di espressioni spirituali no…, poi neanche nel resto.

Ricordo bene che facevamo arrabbiare un nostro amico, che era deportato lui, era molto religioso.

Ogni tanto qualcuno si metteva una gabbana nera e diceva: “Pietro, vieni qui che ti voglio confessare”.

Stiamo facendo un monumento dedicato a lui e a un altro.

Si chiamava Pietro…

D: Ma di sacerdoti non ne ricordi?

R: Ne troveremo due quando arriveremo a Mauthausen.

Comunque lì, una delle cose impressionanti che vidi, alla mattina veniva fuori dalla baracca, dalla baracchetta per andare a fare il bagno, in mezzo, in fondo al piazzale di Bolzano c’erano le celle.

C’erano le celle e dentro a queste celle, ricordo, quando passavamo, c’erano dei mongoli che erano quelli che dalle truppe russe erano passati alla collaborazione. E li avevano arrestati perché chissà cosa avevano fatto. Comunque facevano degli urli che sembravano dei selvaggi.

Un giorno, mi capitò una mattina, che passando di lì, uno di questi venne di lì dall’inferriata e portò un deportato e gli fece vedere che aveva del pane. Quando si avvicinò lo prese per il collo e se lo tenne lì, io vidi che cadde in terra. Non so se era morto o quasi morto perché io tagliai la corda.

Secondo me era morto, ma non ho la certezza.

Così imparai che quella era gente così.

Una delle cose più grosse erano quelle lì.

Del resto lì abbiamo vissuto una vita da niente.

Il 6 gennaio venimmo ricaricati e portati in stazione. Lì ci stringeranno dentro i vagoni, non lo so quanti eravamo, sessanta o sessantacinque, so che non c’era posto per tutti, solo in metà vagone ci si poteva sedere e bisognava fare i turni, arrivammo a Mauthausen l’11 gennaio, alla mattina presto.

D: Scusa, Dado, siete partiti da Bolzano da dove?

R: Dalla stazione ferroviaria di Bolzano, con il camion, da dentro il campo ci portarono alla stazione e da lì ci ricaricarono dentro i vagoni bestiame.

Il viaggio fu molto lungo, perché voi pensate che da Bolzano ad arrivare a Mauthausen ci sono 400 km, per treno penso ci saranno 350 km e stemmo nove, dieci giorni in viaggio.

E ci hanno dato da mangiare una volta, a metà del viaggio che fu il 9 gennaio che io compivo diciotto anni quel giorno.

Fu un viaggio molto penoso e non ci furono dei morti nel mio vagone, ma in altri vagoni sì.

Mi ricordo bene che una delle cose penose era la sete, c’era il fiato pesante.

Allora, per rinfrescarci la bocca leccavamo i bulloni che fissavano le piastre che tenevano ferme le aste del vagone e facevano una brina, e le cavavo quelle o con le dita…

Da mangiare ci diedero un bussolotto di carne tritata, una specie di Simmenthal, e una pagnotta di pane, ogni due.

Dopo, con quei bussolotti, con le cinture, dal mezzo del finestrino che c’erano i fili, aprivamo i fili reticolati, mettevamo giù i bussolotti per raccogliere un po’ di neve, a volte ci andava bene e delle volte ci andava male.

A volte si raccoglieva un po’ di neve, a volte dei sassi, a volte anche dello sterco che dietro alle ferrovie non mancava.

Durante questi giorni e notti ci lasciavano fermi delle ore.

Non era freddo, neanche se era gennaio, all’interno del vagone, e poi eravamo anche abbastanza vestiti perché in carcere, durante il periodo della permanenza in carcere, un giorno alla settimana potevano venire dei familiari a portarci qualcosa da mangiare, vestiti, quindi eravamo abbastanza vestiti. Non era neanche freddo, almeno non ricordo che era freddo.

Arrivammo a Mauthausen, ci scaricarono a Mauthausen e finita l’operazione di scarico, ci avviarono. Passammo dentro alla cittadina di Mauthausen che non è come era adesso.

Adesso c’è il viale di circonvallazione. Allora non c’era.

Il viale di circonvallazione che costeggia il Danubio non c’era. C’era solo la strada che passava al centro.

Al lato destro c’è una rupe, una grande collina dove sopra ci sarà il campo e a destra tutte le residenze.

Ricordo che quando passavamo dalla città, si vedevano i bambini che guardavano e curiosavano e le donne, quando vedevano che passavamo, chiudevano gli scuri, si tiravano dentro, insomma. Non avevamo delle scherni, altri amici miei mi hanno detto che invece trovavano dei bambini che tiravano loro i sassi, sputavano, ma io questo non l’ho verificato.

Arrivati a Mauthausen ci fecero percorrere la strada all’interno, come dicevo, di quella gente che era lì in giro e cercava di allontanarsi più che di curiosare o tanto meno di solidarizzare, che non sarebbe stata cosa facile, è vero, tanto per chi fosse stato nazista o antinazista, venire a solidarizzare era una cosa pericolosa.

Passato il paese c’è una mulattiera che va su dal paese, non è più la strada normale che si fa ora, su per questa mulattiera finalmente arriviamo sopra, come arriviamo sopra nella strada, a sinistra c’era una casa del contadino che c’è ancora e subito a destra tu vedi la facciata del campo, c’era la neve.

Le mura che sono belle grigie adesso, ma nel confronto con la neve erano mura scure.

Sopra al campo c’erano dei nugoli di corvi che urlavano perché lì intorno c’erano le famose fosse comuni, di cui noi sapremo dopo, e di cui io non ho mai saputo.

Arrivammo dentro al campo e come arrivati al campo, un episodio simpatico, appena dentro il portone, fermano tutta la fila e io rimango lì tra il dentro e il fuori del portone.

Lì di fianco c’era un marocchino, un francese, era un mulatto che spazzava. “Italiani…, good maccheroni…”, diceva e continuava a spazzare.

Poi ci portarono dietro alla prima baracca di destra e lì ci fermarono e incominciarono l’operazione della spoliazione, la rasatura e infatti in venticinque o in trenta andavamo giù, ci fecero fare la spoliazione e dissero: “Mettete lì la roba che poi quando uscite dalle docce…”. Intanto ci facciamo avanti, di qua e di là c’erano due barbieri che ci tosarono da capo a piedi.

Noi eravamo già rasati da Bolzano e lì ci fecero la prima riga, la Strasse.

Così, spogliati, nudi, comincia quest’operazione.

Io ho assistito alla prima operazione di punizione di due preti, che erano due preti di Milano, uno di qua e uno di là e non volevano farsi tosare sotto e hanno preso tante di quelle botte da fare paura, perché lì ti tosavano la parte sopra, io non avevo niente da tosare, non avevo la barba, nel petto non avevo il pelo, ci fecero salire su un mensolino alto come una sedia, e poi ti tosavano sotto. Poi ti davano la creolina, questo dopo che venivi fuori dalle docce.

Fatta la rasatura, si andava dentro. Quando eravamo tutti dentro, ti facevano fare la doccia, e fuori di là quando uscivi la tua roba non c’era più.

Lì c’era un bancone, ti davano un paio di mutande, una maglia, un paio di scarpacce e fuori.

C’era la neve fuori, ci portarono fuori e lì aspettavamo perché finché non si era raggiunto un certo numero non si andava in baracca.

Finita l’operazione di questo, allora ci portarono in baracca, dentro il campo di quarantena.

Come arrivammo là ci diedero da mangiare, una sbobba dolcina, una cosa proprio che non si poteva mangiare e sopra, perché erano tutti castelli, file di castelli e qui c’era la… che ti dava questa roba e noi facevamo gli schizzinosi perché nonostante tutto, venivano dal carcere, da Bolzano e qualcosa mangiucchiavamo.

Così c’era un deportato spagnolo, lì sopra a sedere, al terzo piano del castello che diceva: “Mangiatela perché non la mangerete mai più. C’era dentro del semolino, della roba…”

D: Dado, il blocco di quarantena, ti ricordi il numero del tuo blocco?

R: No, il numero non lo ricordo.

Ricordo che appena entrati dal cancello eravamo nel primo blocco. Non so venti, ventuno, ventidue, erano tre, credo, i blocchi di quarantena, però alla quarantena stemmo solo pochi giorni.

Nei blocchi di quarantena c’erano i castelli a tre piani, quelli dove l’ultimo batteva la testa sopra.

Ricordo bene che c’era anche uno di questi spagnoli, un certo Eolo, ci cantava “Limon Limonero”, una canzone spagnola, bella…, voi siete giovani, non la sapete.

E lì fu la prima esperienza della baracca. Arrivò poi il giorno dopo che ci diedero la numerazione.

Come vi dicevo, ci misero a sedere contro il muro della baracca, lì ci misero a sedere e poi una piastrina con il numero: 115.453.

E ci fecero la foto, perché questo rimaneva il documento del campo, cosa che non troveremo mai.

Non credo nessuno abbia trovato le foto di Mauthausen, quindi credo siano state distrutte, a meno che non saltino fuori tra altri cinquanta anni.

Solo che non possiamo vedere se siamo venuti bene!

Ora, lì fatta quest’operazione, noi rimaniamo in attesa…

Dirò, ritornando indietro, che dei cento che siamo arrivati a Bolzano, le donne rimarranno a Bolzano e partono solo gli uomini e alla fine della Liberazione torneremo a casa dodici, tredici, quattordici, il numero preciso non lo so, non lo ricordo.

Fatta quell’operazione, noi al campo non saremo adoperati per andare alla scala, alla scala della morte, anzi io dirò che della cava ne avevo sentito parlare perché vedevamo, alla mattina, quando sull’Appel Place ci facevano la conta, vedevamo che arrivavano verso le 6, i deportati del blocco di eliminazione, laddove c’erano quei russi, che poi avverrà il tentativo di fuga e arrivavano su moribondi, stramazzavano in terra insieme ai sassi, si accatastavano in terra.

Allora mi dissero che quelli andavano nella cava per prendere questi sassi, ma io non l’ho mai vista, anche quando sono stato liberato.

Sono stato liberato a Gusen, ma non l’ho mai vista la cava. L’ho vista solo dopo la guerra. Quindi lì non facevamo niente.

L’unico impegno per cui io sono stato utilizzato all’interno del campo è quando è avvenuto il tentativo di fuga.

Noi usciremo dopo tre o quattro giorni dal blocco di quarantena, entriamo lì, credo nella seconda baracca, fuori dal campo di quarantena, credo fosse il blocco dodici, tredici, era il secondo dietro.

E lì, invece noi non avevamo più i castelli, ma avevamo i pagliericci in terra.

Alla sera, entriamo in questa baracca, era tutta vuota, solo lì in fondo c’era una pila, una catasta di questi materassini che poi, alla sera, i Kapò ci dicevano: “Via, stendere…”, ci facevano stendere i materassini e loro ci mettevano a letto.

In fila, così, testa e piedi, tutto il piano coperto di deportati, solo il sentiero in mezzo, che poi loro per divertimento, quando giravano ci giravano sopra.

Quando le notti sono rumorose, alla mattina, alle quattro ci svegliavano e ci mettevano in fila sull’attenti fuori, accanto alla baracca e a me è capitato una volta di essere fuori. Ti lasciavano lì, alle cinque, alle sei, alle sette, tre, quattro ore, finché volevano e stavamo lì sull’attenti.

Quando qualcuno non resisteva e cadeva mettevano là il mucchio di neve, se rinveniva tornava in fila, altrimenti lo portavano via.

A me è capitato una volta, in quel periodo che eravamo lì, avvenne il famoso tentativo di fuga, là dal blocco di eliminazione, in quella baracca che era definita di eliminazione perché là ai deportati che c’erano il mangiare lo portavano solo quando rimaneva, quando rimaneva del mangiare dalla quarantena, allora passavano dietro, perché questo era dietro alla quarantena, e gli davano da mangiare. Altrimenti andavano alla sera a caricare i cadaveri e via.

Nei primi giorni del febbraio del 1945, sarà il 4, il 5, o il 3 febbraio, avvenne questo tentativo di fuga.

Nel pieno della notte cominciammo a sentire sparare, sembrava il terremoto, le mitragliatici, i fucili.

Noi eravamo rinchiusi nelle baracche.

Durò un paio d’ore tutta quest’operazione. Verso mattina, appena giorno incominciarono a prendere degli uomini e con i carri, i carriacci che erano là, sempre trainati, andarono fuori dal campo a caricare i cadaveri.

Io vedevo, quando tornavano che erano insanguinati, dei pezzi di carne ecc., ma noi eravamo ancora lì in baracca.

Arrivarono lì, verso le nove, le dieci, a mattina fatta insomma, anzi forse anche un po’ più tardi, perché prima sgombrarono tutti i cadaveri che poi li portavano nelle botole, che li davano ai forni crematori e ci vennero a prendere a me e a un altro. Ci diedero una specie di barella fatta a cassa e con uno delle SS dietro ci porta fuori dal carro e andammo là fuori a raccogliere gli zoccoli, gli stracci, voi immaginate il pandemonio.

Se da questo tentativo di fuga, la storia dice che ci saranno circa seicento morti, i superstiti sono una decina, poco più o poco meno.

E’ vero, c’era un pandemonio.

Noi andammo fuori, caricammo questa cassa e poi tornammo dentro.

Ci fecero andare giù dalla scala dei forni crematori, passammo dentro, davanti ai crematori e poi ci portarono là in fondo che c’era un magazzino di carbone a vuotare la roba là dentro e poi tornammo fuori.

Fu l’unica occasione in cui vidi i forni crematori, poco lontano c’era anche la camera a gas, però questa è una storia che credo siano pochi che la possano raccontare perché chi ha lavorato nei forni, chi ha lavorato nelle camere a gas veniva eliminato. Quindi era difficile trovare qualcuno che potesse testimoniare di queste cose.

Forse sarà qualcuno di sopravvissuto probabilmente, un tedesco.

Insomma, una storia molto sconosciuta.

Quindi torniamo in baracca.

Io assistetti all’arrivo prima di questo tentativo di fuga, all’arrivo dei deportati che arrivavano da Auschwitz tra la fine di gennaio e i primi di febbraio, L’1, 2 o 3 febbraio, non ricordo bene. Ricordo bene però che Teo Ducci mi disse che arrivò il primo di febbraio. Noi vedemmo arrivare questi deportati e li portarono là dietro, dove portarono noi.

Tieni conto, quando arrivammo noi, che ci misero lì, c’erano dei deportati che erano già dentro. Arrivavano là dietro, di nascosto, e dicevano: “Avete degli orologi, degli anelli, dateci tutto, perché ci tolgono tutto…” ma chi ci credeva? Noi pensavamo che questi facevano i furbi per poi dopo trafugarci e questo non potevano farlo con quelli di Auschwitz perché quelli avevano meno di quello che avremmo avuto noi.

Insomma lì arrivarono alla sera, e il pomeriggio verso sera erano tanti, tantissimi, non so quanti.

Però lì morirono tre, quattro, cinquecento deportati morirono assiderati nella notte, là fuori, aspettando di fare quest’operazione di tosatura, disinfezione, uno potrebbe dire: che tosavano se venivano dai campi? Però avevano scrupolo di ripulire e poi ci disinfettavano con quella creolina, una roba puzzolente, che bruciava.

Facevano quest’operazione, per dirvi che io non ho mai avuto i pidocchi, neanche a Gusen.

Avevo una scabbia spaventosa, forse era per quello che non si rigiravano.

Però non ho mai avuto gli insetti.

Verso il 5 o il 6 febbraio ci incolonnarono e ci portarono giù a Gusen.

Ai primi di febbraio, ci incolonnano a piedi, scenderemo da Mauthausen e per strada arriviamo a Gusen.

Ci fanno entrare tutti a Gusen 1, poi lì a Gusen fanno la selezione di quelli che rimangono a Gusen 1, noi usciamo di nuovo e andiamo a Gusen 2.

A Gusen 2 ci suddividono nelle varie baracche.

Quando io arrivo nella mia baracca, di cui non ricordo il numero, ma penso il 10, non ne sono certo, perché ero un cinazzo e me ne fregavo di quello che avveniva intorno e cercavo solo la strada per non essere picchiato e trovare il mangiare.

Infatti mi portarono dentro a questa baracca ed era vuota, si vede che erano già partiti per Saint George, per il lavoro. Andai dentro questa baracca, guardavo, e ad un certo momento sentii dire, guardavo, andai a vedere, là in fondo, al piano di sotto del castello, c’era un deportato, mi avvicinai e parlava in francese, e io ho detto: “Sono italiano”. E mi ha chiesto: “Italiano?” Lui era un professore francese di italiano. Mi ha detto: “Com’è che sei qui?” Allora io tergiversavo e dicevo: “Non so, sono stato preso, mi hanno portato…”

Così lui mi parlava un po’ da padre dicendo: “Questo è un posto in cui è difficile sopravvivere, quindi tu stai attento, cerca di capire subito le cose che ti dicono, perché altrimenti sarai bastonato continuamente, quindi cerca di intendere tutto quello che ti dicono”.

La sera che arrivarono a casa, mi diedero il pasto e dove dormire, dormivo con un forestiero, non era uno dei nostri.

Passò la notte e alla mattina già ero in squadra per andare a lavorare. Quando sono tornato, alla sera dal lavoro, non c’era più. Non so se l’hanno portato all’ospedale o se l’hanno portato invece al Revier perché a Gusen 2 c’era la parte davanti con tutta una fila di baracche, undici, dodici, credo che l’infermeria era il dodici o il tredici. Dietro all’infermeria, fuori dal recinto c’era il blocco di eliminazione, con una grande piazza e c’erano i binari del trenino che ci portavano a Saint George dove c’era la galleria con la fabbrica della…., ogni mattina, ogni sera, a secondo del turno che si faceva, arrivavamo nella piazza, e ci mettevano davanti ai vagoni tutti preparati, aprivano il vagone e a bastonate ti facevano salire sul vagone. Non ci stavano mai tutti.

Allora, chiudevano, facevano andare su tutti, poi quando avevano finito l’operazione ce ne erano ancora sette, otto, dieci, riaprivano il vagone, risalivano la scaletta, incominciavano a bastonare dentro, si faceva il vuoto, due legnate a quelli che erano giù per andare su.

Erano legnate tutte le volte lì.

Una mia esperienza all’interno di questi carichi, per Saint George fu questa, qui c’era l’entrata del vagone, nell’angolo a destra, io ero proprio là nell’angolo.

In uno di questi momenti che ricaricavano quelli sotto…, gli altri si allargano e venivo schiacciato, quasi stavo per soffocare perché mi spingevano in questo angolo. Finalmente si allentò un po’ la cosa e mi ripresi, per dire come poteva essere l’operazione di carico.

Il percorso di questo trenino, con un soldato della SS di qua, e di là, e seguivano a passo d’uomo il trenino. Di notte, avevano i cani, avevano dei fari a pila per vedere. Poi, avevano la macchina che non trainava, ma spingeva, andava indietro con la raspa che raspava sui binari per evitare eventuali fughe ecc.

Quella era l’operazione di carico quando si arrivava dentro al piazzale della fabbrica e si scendeva incolonnati, ci portavamo davanti al primo stallen, la prima galleria, e lì c’erano quelli che contavano alla sera, alla mattina.

La conta è sinonimo di una delle pene a carattere psicologico perché ti tenevano alla conta anche delle ore, delle volte e ti tenevano lì e ricontavano, così facevano perché tanti entravano nell’officina e tanti dovevano uscire. A volte si rimaneva lì delle mezze ore, ancora più, che ne mancavano uno, due o tre, che li andavano a cercare e li trovavano già morti, dietro delle lamiere, degli angoli bui. Li trovavano là, erano andati per riposare e poi morivano. Quando c’erano tutti, allora si ritornava.

Io, in fabbrica, ero a banco e facevamo gli sbavatori.

Le lamiere che venivano tranciate, facevano la bava e noi, nella morsa, mettevamo queste lamiere e poi con la lima limavamo queste.

Eravamo in quattro, c’ero io qui a destra, c’era un triestino che non ho mai più rivisto, non ricordo, non so se è vivo o morto ma non l’ho mai più trovato.

Di fronte a noi c’erano due rossi che erano due rossi che erano in carcere con noi nel carcere di San Giovanni in Monte, che erano nelle formazioni della Stella Rossa, erano di Sesia Bologna perché dovevano venire alla liberazione di Bologna, poi sono stati arrestati, trovati e poi hanno fatto il percorso della deportazione. Erano lì, lavoravano con noi.

Si lavorava, sbavava ecc.

Una delle pene era andare al gabinetto perché quando andavi al gabinetto c’era sempre la fila, c’era la fila perché c’era un mucchio di deportati che aveva la diarrea.

Ricordo che una volta avevo davanti a me uno di quei bimbetti che erano poi gli amanti dei Kapò e girando gli presi nel tacco della scarpa e gli si sfilò la scarpa, si girò indietro e mi diede due sganassoni. Allora, io mi tirai indietro, perché se tu toccavi uno di quelli lì eri spacciato. Anche se arrivavano che litigavano, lì loro menavano tutti, lì per andare al gabinetto…, per dire com’erano le varie peripezie.

Un altro episodio all’interno dello stallen, del reparto di lavoro fu quando veniva l’allarme e toglievano la corrente dall’interno. Noi potevamo riposarci, stare lì, ma non potevamo muoverci dal banco e un giorno venne l’allarme, tolsero le luci, ci misero lì a riposare.

Era un bisogno estremo per noi sederci in terra. Dopo un’ora, un’ora e mezza venne la luce, cominciammo a lavorare, da lì arrivava il responsabile della SS del reparto perché in ogni reparto c’era una SS più il Kapò. Di civili c’era uno solo che era il capo reparto tecnico, bell’omone, moro.

Arrivò la SS da lì sotto, da me veniva fuori un rivolo di acqua e allora lui disse: “Chi ha fatto pipì?” Io no, lui no, nessuno, manda a prendere il Gummi, comincia a bastonare il primo rosso di qui, dopo otto, dieci botte, si alzò su e gli picchiarono nella testa, cadde in terra, lo massacrarono di calci la SS e il Kapò, poi portarono via quello lì massacrato e sotto l’altro che fece la stessa fine.

Delle volte, i ragazzi mi chiedono: “Quali sono stati i momenti in cui lei ha avuto paura?”

Io paura l’ho avuta sempre dal momento che mi hanno arrestato, sempre.

Lascio immaginare a voi, in questo momento che tu eri in attesa di quest’operazione. Anche questo rosso che non vedremo mai più.

Dopo andò sotto il triestino, gli cacciarono dieci colpi di Gummi e lo mandarono al posto a lavorare. Poi andai sotto io, sei colpi di Gummi, un calcio nel culo e a posto e cominciammo a lavorare e vi dirò che con soli sei colpi di Gummi, per quindici giorni non potevo sedermi, perché picchiavano forte.

C’erano i Kapò che picchiavano forte perché erano malvagi, perché lo sanno tutti, ma anche il più bonario doveva picchiare, altrimenti la SS diceva: “Te le do a te”.

E questo fu uno degli episodi più drammatici all’interno della galleria di Saint George.

D: Dado, scusa un attimo, queste gallerie dove erano allestite le officine, erano molto grandi?

R: Vi dirò, le gallerie di questa officina io non le conosco perché arrivavamo dentro dopo che ci avevano contati, arrivavamo dentro e ognuno si smistava per i suoi reparti. Gli stallen erano i vari reparti. Passando per andare là in fondo dove lavoravo, vedevo che qui a destra e a sinistra c’erano altre gallerie. Io non ho mai visto. Ho visto, due anni fa, a Gusen che c’è un plastico adesso. Sono rimasto strabiliato, non meravigliato, perché è una fabbrica di una grandezza immane, con tutti questi reparti, queste gallerie, era bucata quella montagna e d’altra parte il nostro treno era un treno bello lungo, che ci portava dentro, ci scaricava nel cortile. Voglio dire che c’erano molti deportati, quindi doveva essere grande, però il problema della deportazione si può anche dire poco perché quando tu vivevi nel campo non è che tu potevi andare a girare, curiosare, che c’era il pericolo dei Kapò e delle SS.

Quando eri in fabbrica ancora peggio, non potevi andare a girare perché lì c’erano i Kapò che sorvegliavano…

D: Dado, voi lavorate dentro nelle gallerie, nelle officine installate nelle gallerie per quante ore?

R: Dodici ore facevamo dalle sei del mattino alle sei di sera.

D: C’era umidità? Il clima com’era? Si respirava? Era caldo?

R: Dove ero io si stava abbastanza bene, perché era proprio di fronte all’entrata, era molto lungo ma comunque era arieggiato abbastanza bene, umidità non ce n’era. La vita era quella.

Una vola assistetti, non era del nostro reparto, ma di un altro reparto, un operaio veniva punito non so cosa aveva fatto e lo misero su un banchetto alto così e poi lo misero in piedi e gli diedero un altro banchetto e gli facevano fare le flessione.

Voi lo vedrete non nelle foto del museo di Mauthausen, ma nei disegni, quei disegni li hanno fatti dei deportati, altrimenti non si possono fare delle cose così espressive alla realtà e lo misero lì e una flessione, una, due, dopo tre o quattro flessioni cadde giù e lì venne massacrato come hanno fatto con quel rosso.

Dico queste cose non tanto per impressionare, ma per dare dimostrazione dell’ambiente com’era, il lavoro non era né difficile, né massacrante.

Però, il problema era questo: tu eri costretto a questo tipo di ambiente, quindi non era tanto la fatica, quanto invece la condizione di sopravvivenza Anzi, io dirò che penso che il motivo della mia sopravvivenza, come di altri, sia dato dal fatto che noi abbiamo lavorato in galleria ed eravamo coperti dalle intemperie, da tutte le fatiche, perché chi lavorava nelle cave, chi lavorava a fare le gallerie, quella era roba da schiavi.

E io penso che uno dei due o tre elementi fondamentali per cui siamo sopravvissuti è questo dell’avere lavorato in galleria, questo sia uno dei punti fondamentali. Perché dovere lavorare fuori, mezzo svestito, sotto l’acqua gelida, al ghiaccio è difficile sopravvivere.

E questo avviene fino a pochi giorni dalla Liberazione.

D: Dado chi era Carlo Manzi?

R: Carlo Manzi era un amico nostro, che era in carcere con noi. Era di Decima di Persiceto. Carlo Manzi…

E la sua fine è stata una fine brutta.

Anche se lui muore inconsapevole perché ormai era ridotto in coma, era sfinito, perché lì tu morivi di sfinimento.

Quando noi parliamo di musulmani, Manzi sarebbe stato un musulmano. Solo che ci sono dei musulmani che prima di arrivare al coma totale riescono anche a girare, però quando tu incontravi uno di questi, gli parlavi, come io parlo a te, ti guardavano con degli occhi così ma non capivano niente di quello che tu gli dicevi.

Manzi era ormai ridotto in quel modo e l’occasione in cui l’ho visto finire è stato quando, una sera, tornando dal lavoro, venne il Kapò come responsabile della SS, il Manzi non era venuto al lavoro perché ormai era…, l’avevano tirato giù perché dormiva al primo piano basso, hanno preso via un assetto da sotto, gliel’hanno messo sul collo e poi il Kapò gli ha messo il piede sopra intanto che loro due parlavano, intanto che lui era spirato.

Poi lo portarono via e non lo vedemmo più.

Carlo Manzi…, ho avuto un problema, quando sono tornato a casa, le sue sorelle sono venute a trovarmi in ospedale, però si sono raccomandate che non andassi a casa sua perché la mamma soffriva di cuore. Io ho detto che era morto, ma non ho detto così perché non aveva importanza dire queste cose. Può avere importanza a livello testimoniale per dare esempio, ma sul piano sentimentale non serve a niente.

D: Dado, tu con altri, avete mai pensato alla fuga?

R: Sì, questa è una cosa…

Direi che è quasi ridicolo pensare nell’ambiente in cui vivevamo…

Avanti un pezzo, in fabbrica, Stanghellini che era un anziano che là c’è morto suo figlio, lui ha assistito alla morte di suo figlio, Stanghellini Adelio che verrà a casa, anzi sarà quello che mi porta a casa, era stato nel blocco di eliminazione, al Riviere perché suo figlio era andato all’infermeria, all’ospedale e dopo un pezzo non arrivava più in baracca e allora si sapeva che dopo due o tre giorni che erano all’infermeria, o tornavano al lavoro o venivano inviati al Riviere. Allora Stanghellini che parlava un bel po’ il tedesco perché nel 1939, lui era immigrato a lavorare in Germania, 1938 – 1939, poi venne a casa, quindi lui parlava un po’ il tedesco.

Una volta si avvicinò al capo tecnico, il civile e gli disse: “Guarda che noi siamo italiani, ecc. siamo qui…, non siamo dei delinquenti”, lui stava lì e disse: “Guarda, noi abbiamo due persone che hanno un mucchio di oro”. Glielo raccontavano, abbiamo due amici milanesi che sono pieni di oro, insomma siamo una squadretta di sette, otto.

“Se tu ci porti fuori a lavorare alle macerie, dietro alla ferrovie… “Allora lui disse: “Ma…”, non si scandalizzò.

Il fatto che non si impaurì.., però lasciò una porta aperta nel senso che non si arrabbiò ed affrontò il discorso.

Una settimana dopo ritornò alla carica dicendo: “Allora, cosa dici?”

“Noi abbiamo quest’oro e te lo diamo tutto”.

Gli disse intanto che non poteva perché non aveva queste funzioni di portare fuori la gente, ma disse: “Anzi, se potessimo fare una cosa del genere, io vorrei venire con voi”. E così il discorso rimase lì.

E passò il tempo, la cosa non andava.

Finalmente lui disse, una volta: “Tu decidi, altrimenti noi tentiamo una fuga disperata”.

Avevamo preparato già un paio di cesoie che avevamo fasciato con degli stracci perché c’era un gabinetto che era fuori dal campo, si andava sopra alla collinetta, c’era anche la collinetta, tanto morire dovevi, eravamo già all’estremo. Non saremmo fuggiti, perché non ce la facevamo neanche a correre, però la disperazione ti fa fare di tutto.

Allora lui ci disse: “Non fate delle sciocchezze, delle stupidaggini perché fra cinque, sei giorni ci sarà la Liberazione”. E la Liberazione avvenne davvero.

E’ stato onesto.

Stanghellini che poi mi porterà a casa ha assistito all’uccisione di suo figlio in questo modo, quando era anche lui al Riviere una sera, vanno dentro due Kapò, chiamano Atos, suo figlio e lo portano fuori.

Com’era fuori dalla porticina, gli cacciarono una legnata nel collo e li ammazzavano così e li portavano nel piazzale là fuori, che quando noi prendevamo il treno, ogni mattina, vedevamo delle centinaia là fuori.

Atos venne portato fuori verso la mattina, però di nascosto ritornò in baracca. Aveva il collo che era più grosso della testa. Era impossibile che potesse sopravvivere. Però arrivò e tornò a letto alla sera. Ripercorsero la stessa cosa, andarono a riprenderlo e così lo uccideranno.

Il padre uscirà dal Riviere perché in quei giorni doveva venire la visita della Croce Rossa Internazionale, che noi non sappiamo, io non ho mai visto niente, noi eravamo gli ultimi e allora per effetto di questa eventuale visita, vuotarono il blocco di eliminazione in Riviere, lo vuotarono e lui tornò in baracca.

Arrivai una sera io da casa da lavorare perché lui dormiva con me, e c’era un altro nel mio piano, andai lì, gli diedi una… , come vedeva che lo scuotevo, mi guardava, quasi cadavere dicendo: “Corazzino…”, era disfatto…, non l’avevo conosciuto. Era a letto che tremava, aveva un paio di mutandine corte e una camiciola e basta.

Io mi ero organizzato un paio di mutande felpate e gli diedi queste mutande, poi andai a letto …, insomma nel giro di due o tre giorni si riprese. Lui si riprendeva e invece io calavo sempre…

D: Scusa, un attimo, Dado, queste punizioni che tu accennavi, tipo Atos e tipo gli altri che andavano a prenderli, che venivano puniti. Le ragioni quali erano?

R: Nel Riviere non erano punizioni, erano uccisioni. Venivano eliminati, invece di dare un colpo alla nuca, gli davano una legnata, così non facevano sangue, così non si sentivano i rumori. Così risolvevano le loro cose.

Questa è la conoscenza che ho del Riviere, perché quando Stanghellini tornerà, lui mi racconterà questa cosa e un bel po’ della mia sopravvivenza è anche dato da questo perché lui mi prenderà come sostituto di Atos, guai se qualcuno mi avesse fatto un dispetto, altrimenti imbestialiva.

E mi ha praticamente portato a casa, perché io non riuscivo a girare tanto e dove mi trovavo, dopo due minuti già dormivo e dovevano prendermi e andare.

D: La Liberazione. Tu dov’eri al momento della Liberazione?

R: Dalla Liberazione a venire avanti c’è un po’ di storia tragicomica.

Io ero a Gusen 2, alla baracca dove mi misero all’arrivo ed erano già due giorni che non andavamo a lavorare e si sentiva dire da Radio Scarpa che era morto il Furher. Ma il fatto che non lavoravamo, non ci davano neanche da mangiare.

Così, ad un certo momento, dopo due giorni ci accorgemmo, una mattina, che fuori dai reticolati c’era lo steccato dei reticolati, al di fuori due o tre metri, c’era lo steccato di legno fitto, che non si vedeva. Noi sentimmo i contadini che passavano con il carico, ma non li vedevamo perché era molto alto e il campo rimaneva in basso. E’ ancora così adesso.

Vedemmo che da là sopra c’è una torretta con un autoblindo con una stella bianca, noi dicevamo: è la stella russa, invece quella era rossa, quella era bianca e incominciò a sparare verso la campagna, fuori dal campo. Allora lì si aprì il cancello, proprio nella vicinanza, a metà c’era un cancello nel reticolato, venne aperto perché corrente non c’era più e abbattuto l’altro steccato di legno, io andai fuori e c’erano tutti i soldati della SS in fila per tre o quattro e c’era un carro davanti con il cavallo e tutti gli zaini sopra e la camionetta sparava fuori dove c’erano i camminamenti antiaerei che ci hanno portato una volta o due, perché questi non fuggissero.

Come sono arrivati fuori i deportati, hanno cominciato a togliere gli assi dello steccato. Li hanno massacrati tutti, io ho assistito a quella scena, ho assistito a quella scena un attimo e poi sono venuto via, perché andavo a cercare da mangiare.

D: Questo ti ricordi quando è avvenuta la Liberazione?

R: Il 5 di maggio.

Intanto che venni giù da questa scena, lì a fianco c’erano due deportati che litigavano per una scatoletta aperta, che uno tirava di qui e uno di lì e si tagliavano le dita, ma nessuno la lasciava andare.

Andai in cucina e dentro la cucina c’erano i deportati, uno, due, con i piedi dentro alle marmitte si tiravano su quella brodaglia che era rimasta sotto, in fondo e andai avanti nella sussistenza nel magazzino. C’era uno scompiglio di gente che faceva paura, si tiravano addosso le scansie. C’erano delle scansie, con dei pani di verdura secca, dei cubi rettangolari grandi così di verze secche, pressate.

Andare là dentro era un pericolo.

Mi avvicino lì, stavano vuotando un sacco di zucchero in dieci o dodici.

Sopra a questo sacco, uno o due ci hanno lasciato le penne senz’altro.

Io ho fatto un tentativo o due, e ho preso un pugno… però sono tornato indietro e me lo sono mangiato. Poi mi sono messo fuori da questo posto e aspettavo che venissero quei cubi, mi mettevo lì, e come ne arrivava uno, gli davo una manata e gliene portavo via un pezzo e me la mangiavo, che era poi quella che loro cuocevano nelle brodaglie.

Infine uscimmo, ci trovammo in sei o sette perché ci fecero uscire per andare a Gusen 1.

Noi arrivammo a Gusen 1, e c’ero io, Gasiani, Franchini, questi di Anzola, ci trovammo in sei o sette e cosa abbiamo fatto? Invece di andare dentro al campo, girammo intorno alla camionetta e poi fuggimmo, andammo via di nascosto. Noi da Gusen a Linz l’abbiamo fatto a piedi. Partito da lì, a me scoppia una diarrea che ogni duecento metri dovevo fermarmi.

Comunque andammo. Cercavamo da mangiare, dovunque ma non si trovava un granché perché la gente si nascondeva. Allora visto che arrivavamo vicino alla sera, ci siamo messi a raccogliere vicino al Danubio, abbiamo trovato un bidone di lumache, poi andammo avanti e a un certo punto cominciammo a sentire dei colpi di fucile, e ci nascondemmo dietro a un argine, ci alzammo, guardammo e di là c’era una casa di contadini. Vedemmo che dei soldati italiani venivano fuori dalla stalla, uno aveva una gallina sotto il braccio, il secchio con il latte.

Allora anche noi dentro a questa casa, eravamo in cento lì dentro, c’era la gente dentro il pollaio, il maiale che urlava, Stanghellini andò dentro il pollaio e riuscì a beccare una gallina.

Io arrivai al piano sopra e come arrivai sopra, c’erano due donne che piangevano, erano disperate. Ho dato una guardata così e poi ho cominciato ad aprire i cassetti dei comò e degli armadi. C’erano dei cassetti dove c’erano anche dei soldi, dei marchi.

Non ce ne fregava dei soldi. Finalmente arrivai in uno sgabuzzino grande così, alto così con dei cassetti, aprii un cassetto e c’era della roba color nocciola, color cammello e pensai: questa è farina. Allora ho cavato il cassetto… però avevo già trovato prima, in un altro cassetto, dei vasetti con della carne, sotto grasso.

E allora me ne ero messo dentro alla giubba e presi questa cassetta di farina e mi avviai giù. Intanto, mentre andavo giù mi assalirono.

Della farina mi è rimasto solo quello che c’era negli angoli, un po’ era rimasta. I bussolotti me li tolsero tutti, me ne era rimasto uno solo. E così andammo.

Appena fatta questa razzia ci avviammo. Dopo un pezzo attraversammo il Danubio sopra un vecchio ponte ferroviario, attivo, c’erano i bombardamenti in corso, ma quello funzionava.

Siamo passati di là, subito di là, voi avete presente dove ci sono le grandi fabbriche siderurgiche lì dentro, andammo dentro una baracchetta lì, da una parte c’erano i fabbri e dall’altra c’erano i falegnami.

Di là c’erano già due o tre russi, in quella dei falegnami, di qua in quella dei fabbri andammo noi.

Poi cominciammo a parlare, loro erano là che provavano a cuocersi qualcosa.

Allora loro ci hanno dato un po’ di pastina, di robina e noi abbiamo dato loro un po’ di farina. Con la gallina abbiamo fatto il brodo e con il grasso del vaso abbiamo fritto le lumache, quando le bollivamo facevano…, hai mai visto cuocere le lumache? Sono buone, allora erano buonissime. Io le mangio ancora adesso.

Comunque, quelle prese e mangiate avevano un saporaccio.

Abbiamo mangiato un bel po’. Quando erano le dieci, le undici della notte abbiamo cominciato a stare male, sembrava di crepare e io capisco quelli che sono morti il giorno della Liberazione, erano centinaia.

Sembrava che lo stomaco si aprisse come una camicia, con dei dolori spaventosi.

Finalmente siamo riusciti a rimettere e ce la siamo cavata e abbiamo passato la notte. Il giorno dopo siamo andati in città e abbiamo trovato rifugio in una casa abbandonata, lì andavamo a frugare dappertutto, rubacchiavamo dove arrivavamo e trovammo una cantina, in una casa bombardata, andammo giù dalle scale, e c’erano delle reti, dei materassi, si vede che ci vivevano i cittadini prima del bombardamenti e ci siamo collocati là.

Poi andavamo fuori tre o quattro alla volta, a fare delle operazioni nelle cantine e rubacchiavamo dove trovavamo.

Una cosa bella, mi ricordo un giorno che giravamo sul marciapiede a Linz, incontrammo due vecchiettini di settanta, ottanta anni, ci parlavano in tedesco e non capivamo cosa dicessero perché non c’era Stanghellini con me, insomma abbiamo capito che ci dicevano: “Eravate prigionieri”. Insomma ci chiamarono dentro una porta, ci portarono in casa e ci misero a tavola. Ci hanno dato un pezzo di pane e un tegame con una specie di ragù dentro. Abbiamo mangiato, li abbiamo ringraziati e siamo venuti via.

Voglio dire che ce ne sono stati di atti di solidarietà e così iniziò la nostra peripezia del ritorno.

Staremo due o tre giorni a Linz, abbandonammo Gasiani perché una mattina eravamo lì, in giro alla ricerca sempre di mangiare, appoggiati contro una muraglia. Ad un certo momento Gasiani cominciò a cambiare colore: verde, giallo, stava male, poi cominciò ad avere una diarrea spaventosa, finalmente passò un soldato americano e abbiamo detto: “Lui male…” Lo prese e disse: “Vieni con me, anche voi venite con me”.

Allora ci avviammo dentro, avanti un pezzo, lui andò avanti e noi scappammo, eravamo lì in giro. Anzi, non scappiamo lì, lui venne con noi. Lo portammo nella cantina, volevamo offrirgli da bere perché avevamo rubacchiato in una cantina delle bottiglie di quel vino fatto di mele. Volevamo offrirgli da bere, quando ha visto… mi era parso che avesse un po’ paura.

Disse: “Andiamo all’ospedale, venite anche voi”.

E noi abbiamo detto: “Arriviamo”. Noi abbiamo preso la nostra roba e siamo andati.

Uscimmo da Linz e dopo un pezzo sulla strada per venire a casa, ci arrivò dietro un cavallo a galoppo e dopo un pezzo si fermò giù in un campo di fieno e allora ho detto: “Tenete che prendiamo il cavallo”.

Ho dato i fagotti che avevo io agli altri e mi sono avviato.

Io avevo abbastanza confidenza con i cavalli perché mio papà era stato anche birocciaio, avevamo tre cavalli noi. Mi avvicinai a lui…

D: Ti avvicini al cavallo…

R: Mi avvicinai al cavallo, lo presi per l’orecchio e poi con la corda che avevo di traverso gliela misi al collo e pian piano lo portai sulla strada.

Come arrivai sulla strada…, e di là urlavano, c’era il contadino che arrivava che veniva a cercare il cavallo, così io gli ho dato due colpi nelle costole e lui ha mollato.

Allora, finché ho potuto tenerci dietro, ci tenevo dietro, dopo rimanevo attaccato, mi dava delle ginocchiate intanto che andava.

Andavo finché potevo andare, avrò fatto più o meno mezzo chilometro, poi sono andato fuori strada, c’era una casona e andai a nascondermi là con il cavallo.

Dopo un pezzo sono arrivati questi miei amici e ho detto: “Allora com’è andata?… quando ha visto che scappavi, lui è tornato indietro”.

Allora lì ci siamo fermati un po’ a riposare e ci siamo avviati. Intanto mettemmo tutti i nostri fagotti sulla schiena del cavallo e poi gira, gira, dovremmo trovare pure una roccia per poter starci sopra, metterci qualcosa.

Dopo un paio di giorni che girammo così, andammo fuori strada e lì c’era una casa, ci girammo intorno, andammo di dietro e c’erano due fiacre, sai i fiacre cosa sono? Le carrozzelle della stazione di Roma, ce n’era uno grande, si vede che era da cerimonia, e uno normale.

Allora noi andammo lì, c’erano delle donne abbastanza giovani, trenta, trentacinquenni. Ci tiriamo fuori il biroccio e non trovavamo i finimenti, perché loro non avevano neanche i cavalli, altrimenti prendevamo uno dei loro e incominciamo con dei fili, degli stracci, dei sacchi a fare i finimenti, la briglia con degli stracci di sacco, il collare e le tirelle.

Insomma riusciamo a farla.

Tieni conto che quel fiacre aveva una stanga solo in mezzo, non è che come i birocci nostri.

Quando stiamo per partire, arrivò una jeep della Militar …, ci fece togliere tutto e così noi ci sdraiammo in terra, piangevamo lì come dei disperati. Finalmente uno di quelli lì che parlava un po’ d’italiano, un mezzo italiano, o i genitori erano italiani, convinse gli altri a raccogliere tutti i soldi che avevano per darli a queste donne.

Così li diedero a queste donne, ma non li vollero, loro non vollero dare…, allora si consultano e dissero: “Attaccate…” però noi non ci siamo visti.

Attaccammo questo cavallo, tutti sopra, ma quando stavamo per partire, incominciò ad alzarsi con le zampe davanti, non tirava, era un cavallo da sella, non era un cavallo da tiro. Allora fummo costretti a fare scendere giù uno e andare avanti, tenerlo per la briglia, andammo in strada e ci avviammo.

Per tutti i giorni facemmo così con uno davanti.

Una volta arrivammo in una salita, sopra, e ci toccò saltare giù perché non riusciva a tirarci sopra.

Comunque saltammo giù e arrivammo sopra su una discesa lunga.

Montammo tutti e Stanghellini guidava e io ero al freno, solo che era un freno che non frenava dolcemente, quando attaccava bloccava.

Allora ci avviammo, questo cavallo pian piano si avvia sempre un po’ più forte, arrivava un momento che lui non teneva più e allora disse: “Corazza, frena!” e io: “Se freno, si rompe la stanga”.

A un certo momento, il cavallo girò la strada, saltò il fosso e noi con le routine davanti rimanemmo impantanati dentro al fosso.

Uno di quelli che era a sedere là sopra, saltò contro il cavallo, Franceschini piangeva e sembrava si fosse rotto la spalla. Invece era solo la botta.

Ma guarda qui cosa facciamo? Cosa facciamo? Tiriamo su tutto, prendiamo il carro, andiamo dentro, tiriamo su il cavallo e andiamo dentro perché la stanga si era spaccata.

Andammo dentro da un contadino, prendemmo un palo, e cominciammo a legare questa stanga e ci avviammo.

Però il giorno dopo arrivammo in una salita, sopra c’era un valico, un passo, gli americani erano là e fermavano tutti i prigionieri perché volevano raccoglierli.

Poi per la strada tutti dicevano: “State attenti che ci sono le SS nascoste nei boschi che sparano sulla strada”. Allora, visto che non potevamo passare, andammo da un contadino a dire: “Ti diamo il cavallo e il biroccio, se tu ci dai del pane”.

“Ma non ho del pane”.

Insomma ci diede una tessera per dieci chili di pane, c’era la tessera come da noi e poi ci diede dei marchi, ma cosa ce ne facevamo?

Comunque prendemmo questa roba.

Cavalcammo fuori dalla strada, cavalcammo la montagna e andammo giù dall’altra parte, quando arrivammo di là c’era un campo di concentramento di militari italiani e andammo là dentro.

Allora dissero: com’è, come non è…. Quando si arrivò, c’era confusione… E dissi: “Noi abbiamo un papiro che si può viaggiare, solo che non abbiamo il mezzo che è rimasto di là”.

Saltarono fuori due di Ravenna dicendo: noi abbiamo i cavalli, il biroccio. Avevano il biroccio carico di sacchi di zucchero. E noi abbiamo il papiro.

Ci mettemmo d’accordo, loro vennero con noi, là rimasero due o tre dei nostri, credo Castellani e due di Imola. Li lasciammo lì al campo perché non ce la facevano più, ma il papiro era già scaduto perché aveva solo sei o sette giorni di validità e ci avviammo. Noi, con quel biroccio arrivammo al Brennero.

Al Brennero gli americani ci fermarono e ci tolsero tutto: cavalli, biroccio. Ci arrestarono. Non avevamo documenti, niente.

Ci hanno preso, ci hanno riportato al campo di raccolta di Innsbruck, e ci restammo cinque o sei giorni e lì ci siamo caricati di cimici, quelle erano grandi come le mosche.

Stemmo lì sei giorni ed infine un’auto colonna ci portò all’ospedale di Bolzano, di lì noi fuggimmo, venimmo via io e Stanghellini, ci portarono a Verona, con i due di Ravenna, con dei mezzi di fortuna a Ravenna.

Quando calammo dal camion a Verona ci portarono dentro una caserma, i due di Ravenna andarono dentro e io e Stanghellini fuggimmo e venimmo via. Trovammo un carbonaio, chiedemmo se ci portava verso Bologna, ma lui rispose: “Io vado a Isola della Scala”. Era già qualcosa.

Stanghellini andò dentro e io sopra, in mezzo al carbone a dormire e arrivammo a Isola della Scala.

Lì ci ospitarono le suore.

Ci dissero: “Volete da mangiare?” E ci ospitarono le suore.

Andammo là, e ci diedero da mangiare un bel po’ di pane, della minestra, ci hanno dato da mangiare.

Tornammo lì nel parco che c’è ad Isola della Scala, c’era un’autocolonna americana che stava venendo a Modena, andammo lì ad informarci, allora dicemmo: “Se ci prendono su questi qui, andiamo bene…” Cominciammo a pregare l’uno, l’altro, ma non ci volevano…

Finalmente Stanghellini trovò uno che lo caricò, e allora dissero: “Come facciamo?”

Allora Stanghellini e l’autista di Stanghellini l’hanno pregato dicendo: “Vai a dire a lui, che carichi lui quello di dietro…”, era un negro. E venne lì…, mi caricarono. Era uno di quei Chevrolet, e la cisterna era vuota. Montammo su, lui che andava, ogni tanto con la bottiglia del cognac, o non so che cosa, sentivo che puzzava e che beveva, con i piedi sul cruscotto, il camion faceva così, perché dietro quando è vuoto, se vai forte sbanda.

E pensavo: “Questo qui mi vuole ammazzare prima di arrivare a casa, che sono già qui”, pieno di paura anche lì.

Con tutte quelle strade con i canali di bonifiche di qua e di là faceva paura.

Arrivammo a Modena, come arrivati, appena mi scaricò saltai una siepe, andai di là e ne feci tanta, tutta quella che avevo.

Poi andammo via, e li ringraziammo.

Fuori di Modena, andammo dentro da un contadino, dicevamo qualcosa, ma nessuno diceva niente, allora andammo nella stalla, era aperta, ci mettemmo a dormire nel fienile, dove raccolgono il fieno, ci mettemmo a dormire, alla mattina, appena giorno, e sentimmo gridare, era il contadino che veniva a governare le bestie e ci trovò là, e gli spiegammo che eravamo prigionieri, che eravamo arrivati…

D: Come eravate vestiti voi?

R: Io ero vestito con della robaccia che avevo procurato nella fabbrica. E’ stata la prima cosa che ho fatto quando arrivammo all’officina, andammo su negli uffici a vedere, curiosare e trovai dei vestiti, mi cavai tutto quello che avevo io e mi misi della roba. Tu pensa, mio papà era un omone, era grande a mio padre e quando la metteva a casa, mi toccava tirargliela su delle volte.

Allora lui ci disse: “Noi non abbiamo da darvi da mangiare, fate una cosa: andate di là da quella strada, c’è quel contadino, vedrete che lui vi darà qualcosa”.

Andammo da quel contadino e gli dicemmo: “Guardate, siamo di ritorno dalla prigionia”. E così ci misero a tavola una bella caraffa di latte con del pane bianco, una zuppa… che abbiamo fatto una mangiata!

Abbiamo mangiato e siamo tornati lì. Lì abbiamo trovato un altro negro di quelli dalle scope sul camion, gli abbiamo detto che noi volevamo andare a Bologna, ci ha preso nel cassone e ci ha portati fino a Santa Viola, e lì ci ha scaricati, lì vicino al mulino, dopo a piedi, io e Stanghellini a braccetto, tutti stracciati, come degli zingari, avevamo il fagottino con i resti, gli avanzi di pane.

Quando ci avvicinammo a casa mia, vidi là davanti mia madre che venne fuori dal cortile dove abitava mia sorella e dissi: “C’è mia mamma con il mio fratellino”. E mi dissero: “Tu ti avvicini a casa e cominci a vedere tua mamma”. Ma come no?

Arrivammo come da lì a te, e dissi: “Mamma, non mi riconosci più?”

Allora cominciò ad urlare, venne tutta la gente.

Andammo in casa, mi spogliano di tutto ecc., cacciano la roba in un cantone, che attaccherò la scabbia a tutta la famiglia. Poi mangiammo e mi portarono al centro di raccolta dei reduci, andai all’infermeria di questo centro di raccolta e quando fui dentro che mi spogliai, la dottoressa mi cacciò fuori perché disse: “Tu mi vieni ad impestare tutto il gabinetto medico”.

Mi mise fuori, mi diede del cotone, dell’olio che bruciava, e disse: “Non posso tenerti.”

Allora mio padre cosa fece? Mi prese, saltammo in tram e andammo all’ospedale Sant’Orsola, ma anche là non mi volevano. Solo che da là non venivamo via.

Andò a parlare con le suore, intanto io dopo due minuti che ero là mi addormentavo, non disturbavo nessuno.

Finalmente lì mi tennero, ci misero in una camera in mezzo, in un letto provvisorio e così dopo aver fatto quarantadue giorni di ospedale, poi tornerò a casa.

Komel Maria

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

Io sono Komel Maria, nata a Loca, Gorizia…

D: Quando Maria?

R: 01.06.1927

D: Prima della deportazione quando sei stata arrestata, perché e da chi sei stata arrestata?

R: Sono stata arrestata dai tedeschi insieme con i fascisti, il 25 giugno 1944

D: Dove ti hanno portata?

R: A Loca, dove sono nata, ma ci hanno portato a Moncorona, un paese vicino a Gorizia, ci hanno portati in una casa, in uno spazio grande, presso una casa e là hanno scelto gente per Germania, gente per torturare, hanno preso anche i partigiani, li hanno torturati … pazzesco!

D: Tu, Maria, perché sei stata arrestata?

R: Sono stata arrestata perché tutto il paese Loca, compresa Moncorona, hanno fatto un rastrellamento, hanno portato via tutta la gioventù, non solo, anche persone anziane che non sono più tornate, sono andate a finire, come noi, in campo di sterminio e non sono più tornate.

D: Un paese di quanti abitanti?

R: Moncorona è abbastanza grande, non saprei dire quanti perché è molto larga, non sono fitte le case, sono sparse di qua e di là, ma il mio paese, proprio dove sono nata, allora erano trentatre case, Moncorona non so dire quante.

D: Lì hanno arrestato tutti?

R: Tutti, anche i genitori, solamente i genitori li hanno mandati a casa ma a me hanno portato in campo di sterminio.

D: A Moncorona ti hanno interrogato?

R: No, ci hanno portato insieme con altri del mio paese, la mamma di un bambino di tre anni, nelle prigioni a Gorizia dove sono stati solo una notte perché si sono accorti che era uno sbaglio, il mio nome corrispondeva con il nome della signora che era con me. Mi hanno trasferito con le altre ragazze nella caserma dei fascisti sloveni, Domobranzi Belagarda, una notte. Il giorno 28 giugno con trasporto siamo andate a finire ad Auschwitz, il 1 luglio siamo arrivate.

D: Tu sei partita da Gorizia.

R: Da Gorizia!

D: In quante eravate sul tuo Transport?

R: Un Transport pieno perché non era solo la gente di Moncorona ma anche di altri posti, era pieno.

D: Vi erano anche uomini?

R: Sì, uomini e ci hanno divisi dopo, in Germania, noi donne siamo andate a finire ad Auschwitz mentre gli uomini in un altro posto, vi era anche un ragazzo della mia età, del mio paese, vicini di casa, non ricordo in che posto ci hanno divisi.

D: Nel vagone con te eravate tutte donne?

R: Sì, tutte ragazze!

D: Vi erano anche ragazze giovani, dei bambini?

R: No, vi era una ragazza incinta e non lo voleva dire perché suo marito era austriaco militare tedesco. Quando ha saputo cosa fanno in Germania è scappato ed è andato con i partigiani e i tedeschi lo sapevano, per quello questa ragazza non voleva dire con chi era sposata ed è andata a finire in campo di sterminio con me, ha partorito il bambino nel mese di gennaio con la neve alta, il bambino aveva dieci giorni ed è morto.

D: Avevate cibo e acqua a mangiare durante il trasporto?

R: Niente! Ci hanno portato solo acqua.

D: Quando dici che sei arrivata ad Auschwitz con il treno, intendi direttamente nel campo?

R: Sì, direttamente in campo, siamo arrivati ad Auschwitz, questo camino grande si pensava fossero fabbriche, ci siamo dette qua ci sarà da mangiare e faranno il pane, invece, proprio questa che era incinta incominciava a piangere, le abbiamo chiesto perché e ha risposto “Ragazze mie non sapete dove siamo arrivate”, infatti, sotto vi erano i militari SS che ci aspettavano per accompagnarci (siamo arrivate di notte), Auschwitz era suddivisa in tanti posti e uno di queste SS sapeva il serbo-croato e ci ha domandato a che religione appartenevamo e abbiamo risposto che appartenevamo alla religione cattolica. Ci ha risposto “Siete fortunate perché vedete quel fuoco? Se foste state ebree questa notte sareste andate dritte lì “.

Ci hanno portate dritte in una baracca, per terra era piena di acqua e ci hanno detto di distenderci per terra. “Come si fa?” .. “O così o resti in piedi”, questa gente che era nella camera che dormiva ci camminava di sopra di notte perché doveva anche andare alla toilette così abbiamo passato la prima notte.

Il giorno dopo ci hanno portato in un’altra baracca e lì ci facevano i numeri ……. Scusate, devo tornare indietro, quando siamo arrivati ci hanno fatti andare in questa baracca, in un grande salone, ci hanno spogliati nudi, tagliati i capelli, ci hanno tagliati dappertutto, ci hanno fatto andare su un lungo corridoio e alla fine ci hanno tagliato i capelli e là si doveva entrare in una vasca ma non si sapeva quanto era profonda per cui si aveva paura di entrare.

Dietro vi era un ufficiale tedesco che ci scortava, era una specie di disinfettante e di lì si passava dentro in un bagno grandioso con le docce e là ho visto delle ragazze senza i capelli, a me li hanno lasciati corti, senza capelli, e abbiamo preso paura perché si pensava che ci avrebbero messo insieme con gli uomini, invece, erano le ragazze con i capelli tagliati a zero e lì ci hanno aperto l’acqua un po’ calda e un po’ fredda e appena insaponate hanno chiuso l’acqua e si doveva passare avanti.

Nello spazio da dove siamo venuti vi era un mucchio di abiti sporchi di sangue e di tutto e ci si doveva vestire, più avanti un mucchio di scarpe, il paio nemmeno a parlarne, ti dovevi scegliere subito, di lì ci hanno portato in questo reparto e ci hanno fermati per dormire di notte.

Il giorno dopo ci hanno messi in fila e ci hanno tatuati i numeri e certe hanno stretto per cancellare ma se cancellavi erano botte perché loro ti chiamavano per numero, il nome non esisteva, tu eri un numero come le bestie per il macello perché là si aspettava la morte.

Ci hanno disinfettato sotto le braccia e sotto, un disinfettante che era una tortura, tanto male e non avevi niente per pulirti e lacrime che venivano giù, era veramente una tortura.

D: Ti hanno tolto tutto?

R: Tutto, tutto, non mi hanno lasciato nemmeno uno spillo, nemmeno un fazzoletto, hanno tolto tutto dicendo di mettere nelle nostre valigie tutte le cose che poi verranno restituite, chi le ha mai viste?

D: Maria, ti ricordi il tuo numero?

R: 82453

D: Ti chiamavano sempre con quel numero?

R: Sì, in appello, dappertutto quel numero, se non lo sapevi potevi anche finire male.

D: Lo chiamavano in tedesco?

R: Sì, in tedesco, anche in polacco perché le polacche erano tremende, erano veramente cattive forse più dei tedeschi.

D: A te che vestito hanno dato?

R: Mi hanno dato una specie di vestaglia tutta sporca ma disinfettata, dietro era una striscia, gli ebrei mettevano la striscia con la croce e a noi la striscia lunga.

Volevo precisare che insieme a noi c’erano anche gli ebrei per cui il trattamento era preciso, la differenza era che loro più facilmente andavano in crematorio.

D: Ti hanno dato anche un numero da mettere sul vestito?

R: Sì, sempre questo, il triangolo rosso “IT” Italia, erano diversi triangoli, triangolo rosso significava politica, triangolo nero criminali, triangolo verde prostitute, se non sbaglio.

D: Poi ti hanno mandato nel blocco?

R: Sì, nel blocco n. 8, nel reparto A vi erano i bambini, nel reparto B eravamo noi ecc., ogni giorno si doveva fare il bagno. Si doveva stare sempre nudi in file fuori e dall’altra parte del reticolato c’erano uomini nudi, ormai ci eravamo abituati altrimenti si prendevano botte, appena davanti al bagno ci facevano spogliare nudi e là si aspettava la fila dove si andava a fare i bagni, acqua calda bollente e non si arriva mai a sciacquarsi, si era sempre insaponati, se si aveva il sapone, altrimenti niente perché distribuivano le saponette ma non si portavano in baracca, si dovevano lasciare lì per gli altri e là vi erano altri vestiti, sempre sporchi ma disinfettati, per quello erano bravi perché se vi era sporco arrivavano le malattie.

D: Come ti ricordi il blocco, era grande, eravate dentro in tante donne?

R: Era grande, con le camere da letto, erano al piano, era uno spazio di pochi metri, 1,5 x 1,5 e si dormiva in dieci come sardelle, quando si alzavano le coperte si doveva mettere a posto perché poi passava il controllo, se una coperta era malmessa si prendevano legnate.

D: Maria, non sei mai stata punita?

R: Non solo io, con il gruppo. Dove si lavorava si andava fuori, un giorno ci distribuivano i coltelli per tagliare gli alberi grossi, era vicino al fiume e si tagliavano questi alberi; un giorno a queste SS mancano le sigarette e non si sapeva chi era stato ma ci hanno fatto inginocchiare su una sabbia fine per due ore, quando ci siamo alzati il sangue veniva fuori dalle ginocchia. Fino a che non è venuto fuori chi ha preso le sigarette, notte e giorno si doveva stare lì o andare tutti a finire in crematorio, è venuto fuori che le sigarette le ha prese una signora che non so se era ebrea o cattolica, quella è andata finire in crematorio. Dove si lavorava distribuivano la mensa …. Quelle pignatte grandiose che ci facevano portare a noi, facendoci ogni tot metri cambiare per non stancarsi troppo, solo che quella persona tutto quel tratto di strada doveva portare la pignatta da sola senza cambiare e non appena siamo arrivati al portone ci hanno fatti andare avanti e l’hanno portata via di là immediatamente in crematorio. Ora non importava se era cattolica, per venire nel campo la banda suonava e ci accompagnava, erano tutte le donne che suonavano…

D: Lasciavate il campo per andare a lavorare, a tagliare questi alberi lungo un fiume ?

R: Vi erano anche altri posti perché ogni tanto ci cambiavano posto, era bruttissimo, erano 27° sotto zero d’inverno senza mutande, senza calze, senza cappotti, come siamo rimasti vivi non lo so!

Il lavoro era di scaricare nella stazione i treni, portavano queste grandiose pietre, si doveva scaricare questi sassi, sono scivolata e mi sono tagliata qua, il tendine, infatti non posso piegare il dito. Lì c’era una baracca dove vi erano anche operai civili, il comandante degli operai mi ha fatto andare in baracca, mi hanno disinfettato e accompagnato e a questo comandante gli sono venute le lacrime agli occhi.

D: Quanto tempo sei rimasta in questo comando di pietre che dicevi a meno 20°?

R: 27° sotto zero, tutto il giorno, per andare a mangiare si andava in un grande spazio, una baracca e là si veniva da tutte le parti, deportati da tutte le parti, uomini e donne e là ci davano da mangiare. Un giorno abbiamo visto da lontano una fila di uomini e uno era messo in parte, non era insieme agli altri. Appena siamo arrivati là ci hanno fermati, non hanno distribuito da mangiare, quel giorno da mangiare è tornato tutto dentro il campo. Questo giovane già era pieno di sangue, come esempio per tutti hanno incominciato a picchiarlo, questo SS era ufficiale, prima ha spaccato le sedie, pezzi di legno, poi schiaffi, calci, è caduto per terra ….. mi viene da piangere …. Faccio uno sforzo per dirvi questo, è caduto per terra tutto insanguinato, non aveva più forza per muoversi ma lui ha spaccato le sedie, i tavoli, era tutto un sangue, poi sono venuti con una barella e l’hanno portato direttamente nella camera del forno e l’hanno finito solo perché ha preso due patate. Quel gruppo ha lavorato Kartofell bunker che era da fare con patate, perché loro mettevano le patate sotto terra e questo poveretto ha preso due patate per mangiarle e questo ufficiale ha detto “Che questo vi sia da esempio a tutti”.

D: Una volta hai preso il Gummi? Perché?

R: Quando non serviva portarci fuori a lavorare si restava dentro in campo e si andava in cerca di qualche cosa da mangiare. Ho visto in un fosso non profondo, ogni tanto vi erano dei fossi per buttare le immondizie, ho visto questo biscotto … avevo una fame! … sono andata dentro e ho preso questo biscotto. Come sono uscita la capa SS del campo di sterminio, aveva un manganello sempre qua legato, era di gomma e con quello bastonava ed è corsa dietro a un’ebrea che non so che cosa ha fatto.

Disgraziatamente sono arrivata davanti ai suoi piedi, mi ha dato uno di questo sulla schiena e sono caduta per terra con un dolore pazzesco, le mie compaesane mi hanno tirata su e mi hanno fatto sedere e mi hanno calmato. E’ stato terribile!

Quando non si andava a lavorare si andava a veder che portavano i morti, era una baracca solo per questo, per portare questi morti e noi curiose siamo andate a vedere dentro, vi era un mucchio di morti e questa ragazza era giovane, una bella ragazza e ha messo giù questo braccio, era ancora viva, loro sono andati via, se non eri morta morivii lì perché ti portavano altri cadaveri di sopra.

Vi dico le torture più impressionanti: quando finivano di distribuire il mangiare che non bastava mai perché era pochissimo, si andava in giro quando mettevano fuori questi bidoni grandi, si andava a cercare di prendere qualche cosa, vi era una mia compaesana anche lei giovanissima come me, si guardava in giro per mangiare, dopo viene fuori il capo del blocco e ci ha cacciato via ed è caduta per terra su una pietra rompendosi un ginocchio e non so quanti punti hanno dato in ambulatorio, punti di ferro. Nel frattempo, otto giorni, che doveva togliersi i punti sono venuti nel campo a scegliere le ragazze più forti ed è stata scelta sua sorella. Dalla disperazione che sua sorella è andata via ha pianto tanto, non voleva nemmeno tirarsi via i punti, l’abbiamo sforzata tutti e ormai andava già in cancrena. Nel frattempo ci hanno trasportati sempre ad Auschwitz ma in un posto dove vi erano gli ebrei che sono rimasti e li hanno messi in crematorio e noi in quel campo. Questa ragazza non è più tornata, lì è morta, l’hanno portata in una specie di ospedale sempre dentro in campo ma abbiamo saputo dopo dalle ragazze che hanno lavorato lì che hanno portato i fiori. In questo campo un’altra tortura, si vedeva ogni giorno passare i camion pieni di cadaveri ma tutti questi cadaveri erano pieni di lividi, grandi, blu, neri, non si sa se li torturavano. Si stava male, veramente male, il mangiare era sempre meno e non si desiderava altro che saziarsi e morire perché loro ti riducevano in una maniera che desideravi la morte, la tua liberazione, la morte che venga prima possibile per morire. Quante volte ho detto “Mamma, perché mi hai fatto, se sapevi quanto soffro!”

D: Maria, parli di mangiare, ma in realtà che cosa vi davano?

R: Con rispetto parlando, io sono contadina ma i maiali a casa mia mangiavano meglio di noi. Le patate con il mestolo, con la sabbia te le buttavano là, non vi erano forchette, cucchiai, magari di notte, con rispetto parlando, certe che non andavano lontano al gabinetto perché era lontano la facevano là, magari tu mangiavi senza acqua, senza niente, l’acqua era come avvelenamento perché se la lasciavi lì un quarto d’ora venivano gocce di ruggine di sopra. Infatti, era proibito bere l’acqua, si mangiava neve in inverno e si calmava anche la sete.

Volevo dirvi questo del campo, ho dimenticato gli appelli, si stava ore e ore dritti su un appello, in estate che era caldo cascava per terra chi era più debole, non vi era via di scampo, si tentava di tenere su la persona ma non appena venivano a contarti vedevano subito, magari si metteva dietro la persona seduta e loro vedevano subito, la tiravano fuori e poi di quella persona non si sapeva più niente.

Un giorno vi era un rastrellamento, quel giorno si andava a lavorare. Un ufficiale con la tavola, quelli più sani li mandava da una parte, gli altri andavano a finire in crematorio. Vi era una mia amica che è di qua, di Trieste, fuori Trieste e prima di venire su era da 15 giorni a Trieste torturata dalla banda Collotti; ora non vogliono dire queste cose ma vogliono nasconderle. Questa donna mandava ogni giorno i vestiti a mamma a casa pieni di sangue. Quando l’hanno trasportata in campo ad Auschwitz, dopo tanto tempo le sono venute vesciche e croste. L’hanno vista e messa da una parte per il crematorio. la capa del blocco ha visto, dopo questi ufficiali consegnava alla Blockowa le liste e ha visto questo numero e l’ha scelta fuori, a rischio suo l’ha presa fuori da quella fila ed era cecoslovacca, non polacca altrimenti andava a finire dentro, oggi vi era solo cenere di lei e così l’ha salvata.

D: Maria, sei rimasta tutto il tempo ad Auschwitz, la Liberazione come te la ricordi?

R: Volevo dire ancora una cosa: negli appelli era una tortura perché venendo dal lavoro si veniva ancora con il chiaro e si restava ore e ore in quell’appello, d’inverno al freddo, ci si stringeva una con l’altra per farsi caldo, nevicava, eravamo già inzuppate dall’acqua, freddo ai piedi, quando i signori comandanti ci venivano a contare se mancava uno si poteva stare anche tutta la notte fino a che non trovavano la persona. Quando siamo arrivati in baracche, la tortura che era dei piedi, prima ghiacciati poi si scaldavano perché erano al riparo, era tutto un piangere dal tanto dolore e quello che era peggio è che il giorno dopo dovevi mettere i vestiti bagnati e stare sugli appelli ore, ore e ore, era una grande tortura, si diceva “Quando finirà questa tortura?”. Vi dico le cose che mi ricordo.

D: Come lavoro a Birkenau sei uscita dal campo per tagliare quegli alberi?

R: Poi scaricare quelle pietre, nei campi si lavorava, lavori brutti, pesanti ma quello era tutto sopportabile, quello che non si arrivava a sopportare, quando passavi vicino a qualcuno che pendeva, l’impiccavano. Ho visto una ragazza mancare, l’hanno trovata i cani, si era nascosta sotto le radici di un albero e i cani l’hanno trovata e sbranata, era tutto un pezzo di carne che pendeva di qua e di là.

D: Maria, la Liberazione?

R: Il 20 gennaio del 1945 ci hanno portati via da Auschwitz, hanno distribuito i viveri, a ognuno hanno dato una pagnotta di pane, poi un salame dolce, non so che cosa era, poi una specie di margarina e basta. Si portava una pignatta del latte per l’acqua per strada e abbiamo camminato tre giorni. Di notte ci fermavano sul posto e per strada ogni tanto alle fontanelle dell’acqua e le signore aspettavano con i mastelli di acqua per darcela. Chi era fortunato ma le SS le mandavano via e le bastonavano anche, erano civili di campagna, per strada ogni tanto vedevi sulla neve del sangue perché chi cascava per terra non si poteva tirarlo su, lo fucilavano sul colpo e lo spingevano fuori dalla strada dove vi erano dei fossati e lì finiva.

Per fortuna di notte ci fermavano, altrimenti, non si poteva perché tra indeboliti di tutto, mancava l’acqua, si arrivava a mangiare un po’ di neve ma non lasciavano fare nemmeno quello. Dopo tanti giorni si arrivava finalmente in una stazione ferroviaria, si aspettava il treno e si prendeva l’acqua che si riempiva per i treni, per i macchinari e lì ci hanno fatto andare sul treno, vagoni aperti dove trasportavano carbone, legna, e veniva giù neve ma si stava insieme, ci si scaldava e ogni vagone aveva il suo comandante, il suo militare che ci faceva la guardia. Da un vagone si è buttata una ragazza, questo ha sparato e finalmente siamo arrivati a Ravensbrück dove siamo stati tre settimane dove ci hanno dato solo tre volte da mangiare, per fortuna avevamo roba ancora da Auschwitz ed eravamo abituati a mangiare pochissimo, lì vi era quella giovane sposa che ha partorito sul treno, era sul vagone insieme a me, incominciava con le doglie e questo militare non sapeva che cosa fare, eravamo fermi alla stazione di Ravensbruk, un campo di sterminio solo di donne. Incominciava a perdere acqua e sangue, l’hanno portata dentro e ha partorito questo bambino, diceva che era un bambino bellissimo ma dopo dieci giorni è morto. La sua preoccupazione era cosa dire a suo marito quando sarebbe tornata a casa, se fosse tornata.

Quando lei è tornata a casa ha saputo che hanno fucilato il fratello, il marito e il papà non è più tornato a casa, ha perso tre persone care, infatti, non è più normale.

Dopo Ravensbrück siamo andati a Neustadt-Glewe

D: Scusa, a Ravensbrück siete rimaste tre settimane?

R: Tre settimane, e ci hanno dato tre volte da mangiare.

D: Ti hanno dato anche un altro numero?

R: Sì, ma non me lo ricordo, 73 o 79 …. Non lo ricordo.

D: Andavate a lavorare a Ravensbrück?

R: No, sempre dentro, baracche chiuse, ci hanno lasciato solo visitare qualche baracca, infatti, ho visto una famiglia che era di un paese vicino al mio, tutta la famiglia, mamma e tre figli, la mamma è morta lì, mi ha chiamata e mi ha detto “Dove siamo venuti?”, piangevamo insieme e non ho più visto questa mamma. Una è tornata erché le altre due sono morte dopo libere, hanno mangiato roba con diarrea, con rispetto parlando, e sono morte.

Non è finita ancora, siamo andate a Neustadt-Glewe che era in un posto più che brutto pericolosissimo perché le nostre baracche erano proprio messe in un posto, dietro di noi vi era l’aeronautica, nel nostro campo vi era un magazzino di armamenti, dall’altra parte vi era un campo aeronautico…

A Neustadt-Glewe la distribuzione del mangiare, quello che ad Auschwitz distribuivano per quattro persone lì per dodici persone, era un quarto di acqua, nemmeno, un bicchiere di acqua sporca e una fettina di quel pane sottilissimo che si poteva vedere oltre, ogni ventiquattro ore, ci mancava tutto.

Ci facevano anche andare a lavorare. All’appello ci si aiutava una con l’altra, pieni di cimici e di pidocchi, una cosa impressionante, non ci si lavava mai perché non vi era acqua, di corpo, con rispetto parlando, non si andava, prima di tutto perché era fuori, era fatto a pali e vi erano questi militari che camminavano di qua e di là, l’intestino non funzionava più.

Per andare all’appello eravamo tutte sedute per terra, queste SS erano donne, capivano che non si poteva stare su e dicevano “Tutte sedute”. Ci facevano alzare, andare nei boschi a lavorare e a scavare le trincee. Quando vi erano le SS facevano lavorare, ma quando vi erano i militari e altri no; dicevano di stare seduti e lui diceva sempre “Come volete che Hitler non vinca la guerra, guardate cosa ci danno da mangiare!”

Quello che ci davano ad Auschwitz davano i militari, le patate buttate per terra ma da mangiare era una cosa, nemmeno ai maiali davano cose così cattive da mangiare, quando ad Auschwitz davano da mangiare una certa cosa bianca, nessuno la mangiava, non so che cosa fosse, con tutta la fame ma veniva da rimettere, non abbiamo mai saputo che cosa fosse.

Finendo con Neustadt-Glewe quando si usciva, si vedevano per strada uomini ma non si arriva a capire se erano nel nostro campo o in altri campi, si vedeva questa gente, civili che portavano pagnotte di pane sotto le ascelle. Figuriamo questi uomini affamati, una volta li hanno assaliti e hanno preso questo pane, erano senza mangiare da non so quanto tempo e hanno preso questo pane, tutti senza mangiare da non so quanto tempo per castigo.

Un giorno di aprile, maggio, hanno fatto uscire tutti dalle baracche e ha parlato il capo del campo perché Neustadt-Glewe era comandata sempre da Ravensbrück ma il nostro comandante aveva l’ordine di mettere tutta la gente nelle baracche, sparpagliare la benzina e dare fuoco sul vivo. Lui ha risposto che non avrebbe mai fatto questo e noi siamo stati contenti di salvarlo perché se voleva poteva anche ammazzarci e ha detto “State tutti in appello e vi distribuiremo tutto il mangiare che abbiamo in magazzino”.

Quando ha detto così chi restava fermo con tutte le nostre forze andava, ma se si cadeva per terra nessuno ci salvava perché ci si calpestava. Siamo arrivati nel magazzino, ho mangiato miele, carne e zucchero, tutto era asciutto dentro e poi ho avuto terribili dolori di pancia, un dolore pazzesco, con rispetto parlando sono andata al gabinetto delle cape che era dentro, sono stata dentro più di due ore e non riuscivo poi finalmente mi ha preso, con rispetto parlando, la diarrea per non so quanto tempo. Tutti questi tre giorni tutti con questa diarrea fortissima e tanti sono morti, tantissimi, dopo liberi, tutte quelle sofferenze durante la guerra per poi morire lì ma volevamo solo saziarci, nemmeno sognarci più di andare a casa, solo saziarci.

A mio marito fa tanta pena quella donna, l’ha conosciuta per parte mia. Fa veramente pena a tutti perché ha sofferto, ho sofferto io, lei ha sofferto il massimo dei massimi perché a lei non bastava perché aveva il latte e non potendo allattare marciva dentro, una cosa pazzesca, quella donna ha sofferto terribilmente.

D: Maria, dopo che sei andata a mangiare il miele in magazzino che cosa è successo?

R: Non eravamo ancora liberi, era verso sera, tutto ad un colpo si vedeva il portone dove sono venuti tanti uomini in aiuto con picconi perché il portone non era ancora aperto e dopo incominciava ad aprirsi ma loro spaccavano i fili elettrici, a parte che non c’era più l’elettricità, per farci uscire più presto possibile. Poi ci hanno trasferiti dall’altra parte nelle baracche degli aviatori, eravamo liberi dai russi perché nemmeno loro avevano da mangiare. il comandante ci ha fatti andare a Neustadt-Glewe città, eravamo cinque persone con un militare russo, ci accompagnava per non lasciarci soli, perché era tutto vuoto, non vi erano persone, si cercava da mangiare. Siamo capitati in un appartamento, vi era un vecchio, una giovane, non so se figlia, con un bambino piccolo in culla, a questo militare è venuto da piangere nel vedere questo bambino piccolo, ha pensato ai suoi a casa, e ha detto “Se avete da mangiare dateglielo”. Si è messo in ginocchio per lasciare in vita questa giovane, non per me ma per loro, ha detto, infatti, abbiamo dato il nostro mangiare.

Ci ha ringraziati tanto, ci ha stretti e baciati, poi siamo andati via, ad un colpo mi sento sola, sono entrata in un appartamento, ho visto l’armadio aperto, ho preso paura perché sono rimasta sola, sono corsa fuori e finalmente ci siamo ritrovati e siamo andati via e siamo tornati in campo e abbiamo dormito, abbiamo cucinato sole, sempre nella baracca, in una stanza dove vi era un militare russo, siamo stati tre giorni poi ci hanno trasferite in un posto sotto gli americani, siamo stati quindici giorni e ci hanno dato bene da mangiare e poi di nuovo sotto gli inglesi a Lubecca, il 3 maggio, giugno, luglio, agosto, siamo stati tre mesi e mezzo, ed eravamo insieme con gli ex militari italiani, era veramente bello perché ci invitavano queste donne a pranzo, abbiamo anche ballato, era veramente, veramente bello, ho bellissimi ricordi dei nostri ex militari …. Veramente bello perché ci guardavano come fossimo sorelle e lì si nascondevano anche degli SS. Ogni tanto veniva il rastrellamento, sotto gli inglesi era tremendo e avevano ragione. Sotto la finestra della nostra camera si fermavano sempre in due perché noi si parlava lo sloveno, questi erano croati istriani, nessuno li lasciava entrare perché era anche ordine degli inglesi di non lasciare nessuno dentro, venivano i nostri ex militari italiani a trovarci ma altri non lasciavano entrare nessuno. Con i nostri ragazzi eravamo come fratelli e sorelle, era tutto un ben volersi, non amori ma una fratellanza bellissima, andavamo veramente d’accordo.

Tutto a un tratto uno degli ufficiali ha detto “Sapete quello che veniva sotto alla vostra finestra cosa era? Un militare ma non sapete che militare era”, poi ha detto “era in camera degli altri compagni di camera, quell’ex ufficiale italiano …” non ricordo i nomi, solo di uno che si chiamava Gianni. Questo ufficiale ha detto “Ecco perché non si spogliava mai la maglietta di sotto, aveva il tatuaggio SS” e così sono andati a finire… perché se erano sotto gli americani potrebbero essere ancora vivi.

Ci sarebbero altre cose ma dopo libere non credo che abbia tanto …..

D: Quando sei rientrata in Italia?

R: Non avevano i mezzi per portarci via, Amburgo era tanto lontano, questa era Lubecca ma doveva portarci fin su, finalmente hanno riparato i binari e si poteva rientrare a casa con il treno.

Sono tornata a casa il 1 settembre del 1945, il viaggio era molto lungo, non ricordo nemmeno quanti giorni ma era un viaggio felicissimo.

D: Ti ricordi che viaggio hai fatto?

R: Siamo venuti nel nord Italia dall’Austria, dal Brennero, ci siamo fermati al confine con l’Austria parecchie ore e mi ricordo che vi era un fiumicello stretto, siamo andate a fare il bagno, non si vedeva il fondo ma almeno per lavarsi un po’. Dopo tanto tempo ci siamo finalmente lavate dopo che siamo state liberate, pensate quanti mesi senza lavarsi, come può una persona stare così sporca, piena di cimici, di pidocchi.

D: Sei poi arrivata a Trieste?

R: No, Trieste, a Gorizia perché sono nativa di là, poi siamo rimasti sotto la Jugoslavia, il mio territorio era sotto la Jugoslavia, poi sono andata a Capo d’Istria dove ho conosciuto mio marito, ci siamo sposati e siamo venuti a Trieste nel 1956 perché si voleva andare in America ma non vi era più spazio, in Australia era troppo lontano ma mi dispiace non essere andata.

Massari Giovanni

Nota sulla trascrizione della testimonianza:

L’intervista è stata trascritta letteralmente. Il nostro intervento si è limitato all’inserimento dei segni di punteggiatura e all’eliminazione di alcune parole o frasi incomplete e/o di ripetizioni.

D: Come ti chiami?

R: Massari Giovanni.

D: Nato?

R: A Castiraga Vidardo. Provincia di Milano.

D: Quando sei nato?

R: 2 Aprile 1925.

D: Giovanni ci racconti la tua storia da quando sei stato arrestato?

R: Incominciamo dalla montagna. Eravamo in montagna; un grosso rastrellamento, allora ci hanno chiesto di aiutare tutti, di aiutarci a vicenda per far fronte a quelli che arrivavano, tedeschi o… Ve bene. Non volevano che andassi, ad ogni modo ho voluto andare. Vado anche io, vado anche io e siamo andati. Siamo andati su di una montagna dalla parte di Pradleves Val Grana. Sono circa 1000 – 1200 metri circa, lì c’era una casetta, dovevamo fare la guardia a tutto quel costone di montagna. Due ore per ciascuno di notte.

Lì si vedeva tutta la pianura tranne che quel mattino lì c’era nebbia. Ad ogni modo di notte non è successo niente. Viene il mattino, finito i nostri compiti Lì si vedeva tutta la pianura tranne che quel mattino lì c’era nebbia. Ad ogni modo di notte non è successo niente. Viene il mattino, finiti i nostri compiti siamo scesi, eravamo, del mio distaccamento eravamo in due, poi c’era un altro di un altro distaccamento, poi c’erano altri due di altri distaccamenti e siamo scesi tutti assieme. Diretti alla centrale.

D: Scusa Giovanni, quando avveniva questo, in che periodo, in che mese, in che anno?

R: Nel periodo di novembre principio di dicembre.

D: Di che anno?

R: Del 1944.

D: Ma quando tu parli di distaccamenti, sono distaccamenti militari o erano formazioni partigiane?

R: Partigiani. Formazione partigiana.

D: Quindi tu eri un partigiano?

R: Esatto.

D: Di che formazione eri?

R: Giustizia e Libertà.

D: Quanti anni avevi allora Giovanni?

R: 19 anni.

D: Allora siete scesi dalla montagna.

R: Siamo scesi e siamo andati al comando. Al comando non c’era più nessuno, sono andati via. Cosa è successo? La gente fa “Ma siete ancora qua? Sapete che ci sono in giro i tedeschi?” Va bene, noi andiamo al nostro distaccamento.

Strada facendo, a fianco di solito c’erano quei tronchi di albero che loro mettevano attraverso la strada per qualche incursione tedesca. Non c’erano più. Erano spostati. Se si trovava la gente diceva “Andate su per i sentieri perché ci sono in giro i tedeschi”. Noi su per il sentiero siamo andati su al nostro distaccamento. Quello là è andato al suo distaccamento che era più in alto di noi e noi due siamo andati al nostro posto al nostro distaccamento. Là non c’era più nessuno. La gente del posto ci ha detto “Hanno lasciato un biglietto, se volete raggiungerli sono al tal posto così e così, Città del Fieno”. “Dov’è?”. Il mio amico che era di Cuneo, dice “Io l’ho fatta una volta, andiamo?”. Ma sul biglietto c’era scritto “Partite di notte”. “Ma no, dice, partiamo di giorno perché altrimenti io la strada non la so più”. Come si fa? Già sparavano in giro, sparavano. Porca miseria.

Allora che cosa si fa, su per la montagna, dobbiamo cavalcare la montagna e andare giù dalla parte di là. E su, e su, e su questa montagna, quando siamo arrivati in cima non c’era più vegetazione, non c’era più niente. Non so l’altezza di preciso. Si sentiva sparare da tutte le parti, ma dove sparano. Noi andiamo giù di là, e chi si è visto, si è visto.

Strada facendo per andare giù dal costone della montagna abbiamo sentito dire “Mani in alto. Mani in alto”. Ma io sono rimasto pietrificato. “Cosa state facendo”, dicevo. Credevo erano partigiani, invece erano tutti tedeschi. Una raffica di mitra per aria, avevano quella mitraglietta lì ed abbiamo alzato le mani. Non c’era niente da fare. Sono saltati fuori, saranno stati un centinaio. Nel bosco e nei dintorni lì. Sono venuti là e prima di tutto ci hanno tolto il fucile, la cintura, che cadevano persino i pantaloni. Mi hanno preso per qua e mi hanno detto “Adesso venite con noi”. “Dove sono i partigiani, dove sono i banditi?”, loro non chiamavano partigiani, “Dove sono banditi?” Ed io “Guarda, a dire la verità arriviamo qua adesso”. Ad ogni modo lì sono venuti tutti, tedeschi, fascisti, brigate nere, ce ne erano di tutti i colori…venivano da Milano. Quei fascisti lì erano collegati con i tedeschi e venivano da Milano.

D: Giovanni ti ricordi che giorno era quando ti hanno arrestato?

R: Quando mi hanno arrestato non lo so. Lì ho perso tutte le bussole.

D: Era inverno però?

R: Sì. Era il mese di novembre, la fine di novembre. Perché mi ricordo che il 28 novembre, anzi, ottobre è nevicato e dopo un po’, eravamo in dicembre, adesso non lo so.

D: E dopo da lì dove ti hanno portato?

R: Lì ci siamo incamminati e si andava giù dalla montagna e dicevano “Tutti Kaputt”, via tutto e siamo rimasti là con i pantaloni e la giacca e basta. Porca miseria. E siamo andati giù al comando. Giù al comando c’erano radunati tutti i fascisti e tedeschi, un disastro di militari.

D: Ma dove, in che paese?

R: Era Pradleves, Val Grana. Lì hanno incominciato l’interrogatorio. “Dov’è la benzina, dove sono i banditi, da dove venite…” ed hanno incominciato a picchiare. Lì insieme ai fascisti che c’erano lì e che venivano da Milano ce ne era uno che conoscevo e mi ha detto “Ma io ti conosco, tu sei di San Donato”. Perché io abitavo a San Donato. “Sei di San Donato” e lui era di Noceto, Porto di Mare e dalle parti di Piazzale Corvetto a Milano, Cascina Grande verso Chiaravalle. Abitava lì lui. “Ma io ti conosco, sei venuto là ad aiutare a buttar giù il fieno dalla cascina quando c’erano i bombardamenti ed ha preso fuoco la cascina”. “E sì, ho detto, eravamo sbandati”. “Va bene, fa, hai fame?” “Altroché, gli ho detto” “Hai le sigarette?” “Non ho niente, sono qui così”.

Mi ha dato tre sigarette, e mi fa “Adesso parlo con il comandante, se posso tirarti dentro qua, vieni a Milano, poi te ne vai, più importante è arrivare a Milano”. ” Va bene, prova”. Difatti è andato dal comandante, ed il comandante, sentivo, in quel momento è corso là uno di loro, non tedeschi, fascisti e mi fa “Cosa hai in mano?” ” Mi ha dato tre sigarette quel signore là”, ” Ma sei pazzo, gli ha detto a quello, tu sei matto a dare la roba ai partigiani”, che loro chiamano banditi. “Ma io lo conosco quello lì”, “Non mi interessa”, mi ha preso le sigarette, le ha rovinate e le ha buttate via. Intanto il mio amico parlava con il comandante, io lo chiamo amico perché abitava nelle vicinanze di San Donato.

È andato là e gli fa “Fallo venire qua”, io sono andato là, mi sono presentato, mi fa ” Di dove sei?” “Di San Donato”, mi ha guardato in faccia “Non hai vergogna, siamo tutti di Milano noi, siamo tutti di Porta Romana, non hai vergogna ad essere qui in mezzo a questa gente qua, in mezzo ai banditi?” Cosa potevo rispondere io, io ero al militare e sono scappato dal militare, per forza ho dovuto fare, però non glielo ho detto. “Vattene a posto”, mi ha sputato in faccia e fa “Ringrazia Dio che ti hanno preso i tedeschi, se ti prendevamo noi ti fucilavamo subito.” Io sono andato a posto e lì ha cominciato a prendere anche degli altri ed interrogarli, ogni tanto venivano là: “Vieni qua, dove sono i partigiani, dov’è la benzina, dove sono le munizioni, dove sono andati banditi?” Per il momento non picchiavano.

Viene la sera. Viene la sera tutti fucilati. Difatti eravamo in tredici. Tredici tutti là contro il muro, dietro l’albergo. Perché c’era il comando, era dentro l’albergo il comando di Pradleves in Val Grana, dietro c’era la mura. Volevano fucilare l’albergatore, volevano, c’era la moglie che impazziva, noi eravamo là contro il muro così. Viene là il tedesco, fa “Banditi, sì, banditi”, uno di quelli che avevano i gradi, “Te, fucilare”, arriva uno con il moschetto, con l’elmetto, fuori. L’hanno portato non so dove e si è sentito il colpo, uno è andato.

Poi “Te, dove sono i banditi, dove sono ecc,” “Non lo so”, “Fuori, fucilare”. Fucilare e quello là va fuori e si sente il colpo anche a lui. Poi fa segno a me, “Te fuori, no te, quello di fianco”; io tiro un po’ il fiato e di fatto è uscito quello di fianco a me e stessa fine. Sentito il colpo “bum”. Bene, lì così dopo un po’, dopo che hanno interrogato tutti sono venuti fuori tutti quelli là, “Non vi hanno fucilato?” “Non lo so, ho sentito il colpo, ma vedevo ancora il muro. Ci è andata bene.” Lì allora ci hanno chiusi nella cantina quella sera lì, nella cantina ogni tanto ne buttavano dentro uno. È venuto dentro un francese. Quando sentivi aprire la cantina, ne hanno buttato uno dentro per forza, era un francese. E non si capiva che cosa diceva. Tutto così.

Al mattino altro interrogatorio. Fuori dalla cantina c’era un’osteria lì vicino, eravamo nel gioco delle bocce, tutti là ad aspettare l’interrogatorio ed andava dentro uno per volta nell’osteria e là viene fuori uno con una faccia così. Ne hanno date chissà quante. Poi sotto un altro, poi sono andato io. Dentro.

Dentro erano là in quattro, uno picchiava di qua e mi buttava su quello là, quello là mi picchiava e mi buttava sull’altro. Facevano il giro, ma pugni e pedate. Volevano sapere dove era la benzina e dove erano le armi e dove erano andati banditi. Sempre questo. “Ma io non lo so, non so niente, che ne so io dove sono andati e dove era la benzina”. Noi eravamo su in cima alla montagna, non so cosa succedeva giù qua e giù botte.

Ad ogni modo dopo mezzogiorno ci hanno caricato sul camion, sul camion via, e vai e vai siamo andati a Saluzzo. Ci hanno rinchiusi nel Castello di Saluzzo al primo piano. Si vedeva in un angolo della finestra un po’ di pianura, faceva un freddo. Si vedeva tutta la campagna bianca, tutta la brina che c’era. Lì tutti i giorni interrogatori, però non picchiavano. Siamo andati in una Chiesa, nella Chiesa del Castello. Sembrava proprio Schuster, assomigliava tutto a Schuster nel parlare e diceva “Dove sono banditi? Perché sei qua? Da dove vieni?” Interrogatori così.

D: Sempre tedeschi che ti interrogavano?

R: Eh?

D: Erano sempre i tedeschi che ti interrogavano?

R: Sì, sì. Non si andava fuori dalla stanza del Castello senza la guardia tedesca. Questo sembrava un prete. Mi interrogava e dopo alla fine gli ho detto “Io ho detto tutto, cosa volete da me, non ho niente da dire.” E poi gli ho chiesto “Cosa ci faranno a noi?” “Non si preoccupi”, mi ha detto, “vi impiccano tutti.” “Vabbè, siamo a posto allora.”

Lì niente, siamo stati lì circa una settimana, circa. A mezzogiorno suonava la campana quella grossa del Castello, era mezzogiorno, quelli che c’erano dentro, i miei compagni dicevano “Ecco quando suona il campanone grosso è uno che va”, allora veniva addosso un po’ di paura. È passata circa una settimana, circa.

Un bel giorno di mattina presto presto, era ancora buio “Fuori tutti”, fuori tutti in colonna. In colonna, tedeschi a destra e a sinistra di questa colonna. Siamo andati al trenino, lì c’era un trenino, non so da dove veniva, forse da Cuneo e faceva Cuneo – Val Grana e andava fino a Torino e lì ci hanno caricato su questo trenino e siamo andati a Torino.

Siamo venuti a Torino ed in colonna abbiamo preso il Corso, e siamo arrivati alle Nuove.

D: Scusa un attimo Giovanni, su questo treno qui, i vagoni come erano? Erano vagoni passeggeri o erano carri di bestiame?

R: Era un trenino, un tram non era, era una specie di tram, ma era un trenino, aveva tante carrozze.

D: Ma c’erano anche dei civili o solo voi?

R: No, no, solamente noi. Non c’erano civili lì. I civili avevano paura. “Il primo che tenta di scappare” dicevano, “guardate che ci andate di mezzo tutti. Spariamo anche contro gli altri.” Allora “Non scappare, non scappare. Ti raccomando che noi non c’entriamo niente”. E lì siamo andati a Torino, in colonna.

Mi ricordo che era un Corso, e c’era gente a destra e a sinistra e ci guardavano e a destra e a sinistra c’erano tedeschi armati e ci hanno condotto alle Nuove.

Ci hanno messo dentro in una cella che deve essere stata la cella… non so, era uno solo che stava dentro. C’era una branda di ferro, l’abbiamo alzata perché non ci stavamo tutti dentro, eravamo in tre e non ci stavamo. Il bagno era un buco e basta, un buco così. Poi per tavolo c’era, usciva dal muro un pezzo di asse così e sopra c’era scritta la dama.

Quel legno lì, quell’asse lì che usciva dal muro, si capisce che, tornando indietro c’erano quelli che hanno tirato via dei pezzi di mattoni per fare la dama. C’erano dentro i pidocchi, c’erano dentro le cimici, cimici rosse c’erano. Erano rossi. E lì siamo stati così.

Ho incominciato a sentire le pulci, leva tutto, guarda la camicia, non erano pulci, erano pidocchi, pidocchi neri. O porca miseria. Non erano pidocchi, avevo la scabbia.

Quando venivano a portare il rancio, qualche cosa ci davano, gli dicevo “Guarda che abbiamo la scabbia”, “Arrangiatevi”. Lì da tre siamo diventati cinque. In cinque in una cella, tutti per terra, non c’era niente, né paglia né niente, tutti per terra così con la coperta e basta, ognuno aveva la sua coperta. Quello che andava in bagno, il buco era lì, perché sarà stata due e qualche cosa di lunghezza ed uno e qualche cosa di larghezza. Ci stava la branda perché si faceva su la branda. Si agganciava al muro e c’era quel pezzo lì che era piegevole. Si poteva tirare su ed il sedile lo stesso, ma sbandava tutto perché levavano tutto.

Lì quando uno andava in bagno si sentiva, no, l’odore non era niente. Si sentiva bagnare la faccia perché non era un bagno come i nostri, era un buco e basta, però c’era l’acqua corrente. Si tirava la corda, almeno andava giù. Parlando materialmente.

Lì passa un giorno, passa due, passa tre ogni tanto venivano là le suore e ci davano un tozzo con dentro le castagne lesse. Qualche cosa ci davano da mangiare.

Veniva là il secondino e gli dicevo “Guarda che io ho la scabbia, portatemi in infermeria.” Quasi tutti i giorni ci portavano giù uno per uno a fare ancora l’interrogatorio, allora “Portatemi in infermeria, altrimenti qua ce la prendiamo tutti perché attacca quella malattia.”

Il secondino era un fascista, sarà stato uno e cinquanta, uno e sessanta, sembrava Charlotte quando camminava e gli dicevo “Capo, guarda che noi abbiamo la scabbia” “A me non interessa, tanto vi impiccano tutti”, diceva sempre così. Ed io grattavo, quello là grattava, si può immaginare che cosa c’era dentro. Eravamo tutti infestati da quella malattia lì.

Lì siamo stati lì, non so, un quindici giorni.

D: Giovanni, lì ti hanno dato un numero a Torino, ti hanno immatricolato?

R: No, no, niente, niente.

D: Dopo quindici giorni che cosa è successo?

R: Ci hanno cambiato e ci hanno dato la divisa della Decima Mas, leggerissima, molto leggera. Nera. I miei li hanno buttati via, non so che cosa hanno fatto. Ma la scabbia c’era.

D: E dopo quindici giorni delle carceri le Nuove a Torino?

R: Dopo lì quindici giorni, lì perché io l’ho saputo, ci hanno caricati fuori tutti e ci hanno caricati sul camion, alle Nuove, ci hanno caricati sul camion e destinazione chi lo sa. Chi ha avuto fortuna, chi aveva un pezzo di carta in tasca ed una matita scriveva, “Avvisate tot che noi siamo partiti, partiamo e non sappiamo dove andremo”. Insomma. Ma io non avevo niente perché dopo la guerra ho saputo che mio padre e mia sorella hanno fatto di tutto per venire a Torino a trovarmi e sono arrivati lì “Sono partiti tutti” “Per dove?” “Non si sa”. Nessuno sapeva niente.

Lì con i camion, quel giorno, partiti. Preso l’autostrada e chissà, era chiuso tutto con il telone, e c’era giù anche di dietro il telone quasi tutto, non si vedeva niente, si vedeva un pochettino e basta. Si vedeva la strada in basso e basta, ed il camion andava.

Arrivammo a Milano, penso che era Milano, si sono fermati lì, guardo c’erano i fascisti così, c’era uno, come si chiama quello… Amedeo Nazzari sembrava, tutto lui. Un trench, aveva su un trench con la mitraglietta, in mezzo a tutti i fascisti per fare la guardia, se qualcuno scappa, i camion si sono fermati, forse a fare rifornimento.

D: Ecco Giovanni, i camion erano tanti?

R: Chi lo sa. Non si vedeva niente, i teloni erano giù dappertutto.

D: Sul tuo camion eravate solamente uomini?

R: Sì, sì, donne non ce ne erano.

D: Non ce ne erano?

R: No, no. C’eravamo noi, c’erano su due tedeschi con la mitraglietta e basta. Lì si capì che hanno fatto rifornimento al camion, non lo so. Ed ho visto quel tale lì in mezzo ai fascisti e sembrava tutto Amedeo Nazzari. “Ma quello là è Amedeo Nazzari”.

Lì i camion partono ancora a colonna, penso che erano a colonna, perché non si vedeva niente, era tutto chiuso. Parte ancora e si va e si va. “Ma dove si va? Dove andiamo?” Tanti dicevano “Andiamo a Verona, forse, là ci smistano ed andiamo a lavorare.” Speriamo che sia la volta buona. Vai e vai, difatti siamo andati a Verona. Verona nel Castello. Dentro nel Castello tedeschi dappertutto.

Lì siamo scesi dal camion c’era là un pullman ma era una corriera ancora di quelle vecchie, saremmo stati su, tutti pigiati così, saremmo stati su, non lo so, circa un centinaio. Tutti ammassati dentro. Su questo pullman qua, parte. Non siamo andati neanche dentro, non ci hanno dato neanche un caffè, niente da mangiare, niente niente.

Lì su questa corriera, la corriera comincia a partire, ma dove andiamo, chi lo sa, l’altro dice “Non lo so”. L’altro dice “Forse andiamo a Bolzano, là ci distribuiscono ed andiamo a lavorare”, “Speriamo, prima di qua, e poi di là, cominciamo ad andare a Bolzano, poi vedremo”. Lì ancora su questa corriera tutti chiusi dentro. Cominciava a far freddo, andare su tra quelle montagne, fino a Bolzano.

C’erano quelli feriti, c’erano quelli che volevano andare in bagno, tutto su, un odore, insomma una puzza che non si poteva respirare. Tirare giù il finestrino non si poteva perché c’erano su i tedeschi e “Guai a voi se aprite un finestrino”. Era tutto appannato e non si vedeva niente fuori. Fuori faceva freddo, dentro si moriva dal caldo.

Lì siamo andati a Bolzano, era buio oramai, non si vedeva niente, non so se era un campo di concentramento, cosa era non lo so. Era tutto buio. Giù da questa corriera, siamo andati dentro a questo campo di concentramento a Bolzano. Io non sapevo dove era, mai stato e mai sapevo che c’era un campo di concentramento, mai sentito nominare. Dentro lì. Ci hanno chiusi dentro lì. Tutta notte lì, a dormire. C’erano le brande a castello, quella sera lì.

Al mattino, su, ci hanno dato un pochettino di caffè. Ma a cosa serve il caffè. Ho bisogno di mangiare. Prima di tutto gli dico “Guarda che io ho la scabbia”, ” Bene, bene chi ha la scabbia fuori”, da uno solo che ero io, ne sono saltati fuori ancora tre. Allora “Perché non parlate?”

Allora lì dopo che cosa hanno fatto? Dopo il caffè mi hanno messo nudo ed hanno preso il pennello con…

D: Il disinfettante.

R: Come si chiama, lo zolfo. Tutto giallo. Ha cominciato da qua sotto, tutto giallo. Tutte le mattine dovevamo fare quella pennellata lì. Ma la scabbia cominciava a fare puzza, a fare l’acqua. Non era troppo bello.

Lì siamo andati avanti un po’ così. Ad un tratto una mattina c’erano quelli vecchi, perché il capannone era così, se lo ha visto quel campo lì, sembrano quei capannoni mezzo rotondi. A sapere portavo qua il libro che mi hanno mandato.

Lì le mura non andavano fino contro là, era dopo la metà. Quelli che dormivano sopra là, guardavano dall’altra parte, c’erano le donne di là o tenevano qualche cosa da mangiare. Andavo là io e non mi volevano. “Dove vai te, non si può venire qua.” Perché volevano prenderlo loro. Noi sempre lì a fare quella vita lì. Guarda a destra e guarda a sinistra, dove dormivo io, dormivo in basso, in primo piano, piano terra, sempre su un castello, ho visto un buco. Ho visto un buco grosso un dito, grosso così. Ho guardato di là ed ho visto una donna, “Signora, signora” ma lei non rispondeva, provo a chiamare più forte, perché se sentivano guai, se mi pescavano che c’era il buco lì erano guai anche per me, allora “Signora, signora”. Si sono accorti che c’era il buco, l’hanno chiuso e io sono rimasto ancora come prima.

Una bella mattina “Fuori tutti, fuori tutti, fuori tutti”, cosa c’è, cosa non c’è, tutti in colonna, un freddo. Saranno stati sette gradi sotto zero, sei sette gradi sotto zero. Un freddo, si vedeva, ma non c’era neve. Proprio quel freddo secco lì a Bolzano, terribile. Lì cosa c’è, cosa c’è, hanno scoperto che hanno cercato di scappare.

Poco lontano da me c’erano il letto a castello, hanno fatto un buco che doveva andare sotto le fondamenta ed andare fuori di là. Se andavano fuori di là c’erano i vigneti, la campagna. Mancavano ancora due metri, dicevano, e li hanno presi. è stato scoperto un mucchio di terra, tutti i castelli e noi fuori, un freddo. Io avevo su quella divisa lì, si può immaginare, gelavo.

Lì fuori “Chi è stato? I complici?” I complici nessuno voleva parlare. “Guardate che fuciliamo tutti.” I tedeschi “Se non parlate, guardate che fuciliamo tutti.” “Allora mi raccomando chi è complice vada fuori, cercheremo di aiutarvi”, nessuno vuole andare fuori. Siamo stati lì quasi tutta la giornata. Lì era successo alla mattina, subito alla mattina presto, all’appello.

Dopo mezzogiorno eravamo ancora là ed i soldati “Fuori”, ne sono andati fuori due “Siamo stati noi”, allora noi siamo rientrati, quelli là non li abbiamo più visti. Chissà se li hanno fucilati, li hanno messi, non lo so, non si sono più visti. Poi c’erano altri complici, avranno parlato e saranno saltati fuori degli altri. Lì siamo andati avanti così.

D: Scusa Giovanni, lì a Bolzano ti hanno dato il numero di matricola?

R: No. Niente matricola. Non avevamo matricole, avevamo il triangolo. Ci hanno appiccicato un triangolo colorato così sulla giacca, un triangolo rosso.

D: Senza numero.

R: Senza numero. Ed io dicevo, “Ma cosa vuol dire questo triangolo?” “Pericolosi”. Là dicevano che questi triangoli erano così perché eravamo pericolosi, ma io vedevo quelli di là perché c’erano anche degli altri, altri compartimenti, chi lo aveva rosa, chi blu, c’erano diversi colori, “Perché noi rossi?”, “Perché noi siamo pericolosi”.

Lì siamo andati avanti così, siamo andati avanti fino dopo l’ultimo e il primo dell’anno. Lì a Bolzano sono andato circa a metà di dicembre. Lì Natale, boh, è Natale sì, è Natale no, ci hanno dato un pezzettino di pane in più. Ma io non sapevo se era Natale perché abbiamo perso il filo delle date. Poi viene l’ultimo e il primo. Il primo dell’anno, i tedeschi, erano in pochi, erano tutti a far festa, solamente le guardie e basta. Ci hanno dato ancora un pezzo di pane in più, “Come mai?” “Perché è l’ultimo dell’anno”. Allora ho cominciato a dire “E’ già l’ultimo dell’anno”, perché prima non sapevo che giorno era e niente.

Lì dopo le feste circa l’8, mi pare, all’8 gennaio, sul camion ancora e siamo andati alla stazione. “Dove ci portano? Andiamo a lavorare?” “Ma chissà dove andiamo? Chi lo sa?” ed io sempre con quella divisa là morivo dal freddo. E siamo andati alla stazione, eravamo quattrocento, cinquecento persone.

D: Come fai a dire che era la stazione. Tu hai visto una stazione ferroviaria?

R: Era la stazione, non era proprio la stazione dove andavano…

D: I civili.

R: I viaggiatori così. Doveva andare il bestiame. Nei binari morti. Così. Giù dal camion lì sui vagoni. “Dove andiamo? Chissà dove andiamo. Boh”.

Siamo andati sul mio vagone, di bestiame, eravamo su in circa una trentina, lì ci hanno chiusi dentro, basta, chiusi dentro non si poteva più.

Dunque siamo partiti circa l’8 gennaio, ed abbiamo fatto tre giorni e tre notti su lì, si vedeva appena fuori, sa che ci sono quelli sportelli che si aprono, ce ne era uno di qua ed uno di là, quello di là facevamo da… e lì facevano tutto lì. Il freddo che faceva, si alzava sempre di più. Prima la puzza e poi gelava ed era un blocco solo, un disastro, paglia per terra non ce ne era, si dormiva così, senza coperte e niente, niente. Così come si andava su. L’aria quando il treno andava, l’aria veniva dentro e si moriva allora cosa si faceva? Ci si ammucchiava tutti, tanto per tenersi un po’ caldi. Facevamo il turno appoggiati al carro e tutti là a cercare di aiutarsi per il freddo che c’era.

Lì passa un giorno, ne passano due, sentivamo, eravamo già in Germania. Noi non sapevamo se era la Germania, chi lo sa. Dove andiamo nessuno lo sapeva, non si vedeva niente fuori. Appena, appena quando era chiaro si vedeva fuori e si vedeva tutta neve, tutta neve e basta e sentivamo parlare in tedesco. “Ma cosa succede?” e lì bim bum hanno aperto. Hanno aperto, sono saliti due tedeschi con la mitraglietta e uno fa “Noi vi uccidiamo tutti, fuori quelli che hanno tentato di fuggire”. Perché chi parla un po’ il tedesco, perché noi non si capiva che cosa diceva ed allora l’interprete lo diceva “No, noi non tentiamo di scappare”, “Abbiamo visto delle luci dentro”, non si capiva cosa dicevano. Cos’era? Era uno che aveva un pezzettino di candela e l’ha accesa così si scaldava un po’ le mani così. Loro hanno visto il chiaro dentro ed hanno aperto e volevano fucilarlo. Porca miseria.

Allora fuori tutti, guarda nelle tasche di tutti, allora si sono calmati e quando hanno visto che era quel pezzettino di candela lì, sono scesi hanno chiuso di nuovo e via. Il treno parte ancora, ogni tanto si fermava, sempre così. Stava fermo magari un quarto d’ora. Poi andava dieci minuti, poi si fermava, insomma è stato in ballo tre giorni e tre notti.

Siamo arrivati a Mauthausen, non si sapeva dove eravamo. Un bel momento, era mattino, cominciava a venir chiaro, si sentiva aprire il portone. Quello là non si apriva più, perché era tutto gelato, hanno aperto questo di qua, aprendo quello lì “Tutti giù, tutti giù”, “Dove siamo, dove siamo?” C’era una stazioncina come questa di Abbiategrasso e c’era scritto Mauthausen. “Siamo arrivati a Mauthausen. è buona, è buona.” “Perché?” “Perché si sentiva che quelli che ci sono già stati vanno a lavorare e stanno bene.” “Speriamo”, ho detto, “che sia quello.”

Lì tutti in colonna, c’erano quelli feriti, quelli che non potevano camminare. C’era giù la neve pestata, tutta pestata e ghiacciata, ogni tanto c’era qualche macchia rossa, questi sono tutti feriti che sono scesi e non ce la fanno più.

Lì tutti in colonna, via “Dove andiamo?” “Chi lo sa” tutti in colonna seguivamo loro, siamo andati. Strada facendo, non c’era in giro nessuno. Nessuno c’era in giro, c’era una donna vestita di nero, deve essere stata giovane, tirava lo slittino, perché c’era giù la neve ghiacciata, c’era su un ragazzino con uno zainetto a cavalcioni allo slittino o che andava all’asilo o che andava a scuola. Tutto quello che ho visto. Aveva su gli stivali, quelli neri che c’erano una volta, povera gente, insomma.

Lì niente, non si vedeva nessuno, non faceva neanche finta quella signora là. Uno ha tentato di dire “Signora, signora”, niente, orca miseria, no, no, camminando siamo andati su a piedi, dopo tre chilometri, non so, dalla stazione, siamo andati su fino alle carceri.

D: Al campo.

R: Al campo. A piedi, su, su. Lì c’è la strada provinciale, non si sapeva se era asfaltata o no, ma era tutta pestata, perché chissà la gente che è passata di lì, prigionieri senz’altro e siamo andati su. Su siamo andati dentro nel campo, varcato il portone, subito dentro a destra.

Lì seduti sulla neve contro il muro, la neve è tutta ghiacciata e tutta pestata, stavamo là ad aspettare, “Che cosa aspettiamo?” c’erano già dentro delle altre persone, lì c’erano le docce. C’erano le docce, poi c’era il crematorio e poi c’erano le cucine, tutto lì in fila a destra. E noi aspettavamo là. Aspettavamo. Lì chiedevano “Chi ha in tasca qualche cosa, qualche cosa di personale, fuori, ammucchiare, ammucchiare tutto e poi restituire, ammucchiare tutto e poi restituire”. Chi aveva l’orologio “Io darcelo a lui, no, no”, calpestavano per terra, lì c’era il muro, la buttavano di là, di là cosa c’era? Non lo so. Forse i tedeschi c’erano. Chi lo sa cosa c’era di là. Buttavano di là, o schiacciati sotto la neve. Tutto così, non c’era niente di personale.

Svestirsi tutti completamente nudi, e là c’era una porta dentro, e riparati un po’ dall’aria, tutto fuori, svestirsi tutti, e si andava a fare, ecco, facevano tutti i peli, tutti la testa così, tagliati tutti i capelli. I capelli li hanno tagliati però in mezzo ci hanno lasciato una striscia così, partiva dalla fronte ed andava fino di dietro. E passavano con il rasoio. La macchina che tagliava i capelli strappava, il rasoio non tagliava, bruciava tutta la testa, proprio tutto in mezzo qua. Facevamo la doccia, era fredda, era calda, ogni tanto era gelata. Sotto lì non c’è niente da fare. Per asciugarsi c’era un pezzettino di tela, chissà quante persone l’hanno adoperata. Cosa vuoi asciugarti con questa cosa qua, non ti asciughi niente, anzi ti bagni.

Lì ci hanno dato una camicia, un cappello zebrato, una giacca ed un paio di pantaloni. Fortunatamente ci hanno lasciato quelli che avevamo prima, le scarpe. Quelle lì le ho trovate ancora. Ho messo su ancora i miei scarponi di quando ero dei partigiani. Allora ho messo su i miei scarponi, con in mano quella roba lì “Fuori” “Ma dove andiamo fuori?” “Fuori, fuori” buttati fuori, dovevano entrare quegli altri. Fuori un freddo, dovevamo andare alla baracca. Alla baracca c’era circa trecento metri, circa.

Strada facendo c’erano le baracche, a destra c’erano i crematori, c’erano i bagni, ecc. A sinistra c’era una fila di baracche, noi dovevamo passare in mezzo e andare dietro a quelle baracche lì, al blocco 18, alla baracca 18.

Strada facendo nudi, con in mano la camicia, tutto così, i prigionieri che c’erano là ridevano, perché eravamo tutti nudi in mezzo la neve, allora prendevano delle palle di neve e ce le buttavano. E si mettevano a ridere.

Lì si camminava, a distanza si vedeva una specie di scala e della gente che camminava su. “Ma cos’è quello là?” “Boh”, non si sapeva niente. Difatti di lì siamo andati al blocco. Siamo andati alla baracca. Alla baracca non c’era niente. Per terra c’era un pochettino di paglia, quello sì. C’erano quelli che erano feriti, non potevano starci dentro. Allora tutti per terra sulla paglia così con la coperta sopra. Se uno doveva andare in bagno così, dovevano cavalcare uno sopra l’altro. “Ma che disastro che c’è qua” “E’ così”.

Lì cosa succede? Succede che siamo andati avanti un poco e gli ho detto “Guarda che io ho la scabbia”, lì c’era un prete dentro, e mi dice “Fa vedere”, mi ha guardato e fa “Tu hai la scabbia, ma non hai solo la scabbia, tu vai zoppo, sei ferito”, “No, ho una ghiandola in mezzo all’inguine che mi fa male”, un prete, io avevo un po’ soggezione. Va bene, tiro giù i pantaloni, perché abbiamo messo quelli che ci hanno dato. La camicia non aveva i bottoni, aveva un laccio così. I pantaloni erano russi, alla cavallerizza. Si capisce che i russi mettevano gli stivaloni per il freddo. Ciao sono stato fortunato in quella parte lì.

Lì siamo andati avanti così e ad un tratto si sente una sparatoria di notte “Cosa succede?” porca miseria. Venivano le pallottole dentro, perché c’era il muro. Io ero alla baracca 18 e dalla 19 e 20 di dietro c’era il muro, le pallottole passavano oltre la mura e venivano dentro sul tetto della baracca. Si sentiva pac, pac dentro. “Ma qua sparano”. Cosa è successo? Abbiamo saputo che hanno tentato la fuga trecento, non erano russi, perché io ero al blocco 18, metà noi che eravamo circa duecentocinquanta, dopo c’era dove c’era il capo, dalla parte di là erano russi, dopo le spiego il perché.

Ad ogni modo lì alla mattina mi dice “Vieni qua a vedere” attraverso la finestra, non si poteva né uscire né entrare. “Guarda là”, attraverso la finestra una montagna di morti, “Che cosa è successo?” “Ma guarda quanti morti che ci sono là”.

Cosa è successo? Era successo che avevano tentato la fuga trecento, penso fossero ebrei. Erano ebrei. Perché ci hanno preso, i tedeschi sono venuti là e quelli un po’ in forza, “Quelli che hanno un po’ di forza addosso vengono con me” e noi siamo andati là. “C’è da andare a prendere il caffè per le baracche”, “Andiamo, non si sa mai che c’è qualche cosa da mangiare”. Allora portavamo il caffè lì, partendo dove c’è la mensa, dove c’era la cucina, quei bidoni lì che saranno stati trenta, quaranta chili, trenta litri, quaranta litri, cinquanta litri, bidoni pieni di caffè. Per noi era caldo, per loro, penso che erano ebrei, per loro c’era sopra tanto così di ghiaccio. Loro se dovevano bere il caffè dovevano rompere il ghiaccio, ma aveva uno spessore di cinque, dieci centimetri, era stato fuori tutta notte. Gelava tutto. Quando si faceva il cambio al mattino dopo, si portava indietro quello avanzato e si portava quello vuoto, era ancora intatto, ancora con il ghiaccio, non lo rompevano, non erano capaci di romperlo, non lo bevevano.

Lo stesso quello che ci davano da mangiare, quella sbobba lì, era acqua, diciamo così, c’erano dentro un po’ di rape, erano barbabietole, quelle che davano ai cavalli. Erano non le bietole quelle rosse o quelle bianche, erano barbabietole, erano amare. Ad ogni modo si andava avanti. Noi prendevano il caffè che era caldo, il loro avevano sopra il ghiaccio. Ecco perché dicevo che quelli erano ebrei.

Perché un giorno, è venuto il tedesco “Venite con me e con le barelle, dobbiamo portare al crematoio quella montagna lì di morti”. Difatti quelli un po’ in gamba uno da una parte uno dall’altra, nudi, erano già nudi perché li svestivano loro, li mettevano sulla branda e li si portava al crematorio.

Al crematorio non si andava giù, c’era lo scivolo dal piano del cortile c’era lo scivolo ed andava giù direttamente dove c’era il forno crematorio e lì si metteva là, “Vrum”, andava giù, arriva l’altro con la barella, giù e poi via tutto il giorno così. Dicono che erano trecento circa. Sono fuggiti in sei che ce l’hanno fatta. In sei, il resto tutti morti.

Dunque lì finiti i morti, finito di portare via tutti i morti, andiamo bene così, andiamo avanti e sempre si dormiva per terra. Lì viene un’altra spedizione nuova. Nuova spedizione, tutti italiani. Noi dove andiamo, fuori tutti noi, fuori di notte al freddo. Quelli del blocco di là, allora, la baracca era metà e metà, noi tutti di qua, di là erano russi perché loro, io avevo su quella camicia lì, vestito malamente, così, loro avevano quei giacconi di trapunta, quelli a quadretti, stavano bene, pantaloni lo stesso, avevano su gli stivali quelli russi che tengono i piedi caldi, almeno sembra. E si camminava, perché “Fuori tutti”, sia di là, sia i russi come noi, perché arrivata la spedizione dovevano andare dentro, loro dentro con la nuova spedizione, e noi fuori tutta notte. Noi non abituati, c’erano quelli che si sono seduti sulla neve e stavano lì così sulla neve. Là c’erano i russi “Fate come facciamo noi”, si facevano capire, “Camminare sempre” tutta notte avanti ed indietro, avanti e indietro, tutta notte, tutta notte. Uno non ne voleva sapere aveva freddo poverino, forse aveva anche la febbre. Lo hanno preso, lo hanno tirato fuori e si divertivano a buttarlo in mezzo alla neve “Se non fai così, se non ti muovi, vai in fumo, muori”. Non lo volevano capire gli italiani, perché non eravamo abituati. Io facevo come facevano loro, allora la prima notte è andata bene, la seconda ancora, finché dopo, ci hanno messo i castelli, hanno messo i castelli, hanno messo a posto un po’, hanno tirato fuori anche i nuovi arrivati, li hanno messi nella baracca 17 e noi siamo stati lì ancora.

Lì abbiamo fatto la matricola, quattro, cinque per volta scortati, scortati dai tedeschi, si usciva, non era dentro dove si andava, si usciva dal campo, sempre pochi alla volta, cinque, sei o sette, adesso non mi ricordo, là c’era il fotografo, ci hanno fotografato, di fronte, di dietro, di fianco e poi ci hanno fatto l’impronta con il dito. Ecco, lì abbiamo fatto la matricola. E dopo che sono arrivati le matricole.

D: E la tua matricola qual era?

R: Ma le volete vedere. Queste sono le matricole che ci hanno dato. Siccome là non avevano niente, allora questo doveva essere appiccicato sui pantaloni, alla destra sulla coscia dei pantaloni e doveva essere visibile bene il triangolo rosso, con in mezzo IT che vuol dire italiano e di fianco c’è la matricola. Questo è il braccialetto. Il braccialetto, questo qua non è neanche ferro, è acciaio, mi pungeva tutto, tutto il braccio così, vedi quei ganci qua, sono ancora quelli, quei ganci qua mi penetravano dentro e guai se non li portavi, volevano vedere, questa è la matricola che avevamo.

D: Il tuo numero qual era?

R: 115.607, è scritto qua. Quando ci hanno dato questo allora hanno cominciato a chiamarci come numero, nome e così non se ne parla più. Tutto il numero.

Bene lì siamo rientrati ancora nella baracca e siamo stati lì, dovevamo fare la quarantena, ma che quaranta, saranno stato venticinque, dico io, venticinque giorni. Tutti in fila un’altra volta, tutti in colonna, un freddo, tutti in colonna a marciare “Dove andiamo? Chi lo sa? Dove si va?” i tedeschi di qua di là, a destra a sinistra, però non avevano cani, cani non li avevano. Erano armati di fucile e mitraglietta e basta. Anzi, tornando indietro un pochettino, abbiamo fatto l’addestramento con su e giù il cappello. Quando si vedeva un graduato tedesco, dovevamo tirare giù il cappello e dopo metterlo su, sempre su e giù, su il cappello, giù il cappello, su il cappello, abbiamo fatto un po’ di addestramento così nella quarantena.

Ecco dove ho visto la scala della morte. A distanza quando portavamo i morti al crematorio si vedeva da lontano, ma quella là è la scala “Cosa fanno?”, non sapevamo cos’era. Siccome là motori non ce ne era, cavalli non ce ne era, tiravano tutti con la forza delle braccia dei prigionieri, era una cava di pietra. Loro dovevano portare su dalla cava su per quella scala lì delle pietre, chi aveva il martino, lo metteva su, era fortunato, sulle spalle, chi non lo aveva. Io ho fatto un giorno solo. Ma non sulla scala, lì nella baracca. Ci hanno messo un pezzo di pietra sulla spalla e mi hanno mandato fino là al crematorio, e poi tornare indietro. Basta. Solo quello, tanto per addestrarci.

Lì in colonna, tutti in colonna, via “Dove andiamo?” “Chi lo sa”. Strada facendo, sempre di notte o mattino presto, siamo andato a Gusen, non so ci saranno tre chilometri, quattro, non lo so. Strada facendo lì, c’era ancora la neve per terra ed il ghiaccio, nessuno voleva aiutare quelli feriti. Dico “Qua bisogna aiutarci qua” perché altrimenti i tedeschi calciavano con il calcio del moschetto. Vado anche io ad aiutarli, “Mettimi le braccia al collo” e sono stato l’ultimo della colonna, stavo dietro. Sono restato indietro un po’, il tedesco di dietro, ha visto che non andavo avanti perché quello era ferito, con il moschetto, con la canna del moschetto me la ha buttata addosso alla schiena, mi ha dato una spinta sulla schiena e mi ha preso proprio la spina dorsale, ho visto le stelle, porca miseria. Sono rimasto a bocca aperta per il dolore, sembrava una scossa elettrica, ho detto “Aiutatemi, aiutatemi”, allora è venuto un paio di altri, ci hanno dato il cambio ma io l’ho sentito per un po’ però quel colpo che mi ha dato con la canna del fucile il tedesco.

Lì siamo arrivati a Gusen, arrivati destinati al blocco 14. Lì di nuovo doccia, di nuovo la doccia e così.

D: Quando tu dici Gusen intendi Gusen 1 o Gusen 2?

R: Gusen 1. Dopo siamo andati a Gusen 2 perché c’è stato un disguido. A Gusen 1 è stato.

Lì alla baracca 14, dunque io ero alla baracca 14, di fronte a noi c’era la baracca 22, e c’era dentro uno di Brescia, un corridore, era un dilettante corridore e ci siamo fatti amici. E c’era dentro padre e due figli di Bologna, un certo Cervellati.

Allora ci siamo conosciuti, italiani. Sotto di me nella baracca 14, sotto c’erano due italiani Perfumo Giuseppe e Perfumo Giovanni, erano sotto di me, a fianco. Proprio sotto di me perché io ero a metà, c’erano due russi, sopra di me c’erano altri due russi, io ero in mezzo, io ed un altro italiano, un certo Marini dalle parti di Alessandria, dopo è morto poverino, dopo le spiego perché.

Lì andiamo avanti così, hanno incominciato a darci il caffè, le prime volte.

Anzi tornando indietro, quando ero a Mauthausen, la storia dell’inguine, che il prete mi ha detto “Fammi vedere”, mi ha detto “Vai all’ospedale, ti curano, altrimenti qua, hai già la scabbia, prendi l’infezione e te lasci qua la pelle, dammi retta” mi ha detto. Allora lo ho ascoltato, sono andato in infermeria, là c’erano due dottori, e uno fa “Domani vieni qua”, ed io sono andato via, e camminavo zoppo. Avevo una ghiandola in mezzo all’inguine e la gamba nel piegarsi, un male bestia.

All’indomani sono andato dietro là. “Buttarsi sul lettino”. “Non andiamo bene, medicare, medicare. Prendi in mano il lettino, stringi forte”, mi hanno spruzzato su non so cosa, una cosa senza puntura ne niente, mi hanno spruzzato qualche cosa e poi ho cominciato a sentire “zim zam” su quei scaffali di vetro, forbici e coltelli, oh Madonna, mi veniva di sentirmi male “Mi raccomando, tieni stretto il letto, stringi i denti” ed ha cominciato a tagliare. Ed io gridavo. “Italien se non ti addormenti ti addormentiamo noi con un pugno”. Allora ho resistito. Nella bacinella è uscita tanta di quella porcheria che non so cosa dire.

Lì bene, ho riposato un pochettino, forse hanno finito, hanno cominciato ancora, prendono un altro coltello ed hanno cominciato ancora a tagliare. “Che ostrega stanno facendo?” Io gridavo, facevano segno con i pugni “Ti addormentiamo noi”, erano russi, parlavano il tedesco, si facevano capire, insomma. Bene, lì finito “Domani venire qua, medicazione”, allora ho cominciato la medicazione, sono andato indietro, hanno tirato fuori la garza dalla ferita, sembrava che aveva tirato fuori un serpente, si sentiva proprio la garza a venire fuori, o mamma mia, però il dolore è cessato.

D: Ma quando ti dicevano di tornare di lì in infermeria. Quell’infermeria dove era? Dentro nel campo?

R: Sì, lì, era poco distante dalla baracca 18, non so quale baracca era. Non era troppo lontano.

D: Ma era una baracca o era in muratura?

R: Non lo so, dire la verità era come una specie di ambulatorio.

D: Ecco.

R: Non so se era in muro o se era, mi pare in muro.

D: E’ quella sulla piazza dell’appello? Era sulla piazza dell’appello?

R: Sì, sì, da quella parte lì, insomma.

D: Dopo lì sei guarito?

R: Ad ogni modo, questo è tornando indietro. Lì la terza volta, medicazione ancora. Visto che stavo bene non sono andato più. Sono guarito. Sono guarito però la scabbia ce l’avevo ancora. Ce l’avevo ancora, allora quel prete glielo ha detto al Kapò. “Guarda che questo ha la scabbia, si infetta tutto”, “Fuori, fuori”, ed io sono andato fuori, qui adesso. Sono andato fuori “Chi ha la scabbia fuori”, non ero solo io, eravamo in sei, perché attaccava tutti. Allora c’erano là gli aiutanti, quelli che aiutavano il Kapò, hanno tirato fuori un boccettino così, come le gazzose di una volta e c’era dentro un liquido marrone, e mi hanno spalmato su un po’ su tutto il corpo nudo, tre giorni. Sa che sono guarito? Sono guarito, ha cominciato a calmare, non grattavo più, non sentivo più niente. “Ma guarda un po’, di là pennellate di qua e pennellate di là e qua un pochino di quella roba lì.

Lì dopo siamo partiti per Gusen.

D: Lì a Gusen 1 che cosa è successo?

R: Come?

D: A Gusen 1 che cosa è successo? Quando sei arrivato a Gusen.

R: Sì, niente ci hanno mandato dentro la baracca 14 e lì hanno incominciato a metterci in fila e si andava alla piazza del raduno, e c’erano quelli che comandavano e ci accompagnavano loro i primi giorni, dalla baracca si andava là, dove c’era la piazza dell’appello.

Là un disastro di gente c’era là e aspettavano il turno. C’era la scalinata di sasso, che andava su per la collina e poi c’erano le baracche che facevano da stabilimento, da fabbrica. Capannoni, ma erano baracche vecchie, grosse, più grosse delle normali.

Ad ogni modo lì ci mettevano cinque per cinque, immaginarsi una fiumana, una marea di prigionieri, cinque per cinque, tante volte è facile anche sbagliare, allora andava avanti, man mano che si passava il cancello, il cancello era di filo spinato. Aprivano quel cancello lì, c’era la scalinata poi ce ne era un’altra e poi si andava dove c’era lo stabilimento.

Lì c’erano i cani di qua e di là e pestavano, legnate. Le prime volte siamo andati là tutti insieme, si andava su, l’appello lì, facevi la scalinata, si andava ancora là davanti alla baracca dove si lavorava, altro appello. A distanza, a poca distanza, c’era un’altra cava di pietre. Quando sparavano le mine, arrivavano i pezzi lì. Bisognava stare attenti perché arrivavano anche sulla testa.

Siamo andati la prima volta su, andiamo su, bastonate a destra e a sinistra fino a che non si andava su, si andava su, ci hanno mandati dentro nello stabilimento, macchine dappertutto. “Ma cosa facciamo qua?” “Te che mestiere fai?” Uno diceva “Io faccio il contadino”, l’altro diceva “Io faccio il cuoco” “Io il pasticcere”. Tutta gente che voleva mangiare. Io dicevo “Io faccio l’operaio”, loro forse cercavano qualcuno che avesse un po’ di testa, invece eravamo tutta povera gente. Tutta gente che lavorava e basta.

D: Lì cosa costruivate? Quella fabbrica lì dove hai lavorato, cosa facevi?

R: Lì, appello, e poi aprivano il portone scorrevole e si andava dentro. Si andava dentro e là c’era il capo reparto. Il capo reparto era un polacco, “Sulla macchina, lì” mi hanno messo su di una rettifica, una specie di tornio. E lì uno che non è pratico, è dura. Ho visto un po’ come si faceva roba di meccanica e dovevo arrangiarmi a molare il ferro, ad affilare il ferro da taglio per il tornio ed io facevo le sicurezze del moschetto.

Arrivavano con la barella, i prigionieri li portavano lì, ci fornivano perché arrivava dalla fonderia, passava quello là e faceva una parte, quello là me la passava ed io dovevo passarlo alle frese.

Bene, quello che doveva passarle a me doveva farne almeno quattrocento o cinquecento al giorno. Tutti lì ne facevano seicento e gli altri li mettevano via per l’indomani, perché un domani che si guastasse il ferro o che non taglia più, tu dovevi fare la consegna la sera, dovevi fare la consegna di quello che hai fatto. Allora c’era da essere abbottonati, se non funzionava qualche cosa erano dolori.

Ed io destinato su questo tornio qua, andavo bene, fortunato, a poca distanza come verso di lei, c’era una stufa che era due volte questo tavolo qua, rossa veniva, si stava bene. Quelli che ci fornivano i materiali, venivano da fuori con le bufere, neve, pioggia, vento, freddo, come entravano mettevano giù la roba, fuori, perché altrimenti se li beccavano andare alla stufa erano botte, ma che botte. Lì andavo bene, non c’è male.

Un bel giorno si capisce che dopo come lavoro tanti morivano di deperimenti, mangiare ci davano un pezzettino di quel pane nero, la metà della metà, un pezzettino, un quarto di quella metà lì. Ma i pani non erano quelli lunghi, erano quelli corti, larghi così, saranno stati 10, o 15 centimetri per 20, così. Quei pani lì, neri, un pezzettino di quelli lì e ci davano un litro o mezzo litro di acqua e c’erano dentro un po’ di barbabietole tritate che col cucchiaio, il cucchiaio doveva farselo lei. La gamella, la davano loro, finito di mangiare la si depositava e poi si arrangiavano loro a lavarle e tutto, c’erano altri prigionieri, ed il cucchiaio dovevi arrangiartelo te, dovevi metterlo qua, altrimenti se lo perdevi o te lo rubavano, saltavi e dovevi mangiare così.

Lì sono andato avanti un po’ così a lavorare in quel modo lì, un bel giorno si capisce che mancavano gli operai perché morivano, viene là il capo reparto e fa “Domani te vai insieme e Joseph”, era un operaio che era sulla fresa. Che la sicurezza del moschetto andava dentro, incastrato dentro e la fresava, doveva essere preciso. Io facevo con il tornio e poi con la fresa lo facevano bene e preciso. “Va bene domani andrò con lui”. Un giovanotto grosso, al mio posto è andato un russo, non ha mai visto un’officina, niente, prendeva di quelle botte. Perché c’era il ferro da affilare e andava sulle mole, la mola ha la coda e doveva aspettare il suo turno, quando andava sotto non era capace, tornava indietro e metteva sul ferro e non tagliava. Allora il capo reparto botte, botte, questo ragazzo “Italien com”, io pianta lì che ero alla fresa e andavo là a fargli vedere, “Fai così, così e così”. Ma lui non capiva niente. “Ma te sei nato nel bosco o sei nato in un qualche paese”. Non capiva niente. Quello che si diceva non capiva, gli spiegavo il lavoro come doveva farlo, non lo capiva, non lo so, “Te sei nato in un bosco”.

Allora lì tutte le volte che andava ad affilare il ferro, il capo reparto prima mandava lui, e stava via un quarto d’ora perché non era capace, tornava indietro, non tagliava, doveva tornare indietro, non faceva la produzione. Botte, erano botte da orbi allora mi chiamava me, io stavo via venti minuti, lo tagliavo, mettevo a posto il ferro bene, che tagliava, stavo via venti minuti e non mi diceva niente, il capo reparto. Andava via lui dieci minuti “No, non taglia” dietro ancora e botte, sempre così.

Io ero assieme a quell’operaio, erano due frese, a poca distanza come da qua e lei c’era quella stufona lì mi diceva “Italien di dove sei?” “Milan”, “Oh, good”, diceva, “Good”, “Siete bravi a lavorare” “Milan, good”, questo giovanotto così. Sotto lì allora metteva a posto la fresa e cominciava, non ero capace “Italien tu devi imparare, altrimenti vedi questo, ti pesto, io ti tiro blu, ti cambio colore”, diceva. Poco alla volta, poco alla volta ho imparato. Erano due macchine, un po’ lui ed un po’ me alla stufa, e si andava là con su la giacchetta che non c’era e si andava contro, veniva rossa la stufa, ti tiravano indietro, ma il calore non lo sentivi, perché non avevi più grasso addosso, non hai più niente. Allora facevamo un po’ per uno.

Tornando indietro, ho avuto la fortuna di andare a svestire i feriti ed i moribondi lì dove facevano le docce. Cosa è successo? Portando via la roba per portarle alla disinfezione ho trovato un paletò che ho messo su subito, era un soprabito, però era lungo. Era lungo e dopo a Gusen l’olio chimico, l’acqua chimica mi asciugavo le mani perché non c’erano stracci e non c’era niente, però le mani erano sempre belle perché non screpolavano, sempre unte. Però il paletò pesava venti chili, perché era unto e straunto.

Lì si va avanti così. è venuto un bel giorno che, sono incominciati i bombardamenti, mandavano i manifestini ed allora quelli che prendevano il manifestino erano botte, li ammazzavano a botte. Quando suonava l’allarme bisognava andare al rifugio. Il rifugio che cos’era? Erano delle gallerie sotto la collina, lì dovevano mettere l’officina, lo stabilimento. Doveva andare sotto lì, tutto lì. Allora si andava lì, come le bestie.

Dentro picchiavano per far presto ad andare dentro, quando si usciva erano botte perché non si usciva svelti, erano sempre botte. Quando si faceva la scala per andare a lavorare, botte, c’erano due tedeschi di qua e due di là, chi aveva il Gummi, se era polacco metteva il filo di piombo, una volta c’erano i fili elettrici coperti di piombo, mettevano dentro quello lì e si facevano uno più bello dell’altro e pestavano con quelli lì. Altrimenti se era un graduato aveva il frustino, quello lì tagliava, bisognava stare attenti alla faccia perché segnava, era come una frusta.

D: Giovanni, come ti ricordi la Liberazione?

R: Adesso viene. Lì siamo andati avanti così, tagliamo un po’ corto e siamo andati fino quasi alla Liberazione.

D: Come te la ricordi la Liberazione?

R: La Liberazione me la ricordo che un mattino “Arrivano gli americani” si sentivano i cannoni sparare, sono loro, si vedeva l’apparecchio che girava per perlustrazione, quegli apparecchi piccoli con un motore solo. “Arrivano gli americani” “Americani o russi?” “Arrivano prima gli americani, i russi vanno da un’altra parte”. “Se sono americani meglio”, noi ci tenevamo più con gli americani, infatti, tagliando corto.

Quel mattino “Fuori, fuori” si rubava a destra e a sinistra, era un macello, e sono andato fuori anche io, sono andato fuori, mi sono messo dietro la strada e vedo che arrivano gli americani. Chi piangeva, chi rideva, chi bestemmiava, non so cosa dire. E morti, perché? Perché i tedeschi sono scappati tutti, allora morivano tutti dietro la strada. Perché quello che trovavano portavano via e mangiavano. E allora portavano dentro con i carri e con i camion, portavano dentro prima che arrivavano gli americani. I tedeschi sono scappati tutti, sono restati i galeotti tedeschi, ma avanzi di avanzi di galera. Quelli graduati sono scappati tutti.

Lì arrivano gli americani e di fatto è arrivata una jeep con davanti la Croce Rossa, avevano una bandiera bianca ed una bandiera della Croce Rossa, due camionette, due jeep e dietro c’erano dei camion, ma non camion con su la truppa, non so cosa c’era, non so se c’erano i rifornimenti forse.

Poi sono incominciati i primi carri armati, e dopo la truppa. I camion con tutta la truppa su, negri, bianchi, non si capiva. Ad ogni modo come sono arrivati hanno cominciato a buttare giù caramelle, sigarette, cioccolato, e buttavano giù biscotti, festa. Tutti addosso, ci ammassavamo tutti per accogliere quella roba lì. Sono entrati in Gusen 1.

La storia del Gusen 2, quando si faceva l’appello per andare sulla scala, per andare a lavorare, si passava per il cancello cinque per cinque. Si camminava marciando. Allora loro facevano cinque, dieci quindici, e via via, il tedesco li segnava tutti, per i ranci. Lì ho sbagliato fila, che ne so io, era una fiumana di gente, bisognava guardare bene con chi eri, perché se sbagli fila vai in un altro posto e difatti è stato così per me. Mi sono messo in un’altra fila, non mi sono accorto, e via passa. Invece di andare a lavorare dove andavo prima, andavo dritto “Dove vado adesso?”, mi hanno mandato a Gusen 2. Là facevano le carlinghe degli apparecchi e mi hanno messo insieme agli operai a inchiodare le lamiere delle carlinghe, a fare le carlinghe, un baccano dentro lì. Là non ero segnato, mangiare non ce n’era. Fortunatamente quegli operai un pochettino per ciascuno, c’era già poco, un poco per ciascuno mi hanno dato qualche cosa da mangiare. Alla sera sono tornato indietro, non faccio più quella stupidata, prima di passare quel cancello guardo bene. Infatti sono andato avanti così fino alla Liberazione.

D: L’ultima cosa Giovanni, quando sei rientrato in Italia?

R: Siamo stati liberati il 5 maggio, lì dopo ho fatto la congestione, mangia te, mangia te, mi sono sentito male, sono andato all’ospedale, in infermeria e sono stato lì, quanto non lo so perché non ho capito più niente perché sono stato senza sensi. Mi sono buttato su una cuccetta della SS che c’era prima e basta, mi sono sentito male, e non ho capito più niente. Chi lo sa chi mi ha portato all’ospedale. Non lo so. So che mi sono svegliato, apro gli occhi, avevo davanti due dottori e un’infermiera. Non ero capace di muovere un braccio, ero sfinito. Hanno parlato tra di loro, allora l’infermiera, mi ha detto “Italien, io avere in consegna”, lì era già finita la guerra.

Sono arrivati gli americani e via, poi ho fatto la congestione, mi sono trovato all’ospedale, lì nudo mi portava in bagno, mi teneva su, allora il bagno là era diverso, ci si sedeva, mi teneva su perché cadevo da tutte le parti. Mi portava a letto, mi accompagnava a letto e mi dava una medicina verde, sembrava menta. Questo fa venir voglia di mangiare, perché la voglia di mangiare non c’era, veniva su tutto. Infatti mi dava un cucchiaio di quelli lì, due al giorno, ed io gli dicevo “Dammene tre”, “No, no”, diceva che i dottori non volevano. Allora ogni tanto me ne dava tre. Allora ho cominciato a riprendermi un po’, ho cominciato a mangiare. Mangiavo e veniva su tutto. Lo stomaco non teneva più.

Ci davano i piselli ma non in brodo, asciutti e io “Non digerisco questa roba qua”, “Mangia, mangiare” diceva l’infermiera, caccia giù e su, caccia giù e su “Mangia sempre, fa niente se viene su, quel pochettino che rimane giù quello è il tuo buono. Ti fa bene”. E difatti mangia e butta su, mangia e butta su, fino a che sono rimasto lì un mese ed ho cominciato a riprendere, però non ero capace di camminare. Ero ancora sfinito. è venuto il momento di dire “Quelli che se la sentono li mandiamo in Italia, mandiamo a casa, ci sono le spedizioni che vanno in Italia.” Io a sentire così, malato, non malato, io vado a casa. E difatti così sono uscito dall’ospedale, sono guarito, non ho più niente, barcollando sono andato in baracca, ho preso in mano la baracca, c’erano tre gradini ad andare su, ho fatto una fatica, ma ce l’ho fatta. Lì allora ho cominciato a riprendere, ci davano i pacchi americani e c’era tutto in scatola, minestrone, pasta asciutta, risotto, riso, carne, carne con dentro la cioccolata, carne con mescolata la cioccolata “Ma chi mangia questa roba?” non andava giù “Mangia, mangia, mangia” e caccia giù, mi sono ripreso un po’ e sono riuscito a prendere. “Perché chi ha la febbre e chi non si sente lo mandiamo un’altra spedizione, non va a casa”. “No, no, io mi sento bene” invece non era troppo bene, barcollavo ancora. Però ce l’ho fatta, sul camion e via a prendere il treno con il camion, gli americani ci hanno portato con il camion e siamo venuti in Italia e ci abbiamo messo altri due giorni.

D: Vi siete fermati a Bolzano?

R: Prima abbiamo fatto la linea Linz – Salisburgo, mi pare, siamo venuti a Innsbruck e siamo stati lì una notte, abbiamo dormito lì nelle case matte di un vecchio aeroporto. Poi abbiamo preso ancora il treno e siamo venuti in Italia a Bolzano, siamo scesi a Bolzano. Lì c’erano già tutte le infermiere pronte a riceverci. Io avevo inciampato nei sassi attraversando i binari, si mettono a ridere, mi veniva voglia di prendere una pietra e scagliargliela addosso. “Voi ridete, ma io non rido. Non sono capace di camminare”.

Allora lì chi si sente dopo mezzogiorno, il giorno dopo, c’è il camion che va a Milano, chi non si sente parte dopo domani alla mattina. Ho detto ” A me non conviene”, perché partendo dopo mezzogiorno arrivi alla sera ed io dove vado a Milano alla sera? Allora aspetto l’altro giorno e parto al mattino. Gli altri sono partiti e aspetto il mattino. Aspetto il mattino e non c’è il camion. Parte subito dopo mezzogiorno, è arrivato circa alle quattro o alle cinque, va bene, l’importante è che vado a Milano. E siamo partiti sul camion, verso le quattro e le cinque, non ce l’abbiamo fatta ad arrivare a Milano, abbiamo dormito a metà lago di Garda in un oratorio, c’erano le suore e siamo andati sul cascinale, c’erano le fascine di legna, abbiamo dormito su lì, mangiare niente, non avevano niente neanche loro.

D: E poi sei arrivato a casa?

R: Allora siamo partiti al mattino presto, alle cinque sveglia, si va a Milano. Alle cinque, io non ho dormito tutta notte. Alle cinque sul camion e via, quelli che scendevano a Brescia, chi scendeva a Bergamo ed io sono sceso a Milano, eravamo in quattro o cinque.